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IRAN: La crisi verticale degli USA non è solo militare. Si apre una opportunità per i popoli europei
La guerra in Iran la guerra va male per gli Stati Uniti. Siamo ad oltre 2 settimane dall’aggressione non provocata e non giustificata di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Una aggressione avvenuta a tradimento – mentre erano in corso trattative mediate dall’Oman – con immediati atti di terrorismo: dall’assassinio dell’Ayatollah Khamenei a quello di 175 ragazze e ragazzi in una scuola primaria. Una guerra, quella scatenata dalla coalizione Epstein, sanguinosissima: in 15 giorni di aggressione i civili iraniani assassinati sono tra i 2 e i 3000. Una quantità enorme perché ogni vita è un bene unico ed insostituibile ma una quantità enorme anche in termini comparativi: in Ucraina, in 4 anni di guerra abbiamo 15.000 vittime civili, qui 2/3000 in 15 giorni, una enormità. E’ del tutto evidente che le regole di ingaggio che utilizzano l’aviazione israeliana e statunitense sono del tutto al di fuori di qualsiasi rispetto delle regole internazionali e sono in perfetta continuità con quanto è avvenuto a Gaza e con quanto sta avvenendo nel Sud del Libano: una guerra contro la popolazione inerme, fatta per creare terrore e per distruggere la società, una guerra barbara alla massima potenza. In questo contesto, in cui la richiesta del cessate il fuoco e della fine dell’aggressione è l’unica richiesta sensata, cercherò qui di seguito di trarre un primo bilancio su questi 15 giorni di guerra e sui loro effetti. E’ troppo presto per dire chi ha vinto la guerra ma certo è chiaro che gli aggressori, Usa e Israele, non hanno conseguito nessuno dei vari obiettivi strategici che avevano enunciato mentre l’Iran non ha per nulla perso la capacità di reagire all’aggressione, anzi, sul piano militare ha segnato numerosi punti a suo favore. Mentre non abbiamo abbastanza elementi per ragionare su cosa succederà ad Israele e all’Iraq nel prossimo futuro, iniziano ad essere chiari alcuni elementi relativi agli Stati Uniti (in questo video trattati più diffusamente: https://www.youtube.com/live/AGY1nWeQcMk?si=fBk5lU8YOHBr2ouO ). In breve questa guerra ha portato agli USA: – Una fortissima perdita di credibilità. E’ la seconda volta in meno di un anno che gli USA attaccano l’Iran mentre sono in corso trattative tra i due paesi. Che chi si comporta in questo modo – dopo aver fatto esplodere il Nord Stream sotto l’amministrazione Biden – non è più degno della fiducia di alcuno e pare che questo sentimento si stia diffondendo ai 4 angoli della terra. – La perdita della funzione di “protezione” degli alleati. I paesi che dovevano essere protetti dalle basi militari statunitensi e dalle batterie di intercettori a stelle e strisce si sono trovati al contrario a diventare obiettivi militari proprio in quanto ospitanti le basi militari statunitensi. Inoltre, gli intercettori prelevati dall’estremo oriente, finiscono tutti ad Israele e non certo ai paesi arabi del golfo. Quindi gli USA invece che proteggere attirano i guai e con i mezzi a disposizione difendono solo Israele. – La perdita di credibilità sulla forza militare effettiva degli USA. Dopo la vicenda ucraina, in cui la NATO non è riuscita a piegare la Russia, l’avventura iraniana conferma che la forza militare effettiva degli USA non è all’altezza della sua declamazione hollywoodiana. Per una nazione che ha scelto di utilizzare la forza militare convenzionale per riprendere una posizione di potere che l’economia e la finanza non gli garantiscono più, si tratta di un colpo pesantissimo e dai risvolti non solo militari. – La guerra – in iniziata per risolvere i problemi economici rubando il petrolio all’Iran e utilizzandolo come collaterale per sostenere il debito – sta aggravando pesantemente la crisi economica degli USA. Il costo materiale della guerra è molto rilevante e non è compensato dall’aumento degli introiti di cui godono i produttori di petrolio statunitensi come si può evincere dall’analisi dettagliata qui contenuta (https://www.youtube.com/live/EubBprfSMQs?si=Ly3InuTVOTSYSo00 ). – La guerra aggrava la crisi interna agli Stati Uniti: con il 75% della popolazione statunitense contraria alla guerra, l’aumento del costo della vita, la morte di un numero crescente di soldati e l’aggravarsi della crisi non potranno che peggiorare la crisi sociale in USA. Giova sottolineare che in questo caso l’opposizione alla guerra va ben al di là del partito democratico perché coinvolge larghissima parte della base del movimento MAGA, il movimento populista che ha sostenuto a spada tratta Trump in campagna elettorale. – La carenza di intercettori ed in generale di armi sia nella guerra in Iran che – conseguentemente – nella guerra in Ucraina pone in evidenza che la crisi dell’apparato industriale statunitense ha una ricaduta pesantissima anche sulle sue capacità militari. Una superpotenza in grado di fare 3 settimane di guerra ma in crisi se il conflitto si protrae perde chiaramente moltissima della sua deterrenza. Per una nazione che ha fatto della violazione del diritto internazionale, dell’utilizzo della forza e della sopraffazione una propria caratteristica peculiare, significa una falla di dimensioni enormi. Il tentativo di Trump di sopperire con la forza militare alla perdita di potere economico e finanziario esce quindi molto indebolito da questi 15 giorni di guerra e questo ci parla della profondità della crisi statunitense ben al di la dei tratti psicopatici del fascista col ciuffo. Siamo dinnanzi ad una crisi verticale del capitalismo liberista fondato sulla finanza ed in questo quadro le misure poste in essere dagli USA per riconquistare la loro posizione di dominio non funzionano. Di questo parla la vicenda iraniana. La crisi europea Parallelamente la vicenda iraniana ci parla di una crisi europea destinata ad aggravarsi pesantemente: In virtù del blocco dello stretto di Hormutz vi sarà un forte aumento del prezzo del petrolio, del gas naturale, dei concimi azotati di cui il 30% della produzione è oggi bloccata dalla chiusura dello stretto. Gli effetti dell’aggressione all’Iran si sommano per l’Europa al blocco delle importazioni dalla Russia di petrolio, gas e fosfati. Mentre il resto del mondo troverà nelle forniture russe una alternativa alle forniture degli stati del Golfo, l’Unione Europea cumulerà gli effetti di quello che si caratterizza a tutti gli effetti come un doppio blocco delle forniture energetiche e delle materie prime. E’ come se l’Unione Europea si fosse posta da sola sotto sanzioni: prima tagliando i rapporti con la Russia e proseguendo anche adesso che è venuta a mancare la fonte mediorientale. Un disastro di dimensioni enormi. In questo contesto, mentre le classi popolari per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale si rendono conto che gli interessi degli Stati Uniti sono radicalmente diversi da quelli dell’Europa e che gli USA stanno cercando di mantenersi a galla spremendo l’Europa ed usandola come un bancomat per drenare i nostri risparmi, le classi dominanti della UE e dei diversi stati, continuano tranquillamente a fare gli interessi