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Giorgio Rossetto torna in carcere: l’accanimento contro chi lotta in Val di Susa non si ferma
Senza alcun preavviso, il 21 agosto i Carabinieri hanno prelevato lo storico attivista No Tav dalla sua abitazione di Bussoleno e lo hanno trasferito alle Vallette. Revocata la misura alternativa per non meglio precisate violazioni delle prescrizioni. Il Movimento denuncia l’ennesimo capitolo di una persecuzione giudiziaria che da anni colpisce Giorgio e l’intera resistenza alla Torino-Lione. Giorgio Rossetto è di nuovo in carcere. Nella serata del 21 agosto, senza alcuna avvisaglia, i Carabinieri di Susa lo hanno prelevato dalla sua dimora sopra la Credenza di Bussoleno e trasferito nella casa circondariale Lorusso e Cutugno, le Vallette di Torino. A darne notizia è NoTav.info. A determinare il ritorno in carcere sarebbe stata la revoca della misura alternativa concessa dal Tribunale di Sorveglianza, a seguito di violazioni delle prescrizioni che, al momento, non risultano meglio specificate. È l’ennesimo capitolo di una vicenda giudiziaria che accompagna Rossetto da anni e che difficilmente può essere separata dalla sua storia politica e dalla lunga repressione che ha investito il Movimento No Tav. Giorgio avrebbe dovuto terminare in autunno la pena che stava scontando ai domiciliari. Il suo percorso detentivo era cominciato nel gennaio 2025 per alcune condanne definitive relative a episodi della lunga lotta contro la Torino-Lione: lo sgombero della Maddalena del 2011, la costruzione della baita in Clarea nel 2010 e una marcia No Tav del 2019. Già lo scorso febbraio le condizioni della detenzione erano state pesantemente aggravate dopo un’intervista concessa a Radio Onda d’Urto nella quale Rossetto aveva parlato dello sgombero di Askatasuna. Per avere espresso pubblicamente le proprie opinioni gli erano stati imposti il divieto di comunicazione e la riduzione a una sola ora del tempo consentito fuori dall’abitazione. Poi, a marzo, proprio quando avrebbe dovuto terminare quel periodo di detenzione, era arrivato un nuovo provvedimento. La dichiarazione di inammissibilità di un ricorso in Cassazione aveva determinato l’esecuzione di un’ulteriore pena di otto mesi. Giorgio era rimasto così ai domiciliari e avrebbe dovuto concludere la detenzione nell’autunno di quest’anno. Ora arriva invece il ritorno alle Vallette. Non siamo davanti a un episodio isolato. È difficile leggere questa decisione senza inserirla nella lunga storia di repressione giudiziaria che ha accompagnato la lotta No Tav. Migliaia di denunce, processi, condanne, fogli di via, misure cautelari e preventive hanno trasformato negli anni la Val di Susa in un laboratorio nel quale sperimentare strumenti di controllo del conflitto sociale successivamente estesi ad altri movimenti. La stessa estate 2026 ne offre una rappresentazione impressionante. Durante il Festival Alta Felicità e la manifestazione contro i cantieri della Torino-Lione sono state identificate migliaia di persone, anche attraverso riprese fotografiche e video che l’avvocato Gianluca Vitale ha denunciato come potenzialmente riconducibili a una vera e propria «schedatura di massa». Fogli di via, Daspo urbani, respingimenti alla frontiera e provvedimenti di allontanamento hanno preceduto e accompagnato la mobilitazione. E nelle Vallette si trovano tuttora anche i due ventenni tedeschi arrestati in flagranza differita dopo la giornata di lotta ai cantieri, per i quali il giudice ha confermato la custodia cautelare in carcere. È dentro questo scenario che il ritorno in carcere di Giorgio assume un significato che va oltre la sua vicenda personale. Colpire ripetutamente un militante conosciuto del Movimento significa anche inviare un messaggio a una comunità resistente che da oltre trent’anni continua a opporsi a una grande opera imposta attraverso militarizzazione del territorio, cantieri trasformati in fortini e un apparato repressivo divenuto strutturale. Lo aveva detto con estrema chiarezza Nicoletta Dosio già a marzo, quando era arrivato l’ennesimo prolungamento della detenzione: «È una persecuzione che ormai dura da tempo, che dura da anni, nei confronti di Giorgio ma anche nei confronti di tutto il Movimento No Tav». Quella denuncia oggi acquista ancora maggiore forza. Perché il punto non è costruire una figura