Tag - remigrazione

Remigrazione, deportazioni e razza negli Stati Uniti di Trump. L’incessante lotta del capitale contro la libertà – di Marco Antonio Pirrone
Invisibile e crudele, nel silenzio complice di buona parte della sinistra italiana e internazionale, la remigrazione[1] — termine proposto e rilanciato dai movimenti della destra internazionale ed europea[2], dalla più moderata a quella estrema di stampo neofascista e neonazista, ma che si sta diffondendo sempre di più anche nel linguaggio politico istituzionale — negli [...]
September 4, 2026
Effimera
Quale patrimonio culturale cristiano rivendicano le due premier europee, l’italiana Giorgia Meloni e la danese Mette Frederiksen?
Nel messaggio congiunto, pubblicato sui rispettivi profili social, la premier italiana Giorgia Meloni e la premier danese, Mette Frederiksen, pur appartenenti a formazioni politiche storicamente distanti – destra/estrema destra, la Meloni; socialdemocratica, la Frederiksen – puntano il dito sul pericolo imminente di un’invasione dell’islam tramite i flussi migratori dai paesi dell’Asia Occidentale (Medio Oriente), del Magreb e dell’Africa subsahariana. Esprimono così la loro visione di un’Europa roccaforte che desiderano difendere: «…siamo unite dal nostro desiderio di difendere l’Europa». Le due premier, dunque, individuano il pericolo mortale per l’Europa non in una invasione di eserciti armati di tutto punto, ma nella «immigrazione incontrollata», alla quale rispondono promuovendo «una politica migratoria rigorosa». Le due signore definiscono “illegale” l’immigrazione che, fino a poco tempo era definita, irregolare, per cui le persone migranti diventano automaticamente “migranti illegali”, anche se provengono da Paesi in guerra, fuggono da carestie, o semplicemente desiderano espatriare per migliorare le loro condizioni di vita. Dimenticano che il diritto di emigrare è sancito dalla Dichiarazione ONU dei Diritti umani. Tutto il discorso è basato sulla criminalizzazione dei migranti, sugli «impatti negativi dell’immigrazione illegale sulle nostre società: aumento dei tassi di criminalità, crescente pressione sui servizi pubblici ed erosione della fiducia dei cittadini. È particolarmente grave quando migranti illegali, privi del diritto di rimanere nelle nostre Nazioni, commettono crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali». Affermazioni apodittiche, almeno per l’Italia, smentite da inchieste e statistiche sull’aumento della criminalità, in un Paese che della criminalità organizzata è il capofila (vedi mafia, ndrangheta e camorra). Inoltre la «pressione crescente sui servizi pubblici» non tiene conto di quanto l’immigrazione abbia contribuito a tenere scuole aperte, cantieri attivi, campi lavorati e prodotti agricoli che troviamo nei supermercati. L’erosione poi della fiducia dei cittadini, più che dalla realtà è prodotta dalla percezione indotta da una narrazione xenofoba e islamofobica spalmata dai media dei partiti di destra e estrema destra in ogni occasione. La soluzione prospettata è la “remigrazione”, nella fattispecie la realizzazione di «centri di rimpatrio in Paesi terzi», fuori dall’Europa. La realizzazione fallimentare del Centro per il rimpatrio in Albania, evidentemente non ha insegnato niente. La negazione dei diritti umani nei CPR italiani è sotto gli occhi di tutti, con situazioni di precarietà per mancanza di cure mediche, di cibo scarso e spesso avariato, di alloggi inadeguati e sovraffollati, con frequenti episodi di autolesionismo e suicidi indotti. I CPR sono stati definiti lager e, per questa ragione, dovrebbero essere chiusi e non esportati in altre nazioni. Ma il punto che mi preme mettere in evidenza è questo: le due leader presentano il loro programma come difesa e riproposizione di valori “cristiani”, dunque ancorato alle “radici cristiane” dell’Europa. Ecco quanto affermano: «Il rispetto delle