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[Ponte Radio] Napoli tra cibo e fame
Puntata divisa in due spezzoni: nella prima parte proviamo a raccontare il rapporto tra la città di Napoli e il cibo, attraverso canzoni e episodi significativi. Nella seconda parte, spazio agli amici di Radio Plaza con un approfondimento sui nuovi OGM.  
Presentazione di Scarceraanda a Napoli per Anan, Ali e Mansour
In comunicazione telefonica con Giulia, del Centro Culturale Handala Ali, abbiamo parlato della presentazione della Scarceranda 2026 al Santafede Libirata di Napoli, il venerdì 9 gennaio, e di come si stanno organizzando per raggiungere i Tribunali dell'Aquila, il 16 gennaio, per l'ultima udienza del processo contro Anan, Ali e Mansour.
Guerra dei Diritti, Guerra al Diritto
A PALAZZO SERRA DI CASSANO UN INCONTRO CRUCIALE SULL’ATTUALE SCENARIO DEI DIRITTI UMANI Un evento di straordinaria rilevanza e partecipazione si è svolto domenica 4 dicembre presso l’Osservatorio dei Diritti Umani all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli. “Guerra dei Diritti, Guerra al Diritto. Dal genocidio in Palestina all’assalto contro le istituzioni internazionali” è stato il tema del seminario. Gremita la bellissima Sala Conferenze di Palazzo Serra di Cassano, dove si respira cultura e memoria di antica resistenza dei rivoluzionari partenopei che credettero nel sogno della Repubblica. Il luogo ha una suggestione simbolica straordinaria per un evento che ha come obiettivo finale l’affermazione della forza della speranza, della resistenza e della resilienza collettiva, per credere che un mondo migliore sia ancora possibile costruire. Un messaggio forte e chiaro. E le centinaia di persone che hanno partecipato lo hanno testimoniato. La sala era così gremita che non è riuscita a contenerle tutte: è stato necessario allestire altre tre sale contigue munite di monitor. “Francesca verrà e ci sarà il sole. Noi che abbiamo un mondo da cambiare.” Così è stata accolta, sui social e con un lungo, fragoroso applauso al suo ingresso, Francesca Albanese, esperta di diritto internazionale, Relatrice Speciale dell’ONU per i Territori Palestinesi Occupati, attivista che ogni giorno affronta temi cruciali sulla Palestina e sull’erosione delle istituzioni che tutelano i diritti umani a livello globale. L’evento, coordinato da Antonio Musella di Fanpage.it, è stato introdotto dal saluto di Salvatore Minolfi dell’Osservatorio Internazionale dei Diritti Umani, che ha sottolineato come l’incontro miri a squarciare il velo dell’indifferenza, far conoscere la verità sulla Palestina e riaffermare la centralità del Diritto. Sono intervenuti, tra gli altri: Souzan Fatayer, della Comunità Palestinese in Campania; Giulia Al-Omleh, del Centro Culturale Handala Ali; Antonio Del Castillo, docente di Letteratura italiana all’Università Federico II; Sara Borrillo, docente di Storia dei Paesi Islamici presso l’Università Orientale di Napoli; Laura Mamorale, di Mediterranea Saving Humans. Tutti gli interventi hanno contribuito a creare un’importante occasione di riflessione e dibattito, con un forte richiamo alla necessità di difendere i diritti umani non solo come valore universale, ma come obiettivo concreto e urgente. In un momento in cui il diritto barcolla, legalità e giustizia appaiono sempre più lontane; un tempo in cui le politiche internazionali e la strage in Palestina mettono a dura prova il sistema globale di protezione dei diritti umani; quando il crimine assume sempre più le sembianze della legge e dell’ordine costituito — allora la resistenza non è solo un diritto, ma diventa un dovere. La “guerra dei diritti” a cui stiamo assistendo è l’uso strumentale del diritto da parte di attori internazionali che ci obbligano a interrogarci sulle contraddizioni e le ambiguità del diritto internazionale, applicato in maniera disomogenea e selettiva secondo logiche geopolitiche e interessi delle nazioni più forti. “La costante e silente violazione del diritto internazionale, calpestato