eccezionale intorno a Giorgio Rossetto. È esattamente il contrario. La sua storia giudiziaria è parte della storia collettiva della Val di Susa: una storia fatta di persone trascinate per anni nei tribunali per blocchi, cortei, iniziative ai cantieri e pratiche di resistenza contro un’opera contestata da una parte consistente del territorio. Il carcere diventa così uno degli strumenti attraverso cui governare un conflitto politico che non si è riusciti a chiudere in oltre trent’anni. La sproporzione tra repressione e conflitto sociale è precisamente ciò che rende la Val di Susa un caso paradigmatico. Quando una mobilitazione sopravvive per decenni a governi di ogni colore, cantieri militarizzati, processi e migliaia di procedimenti giudiziari, la risposta dello Stato tende progressivamente a spostarsi dal terreno politico a quello penale. Non si riesce a eliminare il conflitto e allora si cerca di aumentarne continuamente il costo individuale. È il meccanismo del diritto penale del nemico denunciato più volte dagli attivisti No Tav: non soltanto sanzionare una determinata condotta, ma sottoporre alcune persone a un controllo permanente in ragione della loro storia, delle loro relazioni e della loro persistente appartenenza a un movimento considerato irriducibile. Ed è proprio questa persistenza che la repressione non è riuscita a cancellare. «Continueremo a fare sentire a Giorgio e all* compagn* tedesch* a cui è stato confermato il carcere la nostra vicinanza e solidarietà, in Valsusa come in città, nelle piazze come nei sentieri», scrive il Movimento No Tav. Perché la storia di Giorgio Rossetto non appartiene soltanto a Giorgio. Appartiene alle migliaia di persone che in questi decenni hanno attraversato i sentieri della Clarea, costruito barricate, partecipato alle marce, difeso i presidi e continuato a contestare la Torino-Lione. Le porte delle Vallette possono rinchiudere ancora una volta un uomo. Non possono rinchiudere una lotta che da più di trent’anni continua a tornare sui sentieri della valle. Giorgio libero subito. Liber tutt.** Osservatorio Repressione
August 25, 2026
Pressenza
Rete Ambientalista: “Violenza chiama violenza”
Lo Stato non ha chiesto alla popolazione della Valsusa se era d’accordo con il Tav. Anzi, è andato avanti quando essa ha manifestato che non era d’accordo: con solidi argomenti, apertamente, massicciamente, pacificamente. Anzi, lo Stato ha imposto il Tav con la violenza, ha militarizzato il territorio, addirittura con l’esercito, come in guerra: le zone rosse, i decreti sicurezza, l’innalzamento delle reti. C’è ora da stupirsi se alla violenza stanno rispondendo con la violenza? Quale sarà la spirale della violenza? Sempre più militari, minoranze sempre più disperate. Una soluzione c’è: chiudere un’opera che non ha mai avuto senso. A fine anni ’80 Tangentopoli progettò la follia del treno ad alta velocità (Tav) da Lione a Torino, come non bastasse che i passeggeri viaggiassero già sul Tgv e le merci sulla Torino-Modane, sotto il vecchio traforo del Frejus. La follia del capitale giustificava con la previsione di un aumento vertiginoso del traffico merci e passeggeri fra Italia e Francia negli anni Duemila, anzi di un Tav che andava dal Portogallo all’Ucraina. Gli avvenimenti di questi trenta anni possono giustificare la prosecuzione di questa follia? Che ha ingoiato miliardi su miliardi senza che le sia riuscito di scavare un centimetro del “tunnel di base”: tutti sanno che non si farà mai, non ci sono soldi, ai francesi non frega nulla. Una follia inutile (utile solo a capitale e politica) e dannosa e violenta. A questa follia di costi senza benefici si ribellò, si sta ribellando la popolazione della Val Susa già sfregiata dalla vecchia ferrovia Torino-Lione, dall’autostrada A32 e da due statali, con infiltrazioni tangentizie e ’ndranghetiste. Per oltre trenta anni si sta opponendo il Movimento No Tav, il più appassionato e partecipato dei movimenti democratici dal basso: cittadini di ogni età, ceto, censo e professione, sindaci e assessori, religiosi, scienziati, riuniti in cortei, manifestazioni e feste per difendere la salute e l’ambiente. No Tav è la bandiera di tutti i Movimenti italiani. A questa follia neppure oggi si oppone la politica, perché il Tav è una mangiatoia: partita da 5 miliardi e ora verso i 25. Nessun partito ha in programma