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Iran: la voce dei cristiani iraniani e l’aggressione
In questo secondo, dopo il precedente articolo sulla posizione degli ebrei iraniani, Enrico Vigna documenta la posizione e situazione delle varie comunità cristiane, che sono garantite e protette nella Costituzione del paese e si sono tutte espresse in modo chiaro e netto contro l’aggressione e per soluzioni diplomatiche di tutte le problematiche.   Le chiese cristiane dell’Iran hanno condannato le affermazioni, funzionali alla logica dell’interventismo bellico, da parte dei funzionari statunitensi sulla situazione delle minoranze religiose nella Repubblica islamica, invitando Washington a essere più preoccupata per il proprio sventurato record di diritti umani negati in patria e all’estero, invece di spargere lacrime di coccodrillo per altri. In una dichiarazione rilasciata subito dopo l’inizio dell’aggressione e dei bombardamenti sul paese, le chiese cristiane iraniane hanno denunciato: “…respingiamo le accuse statunitensi di violazioni dei diritti contro le minoranze religiose in Iran, riaffermiamo che tutte le religioni divine nel paese hanno i loro rappresentanti al parlamento iraniano (Majlis), che godono di uguali diritti con i colleghi legislatori. All’interno dell’establishment islamico, le chiese si sentono libere di tenere cerimonie religiose e festival culturali, sociali e sportivi preservando la propria identità religiosa e culturale e proprio lo scorso anno è stato ancora incrementato un bilancio speciale alle comunità religiose iraniane. Questi sono solo alcuni esempi dell’impegno dell’establishment sacro della Repubblica islamica dell’Iran per la questione delle religioni divine e dei loro seguaci e per proteggere i loro valori morali e sociali…I ‘commenti interventisti’ degli uomini di stato americani attraverso piattaforme ufficiali e cyberspazio, in particolare Twitter, sulle violazioni dei diritti delle minoranze religiose nella Repubblica islamica dell’Iran non sono altro che spargere lacrime di coccodrillo…”. Le chiese cristiane hanno inoltre invitato i funzionari statunitensi “a concentrarsi sulle proprie questioni interne e a impegnarsi in relazioni efficaci e costruttive con tutti i governi invece di interferire nei nostri affari interni” Nel loro comunicato congiunto affermano: “Condanniamo inoltre il sostegno di Washington ai regimi guerrafondai di Israele e Arabia Saudita e invitiamo gli Stati Uniti a smettere di sostenere le sanguinose guerre in Siria e Yemen. Ribadiamo che le minoranze religiose iraniane non hanno bisogno di alcun ‘tutore’ nella loro patria e sono in grado di difendere i loro diritti attraverso i loro rappresentanti al parlamento e le relative istituzioni governative”. Secondo la Costituzione iraniana la religione ufficiale dell’Iran è l’Islam sciita, ma la Repubblica islamica riconosce e protegge le minoranze religiose: dall’ebraismo, alle confessioni cristiane di varie denominazioni, dai zoroastriani, che hanno rappresentanti anche nel parlamento, agli armeni, assiri, i sunniti, oltre a comunità più piccole ma riconosciute, come il mandaeismo, il yarsanismo, il buddismo, l’induismo. Con diritti civili chiaramente definiti, ad esse sono garantite libertà economiche, culturali e religiose e partecipano pienamente alla vita politica del Paese. Dei 290 seggi in Parlamento, cinque sono riservati alle minoranze religiose. I rappresentanti di armeni, ebrei, zoroastriani, assiri e caldei parlano direttamente a nome delle loro comunità. Circa 450 chiese in tutto il Paese svolgono le loro attività religiose e comunitarie senza restrizioni. 40 chiese cristiane sono state restaurate con il sostegno dell’Organizzazione per il Patrimonio Culturale e il Turismo iraniano e 57 associazioni dedicate alle minoranze religiose ricevono finanziamenti governativi per sostenere programmi sociali, culturali e assistenziali. La condizione fondamentale posta è l’essere prima cittadini iraniani con diritti e doveri, e poi ciascuno segue le proprie credenze. Come era nella Repubblica Araba siriana, prima che arrivassero gli jihadisti protetti dagli USA, a portare la democrazia. La Costituzione stabilisce che “l’intromissione sulle singole credenze è proibita” e che “nessuno può essere perseguito o arrestato semplicemente per avere una certa credenza”, se rispettoso delle leggi. L’Iran ospita circa 550 chiese cristiane, con quasi 450 ufficialmente riconosciute e oltre 100 registrate come siti del patrimonio nazionale. Tra le chiese più importanti e storiche del paese si annoverano il Monastero di San Taddeo a Kare Kilisa, considerato la prima cattedrale armena costruita nel mondo; la Chiesa di Santo Stefano, costruita nel IX secolo, la seconda chiesa più importante dell’Iran; la Chiesa di Santa Maria, situata a nord-ovest di Kare Kilisa; la Cattedrale di Vank, costruita a Isfahan sotto lo Shah Abbas II; la Cappella di Chupan, talvolta chiamata Cappella del Pastore, una chiesa del XVI secolo nella provincia dell’Azerbaigian Orientale; la Cattedrale di San Sarkis, la chiesa più grande di Teheran, costruita nel 1970 e la Chiesa di Santa Maria a Tabriz, un sito storico risalente a 500 anni fa. Se si guarda alla popolazione rispetto agli spazi di culto, le minoranze religiose godono in realtà di più del doppio dell’accesso pro capite rispetto alla maggioranza sciita. C’è circa una chiesa ogni 500 cristiani, mentre tra gli sciiti, c’è una moschea per più di 1000 persone Il rispetto per le minoranze religiose è stato anche simboleggiato dalle numerose visite del leader della Rivoluzione islamica alle famiglie delle comunità minoritarie. Il riconoscimento di questi gruppi da parte dell’Iran si riflette anche a livello internazionale. Ad esempio, a testimonianza della fiducia che la comunità assira ripone nell’Iran nel 2008 l‘Unione Internazionale degli Assiri ha trasferito la propria sede da Chicago a Teheran. Le minoranze religiose hanno dato un contributo significativo anche al calcio iraniano nel corso degli anni. Giocatori cristiani divenuti leggendari nel paese, includono Vazgen Safarian, Karo Haghverdian, Markar Aghajanyan, Serjik Teymourian, Fred Malekian, Edmond Bezik e Andranik Teymourian. E’ anche significativo che, alla fine di dicembre 2024 i nomi più popolari per le ragazze appena nate in Iran riflettevano sia la devozione religiosa che la tradizione culturale: il nome Fatima ha guidato la lista con 4.448.000 portatrici, seguita da Zahra con 2.969.000, e in particolare, Mariam, con 1.811.000 portatori, al terzo posto, indice di un perenne rispetto per le figure religiose oltre la maggioranza musulmana. Chiesa armena Sebouh Sarkissian, arcivescovo armeno di Teheran, nei diversi Concili internazionali a cui ha partecipato negli anni, ha sempre tenuto a ribadire: “Dovete togliervi quella lente appannata dagli occhi, perché ciò che vi viene raccontato non è la realtà. Bisogna vivere in Iran per conoscere il popolo iraniano, il governo iraniano e la specifica disponibilità che dimostrano verso i seguaci delle religioni divine…”. Il sacerdote  della Diocesi Armena di Teheran, Grigoris Nersesiani, così testimonia: “ I cristiani rappresentano la più grande minoranza religiosa dell’Iran, contando più di 130.000 persone. Avendo una lunga e profonda presenza nel paese, i cristiani hanno contribuito in modo significativo alla vita economica, culturale e artistica dell’Iran, mantenendo le proprie chiese, scuole e istituzioni culturali. La loro presenza arricchisce il variegato mosaico religioso e culturale dell’Iran. Artisti cristiani come Mahaya Petrosian, Lorik Minasyan e Levon Haftvan sono tutti nomi familiari e rispettati in tutto il paese… Dalla mia esperienza di vita in Iran, posso dire che è un’esperienza molto serena e positiva, perché tra tutti i segmenti del popolo iraniano, possiamo davvero sperimentare affetto, amicizia, sincerità e solidarietà…Secondo la Costituzione, per noi armeni l’apprendimento della nostra lingua madre fa parte del percorso scolastico ed è obbligatorio. Anche l’educazione religiosa viene insegnata in armeno nelle nostre scuole. Per quanto riguarda lo svolgimento di cerimonie religiose, godiamo di piena libertà e, in generale, il Ministero dell’Interno e la polizia garantiscono la massima sicurezza e predispongono tutto il necessario per le nostre celebrazioni. Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento Islamico sostiene attivamente le attività culturali, artistiche, mediatiche e religiose di tutti i cittadini. Negli ultimi cinque anni, ciò ha portato all’approvazione di 376 raduni per cerimonie e festività religiose, al rilascio di 157 licenze editoriali per libri di case editrici affiliate alle minoranze, a 107 eventi culturali, sociali e religiosi a livello nazionale e provinciale e a sovvenzioni dirette per i media al servizio delle comunità etniche e religiose. Le minoranze religiose in Iran possono celebrare liberamente le proprie cerimonie, festività e tradizioni, comprese le festività ufficiali. I cristiani iraniani celebrano la Pasqua, il Natale e il Capodanno gregoriano. Alcune chiese celebrano funzioni eucaristiche il venerdì per venire incontro alle esigenze dei fedeli che lavorano, dato che il venerdì è il giorno festivo settimanale ufficiale in Iran. Il governo ha inoltre adottato misure a sostegno delle celebrazioni religiose, come la donazione di 5000 alberi di Natale alle comunità cristiane per contribuire a rendere più solenni le festività. La storia ne è una testimonianza: quando gli armeni subirono il genocidio nell’Impero Ottomano e gli ebrei furono perseguitati nella Germania nazista, le comunità armene ed ebraiche iraniane continuarono a vivere in pace, salde nella loro fede e nella loro identità iraniana…In materia legale, ad esempio l’eredità, la distribuzione avviene secondo le nostre leggi religiose. E in questioni come il divorzio e il matrimonio, anche i casi delle persone sono gestiti secondo le nostre regole. C’erano anche alcuni vecchi regolamenti in Iran e lo stesso leader Ayatollah Khamenei ha emesso sentenze su di loro, ribaltando quelle precedenti disposizioni a favore delle comunità cristiane, ebraiche ed assire…”. Proprio di fronte alla cattedrale di Sarkis, che è anche la sede della diocesi armena di Teheran, è stata costruita una stazione della metropolitana chiamata St Mary, e se si va in quella stazione, si può vedere che la sua architettura è una miscela di elementi islamici e cristiani. I designer sono andati a visitare la chiesa, hanno preso visione della sua architettura e poi hanno progettato la metropolitana in linea con quello stesso stile architettonico cristiano. In tutta la stazione, si vedono le immagini della Vergine Maria e le immagini di Gesù. I simboli cristiani che appaiono nel Vangelo sono lì visibili in modo inconfondibile. Chiesa cattolica La Chiesa cattolica in Iran fa parte della Chiesa cattolica mondiale, sotto la guida spirituale del Papa di Roma. Il cattolicesimo si diffuse nel paese attraverso i missionari e la migrazione o il reinsediamento delle comunità cattoliche orientali fin dal Medioevo. Il XVII secolo vide sforzi missionari più forti da parte della Chiesa latina, ma la maggior parte di essa cessò entro la fine del XVIII secolo e solo dalla metà del XIX secolo in poi la Chiesa latina stabilì una nuova presenza. Oggi, ci sono circa 22.000 cattolici in Iran, la maggior parte dei quali sono cattolici caldei, ma con anche comunità latino-cattoliche presenti. L’ 11 marzo 2026 il Patriarca Kirill ha espresso le sue condoglianze per  l’assassinio dell’Ayatollah Seyyed Alì Khamenei, definendolo “un uomo dalle profonde convinzioni religiose e un leader spirituale e nazionale di grande forza d’animo e carattere”,  e si è poi complimentato con il figlio di Khamenei per la sua elezione a guida spirituale del suo popolo. Il Patriarca ha espresso la sua solidarietà e il suo sostegno alla famiglia e ai cari di Khamenei, pregando affinché Dio Misericordioso conceda a loro e al popolo iraniano la forza e il coraggio per sopportare il dolore. Il Primate si è schierato apertamente al fianco della Repubblica islamica iraniana, in seguito all’aggressione e all’assassinio dell’alto esponente, sollecitando a schierarsi dalla parte di essa e  ribadendo  i buoni rapporti tra Russia e Iran: “La Chiesa ortodossa russa mantiene un dialogo proficuo con la comunità islamica iraniana, basato sul rispetto reciproco e sull’impegno condiviso a preservare i valori morali tradizionali. Attendo con ansia il suo ulteriore e continuo sviluppo”. Il patriarca Kirill ha poi confermato all‘Ayatollah Mojtaba Khamenei, la posizione di Mosca secondo cui i popoli di Russia e Iran intrattengono buoni rapporti di vicinato, mentre all’inizio della sua lettera lo chiama “fratello”. Parlando anche di un’elezione storica in un momento difficile per l’Iran, sia a livello personale che nazionale: “…Mi congratulo sinceramente con Lei per la Sua elezione alla guida suprema del Paese da parte dell’Assemblea degli Esperti dell’Iran! Questo momento storico è stato segnato da una dura prova personale, legata alla morte del Suo stimato padre e dei Suoi cari. Lei si assume la responsabilità dello Stato e dei suoi cittadini in un momento drammatico, in cui l’Iran si trova ad affrontare numerose sfide esistenziali”, ha affermato nella lettera. La comunità ortodossa del Patriarcato di Mosca in Iran è formata solo più di un centinaio di fedeli, pur essendoci stretti rapporti tra la Federazione Russa e Teheran, e tra il Patriarca Kirill e gli Ayatollah del paese. La cattedrale di San Nicola nella capitale è stata costruita negli anni ’40 con le donazioni degli emigrati russi. È stata progettata dall’architetto emigrato e ufficiale dell’esercito iraniano Nikolai Makarov. Dopo essere stata chiusa dal 1979, alla fine degli anni novanta fu riaperta con l’arrivo del nuovo capo sacerdote l’archimandrita Alexander Zarkeshev. La responsabile delle attività relative alla chiesa, Faina Lvovna Noniyaz, in un’intervista ha raccontato: “…Mio marito è iraniano. Ha vissuto a lungo in Russia come profugo politico, poi siamo tornati a Teheran nel 1994. All’inizio ho trovato difficile adattarmi. Ero profondamente nostalgica. Era difficile abituarsi al clima locale e allo stile di vita locale. Incontro i russi solo in chiesa, soprattutto durante le feste principali come il Natale, per esempio. La liturgia di Natale è molto bella e il coro è davvero bravo“. Così anche una altra fedele, Olga Sosnova è arrivata da Kiev 16 anni fa, dove aveva incontrato il suo futuro marito iraniano, dopo essersi sposati, decisero di venire a vivere qui: “…Non me ne pento. Mi sento bene qui. È vero, è stato molto difficile adattarsi. La cultura e la mentalità sono diverse. Nonostante il fatto che fossi stata moralmente preparata, tutto sembrava diverso da quello che avevo immaginato. Quello che mi ha colpito di più è un bel atteggiamento nei confronti degli stranieri. Non importa se sei un uomo o una donna, fanno del loro meglio per fare una bella impressione su uno straniero”. Come le donne iraniane, Olga indossa un velo e vestiti che coprono il corpo, ma questo non la irrita. Trascorre molto tempo nel social network Odnoklassniki, chiacchierando con donne come lei, ex cittadini sovietici sposati con iraniani. Spesso celebrano insieme le vacanze russe: “Celebriamo il Capodanno, l’8 marzo, il giorno della vittoria del 9 maggio e tutte le principali feste ortodosse. Gli iraniani sono molto tolleranti su questo. Non abbiamo mai riscontrato problemi. Per inciso, si possono vedere non solo i credenti ortodossi, ma anche i musulmani nella chiesa russa durante le feste. Vengono a guardare la liturgia cristiana…“. Enrico Vigna, IniziativaMondoMultipolare / CIVG – 17 marzo 2026 Redazione Italia
March 17, 2026
Pressenza
No Mullah, No Shah, Jin Jiyan Azadî