degli USA. Fa impressione che anche quando litigano con gli USA le elites europee si comportano come i principali sostenitori di Trump. Questo lo si vede nel ritardo e nell’indeterminatezza con cui hanno preso le distanze dalla guerra all’Iran, nella scelta di sostenere Israele nel genocidio dei palestinesi a Gaza, nella scelta di finanziare gli usa con l’acquisto di armi e di gas a costo quintuplicato e – last but not least – nella scelta di rompere completamente i rapporti con la Russia e con la Cina. In un mondo economicamente multipolare, la scelta di legarsi mani e piedi agli Stati Uniti – che ci sfruttano per drenare risorse verso di loro devastando il nostro apparato industriale – è semplicemente suicida. Una opportunità per i popoli europei In questo contesto, la crisi palese dell’egemonia e del potere statunitense, apre una finestra di opportunità per i popoli europei. Occorre approfittarne con determinazione nella consapevolezza che se rimaniamo agganciati agli USA verremo vampirizzati “dall’alleato atlantico” e ci toglieremo ogni possibilità di costruire relazioni con gli altri paesi e blocchi di cui è composto il mondo odierno. E’ quindi necessario intrecciare il No alla guerra con il tema della piena indipendenza economica, finanziaria e militare dagli Stati Uniti. Solo con la conquista dell’indipendenza dagli USA, con lo scioglimento o l’uscita dalla NATO è possibile riaprire i rapporti con la Russia, con cui dobbiamo fare rapidamente la pace e con cui dobbiamo ricominciare a commerciare. Parallelamente è necessario saldare il No alla guerra al No all’aumento delle spese militari, perché quelle risorse ci servono per migliorare il welfare e potenziare la ricerca e gli investimenti in tutti i settori innovativi da cui L’Europa è drammaticamente assente. L’Europa non ha materie prima ma ha capacità di trasformare le materie prime in prodotti finiti. Affinché questa capacità venga preservata occorrono materie prime ed energia a basso costo – cioè il rapporto con la Russia e con il Sud del mondo in generale deve essere riaperto – e serve l’incremento della ricerca e delle politiche industriali, non delle spese militari e della speculazione. La lotta contro la guerra e per lo sganciamento dell’Europa dagli USA sono gli elementi necessari per riaprire in Europa la lotta per la difesa delle classi subalterne e per la trasformazione sociale. Una Europa di pace che per essere tale deve percepirsi come un unico territorio, dall’Atlantico agli Urali, superando le forme attuali di una Unione Europea che è diventata la pura proiezione politica delle volontà guerrafondaie e geopolitiche della NATO. La cacciata di queste classi dominanti – che come dimostrano i diversi governi europei uniscono alla destra larghissima parte del cosiddetto centro sinistra – è parte costitutiva di questa prospettiva che sappia indicare per l’Europa un futuro di pace, giustizia e cooperazione. Paolo Ferrero
March 17, 2026
Pressenza
Cuba, futuro segnato?
Da settimane Cuba è sotto il tallone di Trump e il relativo strangolamento messo in atto dall’amministrazione statunitense, che sta comportando condizioni di vita terribili per tutta la popolazione. Sulla situazione in corso nell’isola caraibica abbiamo intervistato Roberto Livi, corrispondente de Il manifesto, profondo conoscitore delle dinamiche sociali e politiche del Paese, dato che vi abita da alcuni decenni. Ci puoi dare un quadro della crisi in corso? La situazione è da tempo drammatica, aggravata dalla mancanza di carburante. Tutti i giorni, per molte ore, ci sono interruzioni per quanto riguarda l’erogazione dell’ elettricità. Alle quali si aggiungono  l’aumento dei prezzi con costi insostenibili per la maggior parte della popolazione, la dollarizzazione dei generi di prima necessità, il collasso dei trasporti, per cui ormai all’Avana ci si muove con tricicli elettrici o in bicicletta.  Questo è il quadro terribile. Molti dei miei vicini di casa cucinano con il carbone o con la legna, parallelamente esiste un malcontento generale non organizzato politicamente, dato che in tutta la fase post rivoluzionaria a Cuba non c’è mai stata una vera società civile, perché quelli così definiti, come l’Unione delle donne, dei giornalisti, sono in realtà cinghie di trasmissione del partito. Così come è evidente una crescente sfiducia nei confronti dello Stato, incapace di risolvere i problemi materiali della gente.  Non c’è una società civile organizzata, però ci sono stati momenti di autorganizzazione nei quartieri popolari o quant’altro? Non si tratta di gruppi di quartiere, bensì di momenti di protesta con alcuni che escono di casa, scendono in strada e cominciano a fare i cacelorazo, altri si uniscono. Nelle zone più periferiche dell’Avana ci sono veri e propri movimenti popolari. Ma non c’è una opposizione in grado di proporre un programma di transizione. Quindi si tratta di focolai spontanei che nel migliore dei casi vengono sedati con l’intervento dei responsabili del partito o dei “comitati di difesa della rivoluzione che cerca di convincere le persone di sperare in un miglioramento, oppure con la repressione poliziesca.  Il contesto è reso ancora più problematico dal fatto che ci sono sostanzialmente due soggetti che si fronteggiano, quello dei “contra” che punta all’abbattimento del governo, e lo Stato che resiste, perché non è vero che sia fallito. Hai fatto riferimento alla questione energetica. La dipendenza dal petrolio è stata una prerogativa del modello economico. In queste settimane più volte si è fatto cenno alle rinnovabili che gradualmente negli ultimi anni sono state scelte come alternativa. Che ci puoi dire a proposito? Sulle rinnovabili Díaz Canel ha informato che oggi – grazie all’aiuto cinese- con il solare – si copre circa il 50% dell’energia richiesta durante il giorno. I problemi sorgono con il calar del sole  perché mancano batterie-  Di accumulazione, manca il carburante per le centrali. Inoltre le micro centrali di quartiere non funzionano a causa della mancanza di diesel.  Per le rinnovabili sono stati già installati circa  500 pannelli in altrettanti policlinici e in qualche ospedale. Stessa cosa nelle zone dove abitano  persone bisognose di cure, o in  luoghi isolati. Quali sono i motivi per cui  si è avviati verso questo finale? Stanno venendo al pettine nodi strutturali? Il dopo Fidel ha accelerato la crisi di un modello che, al di là delle attenuanti dovute allo storico embargo Usa, aveva sin dalle origini dei “difetti” cronici di vario tipo? Sulla crisi del modello è evidente che da tempo la struttura burocratizzata non funziona: il Paese non produce, è in recessione da quattro anni, il Pil pro capite è il più basso dell’America latina. Molto dipende dal blocco, ma vi sono stati tragici errori di programmazione come Tarea ordenamiento, cioè l’unificazione monetaria e l’eccessivo investimento in alberghi a scapito della produzione elettrica, sanità e scuola.  Da anni molti economisti amici ripetono che il problema non è la proprietà statale, ma l’efficienza. Sarebbe necessario decentrare e dare autonomia, nonché favorire una maggiore partecipazione dal basso. Recentemente è stata approvata la legge che permette l’associazione tra privato e statale.  