di disdire il trattato italo-francese. Neppure i Cinquestelle, che con il governo Conte 1 persero fino all’ultimo voto in Valsusa. Ma tutti i partiti, e i loro media, ignorando per l’ennesima volta 20.000 manifestanti, non vanno oltre alla condanna della violenza per gli scontri e le devastazioni esibite sulle TV, fino a criminalizzare l’intero Movimento No Tav. Il quale non prende le distanze ma rivendica tutte forme di protesta: “Reagiamo alla devastazione che ci viene inflitta. Un popolo che si difende dalla violenza dei governi è un popolo che spera ancora di potersi liberare”. A caccia di ogni dissenso, Meloni corre a mostrare il pugno duro e manganello cercando di anticipare Vannacci, ovviamente non contro gli incappucciati ma identificando illegalmente campeggiatori e viaggiatori. L’opposizione, accovacciata sulla mina sicurezza tra distinguo bellicisti e imbarazzi securitari, “giù le mani dalla Valsusa” non lo chiede al governo Meloni né al governo che intenderebbe instaurare (con ben pochi voti in Valsusa, e non solo). Rete Ambientalista – Movimenti di Lotta per la Salute, l’Ambiente, la Pace e la Nonviolenza Redazione Italia
July 30, 2026
Pressenza
Siamo tutt* Black Bloc*
Un weekend di lotte, dibattiti e musica nella Val di Susa, laboratorio di resistenza Come ogni anno da dieci anni, l’Alta Felicita Festival si è svolto a Venaus, nella Val …
Festival Alta Felicità – Decima edizione – Si parte e si torna tutt3 assieme
Raccontare il Festival dell’Alta Felicità è sempre un’impresa ardua e ogni volta temo di non essere in grado, di non essere capace di raccontare l’immensità di quei 3 giorni. Perché il Festival è da sempre un’immersione pluridimensionale che ti colpisce per le sue innumerevoli sfaccettature, in cui i sensi sono costantemente sollecitati da un caleidoscopio di emozioni e suggestioni. C’è la bellezza dell’essere nel cuore verde della montagna, quella piana difesa e riconquistata 21 anni fa (anche allora con la determinazione dei corpi che abbattevano le reti), e poi lo stupore di vedere quanta gioventù la attraversa, con accenti, capigliature e abbigliamenti diversi, ma tutti e tutte con meravigliosi sorrisi stampati in faccia. La felicità comincia da qui. I dibattiti partono susseguendosi dalle 10 di mattina alle 5 del pomeriggio e sono sempre affollatissimi, che si parli di Palestina, Albania, diritti dei disabili o degli animali, di guerra e tecnologie, lavoro, cambiamento climatico … che si presenti un libro che parla di speranza. Giovan3 e giovanissim3 ascoltano, prendono appunti, fanno domande, dibattono. Nel frattempo, esperienze diverse si confrontano e interagiscono, ognuno tornerà a casa con maggiori conoscenze e qualche libro nello zaino. Perché qui i libri si vendono, non solo le magliette. E la sera la musica si trasforma in vera festa, i corpi diventano un unico corpo danzante: tre serate di concerto, 31 gli artisti che si sono dati il cambio sul palco fino a notte fonda. E anche dal palco risuonano i messaggi di quel mondo diverso che vorremmo vedere: vorremmo vedere la Palestina libera, la Valsusa libera, gli Antifa liberi, le donne libere di andare dove vogliono e la polizia a fare qualsiasi altro lavoro … Gli artisti sono orgogliosi di essere qui e di contribuire con le loro note alla lotta di questa valle. Sabato è il giorno della marcia. Questo sabato del decimo anno è già nel tritacarne mediatico con le sue immagini del cantiere assaltato e “devastato”, delle camionette in fiamme, con la notizia dei poliziotti feriti: 60, no 110, forse 140 (dipende dalle testate giornalistiche). E assieme a immagini, numeri e condanne istituzionali si sprecano le ipotesi di chi era veramente nascosto sotto i cappucci neri e di quale distanza abbia dai “veri valsusini” Proviamo allora a farne un racconto da uno dei moltissimi punti di vista di quella giornata L’immenso corteo si incammina verso i cantieri, saremo almeno 20.000, il colpo d’occhio dalla salita è impressionante. Mentre ci si incammina una signora non più giovane esce dalle cucine che sfornano pasti a tutte le ore e porge ai manifestanti un cesto di limoni tagliati, è un gesto che unisce e tiene insieme tutto: noi in fondo non sappiamo bene dove stiamo andando e cosa succederà, al bivio ognuno di noi dovrà scegliere se salire sui sentieri verso il cantiere di Chiomonte o scendere col treno verso