nostre leggi deve andare di pari passo con il rispetto dei valori europei. Ciò vale per i migranti illegali, ma anche per i milioni di cittadini stranieri che vivono legalmente nelle nostre Nazioni e in tutta Europa. Entrambe siamo orgogliose del patrimonio culturale cristiano dell’Europa e vogliamo proteggerlo». E quale sarebbe questo “patrimonio culturale cristiano”? E il Vangelo di Gesù, dove lo mettiamo? La buona novella annunciata ai poveri della liberazione dalla miseria, agli incarcerati dalle prigioni, agli ammalati dalla malattia, agli stranieri di essere accolti e non respinti? Che possiamo dirci ancora cristiani – come affermava Benedetto Croce – è oggi abbastanza discutibile. Che poi si spacci per cristiano ciò che è il capovolgimento del messaggio evangelico, mi rende abbastanza inquieto. Per questo motivo, le chiese cristiane, che oltretutto hanno fatto passi importanti a livello ecumenico e interreligioso, hanno preso posizione e devono continuare a farlo, ancora con più convinzione, contro questa deriva. Sono molto d’accordo con quanto affermato da Fulvio Ferrario, teologo valdese, in un recente post su Facebook: «Certo, Gesù Cristo non è un marchio di proprietà delle chiese, però è un nome rispetto al quale le chiese hanno responsabilità: una di esse consiste nel dire che è profondamente ingiusto utilizzarlo, insieme a sostantivi e aggettivi derivati (cristianesimo, cristiani) per propinare ideologie disumanizzanti. […] le chiese sono impegnate da decenni sul fronte opposto, non in nome del «patrimonio culturale cristiano», bensì di Gesù. Il partito trasversale della remigrazione, però, lasci almeno in pace il cristianesimo, che, con tutta la sua storia carica di tragedie e tradimenti, un rapporto con Gesù, e con le persone con le quali lui si identificava, cerca comunque di mantenerlo».         Pierpaolo Loi
August 13, 2026
Pressenza
La “remigrazione” spiegata ai deficienti
L’uomo che vedete nell’immagine si chiama John Gannon. Ha 75 anni, è un imprenditore texano, repubblicano da una vita e alle ultime elezioni ha votato Donald Trump. Convintamente. Perché voleva il pugno duro sull’immigrazione. Voleva che Trump prendesse i criminali e li cacciasse dagli Stati Uniti. Poi, come spesso accade […] L'articolo La “remigrazione” spiegata ai deficienti su Contropiano.
August 13, 2026
Contropiano
La reale natura finanziaria e capitalista della “remigrazione”
Ricevo da un nostro compagno questa riflessione, approfondita e documentata, sulla reale natura finanziaria e capitalistica, del progetto di “Remigrazione” sbandierato falsamente a destra, e non solo purtroppo, come una risposta politica spontanea ad una difficoltà sociale propria dei paesi ad economia liberista. Si capisce bene da questa riflessione perché […] L'articolo La reale natura finanziaria e capitalista della “remigrazione” su Contropiano.
August 9, 2026
Contropiano
Mondiali di calcio e diaspora: oltre l’ossessione per la differenza
Nelle scorse settimane, seguendo il Campionato Mondiale di calcio, mi sono accorto che passavo quasi più tempo a leggere i giornali, i commenti sui social e le polemiche che a guardare le partite. Non certo perché il calcio mi interessi meno: mi sembrava però che il vero spettacolo si giocasse […] L'articolo Mondiali di calcio e diaspora: oltre l’ossessione per la differenza su Contropiano.
July 28, 2026
Contropiano
La realtà che Vannacci, Cazzullo e i ‘rossobruni’ non raccontano
Dal blocco navale, ai centri di detenzione, alla remigrazione degli stranieri, la propaganda anti-immigrati si fa sempre più aggressiva. Le destre estreme vengono premiate e creano egemonia: anche i partiti moderati le inseguono e i governi le assecondano. In questo difficile scenario, c’è un intellettuale che sostiene una tesi controcorrente. […] L'articolo La realtà che Vannacci, Cazzullo e i ‘rossobruni’ non raccontano su Contropiano.