e umiliato, è diventata la normalità”, ha sottolineato Souzan Fatayer. Tutti i relatori hanno posto al centro del dibattito la resistenza del popolo palestinese che, come ha detto Giulia Al-Omleh, “continua con coraggio e resilienza nonostante tutto. Continuano a fare il loro lavoro i medici che lottano contro la morte, pur essendo essi stessi bersagli. Continuano le giovani giornaliste e i giornalisti che sfidano le atrocità per raccontare la verità. Resistono le famiglie che assistono alla morte di padri, madri, sorelle e figli; resistono i 9.800 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.” Nel lungo intervento di Francesca Albanese è emerso un messaggio forte di speranza, un pensiero resiliente e positivo che crede nella forza della resistenza, nella potenza delle azioni collettive, nel vigore delle voci che si alzano nelle strade del mondo per riaffermare che un mondo più giusto è ancora possibile. Il genocidio in Palestina non è solo una tragica realtà, ma la prova di come le istituzioni internazionali, create per prevenire atrocità e proteggere i diritti fondamentali, siano oggi strumentalizzate dalla politica. “La violazione continua non viene adeguatamente contrastata dalla comunità internazionale. Esiste ancora un pensiero eurocentrico, occidentecentrico, riflesso di una mentalità colonialistica: noi Paesi ‘civili’ e gli altri, infantilizzati, che devono essere guidati. Ma oggi quel mondo si è liberato dalle catene.” E ancora: “È troppo chiedere il rispetto del Diritto e della Costituzione? I diritti umani vanno invocati e difesi sempre, non con doppi standard, non solo quando conviene e ignorandoli quando i contesti non sono favorevoli agli interessi delle potenze dominanti.” “La giustizia per la Palestina comincia da ognuno di noi, dallo sradicamento dell’idea dell’Apartheid, concetto pericoloso anche per gli stessi ebrei. Chiedere che la Palestina sia libera dal fiume al mare non significa cancellare Israele, ma riconoscere l’uguale diritto alla libertà di entrambi i popoli. Significa superare l’idea che gli israeliani non possano vivere in quella terra se non da colonizzatori.” Francesca Albanese ha poi toccato il tema del razzismo: “È un’oscenità il razzismo contro il popolo palestinese, questo diffuso non riconoscerli come esseri umani. La morte avvolge continuamente la loro immagine: scene atroci che tutti vediamo. È più facile trovare la morte che un bicchiere d’acqua. Uccidere bambini è un’atrocità disumana.” Ha ricordato come già in passato – dal Ruanda alla Serbia – si sia negato l’evidente genocidio, e come oggi ancora si neghi il genocidio nei Balcani. “La vera unicità del razzismo contro i palestinesi è la sua transnazionalità, che va oltre Israele. Migliaia di cittadini arabi vengono incarcerati per aver manifestato solidarietà con la causa palestinese. Sta accadendo oggi ciò che accadde nel passato con gli ebrei: si negava la deportazione, ma tutti sapevano. Il vero vulnus è girarsi dall’altra parte.” Ha poi affrontato il tema delle risoluzioni delle Nazioni Unite, spesso bloccate da interessi contrapposti, che hanno portato a un crescente isolamento e a una perdita di credibilità delle organizzazioni internazionali. La Corte Penale Internazionale, ha affermato, mostra come alcune potenze si siano ridotte a politiche di rifiuto della giurisdizione internazionale per difendere i propri interessi. Sul tema delle sanzioni mancate a Israele, ha aggiunto: “Chi si mette di traverso agli Stati Uniti? Nessuno. Eppure, con un po’ di coerenza, si sarebbero potute isolare le forze che stanno portando allo sfaldamento della comunità internazionale. È questione di matematica di base: l’ONU conta 191 membri, che se usassero la coerenza dei principi fondanti potrebbero rigettare questo approccio utilitaristico ai diritti.” Il suo appello, rivolto in particolare alle nuove generazioni ma anche a tutti noi, è stato chiaro: “Lavoriamo — tutti insieme — per creare un sistema che metta al centro il rispetto dell’Umanità e della Legge. ‘Al lavoro!’ ha esortato la giurista. Bisogna credere nell’Utopia: dal greco u-topos, ‘in qualche luogo’, da qualche parte. L’utopia resta lontana solo se resta chiusa dentro di noi. Se la condividiamo, se troviamo un denominatore comune, noi ce la possiamo fare. Proviamo a fondare una nuova civiltà etica. Me lo auguro, e ve lo auguro.” Ha concluso così Francesca Albanese. Al termine dell’incontro, numerose domande dal pubblico hanno animato un dibattito intenso e appassionato. Ha concluso Marotta, fedele custode della memoria dell’Istituto fondato da Gerardo Marotta, lanciando un appello accorato: “Ci troviamo su un piano inclinato. L’umanità sta avanzando sull’orlo di un baratro spaventoso. Non diamoci per scontati. È necessario esserci, tutti.” Gina Esposito
“Disunited Nations” a Napoli con Francesca Albanese. Gaza, le bombe, l’inverno
È inverno a Gaza. Fa freddo. Le bombe continuano a cadere, la popolazione civile vive senza riparo, senza acqua, senza cure, mentre l’assedio si stringe e ogni spazio di soccorso viene progressivamente chiuso. Le immagini di distruzione non appartengono al passato, ma al presente. Eppure, lontano da Gaza, nelle società che si definiscono civili, si continua a discutere delle parole. Si polemizza su cosa sia lecito dire, su quali termini siano accettabili, su come nominare ciò che sta accadendo. Genocidio, antisemitismo. Mentre lì si muore, qui si dibatte sul vocabolario. È in questo vuoto tra ciò che accade e ciò che viene detto che nasce l’urgenza di tornare a guardare i fatti. Di mostrare immagini reali. Di ascoltare chi prova a raccontare ciò che accade senza filtri. In questo spazio necessario si colloca il documentario Disunited Nations, presentato a Napoli al Cinema America Hall nell’ambito del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli. La serata napoletana del 4 gennaio non è stata un episodio isolato, ma parte di un breve e intenso percorso italiano che ha accompagnato l’uscita del film. Napoli ha rappresentato una tappa centrale di questo attraversamento, articolato in più momenti nella stessa giornata. Al mattino Francesca Albanese è stata ospite dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, nel pomeriggio a Scampia, al Gridas, in un incontro con le comunità territoriali, e in serata al cinema, per la proiezione e il dibattito pubblico. Un passaggio tra luoghi diversi, istituzionali e popolari, che restituisce il senso di un impegno che non resta confinato in spazi protetti. Il film, diretto da Christophe Cotteret, segue il lavoro di Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Occupati. Attraverso la sua voce, il documentario racconta ciò che accade in Palestina e a Gaza, ma anche le tensioni che attraversano le Nazioni Unite e il progressivo svuotamento del diritto internazionale di fronte ai rapporti di forza. Alla proiezione delle ore 21 è seguito un lungo incontro pubblico moderato da Maurizio Del Bufalo, coordinatore del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, da anni impegnato nella costruzione di un circuito culturale che utilizza il cinema come strumento di denuncia e controinformazione. Nel dialogo con il regista e con Albanese è emerso il senso profondo del titolo, volutamente provocatorio. Le Nazioni Unite sono nate per garantire la pace, ma oggi appaiono incapaci di fermare il massacro di una popolazione civile. Non si tratta solo della Palestina, ma di un fallimento più ampio dell’ordine internazionale e della sua capacità di tutelare i diritti fondamentali. Cotteret ha spiegato quanto fosse difficile racchiudere tutto questo in un film. La scelta di seguire Francesca Albanese nasce dal fatto che lei occupa una posizione unica, interna ed esterna alle Nazioni Unite allo stesso tempo. Attraverso la sua figura è stato possibile parlare di Gaza, ma anche di ciò che le Nazioni Unite possono e non riescono più a fare. Al centro del film c’è la parola genocidio, affiancata a immagini e volti reali, per