il cantiere di san Didero, poi chissà cosa ci aspetta. Ma lei sa già! Lo sa da più di 30 anni, che ci aspettano i gas lacrimogeni e con quel cesto ci porge la sua protezione e la sua partecipazione “si parte e si torna tutt3 assieme” (e non importa se sono più di 20anni che dai gas lacrimogeni ci si protegge con sistemi ben più efficaci di una fetta di limone). Quest’anno il serpentone più numeroso si dirige verso Chiomonte, un centinaio di noi sceglie invece di andare a San Didero. Come spesso accade anche il corteo è composto da soggettività diverse che sanno stare assieme: c’è chi è travisato, perché andrà a fare azioni impegnative e considerate illegali, c’è chi è in infradito e senza protezioni perché sta esprimendo la propria partecipazione e solidarietà con la semplice presenza “si parte e si torna tutt3 assieme”. A San Didero la situazione si fa subito complicata: mentre i ragazzi si dirigono alle reti per compiere le loro azioni di disturbo, decine e decine di camionette della polizia giungono alle spalle del corteo e un gran numero di reparti celere ne scende in assetto da battaglia. Le persone che non sono abituate ad affrontare queste situazioni entrano nel panico, ma qualche anziano più esperto porta tutti in zona di sicurezza, richiama alla calma e rassicura. Quando l’azione di disturbo finisce, immersa in una marea di gas lacrimogeni, i manifestanti si ricongiungono alla stazione. Tutti e tutte stanno bene, si può rientrare. Solo che la polizia non si accontenta di averci scacciato e invade la stazione in modo minaccioso, vola qualche manganellata finché la maggior parte si ritrova bloccata tra muri e polizia, solo un gruppetto riesce ad allontanarsi verso una via di fuga ma non si allontana finché non è chiaro cosa succederà a tutti gli altri “si parte e si torna tutt3 assieme”. Dopo ore di telefonate e trattative chi può si allontana attraverso i prati, gli altri verranno tutti identificati e schedati. Inizia il lungo lavoro delle retrovie per riportare tutti e tutte a casa in sicurezza, la catena di solidarietà valligiana è discreta e silenziosa ma estremamente efficace: innocui passanti in bicicletta in realtà stanno tenendo d’occhio i movimenti delle forze dell’ordine, contadini indicano i passaggi nei campi, file di auto si inerpicano per le stradine secondarie per andare a recuperare gruppi di manifestanti che faticano a rientrare. Fino a tarda a notte, fino all’ultimo manifestante, la catena di solidarietà agisce discreta e silenziosa. Senza distinzione tra valligiani e black block, tra anziani e giovani, tra valsusini e stranieri, perché qui “si parte e si torna tutt3 assieme” per contrastare un sistema di devastazione economica ed ambientale. Ed è questo l’ideale che tiene insieme tutti. Quando al festival arrivano le notizie da Chiomonte inizia a girare un’aria da “ce l’abbiamo fatta! Finalmente siamo riusciti ad entrare in quel maledetto cantiere”. Erano 15 anni che ci si provava. Il giorno dopo interroghiamo i veri anziani che da più di 30 anni si oppongono alla devastazione di questo territorio: hanno gli occhi lucidi dall’emozione di una vittoria che aspettavano da anni, ma non solo, adesso sono sicuri che qualcuno ha preso saldamente in mano la loro lotta e che il testimone è passato di mano in mano. E i loro occhi sprizzano felicità. Chiudono il cerchio di queste giornate le parole di Nicoletta Dosio che in un lunedì funestato da polemiche e ingenti controlli di polizia dichiara “Noi ci difendiamo dalla devastazione. Non c’è da prendere nessuna distanza, noi, sia in presenza, sia col cuore, c’eravamo tutti. E tutti rivendichiamo quello che è capitato” Mamme in piazza per la libertà di dissenso
July 28, 2026
Pressenza
Conferenza stampa del Movimento No Tav: “C’eravamo, ci siamo e ci saremo”
