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Caserta, si è spento il vescovo emerito Raffaele Nogaro: una voce libera per la pace, contro razzismo e discriminazione
Si è spento nella sua Caserta, che lo aveva visto vescovo per oltre 19 anni, mons. Raffaele Nogaro. Prete dell’accoglienza e del riscatto, uomo di pace e di fede impegnato nella lotta alla camorra, da sempre schierato contro la guerra. Non esitò a parlare di scomunica per i parlamentari che votarono a favore dell’ingresso dell’Italia nel conflitto in Afghanistan. Nel 2000 la Regione Campania gli conferì il Premio per la Pace e i Diritti Umani, accanto a figure come Nelson Mandela e Daisaku Ikeda. Tra le sue ultime iniziative, aveva aderito alla rete dei preti contro il genocidio in Palestina. Mons. Nogaro è stato una voce libera, radicale, una figura di riferimento per il pacifismo, contro ogni forma di razzismo e discriminazione. Esempio culturale ed etico per Un Ponte Per, per la promozione della giustizia, della pace, dei diritti umani e del dialogo tra i popoli. La sua testimonianza di vita resta per noi una preziosa eredità da preservare. 6 gennaio 2026, Un Ponte Per – Comitato Campano Redazione Italia
John Ketwig, veterano del Vietnam: “A un certo punto bisogna decidere da che parte stare”
Era il 1967; i Beatles avevano già fatto tre tour negli States ed entusiasmato un’intera generazione e John era tra quelli.  Aveva diciotto anni, gli piaceva la musica, andare a ballare e fare festa, sognava le ruggenti strade della California e il surf; i suoi occhi erano pieni di voglia di vivere e il suo cuore di voglia di amare, non certo di fare la guerra in Vietnam. Il caos, la distruzione fisica e morale si abbatterono su di lui, ma riuscì a sopravvivere e a tornare tra i vivi; con Carolynn nel 1970 mise su famiglia e se ne prese cura lavorando come meccanico. Non aveva mai scritto più di una lettera, non aveva mai pensato di possedere qualità letterarie e invece divenne padre di un romanzo best and long seller “…and a hard rain fell: A G.I.’s True Story of the War in Vietnam” (pubblicato nel 1985, ha venduto circa 250 mila copie). È membro di Vietnam Veterans Against War e di Veterans for Peace; oltre alla famiglia e ai doveri comuni da anni è impegnato in colloqui con ragazzi d’età scolare, con associazioni e gruppi civili interessati a costruire una cultura di pace e dialogo, contro ogni militarizzazione della società. Prima del Vietnam non avresti mai immaginato che la tua vita sarebbe stata legata a filo doppio alla guerra e alla pace. Mi sembra di capire che fu proprio “…and a hard rain fell: A G.I.’s True Story of the War in Vietnam” che creò il vincolo e ti aprì a un orizzonte di rinascita personale. Mi racconti come nacque questo libro, che dopo quarant’anni continua a essere sugli scaffali delle librerie e a essere letto? Carolynn un giorno tornò a casa con un libro sul Vietnam scritto da un’infermiera. Anche Carolynn lo è, è un’ostetrica. Lo leggemmo entrambi e ne fummo scossi. Acquistammo tutti i libri disponibili all’epoca sul Vietnam. Ricordo che uscimmo dalla libreria con due borse piene zeppe di volumi. Li lessi tutti, uno in fila all’altro. Non posso dirti che scrivevano cose sciocche o non vere, ma raccontavano il loro punto di vista, che era molto lontano da ciò che io avevo vissuto sulla mia pelle. Insomma, mi sono detto, questo non è ciò che voglio che sappiano i miei nipoti; ricordo che quasi mi venne paura al pensiero che rimanesse solo quel tipo di racconto. Iniziai a scrivere a penna delle note, volevo fissare i ricordi, ma non avevo alcun progetto chiaro. Poi passai alla macchina da scrivere: ogni notte, messe a letto le figlie, scrivevo come un ossesso pagine e pagine che poi davo a mia moglie da leggere, correggere e valutare. Non dicemmo niente a nessuno e nessuno si accorse di nulla; ai colleghi, agli amici, alla famiglia sembravo il solito John e invece stavo percorrendo un viaggio a ritroso, nei meandri di me stesso, nella notte più nera che avessi mai visto. Mi fermai a trecentocinquanta pagine e con Carolynn decidemmo che quell’opera sarebbe stata per la famiglia: l’avrebbero letta le nostre figlie e i nostri nipoti. Il faldone, per un po’, finì su uno scaffale in salotto. Ma il suo destino era un altro… Che cosa è successo? Un giorno venne a casa un collega, un meccanico come me; di solito siamo in tuta, dunque non avevo mai notato che aveva su un braccio un tatuaggio del Vietnam. Gli chiesi la cortesia di leggere ciò che avevo scritto. Ne rimase entusiasta e concordò al cento per cento con la mia visione della guerra. Mi disse: “Devi pubblicarlo!” Non gli