July 5, 2026
Contropiano
L’ipocrisia dell’Unione europea a proposito di Afghanistan
Mentre continua a proclamarsi campione dei diritti umani, l’Unione europea ha compiuto uno dei passi più controversi degli ultimi anni: accogliere una delegazione talebana nel cuore dell’Europa per discutere di rimpatri, migrazione e cooperazione consolare. Una scelta che rischia di trasformare la Realpolitik europea in una resa alle richieste del regime. Il 23 giugno una delegazione di cinque rappresentanti talebani, guidata dal portavoce del ministero degli Esteri Abdul Qahar Balkhi, è stata ricevuta a Bruxelles per colloqui definiti ufficialmente “tecnici”. Secondo la Commissione europea, l’obiettivo era discutere il rimpatrio dei cittadini afghani privi del diritto di soggiorno nell’UE. La versione dei Talebani, però, parla di ripristino dei servizi consolari, misure di fiducia reciproca e nuove forme di cooperazione. Non semplici procedure amministrative, dunque, ma un dialogo con un’evidente dimensione politica. Ed è proprio qui che emerge la contraddizione europea. Per anni Bruxelles ha sostenuto che qualsiasi forma di normalizzazione con il regime sarebbe stata subordinata al rispetto dei diritti umani, alla tutela delle donne e alla formazione di un governo inclusivo. Nessuna di queste condizioni è stata soddisfatta. Dal ritorno al potere nell’agosto 2021 i Talebani hanno progressivamente cancellato i diritti delle donne, instaurando un sistema che la stessa Unione europea definisce ormai apertamente un apartheid di genere. Eppure oggi sceglie di aprire un canale di interlocuzione con quel medesimo regime. La parlamentare europea Hannah Neumann è stata tra le voci più critiche: non esistono colloqui “tecnici” con i Talebani. Ogni invito, ogni visto, ogni incontro ufficiale costituisce un segnale politico. E il segnale inviato è che il regime può accedere alle istituzioni europee senza aver modificato di una virgola le proprie politiche repressive. Per Kabul l’obiettivo non è soltanto ottenere accordi amministrativi, ma conquistare legittimità internazionale. Dopo quasi cinque anni di isolamento, essere ricevuti a Bruxelles rappresenta un risultato politico e propagandistico di enorme valore. Le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato questo rischio. Amnesty International ha definito “sconsiderata” la prospettiva di costruire accordi sui rimpatri con un regime responsabile di violazioni sistematiche dei diritti fondamentali. Anche un gruppo di eurodeputati, ex parlamentari afghani e attivisti ha ricordato che i Talebani non hanno rispettato nessuno dei criteri fissati dall’UE per avviare relazioni ufficiali, avvertendo che la cooperazione sui rimpatri potrebbe trasformarsi in uno scambio tra concessioni diplomatiche e controllo dei flussi migratori. La questione appare ancora più problematica se si considera che le Nazioni Unite continuano a documentare arresti arbitrari, torture, sparizioni forzate e persecuzioni in Afghanistan. Il relatore speciale dell’ONU Richard Bennett ha ricordato che il principio di non-respingimento vieta il trasferimento di persone verso Paesi nei quali esiste un rischio concreto di persecuzione o tortura e che nessuna garanzia offerta dalle autorità talebane può essere considerata sufficiente. Eppure, mentre l’ONU ribadisce questi principi, l’Unione europea ha approvato un nuovo regolamento che rende più rapide e uniformi le procedure di rimpatrio dei migranti irregolari. Come può Bruxelles sostenere che l’Afghanistan sia troppo pericoloso per riconoscere il governo talebano, ma abbastanza sicuro da rimpatriarvi migliaia di persone? Dietro questa contraddizione pesa la crescente pressione politica interna sul tema dell’immigrazione. Per aumentare i rimpatri dei richiedenti asilo respinti, i Talebani vengono progressivamente trasformati da paria internazionali a interlocutori necessari. Bruxelles continua a sostenere che questi contatti non equivalgano a un riconoscimento formale. Tecnicamente è vero. Politicamente molto meno. Nella diplomazia internazionale i simboli contano quanto gli atti ufficiali e ricevere rappresentanti di un regime accusato di repressione sistematica significa attribuirgli una legittimità che va oltre le formule giuridiche. Come ha affermato Richard Bennett, l’incontro di Bruxelles rappresenta “un insulto alle donne afghane”. Mentre milioni di donne e ragazze restano escluse dall’istruzione, dal lavoro e dalla vita pubblica, i loro oppressori vengono ricevuti nelle istituzioni europee come interlocutori. Più che un incontro tecnico, è il simbolo di una comunità internazionale che rischia di abituarsi all’apartheid di genere imposto dai Talebani e di considerarlo un fatto compiuto anziché una violazione da contrastare. CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
July 4, 2026
Pressenza