Pubblichiamo il comunicato del Movimento No TAV, diramato ieri sul loro sito a termine della Conferenza stampa, convocata “in seguito ai posti di blocco istituiti nella mattinata[ndr] a conclusione del Festival Alta Felicità”: una vasta porzione territoriale di Valsusa sembra essere stata “perimetrata”. Scrivono i NoTav: “A controllare ogni via d’accesso a Venaus, forze dell’ordine e Digos di Torino che non permettevano alle persone di defluire verso Susa”. Tutto ciò è avvenuto – dicono – “in continuità con gli scorsi giorni che hanno visto massicci blocchi e identificazioni sovradimensionati, oltre all’episodio a conclusione della marcia a San Didero, momento in cui centinaia di manifestanti sono stati circondati, fermati e identificati alla stazione di Bruzolo.”_ Il primo intervento ha visto Nicoletta Dosio rimarcare la felicità di lottare insieme in difesa del proprio territorio contro il modello di vita che questo treno porta con sé, basato sulla guerra agli esseri umani e alla natura. La storia del Movimento No Tav è fatta di resistenza popolare che ha legato a sé altre realtà e altre resistenze. Continuare a opporsi significa dare a tutti la speranza e la possibilità di poter vincere difendendo questa terra devastata dagli interessi del capitale che nega il futuro per tutti. Nicoletta ha proseguito rimarcando la partecipazione trasversale alla marcia popolare di sabato scorso sottolineando che la resistenza del Movimento No Tav continua a dare speranza a tanti: “Abbiamo praticato il diritto alla difesa anche sui cantieri, ma ci viene imputata la devastazione del cantiere di Chiomonte: ebbene la devastazione noi l’abbiamo trovata giorno dopo giorno su questo territorio e il vero dire no è dire no a quella devastazione”. Continua sottolineando che la bellezza di una Valle è stata trasformata in un deserto e il deserto che vorrebbero è anche economico e sociale oltre che ambientale. La grande opera doveva essere una linea passeggeri, poi una linea per le merci, mentre oggi secondo i suoi promotori è sempre più necessaria. Questo perché un’opera del genere deve diventare “strumento per trasportare armi e eserciti. Ma noi siamo contro la guerra. Noi diciamo no a questi disegni dell’Europa di Maastricht della Nato.” E’ seguito l’intervento di Guido, sempre per il Movimento No Tav. Dal racconto dei media viene dipinto il corteo di sabato attraverso presunte distinzioni tra buoni e cattivi ma, ribadisce “é una storia vecchia: lo abbiamo detto dopo il G8 di Genova e lo abbiamo ricordato nel 2011 dopo l’assedio di Chiomonte, scrivendolo su uno striscione – Siamo tutti Black Block”. Guido cita l’editoriale di Sorgi apparso su “La Stampa” di ieri, dove viene addirittura ammesso che la linea ad Alta Velocità è inutile: “Forse è ora che ricominciamo a ripensare a quest’opera perché le prove che non serve a niente le abbiamo da anni; la necessità di continuare è conseguenza delle lobby che spingono per guadagnarci nonostante sia evidente che neanche l’Unione Europea sia più in grado di sostenere la costruzione dell’opera nonostante le promesse fatte”. Franco, consigliere di minoranza di Giaglione, sottolinea come “il nostro territorio sia fortemente interessato dal cantiere e sia uno dei Comuni della Valsusa ad avere preso le compensazioni” e ribadisce il paradosso per cui, da un lato viene tolta l’acqua bucando la montagna e, dall’altro, si costruiscono opere idrauliche. “In questa valle le forze dell’ordine non sono qui per difendere le persone – come vorrebbero far credere – ma per difendere la devastazione”. Conclude con una battuta sulla visita di questa mattina di Meloni e Piantedosi al cantiere di Chiomonte “Certo proviamo un po’ di fastidio per la loro presenza qui, ma questo significa che l’avversario è debole. Questi giorni sono un grande risultato per noi data la grande partecipazione al Festival e alle iniziative chiamare dal Movimento No Tav contro i cantieri, quindi continueremo così”. Anche i giovani No Tav prendono parola. Matilde afferma: “Eravamo tutti e tutte in corteo e una grande parte erano giovani e giovanissimi. Questa lotta è ancora giovane e vogliamo opporci a questa opera che ci toglie spazi e risorse. Si è parlato di violenza, ma la violenza è quella che noi da trent’anni subiamo con la militarizzazione che anche oggi viene riproposta con i blocchi di questa mattina per uscire da Venaus. L’ennesima prova di forza del governo per intimidire ulteriormente, per colpire e criminalizzare i giovani che subiscono repressione nei movimenti sociali ma che, nonostante ciò, alzano la testa. Siamo nati in questa valle e sappiamo cosa significa vivere in questo territorio devastato con sempre nuovi cantieri. Anche noi siamo parte della resistenza”. “Sembriamo un po’ arrabbiati, invece siamo felici perché la lotta rende giovani.” Con queste parole di Nicoletta si conclude la conferenza stampa. Redazione Italia
July 28, 2026
Pressenza