Il partito e il governo come stanno reagendo? Cosa potrebbe accadere? E’ possibile uno scenario venezuelano? E’ difficile da dire, perché non essendoci trasparenza ed informazione da parte dei mass media, non si conoscono gli equilibri del potere. Si sa che ci sono delle divergenze, la situazione di crisi è evidenziata dall’ammissione da parte di Diaz Canel di trattative in corso con gli Usa, scenario che cambia il panorama politico. Inoltre i negoziati in corso sembrano  sotto il controllo dell’entourage di Raùl, dunque dei militari. Questo fa pensare che l’attuale leadership abbia le settimane, se non giorni, contati. Si prevede anche che prossimamente inizieranno le prime aperture verso la diaspora cubano- americana. Insomma è possibile un periodo di transizione con aperture economiche e magari una nuova dirigenza legata a Raùl e i militari.  Comunque è difficile pensare a qualcosa che vada al di là di una fase d’urgenza: Cuba ha bisogno di petrolio per sopravvivere, gli Usa possono darglielo per un periodo intermedio, ma avendo ben chiaro che strategicamente vi dovrà essere un cambio di governo. Gli uomini di Raùl possono guadagnare tempo.  Non penso vi sarà una resa alla venezuelana, i due paesi hanno storie diverse, ma data la difficile situazione, a meno di sorprese in Iran e nelle elezioni di medio termine negli Usa, sarà difficile un negoziato a schiena dritta e difendendo la sovranità come è nella storia delle rivoluzione.  Sergio Sinigaglia
March 17, 2026
Pressenza
Democrazia in tempo di guerra: Milano apre un varco nel consenso di guerra
Un incontro alla Camera del Lavoro prova a riaccendere il dibattito su guerra, censura e riarmo in un Paese dove il conflitto appare sempre più ineluttabile. Venerdì scorso, alla Camera del Lavoro di Milano, nella Sala Di Vittorio, si è parlato di una parola che negli ultimi mesi è tornata con forza nello spazio pubblico: guerra. Vent’anni fa, quando iniziò la guerra in Iraq, in Italia si respirava una tensione diversa. Le piazze si riempivano, il dibattito attraversava la società, la guerra divideva il Paese e costringeva tutti a prendere posizione. Oggi il clima è molto diverso. Mentre l’Europa si riarma e i conflitti si moltiplicano, la guerra sembra scivolare nel linguaggio della politica quasi senza provocare scosse nel corpo della società. È proprio dentro questo clima che si inseriva l’incontro milanese. Il titolo dell’iniziativa “Democrazia in tempo di guerra ossia l’Italia ai tempi della censura, della repressione e del riarmo”. Non un titolo scelto per provocare, ma per descrivere il momento storico. L’iniziativa è stata organizzata dal Coordinamento per la Pace Milano insieme ad altre organizzazioni, in un contesto internazionale segnato da conflitti armati, corsa al riarmo e crescente tensione sul terreno della libertà di espressione. Sul palco, in presenza, lo storico Angelo d’Orsi e l’ex ambasciatrice Elena Basile. Durante la serata sono stati proiettati anche i messaggi video di Alessandro Di Battista e Moni Ovadia. Accanto a loro hanno portato il loro contributo anche Roberta Leoni, presidente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Roman Froz Gorsky, ex campione europeo di breakdance, ed Emanuele Lepore dell’Associazione Nazionale Vittime dell’Uranio Impoverito, ricordando come la guerra non resti confinata nei teatri di conflitto ma produca conseguenze concrete nella società, nelle istituzioni educative e nella vita delle persone. Angelo D’Orsi ha parlato di un passaggio storico che ricorda altri momenti della storia europea: quando la guerra torna a occupare il centro della politica, il primo effetto non si vede sui campi di battaglia ma nello spazio pubblico. Cambia il linguaggio e i confini di ciò che si può dire. Elena Basile, diplomatica con una lunga esperienza internazionale, ha insistito su un punto che negli ultimi mesi è diventato sempre più evidente: l’Europa parla sempre più spesso il linguaggio del riarmo mentre lo spazio per il dissenso si restringe. I messaggi video di Alessandro Di Battista e Moni Ovadia hanno riportato la discussione sul terreno politico e culturale italiano: la sensazione che il Paese stia scivolando dentro una logica di guerra senza che si apra un vero confronto democratico. Non è un caso che l’iniziativa abbia già provocato polemiche prima ancora di svolgersi. Alcuni commentatori hanno accusato l’incontro di rappresentare un pacifismo “filorusso”, segno di quanto il tema della guerra sia ormai diventato un terreno politico esplosivo anche nel dibattito italiano. Ed è proprio questo, forse, il punto più interessante della serata milanese. Non tanto quello che è stato detto sul palco. Ma il fatto che oggi, nel cuore di una città europea, parlare apertamente di guerra, riarmo e libertà di parola sia diventato un gesto politico. Vent’anni fa la guerra in Iraq provocò una reazione potente nella società italiana. Milioni di persone scesero in piazza. Il conflitto entrò nelle famiglie, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. Oggi quella tensione sembra essersi dissolta proprio mentre la guerra torna a occupare il centro della scena internazionale. Forse anche per questo incontri come quello di Milano assumono un significato che va oltre la singola serata. Perché quando la guerra torna al centro della politica, la prima battaglia non si combatte al fronte, si combatte nello spazio pubblico. E riaprire quello spazio, riaprire il dibattito, il dissenso, la possibilità di discutere, è il primo passo per incrinare il consenso che rende la guerra possibile. Un primo passo che molti dei presenti hanno indicato con chiarezza: non limitarsi a osservare, ma tornare a unirsi, organizzarsi e costruire insieme una voce pubblica capace di farsi sentire. https://www.facebook.com/coordinamentopacemilano https://www.instagram.com/coordinamentopacemilano?igsh=ZHo3bWh5N245am5l Cristina Mirra
March 16, 2026
Pressenza
Israele e Stati Uniti minacciano di usare la bomba atomica contro l’ Iran
Negli ultimi giorni, che speriamo che non siano davvero gli ultimi per l’umanita’, da Israele e Stati Uniti arrivano voci di un possibile uso di armi nucleari tattiche contro l’Iran. Non sono preoccupazioni infondate vista la capacita’ militare dell’Iran di rispondere all’attacco del klan Epstein con micidiali missili ipersonici che bucano le difese consuete. Israele si percepisce ora come vulnerabile. Quindi non si esclude nessuna opzione. Trump ha chiamato Putin. Ne sono uscite due novita’ : una risoluzione del consiglio di sicurezza ONU che condanna la ritorsione iraniana sulle basi americane sparse in medioriente, e l’attenuazione delle sanzioni americane sull’esportazione russa di petrolio verso Cina e India. Quindi Russia e Cina si sono astenute dall’utilizzo del diritto di veto in sede ONU consentendo l’approvazione di una risoluzione molto discutibile sotto il profilo del diritto internazionale, che normalmente riconosce il diritto di ritorsione agli Stati sotto attacco militare. La situazione puo’ degenerare scatenando una guerra nucleare che nessuno puo’ vincere; a meno che Cina e Russia non rinuncino ad un’eventuale risposta. Mi sembra