diedi troppo credito, ma, per fortuna, il mio angelo, Carolynn, si diede da fare, così che un giorno mi ritrovai in mano il numero di telefono di un agente letterario. Per un po’ rimasi anchilosato davanti all’apparecchio, oscillando tra: “Adesso lo chiamo!” a “No, non lo chiamo. Non sono un vero autore!” Alla fine chiamai. Il tuo libro voleva proprio nascere! Trovo interessante che ci lavorasti come un matto, di nascosto e per nove mesi… e mi colpisce che al tuo fianco c’era una donna che ti amava ed era esperta di nascite. Carolynn non solo mi ha aiutato nella stesura del libro, ma lei stessa è rimasta vittima della guerra, delle porcherie della guerra. Il nostro primo figlio l’abbiamo trovato morto in culla dopo quattordici giorni di vita. Risultò nato con malformazioni genetiche, ma nelle nostre famiglie non c’erano casi pregressi di strane malattie. Ero io che ero stato esposto all’Agente Arancio in Vietnam e che avevo contaminato lei. Fu un duro colpo anche quello. Caspita, mi dispiace. E immagino nessun risarcimento… nessuna scusa…  Quanti anni avevi quando pubblicasti “…and a hard rain fell: A G.I.’s True Story of the War in Vietnam”? Tutto iniziò tra i trentacinque e i quarant’anni; ben quattordici anni dopo il ritorno dal Vietnam. La scrittura funzionò come una cura potente. Mi piace dire che fu una pozione contro un’infezione che avevo radicata sotto la pelle, ma il processo di guarigione richiese del tempo e fu molto doloroso. Racconti in prima persona? Si. È la mia esperienza, è ciò che ho visto, gli orrori, la paura che ho provato, la distruzione e tanto, tanto nonsenso. Sono cresciuto nell’Upstate New York, vicino a Buffalo, in un momento di grande cambiamento culturale. Pensa che a scuola ci avevano insegnato che noi eravamo la generazione che avrebbe dovuto imparare a dialogare con l’altro, perché non era più pensabile fare guerre, c’era l’atomica, non si poteva “scherzare” con armi simili. E poi arrivarono la controcultura, i Beatles con il loro messaggio di pace e amore universale, gli irriverenti Rolling Stones, la poesia di Bob Dylan, le manifestazioni per i diritti dei neri, delle donne, dei lavoratori. Immagina, questa era la realtà che aveva influenzato la mia struttura morale. Per me contava ciò che diceva John Lennon, i messaggi che mandava nel mondo. Eppure in Vietnam mi ritrovai a vedere e a fare cose che contraddicevano tutto ciò che mi avevano insegnato. Io sono tra i fortunati: sono un sopravvissuto (ci sono 58.315 nomi di caduti nel memoriale di Washington e oggi si stima che oltre 200 mila veterani rientrati dal Vietnam si siano suicidati) e inoltre non dovevo uscire a uccidere armato fino ai denti. Lavoravo nelle officine come preparatore di camion e carri armati. Le cose peggiori sono state vissute da quelli mandati in fanteria. Eppure sei tornato anche tu a casa con una diagnosi di “Sindrome Acuta da Stress Post-Traumatico”. Come vi insegnavano a odiare il nemico? E come sei uscito dalla spirale di odio in cui eri stato gettato? Certo, sono tornato a casa traumatizzato. Gli psicologi lo chiamano “disordine”, ma è molto peggio, è un danno permanente. Il fatto è che diventare crudeli ed efferati era posto come un requisito di sopravvivenza. È questo che ha distrutto più di tutto la mente delle persone e che ancora le tormenta. Abbiamo tacitato la coscienza, ma solo per un po’… Prima di partire ci avevano fatto credere che andavamo a difendere i vietnamiti, invece stavamo andando a ucciderli, a bombardare i loro campi; erano già poverissimi e noi li affamavamo ancora di più. Alla fine del 1968 riuscii a passare in Thailandia; li per la prima volta mi confrontai con una popolazione del Sud-Est Asiatico che non mi era ostile e scoprii che erano esattamente come noi. Volevamo le stesse cose: migliorare la vita quotidiana e garantire qualcosa di meglio per i nostri figli senza essere sottomessi ad altri. Capii che lo desideravano anche i vietnamiti. La gente comune, di qualsiasi popolo, desidera le stesse cose. “…and a hard rain fell: A G.I.’s True Story of the War in Vietnam” è un libro chiaramente contro la guerra. Come fu accolto? E che cosa contribuì al suo successo? All’inizio ero preoccupato, perché sapevo che molti veterani nascondevano il loro passato; del resto l’avevo fatto anch’io e invece il libro fu accolto molto bene. All’inizio il volano del successo fu il passaparola. Cominciai a ricevere lettere di ex soldati. Raccontavano di essere stati negli stessi luoghi; li riconoscevano e nelle mie parole ritrovavano le loro ansie, la loro disperazione, la solitudine. Mi ringraziavano perché mogli e compagne dalla lettura