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Il Global Sumud Land Convoy verso Rafah. Israele mente per giustificare l’uso della forza letale
Il Global Sumud Land Convoy, una missione umanitaria internazionale che trasporta aiuti salvavita a Gaza, è partito dalla Libia il 15 maggio,  giorno della Nakba, come azione deliberata di solidarietà e memoria e si sta dirigendo via terra verso Rafah. Il convoglio è composto da oltre 30 veicoli, tra cui ambulanze e camion con carichi di forniture mediche e trasporta oltre 200 partecipanti provenienti da più di 25 paesi distribuiti su sei continenti. Questo momento fa parte di un’assunzione di responsabilità globale più ampia. La società civile non può rimanere in silenzio mentre un popolo continua a sopportare l’assedio e lo sfollamento da parte del regime israeliano. La lotta per la Palestina è una lotta per la giustizia ovunque. Intanto il regime israeliano ha avviato il motore della propaganda mentre la Global Sumud Flotilla naviga verso Gaza. La tempistica non è casuale; fa parte della loro strategia perversa per giustificare un altro crimine e l’uso di una potenziale forza letale— lo stesso copione che ha permesso di gestire il loro regime di apartheid per quasi 80 anni e di compiere il genocidio e la pulizia etnica contro il popolo palestinese. I media controllati dal regime israeliano, come N12, affermano falsamente che la nostra missione internazionale, indipendente e umanitaria per rompere l’assedio illegale di Gaza da parte di Israele sia violenta e affiliata a governi e partiti politici. Questa prevedibile strategia rispecchia il linguaggio utilizzato in passato per giustificare il massacro di 10 operatori umanitari da parte di Israele a bordo della Mavi Marmara. Lo stiamo denunciando prima che agiscano: nessun governo o leader potrà affermare che non lo sapeva. La sceneggiatura è ovvia. Ecco come lo stanno facendo: La bugia dei “violenti”:  stanno dicendo al mondo che siamo “più violenti di chi ci ha preceduto”. Si tratta di un’invenzione mirata a dare ai loro commando il “via libera” all’uso della forza letale contro civili disarmati. Vogliono rivendicare l’autodifesa dopo averci attaccato in acque internazionali. Il capro espiatorio del “terrorista”: ogni volta che il regime israeliano vuole commettere un crimine, grida “Hamas” per giustificare la violenza e i crimini di guerra. “Esaminando i collegamenti” con “i gruppi terroristici” nelle notizie, stanno cercando di privare i volontari pacifici e nonviolenti del loro status di medici, giornalisti, operatori umanitari e attivisti, tentando di trasformare una flottiglia guidata da civili in un obiettivo militare. La colpevolizzazione della vittima:  Israele sta manipolando il mondo presentando Shayetet 13, un letale commando d’élite responsabile del massacro dell’ospedale Al-Shifa, come la “vittima” di imbarcazioni lente piene di medici e difensori dei diritti umani. Si tratta di un montaggio calcolato dal regime israeliano, con l’assistenza dei Paesi complici e partecipi. È un’assurdità fisica e logica rivendicare l'”autodifesa” mentre si commettono atti di pirateria sostenuti da uno Stato e crimini contro l’umanità in acque internazionali. Non puoi “difenderti” compiendo con la violenza un rapimento contro una missione umanitaria che agisce ai sensi del diritto. L’unica “minaccia” qui è che potremmo effettivamente riuscire a rompere l’assedio e ad aprire un corridoio umanitario. Ecco il nostro avvertimento alle forze occupanti e agli Stati: Abbiamo già intimato formalmente alla comunità internazionale di intervenire. Se pensate di potervi nascondere dietro l'”esecuzione degli ordini” o le “stime di sicurezza”, vi sbagliate. Ai commando:  Stiamo documentando tutto in tempo reale. Se abbordate queste navi, rapite o fate del male in qualsiasi modo ai nostri partecipanti, i vostri volti e le vostre azioni saranno prove nei tribunali internazionali e verrete perseguiti penalmente. Ai politici:  mandati di arresto sono già stati emessi in Spagna, Italia e Turchia per 37 alti funzionari. Non navighiamo solo per consegnare aiuti; navighiamo per smascherare la complicità che rende la nostra navigazione necessaria. Al mondo:  il blocco non è una “misura di sicurezza”, è uno strumento di genocidio, occupazione e pulizia etnica. Qualsiasi Paese contribuisca a fermare questi aiuti è complice dei crimini di Israele. I partecipanti alla GSF sono operatori umanitari disarmati e nonviolenti, medici, giornalisti e volontari. Il nostro scopo è quello di aprire un corridoio umanitario, raggiungere le coste di Gaza con aiuti e lavorare a fianco del popolo palestinese nella ricerca della libertà e della liberazione collettiva. Rimaniamo determinati e continueremo a navigare in acque internazionali con gli aiuti e la legge dalla nostra parte. Il mondo sta guardando. La strategia è sotto gli occhi di tutti. Chiediamo al mondo di agire.   Global Sumud Flotilla