del tutto improbabile, ma oggi come oggi non si puo’ escludere nulla nello scenario attuale. Trump vuole fermare le ostilita’ e quindi sta bluffando? Israele pero’ sembra fuori controllo e non esiterebbe ad usare le bombe nucleari di cui dispone senza averlo mai dichiarato apertamente. In un mondo occidentale impazzito l’Unione europea rimane succube di una visione unipolare ormai fuori dalla Storia. Due governi giocano le ultime carte per rimanere in sella. USA e Israele sono messi all’angolo e sono disposti a tutto. Mentre gli europei non sono in grado neanche di approfittare della distensione con la Russia per fermare la guerra in Ucraina e rifornirsi di energia fossile a buon mercato dalla Russia. L’opinione pur essendo chiaramente contro queste guerre da fine impero non riesce a farsi ascoltare dai capi di governo. Si profila anzi la repressione del dissenso come modalita’ di gestione delle piazze ribelli. La democrazia resiste o non esiste piu’? Noi invitiamo le persone a protestare. Non possiamo accettare il delirio apocalittico del klan epstein. La speranza cammina sulle nostre gambe. Non abbiate paura. Ray Man Ray Man
March 16, 2026
Pressenza
Dichiarazione del fronte pacifista Israelo/palestinese sul conflitto in corso
80 organizzazioni ebraiche e arabe israeliane a Trump e Netanyahu: ponete fine alla guerra con l’Iran In questa Lettera Aperta la coalizione It’s Time avverte che, in mancanza di una risoluzione del conflitto israelo-palestinese non sarà possibile raggiungere alcuna stabilità nella regione, e critica il silenzio dell’opposizione politica israeliana mentre la guerra si intensifica Ottanta organizzazioni ebraiche e arabe in Israele hanno inviato oggi (lunedì) una lettera aperta al presidente degli Stati Uniti Donald Trump e al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, chiedendo la fine della guerra con l’Iran e l’avvio di un ampio processo politico regionale volto a risolvere il conflitto israelo-palestinese e a stabilizzare il Medio Oriente. Le organizzazioni firmatarie della lettera sono membri della coalizione “It’s Time”, un’ampia alleanza di organizzazioni per la pace, la riconciliazione e la società condivisa in Israele. Nella lettera, le organizzazioni avvertono che in conflitto attuale non sta affatto migliorando le condizioni di sicurezza, e al contario mette a rischio l’intera regione: “È ora di fermare la guerra con l’Iran – una guerra i cui obiettivi non sono raggiungibili n assenza di una chiara strategia di uscita. Ogni ulteriore guerra nella regione non fa che avvicinare il prossimo round invece di prevenirlo.” Secondo le organizzazioni, la guerra con l’Iran non può essere considerata isolatamente, ma è direttamente collegata agli sviluppi a Gaza e in Cisgiordania. La lettera sottolinea che, sotto la copertura dell’escalation regionale, il fragile cessate il fuoco a Gaza è minacciato, la maggior parte dei valichi resta chiusa limitando il flusso degli aiuti umanitari, mentre la violenza dei coloni in Cisgiordania continua a intensificarsi, aumentando il rischio di un più ampio deterioramento della situazione regionale. Le organizzazioni sottolineano che senza una soluzione politica al conflitto israelo-palestinese non sarà possibile raggiungere alcuna stabilità regionale: “Proprio come il conflitto israelo-palestinese è una fonte centrale di instabilità in questa area, la sua risoluzione sarà la chiave per costruire una nuova e stabile architettura di sicurezza.” La lettera critica anche il sistema politico israeliano, in particolare la mancanza di una chiara voce dell’opposizione ebraica che chieda la fine della guerra: «In assenza di una chiara voce politica che chieda la fine della guerra, la società civile si trova da sola a sventolare questa bandiera che esprime la volontà della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica in Israele, che vuole la vita, la pace e la fine del ciclo di spargimenti di sangue». Le organizzazioni affermano che l’appello a porre fine alla guerra fa parte di uno sforzo più ampio volto a promuovere un processo politico regionale, che include il mantenimento del cessate il fuoco a Gaza, il contenimento della violenza in Cisgiordania e la convocazione di una conferenza regionale per avviare un processo diplomatico volto a risolvere una volta per sempre il conflitto israelo-palestinese. Il 30 aprile prossimo, la coalizione “It’s Time” ha previsto la 3za edizione del People’s Peace Summit a Tel Aviv: il più grande evento contro la guerra in programma in Israele nel 2026 e il primo grande raduno pubblico che chiede la fine delle guerre con l’Iran e il Libano e un processo politico regionale. *Link alla lettera completa:* https://drive.google.com/file/d/1QTec2mbk2p8p6gZyFXrLew8cpY3LeKe9/view?usp=drive_link *Informazioni sulla coalizione “It’s Time”* “It’s Time” è un’ampia coalizione di circa 80 organizzazioni ebraiche e arabe per la pace e la società condivisa in Israele, che lavorano insieme per promuovere la fine del conflitto israelo-palestinese attraverso un accordo politico e per promuovere un futuro di sicurezza, giustizia e uguaglianza per entrambi i popoli. Nell’ambito del suo lavoro, la coalizione promuove iniziative pubbliche e diplomatiche, tra cui il People’s Peace Summit, che cerca di presentare un’alternativa civica al ciclo continuo di conflitti e guerre. Daniela Bezzi
March 16, 2026
Pressenza
Consiglio di Sicurezza ONU chiede a Iran di fermarsi, ma non condanna chi l’ha aggredito
L’11 marzo 2026 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato con 13 voti a favore e due astenuti (Russia e Cina) la risoluzione proposta dal Bahrein che “condanna con la massima fermezza i gravi attacchi dell’Iran contro i territori di Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania e chiede l’immediata cessazione di tali attacchi e stabilisce che costituiscono una violazione del diritto internazionale e una grave minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”. Il testo ha avuto 135 co-sponsor tra cui Stati Uniti e Italia. Interessante è notare che tutti gli Stati elencati siano stati, negli anni, artefici della destabilizzazione del Medioriente grazie alla loro alleanza strategica con gli USA e il fronte occidentale, ma soprattutto è ancor di più interessante notare che la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite chiede all’Iran di cessare immediatamente gli attacchi contro i Paesi arabi, ma non condanna Stati Uniti e Israele che hanno iniziato gli attacchi con azioni di terrorismo di Stato con l’uccisione mirata dell’ayatollah Ali Khamenei, né ha chiesto loro di interrompere gli attacchi. In questo contesto, la bozza di risoluzione russa per un cessate il fuoco non ha ottenuto il sostegno, Teheran ha definito la decisione illegale e ha denunciato un’alterazione dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite. Secondo l’Iran, nessuna decisione del Consiglio di sicurezza può annullare il diritto inalienabile di uno Stato all’autodifesa. L’ambasciatore iraniano all’Onu, Amir Saeid Iravani, ha definito la risoluzione adottata dal Consiglio di Sicurezza che chiede la cessazione immediata degli attacchi di Teheran contro gli Stati del