Riceviamo dal Circolo Anarchico “Ponte della Ghisolfa” di Milano e volentieri diffondiamo  Mentre dall’esterno cadono bombe sull’Iran, la Repubblica Islamica sta conducendo una seconda guerra contro il proprio popolo, dall’interno. Il comandante delle forze di polizia della Repubblica Islamica ha annunciato l’arresto di 500 persone, etichettate come “spie” per aver presumibilmente inviato informazioni ai media stranieri. Le Guardie Rivoluzionarie in Lorestan hanno arrestato altre tre persone con l’accusa di “disturbare l’opinione pubblica, diffondere voci e inviare immagini ai media nemici”. Nei sedici giorni trascorsi dall’inizio degli attacchi statunitensi e israeliani, arresti sono stati segnalati quasi ogni singolo giorno. La parola “spia” non richiede prove. Riduce al silenzio attraverso la paura. È sempre stata l’arma preferita del regime contro chiunque documenti, parli o rifiuti di restare in silenzio. Ciò che ci preoccupa più profondamente non è ciò che sappiamo, ma ciò che non possiamo sapere. Il blackout di internet dura ormai da oltre 384 ore — diciassette giorni — e sta peggiorando. Nell’ultimo giorno è stato registrato un ulteriore calo nell’infrastruttura delle reti di telecomunicazione riservate, riducendo ancora di più la disponibilità delle VPN e mandando offline alcuni utenti autorizzati e servizi essenziali. Non si tratta solo di un guasto nelle comunicazioni. È un muro di oscurità deliberato, dietro il quale il regime si muove liberamente arrestando, detenendo e facendo sparire persone. Giovani che hanno condiviso immagini dei bombardamenti. Attivisti che hanno documentato vittime civili. Giornalisti che hanno rifiutato la narrazione del regime. Cittadini comuni il cui unico “crimine” è stato dire la verità su ciò che hanno visto. Non sappiamo quante persone siano state arrestate nell’oscurità. Non sappiamo in quali condizioni si trovino coloro che erano già in detenzione prima che la guerra iniziasse. Non sappiamo cosa stia accadendo proprio ora nelle celle, nelle stanze degli interrogatori, nelle basi militari dove sono stati trasferiti i detenuti delle proteste. Questo non-sapere è il punto. Il blackout esiste proprio perché il mondo non possa vedere e noi non possiamo parlare. Siamo profondamente preoccupati per la salute e la sicurezza di ogni attivista sociale e politico che si trova in Iran in questo momento. Siamo preoccupati per ogni giovane che ha preso in mano un telefono per documentare questa guerra. Siamo anche preoccupati per i nostri compagni anarchici che si trovano sotto le bombe imperialiste e sotto la repressione e la prigionia. Ai nostri compagni dentro l’Iran: non siete dimenticati. Al mondo esterno: il silenzio che sentite provenire dall’Iran non è pace. È una copertura per la repressione. Spezzatelo ovunque possiate. No alla guerra imperialista e al terrorismo di Stato! No alla criminale Repubblica Islamica che governa l’Iran! No Mullah! No Shah! Jin Jiyan Azadî! Fronte Anarchico Redazione Italia
March 17, 2026
Pressenza
Un movimento oceanico
Hanno scelto di destabilizzare un’area cruciale del pianeta con esiti imprevedibili che minacciano l’intera umanità. Nella loro marcia dissennata verso l’abisso, entrano brutalmente nelle nostre vite, rendendole più difficili dal punto di vista materiale e limitando qualsiasi forma di dissenso. I rimedi non arriveranno dagli Stati e nemmeno dalle agenzie internazionali. Un movimento di insubordinazione dal basso, un’insorgenza universale e trasversale dei popoli… – scrive Marco Revelli. Riportiamo la parte finale della sua riflessione, rimandando al sito Comune-info per la lettura integrale […] Noi nei nostri dibattiti continuiamo a dire che occorre mettere in campo un movimento di massa. E facciamo anche molte cose in questa direzione: organizziamo cortei e presidi, flash mob e sit-in, iniziative d’ogni tipo in un’infinità di luoghi, e non è mica sbagliato. Anzi è giusto e sacrosanto. Ma, dobbiamo dircelo, non è sufficiente. Un “movimento di massa”, nel senso in cui l’abbiamo inteso finora, non basta più. Non è all’altezza della sfida – estrema – che ci incalza. Occorrerebbe un “movimento oceanico” (non trovo un termine diverso per esprimere il concetto). Cosa intendo col termine oceanico? Intendo qualcosa di molto simile a quello che è accaduto in alcuni momenti anche recenti, pensiamo al 22 settembre, pensiamo ai primi giorni di ottobre quando le piazze e le strade si sono riempite non solo di una folla in cammino, cortei e presidi, ma di una marea di persone, molte delle quali nuove alle manifestazioni di piazza, che hanno reso quelle folle strabordanti. Non c’erano strade, non c’erano piazze che potessero contenere quella marea che straripava da ogni parte e cancellava tutte le distinzioni tra i partecipanti e anche tra i luoghi in cui si manifestava. Ecco: c’è bisogno di un movimento di questo tipo, che circondi e sommerga le casematte del potere, che faccia sentire accerchiati i luoghi da cui si illudono di comandare e le figure che quei poteri incarnano; circondati da una umanità che dal basso pretende di essere ascoltata e dice no, che dice fermatevi! La nuda vita che in quanto tale, in difesa della propria sopravvivenza, prende la parola e si fa soggetto costituente. Questo è ciò che intendo per “movimento oceanico”: un’onda di piena che sommerga ogni espressione di quel potere gravido di morte facendone sentire ogni interprete, in qualunque comparto del “sistema” si trovi (politico istituzionale, mediatico, economico, militare scolastico), assediato ed estraneo ai propri stessi popoli. Fenomeni di questo tipo non si costruiscono nelle sedi d’organizzazione, e nemmeno nei nostri dibattiti (per interessanti che siano), nei nostri discorsi (sia pur ispirati), nei nostri convegni (anche quelli meglio frequentati). Continuiamo a ripetere che dobbiamo “costruire” un movimento di massa e un movimento di massa può effettivamente “essere costruito”, certo. Lo facciamo costantemente convocando cortei, assemblee, manifestazioni, scioperi più o meno di nicchia, insomma contribuendo alla mobilitazione di massa in determinate occasioni meglio se attraverso la tessitura di reti ampie di realtà organizzate. Ma un “movimento oceanico” è un’altra cosa. Non “viene costruito”, ma si dà, quando si forma per accumulazioni successive e spesso sotterranee un’ondata anomala, e questo accade per una serie di variabili, di linee e anche di momenti che nessuno è in grado, da solo o anche in rete con altri, di costruire. Avviene perché a un certo punto il sentimento collettivo comune trasversale è tale che fa sì che le persone non possano più stare chiuse in casa. Questo è successo per Gaza, anche se ci sono voluti due anni perché maturasse questa consapevolezza: che ciò che accade è talmente atroce che per mantenere il rispetto di me, non posso stare inerte, non posso stare alla finestra. Deve crearsi una situazione di questo tipo: una condizione di contesto in cui una miriade di molecole individuali maturano contemporaneamente un sentimento comune che impone loro la necessità di fondersi in un noi capace di interpretare quella necessità impellente, e tradurla in dimensione pubblica. Poi, naturalmente, è necessario un detonatore, un innesco, che faccia precipitare quell’entità gassosa in forma solida (in corpi che manifestano insieme in uno spazio riappropriato). Per le manifestazioni di settembre e di ottobre l’innesco è stata la Flotilla. Un fenomeno, credo, da cui dobbiamo imparare tanto. Cosa è stata la Flotilla? Decine e decine di barche di tutti i paesi, con a bordo delle persone che mettevano in gioco la propria pelle, la propria esistenza, i propri corpi. Donne e uomini disarmati, radicalmente e programmaticamente disarmati, che andavano ad affrontare l’esercito più feroce del mondo – perché l’esercito di Israele questo è, una macchina assassina – portando alimenti e medicine, le componenti elementari della vita nuda. Che veleggiassero così, con questo spirito e con queste modalità, verso la linea di impatto, ha generato quella miscela, quel miracolo, che poi è si è materializzato nelle piazze. Pensiamo alle parole del portuale di Genova, che rappresentava l’idealtipo del mondo del lavoro e delle sue virtù, e che dalla banchina del porto (un altro simbolo forte dell’internazionalismo storico) dice: “Se toccate qualcuno della Flotilla blocchiamo tutto!”