del libro avevano capito qualcosa in più di loro, di quel che stava sotto gli strani comportamenti che quando emergevano facevano così male a tutti. Ora ti racconto una storia a lieto fine. Mi contattò una donna perché, grazie al libro, aveva capito di aver sbagliato con il fratello, anche lui un reduce del Vietnam e voleva che gli parlassi. L’uomo da anni rifiutava ogni contatto con la famiglia e viveva solo in un bosco. Insomma, grazie al mio libro i due si sono riavvicinati. Per chiudere la chiacchierata, come pensi che siamo messi oggi? Male. Però siamo in tanti a essere disgustati; non vedo quell’organizzazione culturale che c’era ai miei tempi, ma secondo me qualcosa di grosso sotto si sta muovendo. Credo che un passo che ognuno dovrebbe fare è prendere una posizione pubblica e decidere da che parte stare. Sul mio biglietto da visita ho voluto scrivere: “Sono contrario al militarismo e alla guerra.”  So bene che questa mia azione non cambierà le intenzioni guerrafondaie dell’amministrazione Trump, ma se diventassimo milioni a dire “NO!”? E intanto almeno posso dormire con la coscienza a posto. Una curiosità: in Italia abiti vicino a Maranello? Abbastanza, due ore di macchina. Perché? Sono da tutta la vita un appassionato ed entusiasta di macchine. Uno dei miei sogni è visitare l’officina della Ferrari.   Marina Serina
Sciopero studentesco a Berlino: «Il vostro dovere è la nostra morte»
> Venerdì scorso a Berlino migliaia di studenti hanno partecipato allo sciopero > scolastico nazionale contro il servizio militare obbligatorio. Secondo i dati forniti dai gruppi partecipanti, a partire dalle ore 12 si sono radunati quasi diecimila scioperanti. Da Halleschen Tor il corteo ha proseguito verso Oranienplatz. Lì, a partire dalle ore 16, si sono uniti sempre più adulti solidali, tra cui molti sindacalisti. Da Oranienplatz, dopo una pausa piuttosto lunga, il corteo ha proseguito verso Neukölln. Il corteo era guidato dal nucleo duro degli studenti, che sembravano non risentire del freddo. Accompagnato da slogan di lotta di classe, il corteo ha superato Kottbusser Tor. Dal tetto del “Zentrum Kreuzberg” la manifestazione è stata accolta con uno striscione. Chi guardava il cielo notturno sopra di sé poteva leggere a grandi lettere: “No al servizio militare obbligatorio” sopra la strada, mentre sotto si intonavano i cori appropriati. Alcuni passanti hanno manifestato il loro consenso, altri hanno guardato con interesse i cartelloni. A Hermannplatz c’è stato un ulteriore ritardo e la manifestazione si è ridotta al nucleo duro, che alla fine di una lunga giornata di sciopero ha raggiunto con successo il municipio di Neukölln. Durante la manifestazione pomeridiana si è formato un blocco sindacale. I membri di Junge GEW (Sindacato del settore educazione e scienza) e Arbeitskreis Internationalismus hanno sfilato insieme nella manifestazione, mostrando la loro solidarietà agli studenti. GLI STUDENTI PARLANO CHIARO Secondo la televisione tedesca ARD, il ministro SPD Pistorius “nel suo discorso al Bundestag non ha preso posizione contro gli scioperi” e li ha definiti ‘fantastici’, perché oltre a dimostrare “l’interesse e l’impegno degli studenti”, gli scioperi dimostrano che essi sanno “di cosa si tratta”. Si può concordare con questa affermazione, in quanto gli studenti hanno effettivamente dimostrato ottime capacità di analisi in diverse interviste. Hanno ripetutamente chiarito che ritengono che la situazione di minaccia sia stata esagerata. In questo modo dimostrano una maggiore lucidità rispetto a molti commentatori dei grandi media, i cui spettatori sembrano in parte credere ciecamente alle narrazioni del governo. Gli studenti in sciopero hanno inoltre sottolineato di non sentirsi affatto in dovere morale di “difendere” un Paese che non ha nulla da offrire loro se non delusioni e ingiustizie sociali. Dopo una domanda tendenziosa, il dodicenne Carl ha chiarito in un’intervista alla radio berlinese RBB che persone come il cancelliere Friedrich Merz dovrebbero assumersi personalmente il compito di difendere il Paese. LA CONFEDERAZIONE SINDACALE TEDESCA (DGB) DEVE SCOPRIRE LE SUE CARTE Il dibattito è appena iniziato. I socialdemocratici al governo continuano a sottolineare quanto siano benvenute le proteste democratiche. Tuttavia, le lusinghe di Pistorius e dell’SPD difficilmente avranno effetto, vista la linea dura adottata. Allo stesso modo, la fuga nella produzione di armamenti non garantirà l’occupazione e il tenore di vita, ma finirà per diventare una minaccia per tutti noi. Il vento quindi presto diventerà molto più forte. A quel punto sarà fondamentale il ruolo della base dei sindacati, che dovrebbe già ora richiamare i propri leader alle loro responsabilità. Il DGB deve finalmente schierarsi in modo chiaro e senza compromessi dalla parte dei lavoratori dipendenti e guardare in faccia la realtà. Con questo governo e con questo SPD non c’è parità di condizioni. Solo gli scioperi potranno ottenere qualcosa. Le azioni di massa dei lavoratori possono portare a un ripensamento da parte dei capitalisti, che spingono sempre più apertamente per una partecipazione dell’AfD al governo. Se i sindacati tedeschi non si preparano finalmente con determinazione agli scioperi generali, corrono il rischio di arrivare ancora una volta troppo tardi. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Forum Gewerkschaftliche Linke Berlin
Questionari di guerra dall’AGIA, ma il 68% dei giovani non si arruolerebbe
L’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza (AGIA) ha lanciato una consultazione pubblica dal titolo “Guerra e conflitti”. Un questionario di 32 domande rivolto ai giovani tra i 14 e i 18 anni, che vuole indagare attraverso quali canali passa l’informazione sui conflitti nel mondo, quali sensazioni suscitano e come ragazze […] L'articolo Questionari di guerra dall’AGIA, ma il 68% dei giovani non si arruolerebbe su Contropiano.
“Anatomia di un fascismo” in scena a Roma dal 25 al 30 novembre, e poi in tour
“Che cos’è il fascismo? È un camuffamento, si nutre di paura, risponde alla paura con la violenza”: la voce e l’intensa interpretazione di Ottavia Piccolo ripercorre la vicenda esistenziale e politica di Giacomo Matteotti e l’ascesa di un fenomeno che non cessa di essere attuale. Quello di Ottavia Piccolo non è un monologo, ma un dialogo costante con I Solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo, che intorno all’attrice si muovono, l’accompagnano, l’abbracciano. E ancora i video realizzati da Raffaella Rivi, che danno luce e consistenza alle frasi più significative. Un abile intreccio di musica (firmata da Enrico Fink) e parole, costruito e guidato dalla regia di Sandra Mangini, scritto da Stefano Massini, Matteotti – Anatomia di un fascismo è uno spettacolo che guarda al passato per meglio comprendere il presente, non solo attraverso le lenti della storia, ma con un appassionato ritratto di un uomo dal sangue caldo che qualcuno aveva soprannominato ‘Tempesta’. Ripercorre l’ascesa e l’affermazione di quel fenomeno eversivo che Matteotti seppe comprendere, fin dall’inizio, in tutta la sua estrema gravità, a differenza di molti che non videro o non vollero vedere. Il pericolo più grande, la malattia che fa morire un uomo è quella che non senti crescere. Matteotti li riconobbe: quelli che al caffè dietro il Duomo, a Ferrara, ordinavano il “celibano” perché non lo sapevano che “cherry-brandy” è inglese; quelli che dicevano di riportare ordine nel disordine, perché il fascismo ha assoluto bisogno di sentirsi in pericolo, di attaccare per non essere attaccato; quelli che, d’un tratto, sfilarono in migliaia dietro al Contessino Italo Balbo e si presero l’Italia intera. Giacomo Matteotti – l’oppositore, il pacifista, lo studioso, l’amministratore, il riformista, il visionario – prese la parola, pubblicamente e instancabilmente, nei suoi molti scritti e nei suoi moltissimi discorsi: una parola chiara, veritiera, fondata sui fatti, indiscutibile. Una parola che smaschera. Per questo fu ucciso all’età di 39 anni. La persistenza di questo stesso fenomeno, nel tempo e nello spazio, in forme vecchie e nuove, ci porta a considerare quanto sia indispensabile, oggi più che mai, occuparsi della cosa pubblica, del bene pubblico, guidati da un pensiero costruttivo, legalitario, partecipativo, paritario, realistico, competente, attraverso atti e parole chiare, come quelle di Giacomo Matteotti e di sua moglie Velia: sono le parole della regista Sandra Mangini. Lo spettacolo è prodotto da Argot Produzioni e Officine della Cultura in coproduzione con Fondazione Sipario Toscana Onlus – La città del Teatro, Teatro delle Briciole – Solares Fondazione delle Arti e Teatro Stabile dell’Umbria con il contributo del Ministero della Cultura e della Regione Toscana. Nasce da un testo di Stefano Massini, per la regia di Sandra Mangini, con i video di Raffaella Rivi e le musiche di Enrico Fink. I Solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo sul palco sono: Massimiliano Dragoni (hammer dulcimer, percussioni), Luca Roccia Baldini (basso), Massimo Ferri (chitarra), Gianni Micheli (clarinetto e basso), Mariel Tahiraj (violino), Enrico Fink flauto (ewi). La scena è di Federico Pian, le luci di Paolo Pollo Rodighiero, i costumi sono