Golfo politicamente motivata: “L’azione odierna rappresenta un palese abuso del mandato del Consiglio di Sicurezza per perseguire gli obiettivi politici di alcuni membri, i vari Stati responsabili della brutale guerra di aggressione contro il mio Paese”, ha detto nel corso della riunione. Anche Mosca ha reagito duramente al testo finale, nonostante l’astensione. La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha dichiarato che la parte russa è estremamente insoddisfatta del processo di concordazione del documento. Secondo lei, gli autori della risoluzione bahreiniti non hanno accettato nessuna proposta russa o cinese che avrebbe potuto rendere il testo più equilibrato. Successivamente, il Consiglio di sicurezza ha esaminato la bozza di risoluzione russa che chiede un cessate il fuoco immediato in Medio Oriente e un ritorno alla diplomazia. Il documento non faceva riferimento a nessun Paese specifico: invitava tutte le parti a cessare le ostilità, condannava gli attacchi contro i civili e sottolineava l’importanza della sicurezza degli Stati della regione e oltre. Tuttavia, il progetto non è passato. Solo quattro Paesi l’hanno sostenuto, nove si sono astenuti e gli Stati Uniti, che detengono il diritto di veto, e la Lettonia hanno votato contro. In questo contesto, Teheran ha continuato a inviare un segnale ai Paesi della regione. Esmaeil Baghaei ha dichiarato che l’Iran non ha intenzioni ostili nei confronti dei popoli e degli Stati del Medio Oriente, ma manterrà il diritto all’autodifesa e agli attacchi contro le fonti di aggressione finché alcuni Paesi permetteranno l’uso del loro territorio e delle loro risorse per attaccare la Repubblica islamica. Ha aggiunto, però, che se l’uso del territorio di questi Paesi contro l’Iran cesserà, anche le azioni difensive iraniane cesseranno. Baghaei ha anche dichiarato che la presenza di basi militari statunitensi nel Medio Oriente non garantisce la sicurezza della regione, anzi la rende più instabile. Secondo lui, l’uso del territorio di Paesi musulmani per attaccare un altro Paese musulmano non può avere alcuna giustificazione. Ha sottolineato, inoltre, che l’Iran non è interessato a trasformare lo Stretto di Hormuz in una zona pericolosa, ma le navi che desiderano attraversarlo devono coordinarsi con la Marina iraniana. Teheran continua a sostenere che la vittoria dell’Iran nell’attuale confronto sarà una vittoria per l’intera regione contro gli Stati Uniti e Israele. Baghaei ha formulato questa idea in modo esplicito, affermando che la guerra contro la Repubblica Islamica è stata scatenata da USA e Israele per dividere i Paesi del Medio Oriente, oltre che per interessi imperialistici come le riserve naturali, il petrolio e il controllo dello Stretto di Hormuz. Nel frattempo, la guerra sta già colpendo le principali aziende energetiche. TotalEnergies ha dichiarato di aver interrotto o interromperà la produzione di petrolio e gas in Qatar, Iraq e sulla piattaforma continentale degli Emirati Arabi Uniti. Complessivamente, questo rappresenta circa il 15 per cento del volume totale della produzione dell’azienda. Tuttavia, la stessa azienda ha sottolineato che la produzione onshore negli Emirati Arabi Uniti, circa 210.000 barili al giorno, continua, poiché questo volume viene trasportato attraverso il terminale di Fujairah, e la raffineria Satorp in Arabia Saudita continua a funzionare per il mercato interno. L’Iran, che formalmente è lo stato aggredito, si trova oggi isolato anche nell’area del Golfo, perché nessuno Paese ha dichiarato qualcosa in sua difesa e nessuno ha proposto una condanna nei confronti di Israele, stato aggressore. Questo sottolinea ancor di più l’esistenza di un doppio standard internazionale, un doppiopesismo nelle decisione della comunità internazionale e soprattutto un servilismo di molti verso gli interessi di USA e Israele che in questo momento stanno minando la pace mondiale. Una situazione paradossale in cui ci si appella al diritto internazionale per gli attacchi iraniani, mentre si vogliono ignorare le violazioni totali e unilaterali del diritto internazionale da parte degli USA, verso uno Stato sovrano come il Venezuela e del suo legittimo Presidente Nicolas Maduro; di Israele, verso la Palestina e il suo popolo da oltre 80 anni; degli USA e di Israele, verso l’Iran fin dal 2005 con atti di terrorismo di Stato volti ad eliminare fisicamente funzionari, militari, politici iraniani (per ultimo l’Ayatollah Khamenei, guida suprema del Paese), oltre che al bombardamento della scuola femminile a Minab che ha portato alla morte in massa di 170 giovani studenti. Nessun organismo internazionale si è indignato di fronte a queste palesi violazioni del diritto internazionale? La verità è che si vuole ignorare deliberatamente tutto questo, perchè bisogna garantire gli interessi imperialistici USA. USA e Israele, oltre a dichiarare palesemente guerra al diritto internazionale con la Dottrina Rubio, oggi fanno di tutto per usare – quando possono – in modo strumentale il diritto internazionale per piegarlo alle loro logiche di guerra. Oggi l’Iran è il secondo Paese al mondo per riserve di gas accertate, è il quarto Paese al mondo per pubblicazioni scientifiche sulle nanotecnologie, è un Paese ricchissimo di minerali e, attraverso il suo Stretto di Hormuz, passa il 30% di tutto il petrolio via marittima. Ricordiamo che l’Iran il Paese non fa parte degli Accordi di Abramo per la normalizzazione di Israele con i Paesi Arabi; che l’Iran ha combattuto contro le formazioni del terrorismo islamico; che l’Iran ha combattuto Al-Qaeda e l’ISIS che volevano destabilizzare il Medioriente; che l’Iran ha combattuto contro i Talebani in Afghanistan: che l’Iran sostiene la resistenza palestinese, Hezbollah in Libano e soprattutto gli Houti in Yemen, mentre gli altri paesi sopracitati da almeno dieci anni hanno condotto – con l’aiuto USA e di Donald Trump – lo Yemen in una situazione di instabilità permanente. Nonostante ciò in tutto l’Occidente ci viene rappresentato dalla maggioranza dei media mainstream e delle posizioni politiche come “Stato Canaglia”, “cuore dell’Asse del Male”, “centro del terrorismo internazionale”. In questi decenni si è trovato a dover subire sul proprio territorio varie forme d’aggressione istituzionali (le sanzioni USA), militari (i continui attacchi di USA e Israele) e terroristiche, come gli attentati dell’organizzazione Mujahedin e-Khalk (MEK), organizzazione terroristica manovrata dagli Usa e da Israele, oltre all’ingresso della droga afghana mirata a minare la società iraniana. Ad oggi non ci sono prove di un programma iraniano finalizzato alla costruzione di armi nucleari e a dichiararlo è Rafael Grossi, il direttore generale della Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea). Il vertice dell’organizzazione autonoma delle Nazioni Unite smentisce così le affermazioni di Israele e Stati Uniti che hanno giustificato l’attacco a Teheran rispolverando il rischio atomico. Grossi ha spiegato a Nbc News che l’agenzia non ha identificato “elementi di un programma sistematico e strutturato per la produzione di armi nucleari” in Iran: cosa che la stessa agenzia non può dire di Israele, il quale ha sempre impedito all’AIEA di mettere piede sul proprio suolo. L’Iran è un Paese che non ha alcun interesse strategico ad entrare in guerra perchè sa benissimo che rischierebbe troppo. I suoi bombardamenti sono la risposta fisiologica ai bombardamenti di USA e Israele. In questa situazione nulla è più importante di elevare ad interlocutore, di mettere al centro la diplomazia internazionale. La questione non è essere a favore della teocrazia iraniana, ma di mettere al centro l’opposizione ad ogni guerra e di essere dalla parte della pace e del diritto internazionale, costantemente minacciati oggi da USA e Israele. Lorenzo Poli