. Quelle parole semplici, che però toccano ognuno e sono comprensibili, anch’esse hanno contribuito a innescare quel fenomeno dirompente che si è manifestato nelle piazze. Un movimento oceanico si va costruendo esattamente così: in modo lenticolare, crescendo prima sotto traccia, su sé stesso, e richiede a un certo punto qualcosa (e qualcuno) che grazie a una qualche forma di intelligenza istintiva, di creatività o di intuizione, faccia la cosa giusta che funzioni da scintilla. Gli uomini del potere lo sanno benissimo (sono orrendamente cinici ma non necessariamente stupidi, hanno studiato le proteste assai di più dei loro stessi protagonisti). E infatti si sono mossi, per sigillare tutti gli spazi di possibile aggregazione, per neutralizzare tutte le figure di possibile riferimento, per diffamare tutte le ragioni delle proteste, e stendere intorno a loro un cordone sanitario Torino da questo punto di vista è esemplare: la persecuzione dell’Imam di San Salvario, la brutale chiusura dell’Aska, l’occupazione militare di interi rioni, nella cornice di un’ossessiva enfatizzazione mediatica del tema della sicurezza, sono i tasselli di un  progetto organico di normalizzazione forzata che ha nel ministero dell’interno la propria cabina di regia e nel ministro Piantedosi il proprio regista. In questo contesto, quello che noi possiamo fare – noi forze di opposizione, forze antagonistiche, noi che non vogliamo arrenderci a una deriva in sé letale – è preparare le precondizioni, affinché quella scintilla scoppi. Disseminare informazione, legami, aggregazioni, presidi, conferenze, lavoro nelle scuole e così via, perché questa folla oceanica possa avere dentro di sé gli elementi di conoscenza necessari, in condizioni di oscuramento e asservimento dell’informazione. E poi quello che dobbiamo fare è evitare gli errori. Evitare le cose che danneggiano, anzi sabotano invece l’aggregazione di questa miscela e la sua trasformazione in movimento di piazza. Tutto ciò che l’ostacola con i settarismi, con le pretese di egemonismo, con l’arroganza d’avanguardia. E con la pratica della violenza. La carta vincente della Flotilla – l’ho detto – è stata la sua pratica, anche in situazioni estreme, di una rigorosa non-violenza. Questo ha scatenato dal punto di vista anche emotivo l’identificazione. Mentre basta poco, un gesto fuori luogo, un gruppo d’incappucciati, un po’ di vetrine in frantumi, un’aggressione o anche solo un comportamento inutilmente aggressivo per spezzare la magia dello “stato di folla” e ricacciare i più nel proprio solitario privato. Da questo punto di vista la giornata torinese del 31 gennaio è stata esemplare. Per tutte le prime ore, tante, di quel pomeriggio di primavera precoce la folla sterminata, 50.000 persone si è detto, che si è presa pacificamente le vie e le piazze della città in opposizione allo sgombero di Askatasuna, si è avvicinata molto al concetto di “movimento oceanico”, per il senso di tranquilla forza che comunicava, per la sua trasversalità sia generazionale (c’erano tutte le classi d’età, dagli adolescenti ai ritornanti degli anni Sessanta e Settanta) che sociale e politica, dai centro sociali ai sindacati di base, alle organizzazioni della sinistra storica e meno storica, tutti uniti dall’unica volontà di difendere il diritto al dissenso e all’opposizione antagonistica. Non tutti identificati con tutta la storia di Aska e con le sue posizioni politiche, ma tutti determinati a difendere quella scintilla di ribellione che avevano interpretato. Una straordinaria vittoria di tutti, che seppelliva sotto la propria onda, ridicolizzandoli, i tentativi di instaurare in città un clima da caserma. Vittoria che è stata sciaguratamente ribaltata in quelle due ore di violenza che hanno caratterizzato l’ultima parte della giornata, e che hanno tradito sentimenti e intenzioni della grande maggioranza dei manifestanti, lasciandoli disperdere con un senso di sconfitta che non sarà facile ricuperare in futuro. Il passaggio dall’oceano al pantano dietro casa, il passo è stato istantaneo. Sarebbe bene che tutti ci riflettessero.   Comune-info
March 15, 2026
Pressenza
Long Beach, California, protesta contro la guerra all’Iran
Poco più di una settimana fa gli Stati Uniti con l’alleato Israele hanno attaccato pretestuosamente l’Iran e iniziato una guerra che non si sa quando finirà e che danni porterà all’intero pianeta. Non posso parlare a nome degli israeliani perché non sono sul posto e perché dalla cortina del regime filtrano poche informazioni, ma posso riferire che dal popolo americano si è alzato chiaro il messaggio: “Non vogliamo un’altra guerra!” Trump ha iniziato l’operazione militare con solo un 20% di sostegno popolare; buona parte del rimanente ottanta, in mille modi diversi, manifesta il proprio dissenso. Da quando sono arrivata in California ogni giorno ho l’imbarazzo della scelta a quale gruppo unirmi. C’è chi raccoglie firme, promuove petizioni e le perora nei Comuni; c’è chi s’impegna in raccolte fondi e concerti di solidarietà; ci sono gli amici dei banner drop (striscioni calati dai cavalcavia) sulle autostrade e altri che aprono banchetti sulle spiagge e altro ancora. Oggi ho scelto di partecipare all’iniziativa dei socialisti di Long Beach contro la guerra all’Iran. Il raduno è ai piedi di un maestoso albero secolare al Bixby Park; la giornata è tersa grazie anche a un vento gagliardo, e un poco infingardo, che da stanotte soffia potente dal deserto verso l’oceano. Nel grande spiazzo il capannello di persone non sembra molto numeroso, saremo poco più di una cinquantina, ma a volte per capire davvero la situazione bisogna saper guardare oltre le apparenze e in questo caso ascoltare. Gli interventi al microfono si alternano per un’oretta. Dopo una decina di minuti mi rendo conto che qualcosa m’infastidisce: è il continuo strombazzare dalla strada attigua al parco, che si chiama Ocean Boulevard perché appunto costeggia questo tratto del Pacifico. Mi volto curiosa e capisco al volo che cosa sta succedendo: alcuni attivisti si sono posizionati con bandiere e cartelli sul marciapiede e gli automobilisti manifestano la loro approvazione schiacciando allegramente il clacson. Un vero concerto che ha accompagnato l’evento per l’intera durata. Se invece di stare nelle macchine fossero scesi ed entrati nel parco l’avremmo riempito tutto. Ogni oratore ha parlato con passione e presentato i tanti conti che non tornano più nel Paese, economici innanzi tutto! Ogni parola pronunciata oggi meriterebbe di essere riportata, ma ovviamente non si può, dunque scelgo l’appello di due donne appartenenti al gruppo di familiari degli ex soldati, i “Veterans For Peace”, madre e sorella di veterani che non ci sono più. Rifiutano la guerra e non vogliono vedere i propri cari morire sul campo e nemmeno tornare a casa devastati fisicamente e psicologicamente. Esprimono il proprio disgusto verso le parole pronunciate dal presidente per i sei militari statunitensi morti.  In prima battuta Trump ha detto: “Eh, sono cose che capitano” e proprio oggi, probabilmente dopo aver cercato di rimediare alla gaffe andando a far visita ai caduti, mentre era in volo verso Mar a Lago in una delle solite stucchevoli conferenze sul jet ha dichiarato: “I genitori di questi ragazzi sono orgogliosi dei loro figli.” E continuava a ripetere la bugia. Quale genitore desidera vedere il proprio figlio ucciso per la miseria della guerra? Ma è un illuso se crede che ripetendo la sua ignobile frase la farà diventare vera; tutto ciò che ottiene è offendere sempre più gli americani che si sono spesi in buona fede per il loro Paese.       Marina Serina
March 8, 2026
Pressenza
Epstein Fury e pedomachia
Pedomachia è il nome dello sterminio dei bambini che Israele sta compiendo a Gaza. Mi dicono che la parola “pedomachia” sarà perseguibile quando l’onorevolissimo Gasparri sarà riuscito a far passare la sua legge che accusa di antisemitismo chiunque denunci la spietatezza propriamente nazista di uno stato che sembra nato dalla fantasia di Josep Mengele, e si chiama Israele. Mi dicono che il parlamento italiano stia votando una legge che vieta di scrivere che Israele è uno stato colonialista, fondato sull’apartheid ed intrinsecamente genocidario, e dunque non ha diritto all’esistenza. Poiché io l’ho scritto nel libro Pensare dopo Gaza che torna in libreria fra qualche giorno, avrei qualche ragione di preoccuparmi. Sequestreranno il libro, le autorità italiane, mentre inizia la più pericolosa delle guerre, quella in cui si scontrano i cristiano-sionisti dell’apocalisse Israelo-americana e i fanatici sciiti duodecimani che attendono il ritorno del Mahdi in premio del sacrificio finale? Sequestreranno il libro mentre nel Mediterraneo petroliere gigantesche sanguinano il loro liquido nero davanti alle coste libiche e a quelle kuwaitiane? Sequestreranno il libro mentre cadaveri galleggiano sulle acque che costeggiano il mar Mediterraneo? Saprei come rispondere. Risponderei che l’odio per gli ebrei che da millenni cova nel mondo cristiano sta riemergendo, ma non ha niente a che vedere con le parole contro cui legiferano gli eredi meloniani delle leggi razziali di Benito Mussolini. Non odia gli ebrei chi denuncia Israele come stato genocida. L’odio per gli ebrei risorge tra i nazionalisti bianchi, nelle file dei cappellini rossi con su scritto Make America Great Again, risorge nella destra cristiana degli Stati Uniti d’America. I padroni del mondo si sono serviti del finanziere sionista Jeffrey Epstein per le loro orge a base di bambine tredicenni. Non dovrebbe sorprenderci il fatto che per i cristiani del Ku Klux Klan questa è la prova di una voce che circola da millenni: gli assassini di Cristo mangiano bambini. Questo è l’antisemitismo che sta risorgendo, mentre esplode la resa dei conti, la guerra che oppone cristiano-sionisti e islamico-sciiti sullo sfondo delle fiamme che incendiano il mare e la terra. In questa guerra c’è un mistero che non riesco a spiegarmi: perché Trump ha deciso di imbarcarsi in questa guerra apocalittica invisa alla sua base e destinata a provocare conseguenze imprevedibili? All’infame Frederick Merz, Trump ha detto: “Stavamo trattando con questi lunatici, e mi son convinto che avrebbero attaccato per prima. Forse abbiamo forzato la mano di Israele…”. La domanda è: “Chi ha forzato la mano a chi?”