a cura di Lauretta Salvagnin. Il vestito di Ottavia Piccolo è realizzato da La sartoria – Castelmonte onlus, il tecnico delle luci è Emilio Bucci. Il coordinamento tecnico è di Paolo Bracciali, l’organizzazione di Stefania Sandroni e in amministrazione c’è Rossana Zurli. Il fonico è Vanni Bartolini e il macchinista Lucia Baricci. Lo spettacolo debutta a Roma nel Teatro Vittoria, dove è in scena da martedì 25 a domenica 30 novembre (ogni sera alle ore 21 tranne mercoledì 26 novembre alle ore 17 e domenica 30 novembre alle ore 17,30 – biglietti). Un lungo tour attraversa le principali città italiane – tra cui Parma, Ivrea, Udine, Firenze – e prosegue fino ad aprile. La durata dello spettacolo è di 70 minuti.   MATTEOTTI – ANATOMIA DI UN FASCISMO A Roma – Teatro Vittoria: * Martedì 25 novembre: ore 21 * Mercoledì 26 novembre: ore 17 * Giovedì 27 novembre: ore 21 * Venerdì 28 novembre: ore 21 * Sabato 29 novembre: ore 21 * Domenica 30 novembre: ore 17,30 prossime date del TOUR 2025-2026 * 3 dicembre : Gallarate – Centro Culturale del Teatro delle Arti * 4 dicembre : Varzo – Teatro Alveare * 5 dicembre : Concordia – Teatro del Popolo * 6 dicembre : Modigliana – Teatro dei Sozofili * 8 dicembre : Parma – Teatro del Cerchio * 9 dicembre : Mondovì – Teatro Baretti * 10 dicembre : Ciriè – Teatro Magnetti * 13 gennaio  : Tortona – Teatro Civico * 14 gennaio : Omegna – Teatro Sociale * 15 gennaio : Ivrea – Teatro G. Giacosa * 16 gennaio : Savigliano – Teatro Milanollo * 27 gennaio : Ferrara – Teatro Comunale * 28 gennaio : Stradella – Teatro Sociale * 29 gennaio : Pinerolo – Teatro Sociale * 4 febbraio : Alghero – Teatro Civico * 5 febbraio : Tempio Pausania – Teatro del Carmine * 4 marzo Udine : Teatro Nuovo Giovanni da Udine * 5 marzo : Camponogara (Venezia) – Teatro Comunale Dario Fo * 6 marzo : Mercato Saraceno – Teatro Dolcini * 21 marzo : Polistena – Auditorium Comunale * 22 marzo : Filadelfia – Auditorium Comunale Filadelfia * 25 marzo : Livorno – Teatro Goldoni * dal 26 al 29 marzo : Ravenna – Teatro di Tradizione Dante Alighieri * 15 aprile : Rosignano – Teatro Solvay * dal 16 al 18 aprile : Firenze – Teatro della Pergola * 19 aprile : Narni – Teatro Comunale Giuseppe Manini * 23 aprile : San Stino di Livenza – Teatro R. Pascutto     Redazione Italia
La ‘pace dal basso’ nella conferenza a Briga Novarese: reportage e riflessioni di un partecipante
Vivace per contenuti e nutrita nella partecipazione che l’ha accompagnata, la presentazione di “Le porte dell’arte. I musei come luoghi della cultura tra educazione basata negli spazi e costruzione della pace” è stata una vera e propria conferenza sul tema “Per la pace. Pratiche dal basso contro la guerra, per la tutela dei diritti umani e la costruzione della pace” che, a partire dalle voci e dal racconto di alcuni dei suoi principali protagonisti, ha saputo declinare il tema annunciato nel titolo del libro. Organizzata dal gruppo di Borgomanero del MIR / Movimento Internazionale della Riconciliazione – Italia, l’iniziativa ha visto il concorso di una vasta rete associativa, composta in particolare da Acli, Altro Vergante, Associazione per la Pace Novara, Donne e Diritti Arci, Laboratorio per la Pace di Galliate, Local March for Gaza, Pace e Convivenza Sesto Calende, nonché la partecipazione di Mediterranea Saving Humans, Global Sumud Flotilla, Ipri-Ccp (Istituto Italiano di Ricerca per la Pace – Corpi Civili di Pace) e l’associazione editoriale Multimage, editrice del libro al centro di questo dialogo (Le porte dell’arte.  – 2024), oltre che, ovviamente, l’amministrazione comunale di Briga Novarese, presso la cui Biblioteca civica “Peppino Impastato” ha avuto luogo nel pomeriggio di sabato 15 novembre 2025. Cosa significa, dunque, nell’impostazione del tema e nella declinazione che la conferenza ha inteso sviluppare, agire “per la pace”, attivare “pratiche dal basso” – e quali – per la prevenzione della violenza, la tutela dei diritti umani, la costruzione della pace? Come segnalato nella presentazione dell’iniziativa, a cura del MIR di Borgomanero, si tratta, come punto di partenza, di mettere al centro non «ciò che è utile», bensì «ciò che è giusto»: in tempi difficili per la giustizia, per i diritti e per la verità stessa che viene oscurata, manipolata o sacrificata all’altare degli interessi economici, politici, finanziari e, soprattutto, del potere, tempi di guerra e di assenza di pace, insieme con le tante, spesso non conosciute e non raccontate, realtà in Italia che resistono, lottano, si impegnano, è necessario offrire un’altra narrazione, conoscere la storia e le storie dei volontari e delle volontarie, degli