March 15, 2026
Pressenza
Le parole e le bombe
Mi pare che non si stia adeguatamente riflettendo su un “dettaglio” di questa guerra iniziata con l’aggressione USA all’Iran. Il fatto che questa sia iniziata mentre le due delegazioni diplomatiche, iraniana e statunitense, stavano dialogando a Ginevra. Giovedì 26 si sono incontrate, le delegazioni si sono mostrate soddisfatte dei colloqui, hanno fissato un nuovo colloquio per lunedì ma questo non è mai avvenuto perché gli USA sabato 28 hanno iniziato a bombardare (insieme allo stato alla sbarra per genocidio che già aveva illegalmente bombardato mesi prima, e questo è un altro “dettaglio” che meriterebbe molte più riflessioni) Noi non ci rendiamo conto della totale perdita di credibilità che tutto questo comporta sugli USA, e su di noi che siamo ormai una loro propaggine (lo siamo diventati per scelta strategica, non perché tre generazioni fa i nostri nonni e bisnonni siano stati liberati grazie al supporto USA: i politici del dopoguerra erano molto più liberi di quelli attuali da tale egemonia). Chi può fidarsi di noi? Che un giorno diciamo “ci rivediamo lunedì a Ginevra” e sabato bombardiamo a tradimento? La nostra parola, anche quella scritta, non vale più nulla. Siamo abituati a vedere questa perdita di credibilità nella politica interna. Promesse elettorali tradite, gli “stai sereno” a cui due settimane dopo segue un’operazione di palazzo, i vari “se perdo mi ritiro dalla politica” detti a reti unificate su cui nessuno ha mai chiesto conto. Politici che cambiano casacca e posizione in modo spudorato. Ma si tratta ancora di cose di poco conto rispetto a quanto avvenuto con le bombe sul tavolo di negoziazione. Ricordiamo: nel 2015 Obama fa un patto con l’Iran sul nucleare, loro lo rispettano, gli USA escono nel 2018 unilateralmente con Trump, Israele bombarda nel 2025 ammazzando scienziati e alti funzionari nonostante l’AIEA non veda rischi (come vent’anni fa con l’Iraq gli ispettori ONU non vedevano armi di distruzione di massa). Le bombe arrivano avendo come movente la cosa, magari l’unica, su cui gli iraniani sono irreprensibili: il loro programma nucleare civile. Loro hanno rispettato la parola, la nostra parte di mondo no. Non è del tutto irrilevante che una “fatwa” di qualche decennio fa, ribadita in più occasioni, possa aver contribuito a tenere l’atomica lontana da quel paese. Si dirà che le cause sono anche altre, tecnologiche, può darsi, fatto sta che mentre la Corea del Nord nel 2003 usciva dal TNP, l’Iran ribadiva la parola della fatwa. Nel 2006 la Corea del Nord diventava potenza nucleare e faceva i primi test, 20 anni dopo invece l’Iran, stando a quanto dice l’AIEA, non aveva niente che facesse pensare allo sviluppo dell’atomica. Un cinico potrebbe dire che ha fatto bene la Corea del Nord, che ha ottenuto la deterrenza, che se gli iraniani invece di legarsi a quella parola detta decenni addietro avessero fatto lo stesso, non sarebbero stati bombardati nel 2025 e nel 2026. Sarò ingenuo, non adeguatamente informato, ma ho l’impressione che delle culture che noi guardiamo con paternalismo e superficialità, diano molta più importanza alla parola rispetto a quanto ne diamo noi. Per uno sciita magari una fatwa della seconda autorità religiosa esistente, ha un peso molto alto. La parola, per un credente è qualcosa di talmente importante che per i cristiani è Dio stesso. “Il Verbo era Dio…”dice il prologo del Vangelo di Giovanni. La Parola può creare, trasformare, rinnovare. Ma se smette di essere qualcosa di credibile, se si smentisce in continuazione, quella parola non ha niente a che fare col trascendente, quella parola non è Parola, è menzogna. Lo stesso personaggio che ci ha detto sei mesi fa che le capacità nucleari iraniane erano distrutte per sempre grazie al bombardamento di un B52, ci dice un mese fa che senza ulteriori bombardamenti l’Iran avrà l’atomica in una settimana. Chi può credere alle sue parole? Gli stessi che lunedì ci dicono “la guerra è finita abbiamo già vinto” (e riescono a farlo credere per un giorno ai mercati, che in uno schioccar di dita vedono il Brent scendere da 119 a 80 dollari) dicono ai loro militari di prepararsi a star via di casa fino a settembre, mandano una terza portaerei in zona, dicono ai loro diplomatici di andare via da ulteriori sedi. Chi, tra gli avversari, può credere a una loro parola? A una nostra parola, perché noi siamo purtroppo parte dello stesso mondo. La diplomazia occidentale è stata fatta a pezzi contemporaneamente ai corpi delle bambine della scuola di Minab. Già non era granché in salute da diverso tempo. Ma adesso se ci mettiamo anche solo per un istante nei panni di un avversario degli USA (ovvero di un nostro avversario) non si può che condividere la loro sfiducia in una proposta di percorso diplomatico che veda noi come attori. Come se ne esce? Probabilmente non è ormai possibile spegnere l’incendio, ma se c’è ancora uno spiraglio, solo chi è meno compromesso, chi ha ancora una parola credibile, può cercare di ricreare un percorso diplomatico. Un’azione congiunta di paesi che hanno ancora credibilità da spendere. Il Brasile di Lula, che da tempo sta portando in sede ONU un progetto di riforma del consiglio di sicurezza. Il Sudafrica, capace di portare davanti alla ICJ i campioni mondiali di impunità, con l’accusa di genocidio. Forse la Spagna di Sanchez. Gente che è disposta a pagare un prezzo per ci che dice e per le posizioni che prende. Se vogliamo recuperare la diplomazia, dobbiamo recuperare la parola. Andrés Lasso
March 14, 2026
Pressenza
Cuba, Diaz Chanel: “Avviati colloqui bilaterali con gli USA”