. Il miracolo di Trump è stato mettere insieme nel MAGA due anime: quella dei cristiano sionisti, e quella dei cristiani antisemiti di ispirazione apertamente nazista. Trump ha vinto le elezioni perché Tucker Carlson, Nick Fuentes, e Marjorie Taylor Green hanno accettato di votare insieme ai sionisti e ai frequentatori dell’isola di Epstein. Ma adesso l’attacco all’Iran sta provocando la rottura fra queste due anime: Marjorie Taylor Green ha detto che il gruppo trumpista è un bunch of sick fucking liars (mucchio di fottuti malati bugiardi). Nick Fuentes, influencer nazionalista bianco ha scritto: “Trump said on Friday, ‘Soldiers are going to die.’ Okay, but who are they dying for? Who’s telling them to die? For what? Who’s decision is that? Is it the President elected by the people of the United States of America? Or is it the Prime minister of Israel?” (Ha detto Trump venerdì: I soldati sono pronti a morire. Va bene, ma per chi vanno a morire? Chi gli sta dicendo di morire? Per che cosa? Di chi è quella decisione? E’ del presidente eletto dal popolo degli USA? O del primo ministro di Israele? ndR) Tucker Carlson, ispiratore di milioni di razzisti trumpisti ha dichiarato che l’attacco all’Iran: “Is “absolutely disgusting and evil” (assolutamente disgustoso e malefico, ndR) e ha suggerito che questa guerra avrà un effetto devastante sul movimento che sostiene Trump. Era prevedibile che la guerra avrebbe spaccato il fronte MAGA. Trump non poteva non saperlo. Allora perché ha deciso di seguire Israele nella missione apocalittica denominata Epic Fury che i nazi-americani hanno già ribattezzato Epstein Fury? Di quali informazioni dispone Israele per ricattare Donald Trump? Non è difficile immaginarlo. La rete Epstein non si limitava a fornire carne fresca agli orchi della finanza e della politica occidentale, ma accumulava informazioni utili per ricattare e costringere il presidente statunitense a partecipare a una guerra che, se non mi sbaglio, è destinata a trascinare il pianeta nella guerra terminale. Ma c’è ancora qualcuno che crede che Epstein si sia suicidato? Il medico legale che fece l’autopsia disse che le fratture alla base del collo non suffragavano l’ipotesi del suicidio. E allora: chi ha ucciso Jeffrey Epstein?   Comune-info
March 8, 2026
Pressenza
L’attacco all’Iran è anche un attacco all’ONU
Il 16 febbraio, uno di noi (Jeffrey Sachs) ha inviato una lettera al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite avvertendo che gli Stati Uniti erano sul punto di stracciare la Carta delle Nazioni Unite. Quell’avvertimento si è ora avverato. Gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato una guerra non provocata contro l’Iran, in flagrante violazione dell’articolo 2(4) della Carta, senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza e senza alcuna legittima rivendicazione di autodifesa ai sensi dell’articolo 51. Stanno cercando di uccidere la Carta delle Nazioni Unite e lo Stato di diritto internazionale, ma falliranno. Il 28 febbraio, al Consiglio di Sicurezza, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno rivolto la loro condanna non all’aggressione americana e israeliana, ma all’Iran. Uno dopo l’altro, gli alleati degli Stati Uniti hanno condannato l’Iran per i suoi attacchi di rappresaglia, ma assurdamente non hanno condannato l’attacco illegale e non provocato degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran. Il comportamento di questi paesi è stato vergognoso e ha capovolto completamente la realtà. Gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele sono stati descritti da Trump come necessari perché l’Iran “ha rifiutato ogni opportunità di rinunciare alle proprie ambizioni nucleari e non possiamo più tollerarlo”. Si tratta ovviamente di una bugia bell’e buona. Come riportato nella lettera del 16 febbraio, dieci anni fa l’Iran ha accettato un accordo nucleare, il Piano d’azione congiunto globale (JCPOA), adottato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 2231. È stato Trump a strappare l’accordo nel 2018. Nel giugno 2025, Israele ha bombardato l’Iran nel bel mezzo dei negoziati tra Stati Uniti e Iran. Anche questa volta, i piani di guerra di Israele e Stati Uniti erano stati definiti settimane fa, quando Netanyahu ha incontrato Trump, e i negoziati in corso tra Stati Uniti e Iran erano una farsa. Questo sembra essere il nuovo modus operandi degli Stati Uniti: avviare negoziati e poi mirare ad assassinare le controparti. È facile capire perché gli alleati degli Stati Uniti si comportino in modo imbarazzante e umiliante come hanno fatto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Oltre agli Stati Uniti, otto degli altri 14 membri del Consiglio ospitano basi militari statunitensi o concedono all’esercito americano l’accesso alle basi locali: Bahrein, Colombia, Danimarca, Francia, Grecia, Lettonia, Panama e Regno Unito. Questi paesi non sono completamente sovrani. Sono parzialmente governati dagli Stati Uniti. Le basi militari statunitensi ospitano operazioni della Cia e i paesi ospitanti sono costantemente all’erta per cercare di evitare la sovversione degli Stati Uniti nei propri paesi. Come disse Henry Kissinger nella famosa espressione “Essere nemici dell’America può essere pericoloso, ma esserne amici è fatale”. A questo possiamo aggiungere che ospitare basi militari statunitensi e operazioni della Cia significa trasformare il proprio paese in uno Stato vassallo. Come esempio assurdo, ma significativo, l’ambasciatrice danese ha ripetuto pappagallescamente ogni argomento degli Stati Uniti, puntando il dito contro l’Iran per la sua aggressività, come se l’Iran non fosse stato attaccato dagli Stati Uniti e da Israele. Ha completamente dimenticato che un vassallaggio così umiliante nei confronti degli Stati Uniti non gioverà alla Danimarca se gli Stati Uniti dovessero occupare la Groenlandia. Le voci sincere al Consiglio di Sicurezza provenivano dai paesi non occupati dagli Stati Uniti. La Russia ha spiegato correttamente che il cosiddetto Occidente (cioè i paesi occupati dagli Stati Uniti) sta incolpando la vittima quando punta il dito contro l’Iran. La Cina ha ricordato al Consiglio che la crisi è iniziata con gli attacchi degli Stati Uniti e di Israele all’Iran, non con la rappresaglia dell’Iran. L’ambasciatore della Somalia, parlando a nome di diversi Stati membri africani, ha descritto in modo veritiero la causa di questa recente escalation. Il rappresentante presso le Nazioni Unite della Lega degli Stati Arabi ha parlato in modo brillante della causa principale della folle aggressione di Israele: la negazione dei diritti al popolo palestinese e il ricorso da parte di Israele a omicidi di massa e guerre regionali per impedire la nascita di uno Stato palestinese. Quando l’Iran reagisce contro le basi militari statunitensi nel Golfo, esercita il suo diritto intrinseco di autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della Carta. Dobbiamo ricordare che gli Stati Uniti e Israele stanno apertamente e ripetutamente assassinando i leader iraniani, con l’obiettivo di rovesciare il suo governo. Quando gli Stati uccidono un capo di Stato straniero