operatori e delle operatrici che rappresentano l’azione civile dal basso che sostiene cause buone, i diritti e la dignità umana in primo luogo. La conferenza ha concretamente rappresentato proprio questo tentativo di raccontare pratiche di azioni di pace dal basso, di interventi civili di pace in contesti di crisi, conflitto e gravi violazioni dei diritti umani, attraverso la voce di alcuni tra i protagonisti di queste attivazioni e progetti, quali Maria Elena Delia, portavoce italiana della Sumud Flotilla, la missione internazionale umanitaria e politica a sostegno della resistenza del popolo palestinese, Laura Marmorale, presidentessa di Mediterranea Saving Humans, organizzazione nata nel 2018 dall’indignazione dinanzi alle migliaia di morti nel Mediterraneo e alla politica dei porti chiusi, e che ha messo in mare la prima e tuttora unica nave del soccorso civile battente bandiera italiana, e [lo scrivente] Gianmarco Pisa, segretario dell’Istituto Italiano di Ricerca per la Pace – Corpi Civili di Pace, che coordina un progetto di Corpi Civili di Pace in Kosovo nella forma di una ricerca-azione per il superamento delle divisioni post-conflitto, la ricomposizione sociale a partire dalla cultura, e la costruzione della pace, con diritti e giustizia sociale. Come si vede, il contesto di riferimento è lo spazio (geografico, politico, storico, sociale, culturale) “di prossimità”, vale a dire il Mediterraneo, teatro, al tempo stesso, di conflitti e impressionanti violazioni dei diritti umani (pensiamo solo al caso, recente e sconvolgente, del genocidio della popolazione palestinese a Gaza), ma anche di esperienze e pratiche assai vitali di lotta contro la guerra e per la pace e di risorse e potenzialità di società civile particolarmente significative e coinvolgenti. Un mare che connette, oggi, ventidue Paesi di tre diversi continenti, a cavallo tra Europa, Africa e Asia; che ha dato origine ad alcune tra le grandi civiltà della storia, ognuna delle quali ha offerto il suo contributo decisivo alle arti e alle scienze, alle lingue e alle culture, alla letteratura e al pensiero. Il suo spazio marittimo è servito, nei secoli, come ponte tra Oriente e Occidente, tra Nord e Sud, tra le culture occidentali e la cultura araba, tra le civiltà europee e quelle orientali, tra la Cristianità e l’Islam. Oltre cinquecento milioni di persone di diverse nazionalità, provenienze, costumi, lingue e religioni compongono lo spettacolare mosaico, sociale e culturale, dei «popoli del Mediterraneo»; di questi, quasi duecento milioni vivono proprio nel suo bacino costiero, nella zona costiera del Mare di Mezzo. È uno scenario, dunque, irripetibile, per le forme delle proprie convivenze e i suoi diffusi conflitti, per la sua storia e le istanze che i suoi popoli esprimono per la libertà e l’autodeterminazione, i diritti e la giustizia. Ed è, al tempo stesso, il contesto in cui si sono espresse e si esprimono alcuni grandi potenzialità di attivazioni autonome di società civile per la pace, soprattutto a partire dagli anni Novanta, dalla Marcia dei Cinquecento a Sarajevo (1992) alle esperienze delle Ambasciate di Pace in zona di conflitto, prima in Iraq al tempo della guerra del Golfo (1990), quindi in Kosovo (1995) sino all’aggressione occidentale alla Jugoslavia (1999) che ha rappresentato un vero e proprio spartiacque, oltre a segnare anche una sorta di cambio di paradigma (si pensi al nuovo Concetto Strategico della Nato, varato a Washington, non a caso, proprio il 23-24 aprile 1999). Di fronte a un panorama, ieri come oggi, sempre più segnato da guerre e violazioni, al punto che il Sipri, l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma, e il Global Peace Index documentano oggi ben 56 conflitti armati, vale a dire guerre, il numero più alto mai registrato dalla fine della Seconda guerra mondiale, un panorama apparentemente soverchiante e paralizzante, sorge naturalmente la domanda: «e io cosa posso fare?». Per quanto possa sembrare (o venga spesso rappresentato come) un percorso lontano e irrealizzabile, velleitario o, nella migliore delle ipotesi, utopistico, tanto è possibile fare e variegato è il contributo che, nel proprio piccolo e con le proprie risorse, ciascuno e ciascuna può dare per costruire pace, a partire dalla costruzione di una narrazione contraria alla guerra e alla definizione di un’autentica cultura di pace nella società. Iniziative di conoscenza, informazione e sensibilizzazione; presentazioni di libri e proiezioni di film; incontri, anche informali, per dialogare e riflettere sui diversi contesti di guerra e le ipotesi per la pace; sostegno alle campagne