“Non ci sono colloqui con il governo degli Stati Uniti, fatta eccezione per contatti tecnici in materia di migrazione.” – riferiva il 12 gennaio 2026, in un post su X, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito e Presidente della Repubblica di Cuba, in risposta alle dichiarazioni rilasciate dal presidente Usa, Donald Trump, a bordo dell’Air Force One in cui ha affermato che Washington ha già avviato “conversazioni” con L’Avana. Il Presidente di Cuba, Diaz Canel, in conferenza stampa, ha aggiornato lo stato delle relazioni tra i due paesi confermando che incontri bilaterali con Washington sono in corso. Ricordiamo che incontri/colloqui tra Cuba e Stati Uniti non sono una novità. Solo tra il 2024 e l’inizio del 2026 si sono tenuti dialoghi/incontri su diversi temi: leggi sulla sicurezza, sul rispetto delle frontiere, emigrazione, droga, etc. Cuba ha sempre ribadito la disponibilità di Cuba ad avviare un dialogo, a condizione che si svolga nel rispetto reciproco e senza minacce e che la rimozione del Bloqueo è la condizione per stabilire regolari e normali relazioni diplomatiche. Sotto l’articolo tradotto che consigliamo di leggere.  Per creare spazi di comprensione e cooperazione, i funzionari cubani hanno recentemente tenuto colloqui con rappresentanti del governo degli Stati Uniti. In corrispondenza con la politica coerente che la Rivoluzione Cubana ha difeso nella sua storia, guidata dal generale d’armata Raúl Castro Ruz come leader della Rivoluzione, e dal Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez – e in azione colleale con le più alte strutture del Partito, dello Stato e del Governo – I funzionari cubani hanno recentemente tenuto colloqui con rappresentanti del governo degli Stati Uniti. Ciò fu riferito dal presidente Díaz-Canel Bermúdez dalla sede centrale del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e davanti ai membri dell’Ufficio Politico, della Segreteria del Comitato Centrale del Partito Comunista e del Comitato Esecutivo del Consiglio dei Ministri. Il dignitario ha dichiarato che “questi colloqui sono stati volti a cercare soluzioni, attraverso il dialogo, alle differenze bilaterali che abbiamo tra le due nazioni. Ci sono fattori internazionali, ha detto, che hanno facilitato questi scambi.” “Lo scopo di questi colloqui,” ha aggiunto il Capo di Stato, “è, innanzitutto, identificare quali sono i problemi bilaterali che necessitano di una soluzione.” Come parte dello scopo, come ha spiegato il presidente, è anche “determinare la volontà di entrambe le parti di intraprendere azioni a beneficio dei popoli di entrambi i paesi. E inoltre, identificare aree di cooperazione per affrontare le minacce e garantire la sicurezza e la pace di entrambe le nazioni.” Tra gli obiettivi, ragionato dal Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba, è anche lavorare per la sicurezza e la pace nella regione dell’America Latina e dei Caraibi. Nel suo discorso, Díaz-Canel ha sottolineato: “Va ricordato che non è stata e non è prassi della leadership della Rivoluzione Cubana rispondere a campagne speculative su questo tipo di questione. Questa è una questione che si sta sviluppando come parte di un processo molto sensibile, condotto con serietà e responsabilità, perché influisce sui legami bilaterali tra le due nazioni e richiede sforzi enormi e ardui per trovare una soluzione e creare spazi di comprensione, che ci permettano di andare avanti e allontanarci dal confronto.” Successivamente, il Capo di Stato ha affermato che “negli scambi che si sono tenuti, la parte cubana ha espresso la volontà di portare avanti questo processo, sulla base dell’uguaglianza e del rispetto dei sistemi politici di entrambi gli Stati, della sovranità e dell’autodeterminazione dei nostri governi.” “E questa questione è stata sollevata tenendo conto di un senso di reciprocità e di rispetto del Diritto Internazionale,” ha detto il dignitario in una giornata presieduta anche dal Presidente dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare e del Consiglio di Stato, Esteban Lazo Hernández; dal Primo Ministro, Manuel Marrero Cruz; dal Segretario all’Organizzazione del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba, Roberto Morales Ojeda; così come dal Vicepresidente della Repubblica, Salvador Valdés Mesa – tutti membri dell’Ufficio Politico. In un altro momento delle sue parole, il Capo di Stato ha riflettuto che ogni volta che abbiamo avuto momenti di tensione, come questo di confronto con il governo degli Stati Uniti, sono apparse persone e istituzioni che hanno facilitato la costruzione di certi canali che ci permettono di dialogare. Il presidente ha detto che, “in questi momenti di estrema tensione, sono emerse anche queste possibilità” per creare spazi di comprensione. Fonte: https://www.acn.cu/cuba/para-crear-espacios-de-entendimiento-y-cooperacion-funcionarios-cubanos-han-sostenido-recientemente-conversaciones-con-representantes-del-gobierno-de-los-estados-unidos Articolo tradotto da ANAIC Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
March 14, 2026
Pressenza
La condanna di Kabul
Mentre gli occhi del mondo sono puntati su Teheran, l’attacco del Pakistan in Afghanistan continua da giorni e rischia di gettare la popolazione già stremata da una condizione di crisi umanitaria cronica in un baratro senza ritorno. L’ennesima condanna di una regione al centro dello scacchiere internazionale.  Le prima avvisaglie più concrete di una pericolosa degenerazione nelle relazioni tra Pakistan e Afghanistan si sono avvertite già nel settembre 2023 quando il governo di Islamabad senza grandi avvertimenti aveva imposto l’espulsione di tutte le famiglie afghane presenti nel paese prive di un permesso di soggiorno legittimo.  Cominciò allora un esodo di massa che portò in meno di tre anni al rientro forzato di più di un milione di persone, famiglie che si erano stabilizzate in Pakistan sin dai tempi dell’invasione russa degli anni ‘80 e che in un giro di orologio si sono ritrovate rifugiate nella propria terra.  Con la costruzione di campi profughi temporanei tra i deserti di Kandahar la rabbia delle popolazioni afghane frontaliere di etnia pashtun si è fatta ancora più accesa, brace viva sulla ferita ancora aperta causata dalla cooperazione pluridecennale del paese confinante con le truppe statunitensi durante l’occupazione.  Ne sono nate scaramucce di piccola entità tra le postazioni militari sulla linea di confine — peraltro mai formalmente riconosciuta da Kabul in quanto retaggio del potere coloniale britannico —, accompagnate dall’accusa reciproca di sostenere gruppi terroristici anti-governativi all’interno dei rispettivi paesi (IS-KP in Afghanistan e TTP in Pakistan).  Nell’ottobre 2025 un’incursione aerea di Islamabad colpì diverse aree del paese a prevalenza tagika e pashtun con l’obiettivo di eliminare i centri di comando del TTP. La reazione delle forze di terra talebane rinfocolò un conflitto cruento durato dieci giorni.  La cessazione delle ostilità mediata a Doha sembrava aprire un nuovo capitolo di stabilità, fino almeno allo scorso 17 febbraio quando un paio di attentati nella regione del Pakistan settentrionale di Khyber Pakhtunkhwa rivendicati dal TTP hanno ucciso 17 persone e spinto il governo di Islamabad a lanciare una nuova campagna di attacchi aerei nelle province afghane di Nangarhar, Paktia, Khost, Laghman e Kabul.  Come riferito da Attaullah Tarar, ministro dell’informazione pakistana, gli attacchi avrebbero avuto ad oggetto “esclusivamente campi di addestramento del TTP e un punto di comando dello Stato Islamico”. Il portavoce del governo talebano Zabihullah Mujahid ha fermamente rigettato questa versione dichiarando su X che gli attacchi hanno avuto come obiettivo i civili “uccidendo e ferendo decine di persone, tra cui donne e bambini”.  La risposta militare di Kabul, che rigetta con fermezza le accuse di affiliazione alle cellule di comando del TTP, non si è fatta attendere. La contro-offensiva via terra ha colpito diversi avamposti pakistani a pochi chilometri dalla linea Durand, aprendo la magnitudo del conflitto su tutto lo spazio di confine da Nangarhar a Kandahar. Il ministro degli esteri pakistano Ishaq Dar non ha esitato a definire il conflitto “guerra aperta” e il bollettino aggiornato delle vittime non lascia grande spazio all’interpretazione.  