sottrarre questa realtà a un linguaggio astratto e restituirla alla sua dimensione umana. Nel suo intervento, Albanese ha chiarito il senso del proprio ruolo. Non si tratta di protagonismo personale. Il film è un progetto del regista. La sua voce è diventata centrale perché, negli ultimi due anni, è stata chiamata a documentare e analizzare giuridicamente ciò che accade nei Territori Palestinesi Occupati. Un lavoro che l’ha costretta a raccogliere una mole enorme di prove, documenti e testimonianze. Ha raccontato quanto sia stato difficile ascoltare le storie di donne che hanno perso figli, talvolta intere famiglie, e quanto questo abbia inciso profondamente sulla sua vita personale. Durante il dibattito è tornata più volte una riflessione centrale. Questo non è il primo genocidio della storia recente, ma è forse il primo genocidio vissuto in tempo reale, attraverso i telefoni cellulari e le immagini che scorrono sui nostri schermi. Altri genocidi del Novecento appartengono oggi alla memoria storica e alla ricostruzione successiva dei fatti. Gaza, invece, si consuma sotto gli occhi del mondo. In questo contesto si inserisce anche la campagna di delegittimazione che ha colpito Francesca Albanese. È emersa con chiarezza la distanza tra la gravità delle accuse che le vengono rivolte e l’assenza di prove concrete a loro sostegno. L’accusa di antisemitismo viene evocata per spostare il dibattito dal merito dei fatti alla persona, confondendo deliberatamente la critica a uno Stato o a una politica con l’odio verso un popolo. Albanese ha ribadito che l’antisemitismo è una forma di razzismo da combattere senza ambiguità, ma non può essere usato per silenziare chi chiede il rispetto del diritto internazionale. Anche Amnesty International e altri organismi indipendenti hanno parlato di atti compatibili con la definizione di genocidio o di rischio concreto di genocidio. Durante la serata è emersa anche una dimensione più intima. Francesca Albanese non appare come una figura distante. È una donna disponibile, sorridente, capace di ascolto. Una di noi. Proprio questa prossimità rende ancora più violenti gli attacchi che la colpiscono. Il prezzo che paga non è solo politico, ma anche di genere. In un contesto segnato da un maschilismo ancora radicato, una donna autorevole, che non arretra e che nomina le cose per quello che sono, viene più facilmente esposta e delegittimata. Non si colpiscono solo le sue parole, ma la sua credibilità come donna. Ed è proprio questa combinazione di fermezza e umanità a renderla scomoda. Albanese non esercita il potere, lo interroga. Non grida, ma documenta. Una verità pronunciata con calma, sostenuta da prove, è più difficile da neutralizzare di qualsiasi slogan. Nel finale dell’incontro, Albanese ha insistito su un punto essenziale. Questo non è il momento di scoraggiarsi, ma di indignarsi. Le proteste servono. Servono ai palestinesi per non sentirsi soli, ma servono anche a chi protesta, perché restituiscono un senso di responsabilità collettiva. La responsabilità non può essere delegata solo agli Stati. Passa dalle scelte quotidiane, dall’informazione, dalla partecipazione civile. In questo senso, il cinema dei diritti umani continua a svolgere una funzione fondamentale. Non offre soluzioni semplici, ma apre spazi di consapevolezza. Non consola, ma interroga. Serate come quella di Napoli non fermano le bombe, ma contrastano l’assuefazione, rompono il silenzio, impediscono che la distanza diventi indifferenza. Continuare a sentire, a immaginare, a partecipare non è retorica. È l’unica possibilità che resta. Le fotografie che accompagnano l’articolo sono di Ludovico Brancaccio. Lucia Montanaro
Napoli, il 4 gennaio una giornata di incontri sui diritti umani nel solco del Festival del Cinema dei Diritti Umani