May 16, 2026
Pressenza
Suliman, Fatima e le spaventose conseguenze della guerra in Sudan
Il mio amico sudanese Suliman,  al momento riparato con la moglie al Cairo, ha iniziato a frequentare un corso di formazione per operatori di macchinari pesanti (pur sapendo che sarà difficilissimo poter lavorare in quel campo essendoci già un alto livello di disoccupazione fra gli stessi cittadini egiziani). E’ un corso di quattro settimane, prima teorico e poi pratico, che si tiene in una località a due ore di distanza con i mezzi pubblici rispetto a dove Suliman abita, insomma dall’altra parte del Cairo. Lui si alza alle sei per prendere un certo pullman. Prima dell’aggressione israelo-americana all’Iran il biglietto del pullman costava 50 pounds, ma da alcune settimane è salito a 100 pounds. “La benzina” rispondono a chi protesta. Ed è così per tutto: al mercato i prezzi di verdura e frutta sono letteralmente raddoppiati (come successe in Italia con il passaggio dalla lira all’euro) e la vita è sempre più difficile. Il figlio Ahmed dalla zona mineraria nel nord del Sudan in cui si è fermato gli invia ogni mese i soldi per l’affitto. Una delle figlie che vive in Germania quando può invia anche lei qualcosa. Suliman e Fatima vivono nelle ristrettezze massime e pensare che fra le spese essenziali devono includere anche frequenti controlli ospedalieri per entrambi (e in Egitto l’ospedale non è davvero gratis). Racconto a Suliman di aver visto sere fa in televisione un servizio sul Sudan, in particolare su Khartoum: si vedevano le tombe dei cittadini morti disposte lungo le strade perché il cimitero straborda; alcune sono segnalate da un oggetto, per esempio una ciabatta, la maggior parte completamente anonime. Si vedevano dei ragazzini che giocavano a palla e quelli che stavano a guardare erano seduti a terra fra una fila e l’altra di tombe. Suliman non si meraviglia a questo racconto: “E’ dal 2023 che i cimiteri non ci sono più” dice. I Janjaweed hanno buttato dentro gli appartamenti ormai vuoti di abitanti (tutti fuggiti o morti) i corpi delle persone da loro uccise, poi qualche sudanese pietoso – o gli stessi abitanti che provavano a rientrare nella loro casa- hanno voluto seppellire quei corpi, così come quelli di coloro che erano rimasti per la strada, ma non avevano altro posto che la strada stessa. E a proposito dei sudanesi di Khartoum che dopo la liberazione dai Janjaweed sono tornati in città e hanno tentato di rientrare nelle loro case, si vede nel servizio televisivo una donna, Nadine: in una zona di Khartoum chiamata Laman, lei è dentro la sua casa bombardata, ci sono pezzi di oggetti ammucchiati in estremo disordine sopra un tavolo e fra questi molti pezzi di armamenti che lei stessa tocca per capire di che si tratti, per poi passarli a un’altra persona. “Sopra le armi” mi dice Suliman “c’è una certa sostanza chimica che sembra sia la causa di una nuova epidemia che sta circolando ultimamente in Sudan, oltre a quella del colera, il denghe.” Lui sa di persone tornate a Khartoum e morte di denghe. Dei diciotto Stati di cui è composto il Sudan i Janjaweed ne hanno al momento in mano dieci e stanno per recuperarne altri due; il governo ne aveva ripresi otto ed ora sta per perderne due. “Non finisce mai” dice Suliman e aggiunge che non può finire finché gli Emirati Arabi Uniti continueranno a rifornire di armi le Forze di Supporto Rapido (i Janjaweed), Emirati che sostengono anche Israele. Il servizio televisivo parlava anche delle tonnellate d’oro che dal Sudan gli emissari degli Emirati e i Janjaweed stessi si portano via. E poi c’è la triste situazione della figlia maggiore rimasta intrappolata in Darfur con i suoi bambini. Lei si trova a Mellit, un ultimo avamposto nel Darfur del nord, a circa 75 Km a nord di Al Fashir; da lì in poi è tutto deserto fino alla Libia. Il Darfur è completamente in mano alle RSF da quando mesi fa è capitolata – dopo lunga e strenua resistenza – anche El Fashir stessa e i sudanesi che non sono fuggiti si trovano