Ad oggi, secondo le fonti ufficiali pakistane, sono più di 400 i militari talebani uccisi. Dall’altro lato, i portavoce dell’Emirato confermano la morte di 42 civili afghani e il ferimento di più di un centinaio durante i bombardamenti.  La guerra lanciata dall’asse USA-Israele su Teheran non fa che acuire la tensione e gettare ombre sulle reali intenzioni del Pakistan. Numerosi esponenti degli ambienti filo-governativi a Kabul accusano infatti la repubblica islamica confinante di continuare a supportare Washington con la finalità di riprendere possesso delle basi militari nel paese, a cominciare da quella tristemente nota di Bagram, teatro di numerose violazioni dei diritti umani per mano dell’esercito statunitense durante il ventennio di occupazione.  Quello che è sicuro è che la prosecuzione di un conflitto ad alta intensità rischia di gettare la popolazione afghana in una condizione di crisi senza ritorno.  Il conflitto coglie infatti il paese in uno dei suoi periodi più tragici dal punto di vista umanitario, con poco più di un terzo della popolazione in stato di insicurezza alimentare acuta, 3,7 milioni di minori che necessitano cure urgenti per malnutrizione e più di 3 milioni di rifugiati interni, espulsi dal 2021 ad oggi soprattutto da Pakistan e Iran (dati WFP e UNHCR).  La chiusura totale dei tavoli di negoziato in corso nei mesi scorsi a Doha e Istanbul pare far sgretolare anche la più flebile speranza di un cessate il fuoco in tempi brevi.  Al centro, una popolazione allo stremo abbandonata ancora nel cuore di uno scacchiere geopolitico che non sembra lasciare grande scampo.  La condanna di Kabul continua.  Guglielmo Rapino
March 13, 2026
Pressenza
La Flotilla che rompe il silenzio su Gaza
“I popoli sono come le barche, possono essere affondati, ma non possono essere fermati. Prima o poi tornano a galla e riprendono il loro cammino”. (Eduardo Galeano) Il 12 marzo 2026, presso la libreria Feltrinelli di piazza della Repubblica a Firenze è stato presentato il libro Flotilla. In viaggio per Gaza di Arturo Scotto (Giunti), racconto della missione civile che ha tentato di raggiungere la Striscia portando aiuti umanitari e denunciando l’assedio in corso. Con l’autore hanno dialogato la docente di diritto internazionale Micaela Frulli e il giornalista Saverio Tommasi, moderatore dell’incontro, in una serata che ha intrecciato testimonianza personale, analisi politica e riflessione sul ruolo della società civile di fronte ai conflitti contemporanei. Ad aprire l’incontro è stata la sindaca di Firenze Sara Funaro, che nel suo saluto ha ricordato come la città abbia storicamente mantenuto una forte vocazione ai diritti umani e alla costruzione della pace. La partecipazione alla flotillia, ha sottolineato, rappresenta “un atto di coraggio e di fraternità” verso popolazioni che vivono situazioni drammatiche. Raccontare oggi quell’esperienza attraverso un libro significa soprattutto mantenere accesi i riflettori su una crisi che rischia di essere progressivamente rimossa dall’attenzione pubblica, nonostante che le violenze e le ingiustizie continuino. Il cuore della serata è stato però la domanda posta da Saverio Tommasi: a cosa è servita davvero la missione della Flotilla? Arturo Scotto ha risposto con realismo. L’obiettivo immediato non è stato raggiunto: gli aiuti non sono arrivati a Gaza e l’assedio continua. Ma l’esperienza ha avuto un significato politico e umano molto più ampio. “Abbiamo aperto uno squarcio”, ha spiegato l’autore, ricordando come la missione abbia contribuito a generare una mobilitazione diffusa, capace di coinvolgere movimenti, associazioni e soprattutto una nuova generazione di giovani che si sono avvicinati alla politica attraverso la solidarietà con il popolo palestinese. Il libro racconta i giorni della navigazione: la vita sulle piccole imbarcazioni, l’arrivo dei droni, l’abbordaggio e la detenzione. Ma ricostruisce anche il contesto politico nel quale la missione è nata. Secondo Scotto, la flotillia è stata possibile proprio perché la politica istituzionale aveva lasciato un vuoto: governi incapaci o non disposti ad aprire corridoi umanitari e a far rispettare il diritto internazionale. In quel vuoto si è inserita la società civile, con una iniziativa fragile ma potente dal punto di vista simbolico. È proprio sul terreno del diritto internazionale che si è concentrato l’intervento di Micaela Frulli. Per la docente dell’Università di Firenze la missione non va interpretata come un gesto di disobbedienza civile, ma quasi come il contrario: un tentativo di dare applicazione concreta alle norme internazionali. Il blocco imposto alla Striscia di Gaza, ha ricordato, è illegale quando mette a rischio la sopravvivenza della popolazione civile, mentre il soccorso umanitario rappresenta un obbligo giuridico. In questo senso la flotillia ha rappresentato un gesto di responsabilità civile: il tentativo di far vivere il diritto internazionale proprio nel momento in cui la politica sembrava incapace di applicarlo. Frulli ha inoltre denunciato quello che definisce un evidente doppio standard nella comunità internazionale. Di fronte ad altre crisi globali, come ad esempio con la Russia, sono state adottate sanzioni e misure drastiche, mentre nel caso di Gaza molte istituzioni occidentali hanno mantenuto un atteggiamento di inerzia. Proprio questa contraddizione, ha osservato, è stata percepita con grande chiarezza soprattutto dalle nuove generazioni, sempre più sensibili ai temi dei diritti e della giustizia internazionale. Nel dibattito è emersa anche una riflessione più ampia sul futuro del conflitto israelo-palestinese. Scotto ha parlato di una trasformazione politica profonda dello Stato di Israele, che negli ultimi anni avrebbe progressivamente abbandonato una prospettiva democratica per avvicinarsi a una logica di supremazia etnica. In questo quadro, la reazione militare agli attacchi del 7 ottobre avrebbe travolto ogni proporzione e ogni distinzione tra civili e combattenti. La questione centrale diventa allora il ruolo dell’Europa. Per l’autore l’Unione europea dovrebbe assumere una posizione più autonoma e coerente con il diritto internazionale, anche attraverso strumenti di pressione politica e diplomatica. Senza un intervento forte della comunità internazionale, la prospettiva di una soluzione basata su due popoli e due Stati rischia di allontanarsi ulteriormente. Eppure, nonostante il quadro drammatico, dalla serata è emerso anche un messaggio di responsabilità civile e di speranza. Quando le istituzioni sembrano paralizzate, la testimonianza e la mobilitazione della società civile possono ancora aprire spazi di azione. È questo, in fondo, il senso più profondo dell’esperienza raccontata nel libro: ricordare che la pace e il diritto internazionale non sono concetti astratti, ma strumenti che vivono solo se cittadini e movimenti continuano a rivendicarli e a difenderli. Foto di Paolo Mazzinghi Paolo Mazzinghi
March 12, 2026
Pressenza