Cinema, diritto internazionale e territori Tre appuntamenti pubblici il 4 gennaio 2026 con Francesca Albanese e la proiezione del documentario “Disunited Nations” proseguono il percorso avviato dalla XVII edizione del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli. Domenica 4 gennaio 2026 Napoli ospiterà una giornata di appuntamenti pubblici dedicati ai diritti umani e al diritto internazionale, promossa nell’ambito delle attività sostenute dal Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli. Al centro della giornata, la presentazione del documentario Disunited Nations, che affronta il ruolo delle Nazioni Unite di fronte al genocidio in corso a Gaza. La giornata si articolerà in tre appuntamenti. Alle 10.30, Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Occupati, sarà ospite dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Nel pomeriggio, alle 15.00, a Scampia, è previsto un incontro pubblico con le comunità territoriali e dell’VIII Municipalità, organizzato dall’associazione “Chi rom… e chi no”. In serata, alle 18.30, presso il Cinema America Hall (via Tito Angelini 21, Napoli), è in programma la proiezione del documentario Disunited Nations, alla presenza di Francesca Albanese e del regista Christophe Cotteret. Il film segue il lavoro della Relatrice Speciale durante missioni, interventi pubblici e momenti di confronto istituzionale, restituendo uno sguardo dall’interno sulle tensioni che attraversano le Nazioni Unite e mettendo in evidenza le difficoltà di applicazione del diritto internazionale, insieme alle pressioni politiche che accompagnano il lavoro di tutela dei diritti umani. L’iniziativa del 4 gennaio si inserisce nel percorso tracciato dal Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, nato nel 2008 come iniziativa dell’Associazione Cinema e Diritti e giunto nel 2025 alla sua XVII edizione. Fin dalla sua nascita nel 2008, il Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli è stato guidato e coordinato da Maurizio Del Bufalo, presidente dell’Associazione Cinema e Diritti e figura centrale nella costruzione dell’identità culturale della rassegna. Sotto la sua guida, il Festival si è sviluppato come un progetto diffuso e partecipato, capace di coniugare cinema, attivismo e formazione, mantenendo nel tempo una forte coerenza tematica e un’attenzione costante ai territori, ai giovani e ai contesti sociali più fragili. Nel corso degli anni, il Festival si è affermato come una rassegna diffusa, capace di portare il dibattito sui diritti umani fuori dai circuiti culturali tradizionali, incontrando studenti, cittadini e comunità nei territori, nelle periferie e nei luoghi in cui il disagio e l’emarginazione sono più evidenti. L’edizione 2025, intitolata “Terre promesse, terre rubate, popoli senza pace”, ha attraversato le storie di popoli senza Stato, con particolare attenzione alle realtà palestinese, curda e sahrawi, raccontate attraverso film, incontri e momenti di confronto pubblico. Il concorso cinematografico ha proposto una selezione di cortometraggi, documentari e lungometraggi provenienti da diversi Paesi, valutati da giurie plurali: giurie esperte, giurie popolari e giurie giovanili, composte anche da studenti delle scuole medie e superiori, coinvolti direttamente nella visione e nella discussione delle opere. Accanto alle proiezioni, il Festival ha promosso dibattiti, installazioni artistiche e iniziative formative, contribuendo a costruire uno spazio di riflessione collettiva sui diritti umani, sulla pace e sulle responsabilità della comunità internazionale. Conclusasi ufficialmente nel mese di novembre 2025 con le premiazioni, la XVII edizione del Festival non esaurisce tuttavia il proprio percorso con la chiusura del concorso. La giornata del 4 gennaio rappresenta infatti un momento di continuità e approfondimento, che porta nel nuovo anno i temi affrontati dalla rassegna, rilanciando una riflessione urgente sui conflitti del presente e sul ruolo del diritto internazionale. Per assistere alla proiezione serale al Cinema America Hall è necessaria la prenotazione online (posti limitati): https://america.cinemadinapoli.18tickets.it/film/30341 Lucia Montanaro
Dove nasce Gesù? Dove eri tu?