e tentano di distruggere il governo, il bersaglio di tali minacce ha il diritto, secondo il diritto internazionale, di difendersi. Il bombardamento statunitense-israeliano ha ucciso non solo la Guida Suprema dell’Iran e diversi alti funzionari governativi, ma anche più di 140 (il New York Times ora ne riporta almeno 175) ragazze nella loro scuola a Minab. Queste bambine sono vittime di un orribile crimine di guerra. I paesi che oggi hanno dato il via libera agli Stati Uniti e a Israele per questi omicidi – in particolare Danimarca, Francia, Lettonia, Regno Unito e, naturalmente, gli Stati Uniti – sono anch’essi complici di questo crimine di guerra. Questa riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sarà probabilmente ricordata come il giorno in cui le Nazioni Unite hanno cessato di funzionare dalla loro sede sul suolo americano. Un’organizzazione internazionale dedicata alla risoluzione pacifica delle controversie non può operare in modo credibile da un paese che intraprende guerre illegali, minaccia di annientare gli Stati membri e tratta le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite come strumenti usa e getta di convenienza. Affinché le Nazioni Unite possano sopravvivere, e abbiamo bisogno che sopravvivano, avranno bisogno di diverse sedi in tutto il mondo – in Brasile, Cina, India, Sudafrica e altri paesi – che onorino la vera multipolarità del nostro mondo. Siamo chiari su ciò che gli Stati Uniti e Israele stanno perseguendo. L’obiettivo degli Stati Uniti non è la sicurezza del popolo americano. L’obiettivo è l’egemonia globale. Il tentativo è quello di distruggere l’Onu e lo Stato di diritto internazionale – un tentativo che fallirà. L’obiettivo di Israele è quello di creare una Grande Israele, distruggere il popolo palestinese e affermare la propria egemonia su centinaia di milioni di arabi in tutto il Medio Oriente (dal Nilo all’Eufrate, come ha recentemente affermato l’ambasciatore statunitense Mike Huckabee). Gli sforzi deliranti degli Stati Uniti per ottenere l’egemonia globale stanno procedendo regione per regione. Gli Stati Uniti hanno recentemente affermato, in una presunta rivisitazione completamente distorta della Dottrina Monroe, di controllare l’emisfero occidentale e di poter dettare ai paesi latinoamericani come condurre i propri affari economici e politici. Gli Stati Uniti hanno rapito il presidente venezuelano in carica per dimostrare la loro tesi e ora minacciano di rovesciare anche il governo cubano. L’attuale guerra contro l’Iran mira a dimostrare che gli Stati Uniti possiedono anche il Medio Oriente. La guerra fa parte di una campagna trentennale, avviata dalla dottrina Clean Break (“taglio netto”,s’intende non avere remore) per rovesciare tutti i governi che si oppongono all’egemonia degli Stati Uniti e di Israele nella regione. Queste guerre congiunte tra Israele e Stati Uniti hanno incluso il genocidio a Gaza, l’occupazione della Cisgiordania e decenni di guerre e operazioni di cambio di regime in Iran, Iraq, Libano, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Una parte del piano globale degli Stati Uniti consiste nel requisire le esportazioni mondiali di petrolio e indebolire così la Cina e la Russia. La conquista del Venezuela da parte degli Stati Uniti era finalizzata ad assicurare il controllo americano sulle esportazioni petrolifere di quel Paese, in particolare per controllare il flusso di petrolio verso la Cina. Le sanzioni statunitensi contro la Russia mirano a impedire che il petrolio russo raggiunga l’India e la Cina. Ora gli Stati Uniti mirano a fermare il flusso di petrolio iraniano verso la Cina. Più in generale, gli Stati Uniti mirano a controllare l’intera regione del Golfo più l’Iran per mantenere il loro dominio imperiale. L’ordine internazionale che Franklin ed Eleanor Roosevelt hanno contribuito a costruire dopo la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale si basava su un’idea semplice e profonda: che la legge e il rispetto, non la forza, dovessero governare le relazioni tra gli Stati. Quell’idea viene ora distrutta proprio dalla nazione che ha fatto di più per promuoverla fondando l’ONU. L’ironia è amara oltre ogni misura. La verità è che la devastazione della guerra non colpirà direttamente il cosiddetto Occidente: i loro figli non subiranno traumi o morte e i loro paesi non saranno incendiati. Le vittime di questo attacco sono i popoli del Medio Oriente. Sono loro i sacrificabili che soffrono per l’arroganza occidentale, l’abuso di potere e la dipendenza dalla guerra. In secondo luogo, se Israele continuerà la sua dipendenza dalla guerra e dall’occupazione, anch’esso non sopravviverà. Tale dipendenza rappresenta un misto di teocrazia e stress post-traumatico. Una parte di Israele crede di essere il regno biblico del V secolo a. C. L’altra parte vive nel ricordo traumatico dell’Olocausto ed è quindi determinata a uccidere qualsiasi avversario percepito piuttosto che imparare a convivere con esso in pace. La contorta difesa dell’ambasciatore israeliano dell’attacco sfrontato di Israele all’Iran, come al solito, ha citato la Bibbia e Auschwitz come le due giustificazioni. Questi sono i due riferimenti perenni di Israele, ma non il mondo reale di oggi. Uno Stato che dipende dalla guerra permanente, dall’occupazione permanente e dal massacro dei palestinesi, nonché dalla sottomissione indefinita di milioni di persone, non ha un futuro praticabile, e le politiche che gli Stati Uniti stanno attualmente perseguendo per conto di Israele accelereranno piuttosto che impedire tale esito. La soluzione dei due Stati, che il Consiglio ha ripetutamente approvato, offre a Israele una via verso la pace. Tragicamente, Israele la rifiuta. Il risultato, alla fine, sarà la fine dello stesso Israele nella sua forma attuale, soprattutto perché la popolazione statunitense si sta rapidamente rivoltando contro la violenta teocrazia israeliana e si sta schierando a favore della causa palestinese. Forse ci sarà un unico Stato democratico in cui arabi ed ebrei vivranno insieme in pace, ponendo fine al regime di apartheid. Sono verità dure, ma le emergenze richiedono onestà. L’Onu sta venendo uccisa da Israele e dagli Stati Uniti. Il Consiglio di Sicurezza deve risvegliarsi dall’occupazione militare degli Stati Uniti e ricordare che è custode della promessa della Carta delle Nazioni Unite di mantenere la pace e la sicurezza internazionali. Jeffrey Sachs (economista statunitense, consulente dell’Onu in varie occasioni) e Sybil Fares (consulente dell’Onu sullo sviluppo sostenibile) (traduzione di Giorgio Riolo)   ANBAMED
March 7, 2026
Pressenza
Piccole farfalle iraniane
Si accendono gli occhi sulla terra in fiamme e gli ameri-cani… di razza trumpiana credono nella igiene del mondo e nella MAGA-Casa… Bianca come la morte, dove si balla la vittoria e il terrore e si prega a mani giunte il vecchio dio dell’Apocalisse che scende e taglia tutte le cose viventi. Si accendono gli occhi sulla terra in fiamme e si muore un’altra volta ancora, sull’onda di una liturgia regressiva che recita il silenzio-assenso di un amore ad ajta tensione senza legami sociali, con prese dirette narrate e sepolte nei telefonini piccoli-grandi… e capienti. Si accendono gli occhi sulla terra in fiamme e nelle circo-stanze di un sistema difettoso crescono mille reati suonati a martello dai più ricchi e dai più forti, che fanno cadere il loro cuore di pietra sulle piccole farfalle iraniane che vogliono la luna e le stelle nelle scuole e nei prati pieni di sole. Si accendono gli occhi sulla terra in fiamme e la regina italiana… bene addestrata gira e rigira come una madonna pellegrina e non sente il risveglio madrileno di un fronte unito contro la guerra, contro il nuovo futurismo europeo pronto a rinnegare… che questo è stato. Pino Dicevi
March 7, 2026
Pressenza
Il deserto dei diritti umani: dagli accordi di Abramo al Board of Peace di Trump