prigionieri nelle loro città e villaggi. Chiedo a Suliman come vivono materialmente, come mangiano, se possono coltivare qualcosa. “Alcune donne dei Janjaweed” mi risponde “vendono cipolle e qualche ortaggio al mercato, prodotti che vengono da fuori, entrano in Sudan attraverso il Ciad (la frontiera con la Libia è chiusa); più spesso sono le stesse donne sudanesi che vengono costrette a lavorare per i Janjaweed e a vendere per conto loro ricevendo poi alla fine una sorta di obolo alimentare.” Parliamo solo di ortaggi e verdure perché carne e farina non si vedono da tempo immemorabile. Ecco come vive in questo momento sua figlia nella sua terra, il Darfur. Un momento di sollievo si ha quando, ogni due o tre mesi circa, arrivano associazioni come Medici senza Frontiere o la Croce Rossa portando zucchero e altri alimenti importanti. Il 15 aprile è stato l’anniversario dell’inizio della guerra: era il 2023, sono più di 100 giorni, il che significano: 33 milioni di persone bisognose di assistenza, circa 15 milioni di persone con insicurezza alimentare grave che diventa acuta per almeno 4 milioni di sudanesi. Sono dati che riprendo da un articolo di Maurizio Martina sull’Avvenire del 29 aprile. La fame – dice il giornalista – non è più un effetto collaterale della guerra ma “una delle sue espressioni più crudeli”. L’agricoltura, attività economica basilare del Paese, è entrata in crisi e se dovesse saltare anche la prossima semina si perderà un altro anno agricolo con conseguenze devastanti per gli abitanti del paese. Il Global Report Food Crises ha dichiarato pochi giorni fa che nello stesso anno abbiamo avuto, tra Africa e Medio Oriente, due carestie: Gaza e Sudan. E’ necessario – afferma ancora l’articolo di Martina – che si sostenga per il Sudan l’agricoltura d’emergenza, che non è solo distribuzione di aiuti, ma anche operazioni concrete per ricollocare la popolazione nelle proprie comunità affinché possano ricostruirsi vita e attività produttive. E’ necessario che quella del Sudan non venga normalizzata come una “crisi cronica” e accettata come qualcosa di inevitabile e incurabile: sarebbe la fine di un paese e di un popolo. Popolo che non so più in quale percentuale è ormai alla diaspora – chi in Ciad, chi in Egitto, chi in Etiopia, chi nello stesso Sudan, ma in zone che sembravano più tranquille, presso parenti o amici. Suliman e Fatima, come si sa, hanno raggiunto il Cairo dopo molte peripezie e sofferenze. E non sono gli unici sudanesi nella grande capitale egiziana: ci sono strade – mi diceva una ragazza del Cairo attualmente a Roma, ma in contatto con i suoi – dove abitano esclusivamente sudanesi (li hanno anche ghettizzati, penso). Mi chiedo: come farà ognuna di quelle famiglie a pagare l’affitto e a mangiare ogni giorno, come farà a curarsi e a soddisfare le altre esigenze, almeno quelle basilari? Avranno tutti i figli all’estero che inviano loro una parte dello stipendio? E i bambini e i ragazzi da quanto tempo non studiano? Le scuole egiziane accoglieranno i figli dei richiedenti asilo sudanesi? Quello che è certo è che finché, dopo anni di attesa, non hanno ottenuto l’asilo politico, i genitori non possono esercitare alcuna attività lavorativa. Quanto sono bravi questi sudanesi in un Paese che non li vuole, a mantenere alta la dignità di persone umane, ad aiutarsi fra loro, a restare vivi. Ma ci deve essere una fine, si deve intravedere una luce. Che le istituzioni internazionali operino per accenderla: è un loro dovere e si deve trasformare in un imperativo etico. Link agli articoli precedenti: https://www.pressenza.com/it/2024/07/storia-di-suliman-e-fatima-in-fuga-da-sudan-ed-etiopia/ https://www.pressenza.com/it/2024/07/suliman-e-fatima-di-nuovo-in-sudan-ma-solo-di-passaggio/ https://www.pressenza.com/it/2024/07/suliman-fatima-e-la-guerra-infinita-in-sudan/ https://www.pressenza.com/it/2024/08/suliman-fatima-e-legitto-che-non-li-vuole/ https://www.pressenza.com/it/2024/08/suliman-e-fatima-in-attesa-della-risposta-dellegitto/ https://www.pressenza.com/it/2024/09/suliman-fatima-e-i-certificati-medici-che-non-si-trovano/ https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-fatima-e-legitto-che-si-avvicina/ https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-e-fatima-da-un-port-sudan-di-tutti-matti-a-un-egitto-non-amato/ https://www.pressenza.com/it/2024/10/suliman-e-fatima-finalmente-in-egitto/ https://www.pressenza.com/it/2024/11/suliman-e-fatima-il-nilo-del-cairo-non-e-il-nilo-di-khartoum/ https://www.pressenza.com/it/2024/12/suliman-e-fatima-i-janjaweed-fanno-tante-cose-non-bene/ https://www.pressenza.com/it/2024/12/suliman-e-fatima-in-egitto-ma-ancora-invisibili/ https://www.pressenza.com/it/2025/01/la-mia-amica-fatima-che-resiste-come-al-fashir-in-darfur/ https://www.pressenza.com/it/2025/07/suliman-fatima-e-la-tenace-resistenza-di-al-fashir-in-darfur/ https://www.pressenza.com/it/2025/09/suliman-e-fatima-contano-i-morti-e-i-torturati-in-famiglia/ https://www.pressenza.com/it/2026/03/suliman-fatima-e-la-guerra-in-sudan-che-non-finisce/     Francesca Cerocchi