Corteo a Napoli nella notte di Natale: un Gesù Bambino avvolto in una kefiah per denunciare la tragedia di Gaza e interrogare le coscienze. Napoli, 24 dicembre 2025. Nelle nostre case va in scena una liturgia stanca e distratta. Un Natale per inerzia: luci accese, alberi perfetti, tavole imbandite, televisori che coprono il silenzio. Un rito consumato senza corpo e senza ferite. Eppure Gesù, oggi, non nasce lì. Nasce tra le macerie e il fango di Gaza. A Napoli pioveva. Una pioggia insistente, fredda, che entrava nelle scarpe e non chiedeva permesso. Pioveva come piove a Gaza: senza riparo, senza pausa, senza la possibilità di asciugarsi. Sotto quella pioggia, nel quartiere Vomero, un corteo ha attraversato via Scarlatti e via Luca Giordano. Non una rappresentazione, non un presepe vivente per addolcire le coscienze. Un gesto netto. Un atto politico e umano. Un Gesù Bambino avvolto in una kefiah è stato portato in strada dal Comitato Pace e Disarmo – Campania insieme a Alex Zanotelli. È il secondo anno che accade. Abbastanza per dire che, mentre tutto invita alla distrazione, qualcuno sceglie la fedeltà alla realtà. Gaza non è una metafora. È un luogo devastato: decine di migliaia di civili uccisi, ospedali distrutti, strutture sanitarie ridotte a ciò che resta dopo un bombardamento. Le ONG ostacolate, i soccorsi rallentati, la vita resa impraticabile. E mentre Gaza viene annientata, la Cisgiordania continua a essere erosa dall’espansione dei coloni, fino a lambire Betlemme. Betlemme, proprio Betlemme: il luogo in cui la tradizione cristiana colloca la nascita di un Dio che sceglie di venire al mondo come scarto, come povero, come corpo vulnerabile. Al corteo hanno partecipato la Comunità Palestinese, la Rete Sociale No Box, il Presidio di Pace IoCiSto, i Sanitari per Gaza e molte persone senza sigle, senza ruoli, senza protezioni. Persone che non hanno parlato di Gaza, ma hanno camminato per Gaza. I Sanitari hanno denunciato la condizione drammatica delle poche strutture ospedaliere ancora operative e l’atteggiamento ostativo di Israele verso chi tenta di portare aiuti umanitari. Padre Zanotelli ha letto un messaggio arrivato dalla Palestina: parole di gratitudine per la solidarietà italiana, ma soprattutto un appello a non fermarsi. Continuare con le campagne BDS. Sostenere azioni nonviolente come la Flotilla. Disinvestire dalle banche armate. Fare. Non limitarsi a commentare. Non rifugiarsi in una spiritualità che consola senza assumere responsabilità. Il cristianesimo, quello che non tranquillizza, nasce qui. Non nella sicurezza delle nostre case riscaldate, ma dove un bambino non ha una culla, dove una madre non può proteggere, dove un padre non può promettere il futuro. Il Vangelo non è decorativo: disturba. Non anestetizza: smaschera. Se Dio nasce sotto le bombe, allora la neutralità diventa una menzogna. Gravi e inquietanti i tentativi legislativi che in Italia cercano di equiparare antisionismo e antisemitismo. Confondere la critica politica con l’odio razziale non tutela nessuno: serve solo a spegnere le parole, a rendere impronunciabile l’ingiustizia. Questo corteo non cercava consenso. Interrompeva la corsa ai regali, la liturgia del consumo, la pace fittizia del “non mi riguarda”. E poneva una domanda che il Natale tenta disperatamente di evitare: Se Gesù nasce oggi tra le macerie, tu dove eri? Il corteo si è concluso con l’auspicio di rilanciare nuove iniziative per una Palestina finalmente libera. Ma la domanda resta aperta, inchiodata nelle nostre case illuminate e distratte. Dove nasce Gesù? E soprattutto: dove eri tu? Stefania De Giovanni