1. Non sappiamo quanto tempo potrà durare la guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, di certo non sarà una guerra lampo come sperava Trump. Con la fine degli attacchi aerei, quando si passerà ai combattimenti sul terreno, non solo in territorio siriano, ma in Libano ed in altri paesi confinanti, al di là della possibile strumentalizzazione delle faide interne, e dell’ennesimo tranello teso dagli Stati Uniti ai kurdi, gli scontri in territorio iraniano avranno una durata indeterminata e potrebbero estendersi ai paesi confinanti. La “liberazione ” dello Stretto di Hormuz rimane ancora lontana. Il conflitto contro l’Iran, una guerra di aggressione che sta coinvolgendo già dieci paesi, non potrà concludersi senza l’intervento diretto in campo delle forze armate israeliane e statunitensi, con il supporto logistico dei paesi del Golfo, sempre più legati alla necropolitica di Netanyahu e dei suoi sodali. I rapporti di forza nell’area del Mediterraneo allargato e in Medio Oriente sono in continuo mutamento, come il sistema di alleanze che dagli Accordi di Abramo fino al Board of Peace di Trump ha visto i sunniti allearsi con Netanyahu e Trump contro gli sciiti, in Palestina, nello Yemen, ed adesso in Iran. Ma dopo la probabile sconfitta sul terreno dell’Iran, in un tempo che oggi nessuno può prevedere, rimane forte il rischio di una serie di attacchi terroristici verso i paesi che si sono allineati dietro i progetti espansionistici di Israele, se non sul piano militare, con il supporto politico ed economico. Altre due conseguenze appaiono altamente probabili, indipendentemente da come si concluda il regolamento di conti di Netanyahu con il regime iraniano. I traffici commerciali con tutti i paesi coinvolti nel conflitto saranno rallentati, al di là della fine del blocco dello stretto di Hormuz, e diventeranno molto più onerosi, per economie occidentali già prossime alla crisi per effetto della guerra in Ucraina e della politica dei dazi di Trump. Mentre potrebbero aprirsi nuove vie di fuga per i migranti forzati, cacciati dai conflitti, che tenteranno di raggiungere l’Europa sulla rotta balcanica, ma anche attraverso la Libia e la Tunisia. Questa maggiore pressione migratoria, in un momento in cui l’Unione europea tende ad esternalizzare le proprie frontiere, cancellando di fatto il diritto di asilo, si tradurrà in accordi con paesi di transito extra UE, e in operazioni sistematiche di respingimento collettivo, con forme diverse di detenzione arbitraria nei paesi terzi “sicuri”, o con deportazioni attraverso i cosiddetti “hub di rimpatrio” ubicati in questi paesi. Si verificherà così il completamento della militarizzazione delle frontiere europee, con il ricorso ad un imponente complesso militare ed informatico, per intercettare in mare o alle frontiere terrestri dei Balcani, oltre agli iracheni, gli afghani, i siriani, costretti alla fuga da anni, i nuovi migranti forzati provenienti dall’Iran e dal Libano. Sul piano interno il rischio terrorismo, che potrà essere facilmente strumentalizzato anche attraverso falsi allarmi, porterà all’abbattimento delle garanzie dello Stato democratico, con la legislazione dell’emergenza, pacchetti sicurezza dopo pacchetti sicurezza, e con la criminalizzazione del dissenso. Il recente Decreto legge 23/2026 in materia di sicurezza, appena entrato in vigore, costituisce un punto di svolta di non facile applicazione, ma che non si potrà superare nel breve periodo, ed apre ad una serie di duri scontri in Parlamento, nei territori e nelle sedi giudiziarie. Preoccupa anche il recente provvedimento in corso di approvazione (Disegno di legge “Romeo”) che permette di equiparare la critica ad Israele all’antisemitismo. Con lo stato di guerra permanente tutte le libertà democratiche sono a rischio. 2. Dobbiamo essere consapevoli di una nuova fase storica. Alla fine dell’equilibrio internazionale, sia pure imperfetto, basato sul multilateralismo e sulle Nazioni Unite, corrisponderà in tutti i paesi caratterizzati da governi di destra, dall’Ungheria di Orban all’Italia di Giorgia Meloni, il superamento del bilanciamento dei poteri dello Stato sancito dalle Costituzioni democratiche. Un processo già in corso da anni, che lo stato di guerra permanente su scala globale potrà accelerare con sviluppi imprevedibili. All’abbattimento della giustizia internazionale legata ad organismi delle Nazioni Unite (Corte internazionale di Giustizia, Corte Penale internazionale) corrisponderà la riduzione dell’autonomia della giurisdizione nazionale, quando i controlli di legittimità operati dai giudici sulla base di principi costituzionali potrebbero interferire con atti di rilievo politico, come si sta verificando in modo eclatante negli Stati Uniti di Donald Trump, ed in modo diverso in Gran Bretagna. La caduta delle economie occidentali, conseguenza del nuovo conflitto mondiale, che ormai va dal Libano ai paesi del Golfo, passando per l’annessione israeliana di Gaza e della Cisgiordania, corrisponderà ad un impoverimento della popolazione, con un aumento ovunque dei divari sociali, della conflittualità interna, con l’abbattimento delle garanzie del welfare (lavoro, sanità, abitazione, istruzione). Chi governerà in Europa e rimarrà legato agli interessi della grande finanza internazionale, delle compagnie tecnologiche e dei fabbricanti di armi, non potrà fornire soluzioni democratiche su queste materie, e ricorrerà, come si sta già verificando in Italia, a misure repressive, con l’inasprimento delle pene e la moltiplicazione dei reati. L’Unione europea appare sempre più divisa, e la posizione illuminata del premier spagnolo Sanchez sembra destinata a restare isolata, mentre l’internazionale nera alimenta ovunque flussi elettorali che potrebbero portare al governo partiti di estrema destra. Di fronte alle minacce di embargo di Trump, si vedrà chi in Europa sta dalla parte giusta della storia. In Italia, per la progressiva transizione verso lo Stato di polizia e la “democrazia autoritaria”, si interverrà sulle regole del voto e sull’ordinamento della magistratura, che adesso, dopo la modifica della Costituzione, sarà modificabile anche con leggi ordinarie, dunque con il voto della sola maggioranza, come è previsto dalla riforma della giustizia sulla quale saremo chiamati a votare con un referendum i prossimi 22 e 23 marzo. Mentre si profila all’orizzonte una ennesima riforma del sistema elettorale che appare strettamente legata alla modifica degli organi di governo della magistratura, ed alla prospettiva della Repubblica presidenziale. Si verificherà così, in contemporanea, uno svuotamento degli articoli 10 e 11 della Costituzione che sanciscono il ripudio della guerra e vietano la partecipazione ad organismi internazionali (come il Board of Peace) con limitazioni di sovranità non “in condizioni di parità“, e un corrispondente stravolgimento degli articoli della Costituzione sottoposti al referendum sulla Giustizia, in particolare gli articoli 102 Cost., che vieta giurisdizioni speciali come la nuova Corte di disciplina, 104 Cost., secondo cui la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, con un organo di autogoverno come il CSM, 107 Cost. che afferma il principio della inamovibilità dei magistrati, e 110 Cost. che delimita i poteri del ministro della giustizia relativamente all’organizzazione e al funzionamento dei servizi giudiziari. 3. Come cittadini assistiamo impotenti al deflagrare dei conflitti nel mondo ed al moltiplicarsi di vittime innocenti, potendo sostenere soltanto azioni a carattere umanitario, laddove anche queste non vengano impedite con la forza, come si sta facendo nella Striscia di Gaza. Possiamo però renderci artefici direttamente di una controinformazione che riesca a smascherare gli imbrogli su cui si basa la propaganda di governo, e sviluppare tutte le possibili forme di aggregazione solidale, in un momento in cui la crisi travolgerà le componenti più deboli della popolazione. Dovremo anche impegnarci, nei limiti delle forze che ci ritroviamo accanto nel corpo sociale, per una partecipazione alla scadenza referendaria che blocchi il processo di degenerazione dello Stato democratico, un processo in corso con gli attacchi ricorrenti allo Stato di diritto (Rule of law) e con lo svuotamento del ruolo delle assemblee elettive, attacchi che potranno proseguire nella ulteriore fase della riforma della giustizia, che si dovrà completare attraverso leggi ordinarie votate a maggioranza, che potranno abbattere il principio di separazione dei poteri e dunque il fondamento della Costituzione democratica. Fulvio Vassallo Paleologo
March 5, 2026
Pressenza
Dall’Iran un manifesto: No alla guerra