May 3, 2026
Pressenza
Giulio Regeni – Tutto il male del mondo – Simone Manetti
(visto da Francesco Masala) il regista ricostruisce la vicenda di Giulio Regeni, a dieci anni dalle orribili torture per una settimana fino alla morte, e dà voce ai genitori di Giulio e al loro avvocato, Alessandra Ballerini, che non si fanno convincere da imbroglioni e assassini. questo è un film dell’orrore, mostrare le orribili facce dei governanti italiani, ma non solo, fa davvero paura (e
Simone Manetti, Giulio Regeni – Tutto il male del mondo #12
SCIACALLAGGIO IN CORPORE FILMICO Indigna tutto di questo caso cinematografico. Innanzitutto ritorna il senso di nausea nel ricordo della terribile sorte di Giulio Regeni, finito nella morsa di un potere spietato senza alcuna colpa; una nausea accentuata dalle scelte in fase di montaggio dei tanti, spesso insignificanti e sempre sfuocati, spezzoni d’archivio, che sono la cifra dei lavori di Manetti, probabilmente scelto in quanto mestierante. Ci siamo interessati a questa pellicola, seppur sospettosi, per poterne parlare con cognizione, data la polemica politica scatenata pretestuosamente dal mancato contributo del Ministero della Cultura di Giuli, che ha fatto il pesce in barile, dicendo che non aveva visto il film, ma la vicenda era tale che avrebbe assegnato prebende a priori; e già questo urlerebbe vendetta per il criterio di sottocommissioni da abolire. Bisogna a questo punto tenere conto che ha dovuto scegliere lui stesso i membri della sottocommissione e quindi le loro selezioni ricadono sotto la sua responsabilità; e Mollicone, presidente della sottocommissione, è un fascista ideologicamente propenso a evitare di premiare una (presunta) inchiesta sulle torture e omicidio inferte a un ricercatore che scriveva articoli per “il manifesto”. Peraltro fa indignare anche Cuperlo al question time con Giuli che non trova di meglio da dire che il governo di Fratelli d’Italia ha piegato i lavori delle commissioni per premiare gli amichetti e camerati: tutto vero, ma il copyright in questo caso è proprio del PD; ed era già stato collaudato in chiave littoria con Giulio Base, senza suscitare la giusta indignazione. In particolare muove allo sconcerto però la visione del film. Venduto come «operazione avanzatissima di immersione nel vuoto della post-verità» (“Sentieri Selvaggi”) è in effetti costituito dai vuoti non colmati tra i ritagli di archivio, rappresentati da lunghe sequenze sfocate di movimenti di telefonino impazzito, estenuanti (probabilmente con l’ambizione di trasmettere smarrimento, quello di Giulio e quello dello spettatore), senza aggiungere nulla alla cronaca che uno spettatore mediamente informato già non conosca, ricostruendo le torture e l’assassinio, le false piste, gli insabbiamenti, i racconti televisivi… ma si assiste soltanto ai misfatti di parte egiziana. Le brevi apparizioni di Renzi, primo ministro all’epoca, Descalzi, da sempre presidente dell’Eni, li scagionano in pochi secondi. Si assiste senza guizzi a lunghe sequenze del processo: anche queste immagini conosciute, passaggi giudiziari risaputi, che s’intervallano al registro della ricostruzione e delle dichiarazioni di autorità. L’unica nota emozionante in quelle sabbie mobili stagnanti sono le parole, lo stupore dei genitori di Giulio che infatti danno il titolo al film, perché il resto è vuoto. Indigna soprattutto il banchetto sul corpo martoriato del giovane studioso, organizzato nel decennale del suo supplizio. E quel che è peggio è che questa pellicola impedirà la realizzazione di un vero film che metta sul piatto le reali questioni investite dalla morte di Giulio Regeni e dall’indifferenza dei governi di vario colore che hanno nascosto la verità costituita dalla feroce paranoia del potere, perché è comune a tutti i regimi. E questo il film non lo fa trapelare nel suo gioco di immagini illeggibili.