della società civile organizzata per la tutela dei diritti e la costruzione della pace; partecipazione, come operatori o come volontari, ai progetti delle organizzazioni che intendono promuovere diritti e dignità, azione contro la guerra e impegno per la pace; iniziativa, nelle scuole di ogni ordine e grado, per fare educazione alla pace e, come si diceva sino a pochi anni fa, alla mondialità; indirizzi, da parte degli enti locali, le amministrazioni di prossimità, attraverso delibere, mozioni, ordini del giorno, a sostegno del superamento dei conflitti, della tutela dei diritti umani, della promozione degli sforzi per la pace. Non per obiettivi, allo stato, velleitari, del tipo “fermare tutte le guerre e portare la pace nel mondo”, ma per agire nel concreto, con creatività, portando alla luce, sensibilizzando le opinioni pubbliche, dando un contributo concreto e positivo. È a questo livello che agiscono, infatti, gli interventi civili di pace e, in particolare, i corpi civili di pace, una «azione civile, non armata e nonviolenta, di operatori professionali e volontari che, come terze parti, sostengono gli attori locali nella prevenzione e trasformazione dei conflitti … Essi intervengono … in territori di conflitto o dove si prevede possano scoppiare conflitti determinati da violenza diretta, culturale o strutturale … Il loro intervento avviene solo su richiesta leggibile della società civile locale, interessata dal conflitto, e deve essere progettato con la partecipazione di partner locali … Sul campo possono attivare relazioni di collaborazione con altre Ong, agenzie di organizzazioni internazionali, istituzioni pubbliche, solo se tali rapporti non minano l’indipendenza e l’imparzialità della missione. Con attori armati – regolari e non regolari – non sono ammesse forme di collaborazione o sinergia né scorta armata; può esserci dialogo finalizzato alla gestione nonviolenta del conflitto o scambio di informazioni sulla sicurezza, ove questo non pregiudichi la “legittimità nonviolenta” della missione, in termini di modalità d’azione e di ricezione presso le parti». Dunque, non strutture inquadrate nella politica di sicurezza delle istituzioni promotrici del riarmo e della guerra, bensì strumenti della società civile, istanze dell’impegno dei popoli contro la guerra e per la pace, con dignità, diritti e giustizia sociale. Un compito strategico e un mandato operativo più chiari e, nel tempo difficile del nostro presente, più urgenti che mai. La registrazione della conferenza è temporaneamente disponibile online sul profilo Facebook di MIR Borgomanero RIFERIMENTI INFORMATIVI Alberto L’Abate: Origini, critiche e ragioni del progetto delle ambasciate di pace / BERRETTO BIANCHI Gianmarco Pisa: Cosa sono i Corpi Civili di Pace? / PRESSENZA – 2023 Il Nuovo Concetto Strategico dell’Alleanza Atlantica / STUDI PER LA PACE – 1999 UNESCO : * Dichiarazione sulla Cultura di Pace – 1999 * La nuova Raccomandazione sull’Educazione alla Pace – 2023 Gianmarco Pisa
Abolire la guerra, costruire la pace: un convegno sui conflitti contemporanei
La Società Italiana delle Storiche, in collaborazione con diverse istituzioni culturali e universitarie, promuove un convegno dal titolo Abolire la guerra, costruire la pace. Genere, giustizia internazionale, pratiche nonviolente nei conflitti contemporanei, che si svolgerà a Roma il 6 e 7 novembre presso la Biblioteca di storia moderna e contemporanea. L’evento si propone di mettere al centro temi cruciali come la giustizia internazionale, la crisi degli organismi sovranazionali, le sfide della diplomazia e la revisione dell’ordine mondiale ereditato dal Novecento. > I significati, gli usi e le intersezioni delle categorie di pace, guerra, > giustizia e diritti dei popoli saranno posti al centro del convegno che ha una > struttura significativamente multidisciplinare. I conflitti che stanno tragicamente segnando il tempo presente sono infatti affrontati sotto il profilo storico, giuridico, politologico e diplomatico. Questi temi saranno interrogati attraverso la lente della categoria di genere e dei Peace Feminist Studies che illumineranno aspetti diversi e meno presenti nel dibattito pubblico. C’è, infatti, un filo rosso che unisce l’oppressione storicamente esercitata sulle donne alla violenza dei conflitti bellici: a tenerle insieme è la struttura più intima del sistema di dominio storicamente edificato da un chiaro modello di potere maschile, oggi fortemente in auge con una sua specifica e aggiornata declinazione. STRUTTURA DEL CONVEGNO Come Spiega Vinzia Fiorino, presidente della SIS, il convengo, articolato in tre panel, inaugurerà