Pubblichiamo questo significativo appello di 353 attivisti e accademici iraniani — residenti in Iran — che hanno diffuso un manifesto dal titolo semplice e inequivocabile: “No alla guerra”. È fondamentale mostrare alla diaspora guerrafondaia iraniana e ai suoi sostenitori occidentali quali siano le reali richieste di chi vive nel Paese. Non è vero che gli iraniani residenti in Iran — coloro che sarebbero i primi bersagli di Trump — desiderano la guerra. Chi, dentro e fuori dall’accademia, ha ringraziato Trump per voler “liberare” gli iraniani deve sapere che non rappresenta nessuno. Non si può, dal caldo delle proprie case in Occidente, mettere a rischio la vita di milioni di innocenti. Questo manifesto condanna sia la repressione politica e il massacro dei manifestanti, sia un’invasione straniera, considerando entrambe contrarie all’interesse nazionale. > “No alla guerra contro l’Iran” > > La guerra è il male peggiore che la politica possa produrre. Uccide, > distrugge, getta le famiglie nel lutto. Annichilisce le infrastrutture, genera > povertà, sacrifica gli innocenti e alimenta nuova violenza. Riduce la nostra > capacità di affrontare le crisi e offusca qualsiasi prospettiva di sviluppo, > democrazia e giustizia per l’Iran. > > Netanyahu e i falchi di Washington puntano esplicitamente, attraverso retorica > bellicista, sanzioni e minacce, a destabilizzare e indebolire il nostro Paese. > Le tragedie del gennaio 2026 — come qualsiasi altra sofferenza — non possono > in alcun modo giustificare la guerra, né l’imposizione di ulteriori dolori ai > nostri connazionali, né la distruzione dell’Iran in qualsiasi forma. > > Noi, iraniani di diversa appartenenza politica, ci opponiamo senza esitazioni > a qualsiasi aggressione contro il nostro Paese. Siamo convinti che la > soluzione — per quanto difficile da percorrere — si trovi all’interno > dell’Iran stesso: nel cambiamento costruttivo, nel rinnovamento della società, > nella trasformazione che viene dal basso. È questa la strada. Non la guerra. > > Per questo chiediamo che si alzi una voce forte e unanime contro ogni logica > bellicista. Di fronte a qualsiasi aggressione, saremo al fianco del nostro > Paese. E invitiamo tutti i nostri concittadini — in particolare chi ha voce, > visibilità e credibilità — a unirsi a questa opposizione con ancora maggiore > determinazione. Firmato da 353 tra politici, intellettuali e attivisti della società civile iraniana, provenienti da un ampio spettro di orientamenti politici. (traduzione italiana dal testo farsi) No to War and Aggression Against Iran – ISNA https://share.google/1ONdmRzF7REm2NwFT Redazione Italia
March 2, 2026
Pressenza
Propaganda di guerra, nulla di nuovo sotto il sole
Anche riguardo all’attacco terroristico statunitense all’Iran (anch’esso praticante il terrorismo) la solita vecchia propaganda bellicista, accettata e riprodotta da chi ne ignora il carattere normalmente ricorrente La retorica della guerra mette da parte le sofferenze di tutte le persone innocenti, il diritto internazionale e le conseguenze post-belliche, e si concentra su altro. Qualcosa l’abbiamo già sentito, e non solo negli Stati Uniti ma anche in Italia. Poiché la retorica è sempre la stessa, il resto lo sentiremo (e da entrambi i belligeranti se qualcuno dei nostri media permetterà, a fatica, che ci arrivino anche le parole del ‘nemico’) nel prosieguo delle attuali azioni bellico-terroristiche internazionali, se andranno avanti. Ecco qualche esempio, che sarà opportuno tenere in mente: 1.la guerra è necessaria per la liberazione dalla minaccia del nemico, malvagio, dittatore, nuovo Hitler… (per questo, d’altronde bisogna costituire un Board of Peace); confronta Trump, per esempio in israele-e-usa-attacca-l-iran-trump-khamenei-e-morto: «Morto Khamenei, uno dei più malvagi della storia»; tutto già sentito a proposito di Slobodan Milošević, Saddam Hussein, Vladimir Putin … (e già detto dei Persiani dagli antichi Greci, cf. Tucidide 1.96.1 e 3.10.3: Atene, costituendo la Lega delio-attica, aveva espresso l’intenzione di devastare il territorio persiano e vendicarsi di quanto aveva subìto e voleva agire, più in generale, «per la liberazione della Grecia dal Persiano»; poi ridetto da Sparta che si dichiara a sua volta liberatrice dei Greci dall’imperialismo ateniese e può perciò assalire chiunque non la appoggi: cf. Tucidide 4.87.2-3) 2. la guerra è necessaria, o giustificabile, per la liberazione delle donne: Elena per Omero; le donne afghane per la first lady Laura Bush, come per Ellie Smeal, leader di Feminist majority nel 2001 – e nel 2002 la rivista Ms. parlò della coalizione dell’invasione in Afghanistan come di una «coalizione della speranza», mentre l’allora senatrice Hillary Clinton «votò entusiasticamente a favore della guerra, definendola il “ripristino della speranza”»: Rafia Zakaria, in femministe-afghanistan; parole simili si possono leggere oggi un po’ dappertutto, non ritengo pertanto necessario produrre fonti specifiche; 3. si tratta di make America great again, “fare di nuovo grande l’America” (in alternativa, l’Occidente). Cf. gli Spartani che volevano deliberare sulla guerra contro gli Ateniesi per riacquistare l’egemonia sul mare e così «rendere Sparta più grande e potente» (Diodoro Siculo 11.50.3 e 8), o gli efebi ateniesi, che prendendo servizio, giuravano: «trasmetterò la patria non minore ma più grande» (Licurgo, Contro Leocrate 77); 4.i nostri morti saranno degli eroi. Cf. D. Trump, p. es. in attacco-iran-trump-truth: «Potremmo perdere le vite di coraggiosi eroi americani e potrebbero esserci delle vittime, accade spesso in guerra»; e cf. Omero, Iliade 15, 494-8: Ettore incita: «orsù, combattete compatti presso le navi, e chi di voi, colpito da lontano o da vicino, incontri la morte e il destino, muoia: non è sconveniente morire difendendo la patria, ma saranno salvi la sposa e i figli, e intatti la casa e il patrimonio»; 5.la guerra sarà breve (con ‘illusione della vittoria’ che, nel migliore dei casi, ignora gli effetti successivi, compreso quello della diffusione dell’odio reciproco e del terrorismo sotterraneo della parte opposta). Cf.  D. Trump, p. es. in  iran-trump-operazioni-militari-dureranno-almeno-4-settimane-nuovi-leader-vogliono-parlare-sono-pronto: «ci vorranno quattro settimane, o meno”». E cf. Tucidide 1.121.2-4: «I Corinzi, alleati degli Spartani, per spingere alle armi precisavano che, grazie alla loro superiorità numerica, alla maggiore preparazione militare e abbondanza di risorse finanziarie, essi avrebbero prevalso sui nemici con una sola vittoria», con commento in  Cozzo 2024, 91: «una sorta di guerra-lampo – un topos (sempre falso) anche delle guerre odierne, per esempio quella di G.W. Bush al momento dell’invasione dell’Iraq e quella di V. Putin al momento dell’invasione dell’Ucraina»; 6.(da qui in avanti, punti che si trovano anche, a proposito della retorica bellicista durante la Prima guerra mondiale, in A. Ponsonby, Falsehood in War Time: Containing an Assortment of Lies Circulated Throughout the Nations During the Great War, London 1928, e in A. Morelli, Principi elementari della propaganda di guerra. Utilizzabili in caso di guerra fredda, calda o tiepida, tr. it. Roma 2005:) “noi” non vogliamo la guerra; 7.il campo nemico è il solo responsabile della guerra; 8.il nemico ha l’aspetto del diavolo o del “cattivo di turno”; 9.quella che difendiamo è una causa nobile, non un interesse particolare; 10.il nemico provoca intenzionalmente delle atrocità; noi possiamo solo commettere involontariamente errori di mira; 11.il nemico usa o userà armi illegali (l’atomica che noi già abbiamo e siamo i soli ad avere il diritto di avere); 12.le perdite del nemico sono imponenti, le nostre sono e saranno sempre assai ridotte; 13.gli artisti e gli intellettuali sostengono la nostra causa; 14.la nostra causa ha un carattere sacro; 15.quelli che mettono in dubbio la nostra verità sono dei traditori.   Analisi dettagliate di quanto qui sopra esposto, anche con precisi esempi e diversi altri luoghi comuni propagandistici, che saranno probabilmente utilizzati anche nella guerra terroristica all’Iran, si trovano in A. Cozzo, La logica della guerra nella Grecia antica. Contenuti, forme, contraddizioni, Palermo 2024, e Id., Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina. Promemoria e istruzioni per il futuro, Milano 2025 (già da noi recensito, ndr). Redazione Palermo
March 2, 2026
Pressenza