April 12, 2026
Radio Blackout - Info
Simone Manetti, Giulio Regeni – Tutto il male del mondo #12
SCIACALLAGGIO IN CORPORE FILMICO Indigna tutto di questo caso cinematografico. Innanzitutto ritorna il senso di nausea nel ricordo della terribile sorte di Giulio Regeni, finito nella morsa di un potere spietato senza alcuna colpa; una nausea accentuata dalle scelte in fase di montaggio dei tanti, spesso insignificanti e sempre sfuocati, spezzoni d’archivio, che sono la cifra dei lavori di Manetti, probabilmente scelto in quanto mestierante. Ci siamo interessati a questa pellicola, seppur sospettosi, per poterne parlare con cognizione, data la polemica politica scatenata pretestuosamente dal mancato contributo del Ministero della Cultura di Giuli, che ha fatto il pesce in barile, dicendo che non aveva visto il film, ma la vicenda era tale che avrebbe assegnato prebende a priori; e già questo urlerebbe vendetta per il criterio di sottocommissioni da abolire. Bisogna a questo punto tenere conto che ha dovuto scegliere lui stesso i membri della sottocommissione e quindi le loro selezioni ricadono sotto la sua responsabilità; e Mollicone, presidente della sottocommissione, è un fascista ideologicamente propenso a evitare di premiare una (presunta) inchiesta sulle torture e omicidio inferte a un ricercatore che scriveva articoli per “il manifesto”. Peraltro fa indignare anche Cuperlo al question time con Giuli che non trova di meglio da dire che il governo di Fratelli d’Italia ha piegato i lavori delle commissioni per premiare gli amichetti e camerati: tutto vero, ma il copyright in questo caso è proprio del PD; ed era già stato collaudato in chiave littoria con Giulio Base, senza suscitare la giusta indignazione. In particolare muove allo sconcerto però la visione del film. Venduto come «operazione avanzatissima di immersione nel vuoto della post-verità» (“Sentieri Selvaggi”) è in effetti costituito dai vuoti non colmati tra i ritagli di archivio, rappresentati da lunghe sequenze sfocate di movimenti di telefonino impazzito, estenuanti (probabilmente con l’ambizione di trasmettere smarrimento, quello di Giulio e quello dello spettatore), senza aggiungere nulla alla cronaca che uno spettatore mediamente informato già non conosca, ricostruendo le torture e l’assassinio, le false piste, gli insabbiamenti, i racconti televisivi… ma si assiste soltanto ai misfatti di parte egiziana. Le brevi apparizioni di Renzi, primo ministro all’epoca, Descalzi, da sempre presidente dell’Eni, li scagionano in pochi secondi. Si assiste senza guizzi a lunghe sequenze del processo: anche queste immagini conosciute, passaggi giudiziari risaputi, che s’intervallano al registro della ricostruzione e delle dichiarazioni di autorità. L’unica nota emozionante in quelle sabbie mobili stagnanti sono le parole, lo stupore dei genitori di Giulio che infatti danno il titolo al film, perché il resto è vuoto. Indigna soprattutto il banchetto sul corpo martoriato del giovane studioso, organizzato nel decennale del suo supplizio. E quel che è peggio è che questa pellicola impedirà la realizzazione di un vero film che metta sul piatto le reali questioni investite dalla morte di Giulio Regeni e dall’indifferenza dei governi di vario colore che hanno nascosto la verità costituita dalla feroce paranoia del potere, perché è comune a tutti i regimi. E questo il film non lo fa trapelare nel suo gioco di immagini illeggibili.
Simone Manetti, Giulio Regeni – Tutto il male del mondo #12
SCIACALLAGGIO IN CORPORE FILMICO Indigna tutto di questo caso cinematografico. Innanzitutto ritorna il senso di nausea nel ricordo della terribile sorte di Giulio Regeni, finito nella morsa di un potere spietato senza alcuna colpa; una nausea accentuata dalle scelte in fase di montaggio dei tanti, spesso insignificanti e sempre sfuocati, spezzoni d’archivio, che sono la cifra dei lavori di Manetti, probabilmente scelto in quanto mestierante. Ci siamo interessati a questa pellicola, seppur sospettosi, per poterne parlare con cognizione, data la polemica politica scatenata pretestuosamente dal mancato contributo del Ministero della Cultura di Giuli, che ha fatto il pesce in barile, dicendo che non aveva visto il film, ma la vicenda era tale che avrebbe assegnato prebende a priori; e già questo urlerebbe vendetta per il criterio di sottocommissioni da abolire. Bisogna a questo punto tenere conto che ha dovuto scegliere lui stesso i membri della sottocommissione e quindi le loro selezioni ricadono sotto la sua responsabilità; e Mollicone, presidente della sottocommissione, è un fascista ideologicamente propenso a evitare di premiare una (presunta) inchiesta sulle torture e omicidio inferte a un ricercatore che scriveva articoli per “il manifesto”. Peraltro fa indignare anche Cuperlo al question time con Giuli che non trova di meglio da dire che il governo di Fratelli d’Italia ha piegato i lavori delle commissioni per premiare gli amichetti e camerati: tutto vero, ma il copyright in questo caso è proprio del PD; ed era già stato collaudato in chiave littoria con Giulio Base, senza suscitare la giusta indignazione. In particolare muove allo sconcerto però la visione del film. Venduto come «operazione avanzatissima di immersione nel vuoto della post-verità» (“Sentieri Selvaggi”) è in effetti costituito dai vuoti non colmati tra i ritagli di archivio, rappresentati da lunghe sequenze sfocate di movimenti di telefonino impazzito, estenuanti (probabilmente con l’ambizione di trasmettere smarrimento, quello di Giulio e quello dello spettatore), senza aggiungere nulla alla cronaca che uno spettatore mediamente informato già non conosca, ricostruendo le torture e l’assassinio, le false piste, gli insabbiamenti, i racconti televisivi… ma si assiste soltanto ai misfatti di parte egiziana. Le brevi apparizioni di Renzi, primo ministro all’epoca, Descalzi, da sempre presidente dell’Eni, li scagionano in pochi secondi. Si assiste senza guizzi a lunghe sequenze del processo: anche queste immagini conosciute, passaggi giudiziari risaputi, che s’intervallano al registro della ricostruzione e delle dichiarazioni di autorità. L’unica nota emozionante in quelle sabbie mobili stagnanti sono le parole, lo stupore dei genitori di Giulio che infatti danno il titolo al film, perché il resto è vuoto. Indigna soprattutto il banchetto sul corpo martoriato del giovane studioso, organizzato nel decennale del suo supplizio. E quel che è peggio è che questa pellicola impedirà la realizzazione di un vero film che metta sul piatto le reali questioni investite dalla morte di Giulio Regeni e dall’indifferenza dei governi di vario colore che hanno nascosto la verità costituita dalla feroce paranoia del potere, perché è comune a tutti i regimi. E questo il film non lo fa trapelare nel suo gioco di immagini illeggibili.
April 12, 2026
Radio Blackout
Guerra in Medio Oriente. Tutti gli occhi sono puntati su Islamabad
A Islamabad sono arrivati i ministri degli Esteri di Turchia, Egitto, Arabia Saudita per due giorni di colloqui con il Pakistan sulle misure per allentare le tensioni in Medio Oriente. Il vertice tra questi quattro importanti paesi islamici avviene mentre gli USA paventano una invasione di terra dell’Iran. Prima di […] L'articolo Guerra in Medio Oriente. Tutti gli occhi sono puntati su Islamabad su Contropiano.
March 30, 2026
Contropiano