i lavori con un focus sui temi della giustizia internazionale (e della sua crisi) e sulle diverse concezioni di giustizia, per poi concentrarsi sulla categoria di umanitarismo e sulla storia del femminismo pacifista, quindi sulle pratiche di resistenza nonviolenta e sulle attività diplomatiche. Irriso dai potenti leader internazionali, ormai comunemente chiamati autocrati, il diritto internazionale attraversa una crisi senza precedenti restando del tutto impotente e inefficace nel contenimento dei conflitti e persino verso ciò che è indicato come doppio standard, ossia, spiega Fiorino, «comportamenti opposti, assolutori o di condanna, a seconda dello stato responsabile di atti violenti e di aggressione». Le decisioni della Corte internazionale di giustizia, come quelle della Corte penale internazionale restano del tutto inevase, private di una domanda politica che ne consentirebbe la giusta applicazione. Accanto alla formulazione classica di giustizia, sono emerse importanti richieste di verità e si è affermata un’idea di giustizia riparativa per la quale l’apporto dei gruppi più o meno organizzati di donne è stato storicamente determinante. La restorative justice, pur non sostituendosi a quella tradizionale, propone un superamento del paradigma punitivo, va oltre la pena da infliggere, volge lo sguardo (anche) verso l’altro alla ricerca di modalità di intervento differenti; promuove un dialogo con i responsabili impegnandosi nel coinvolgimento dell’intera comunità in un rito collettivo di superamento del trauma. In un contesto dominato dalla perdita di senso di categorie un tempo più nitide quali pace, conflitti armati, guerra di aggressione, per chi ha organizzato l’evento «sarà anche importante interrogarsi su come sia cambiata nel tempo l’organizzazione degli aiuti e dei soccorsi alle popolazioni colpite dalle guerre”. Dunque, per quanto sfuggente e dai contorni non ben definiti, “l’umanitarismo internazionale, che ha conosciuto momenti importanti di consolidamento e di intervento operativo all’indomani del secondo conflitto mondiale, costituirà un giusto punto di osservazione per cogliere importanti cambiamenti nella sensibilità collettiva, nelle relazioni internazionali e nelle pratiche sociali rese operative da diversi organismi sovranazionali». FEMMINISMO E PACIFISMO La storia dei movimenti femministi internazionali si intreccia intimamente con quelli pacifisti: «riannodare i fili della memoria, per tornare agli interventi di taglio più storiografico, sarà importante anche per dare ai movimenti di oggi uno spessore che non hanno ancora ricevuto. La rivendicazione di un diverso equilibrio mondiale, il ripudio della violenza nelle relazioni private, sociali e politiche hanno strutturato gli stessi movimenti. Sarà importante approfondire il pensiero di importanti teoriche, come l’intellettuale antinterventista inglese Vernon Lee vissuta tra Otto e Novecento – così come confrontarsi con quello che risuona come un originale contributo alla riflessione teorica offerto dai diversi movimenti: l’aver legato in modo inscindibile i temi della politica internazionale e le ragioni del pacifismo con quelli del pieno riconoscimento dei diritti soggettivi delle donne». > Proseguendo su questa linea, le storiche e numerose esperienze di > interposizione nonviolenta e di resistenza alle sistematiche occupazioni > saranno al centro di specifici approfondimenti. Sotto questo profilo, il caso palestinese è quanto mai paradigmatico: «precisando, in primo luogo, che tutto non è iniziato con il deprecabile e orrendo attacco del 7 ottobre nei confronti dei civili israeliani e che questa semplificazione di una parte del giornalismo italiano appare scorretta e subdola, si darà spazio alla storia dei movimenti femministi che almeno dalla fine degli anni Settanta si oppongono a quello che è il nodo vero di tutto il conflitto cioè l’occupazione israeliana dei territori. Attraversati ovviamente da importanti mutamenti nel tempo, i movimenti femministi palestinesi per un verso hanno agito intersecando il contrasto alle occupazioni territoriali con la lotta a una cultura tradizionalista e patriarcale, per un altro hanno promosso originali pratiche di resistenza nonviolenta, di mutualismo sociale, di mantenimento della vita. A dispetto di una prevalente rappresentazione mediatica, molte e di rilievo sono state e sono le figure femminili protagoniste nel vivace e raffinato mondo intellettuale palestinese, pienamente consapevoli altresì dei processi di soggettivazione e di liberazione». Le esperienze storiche che hanno fortemente interconnesso il femminismo con il pacifismo suggeriscono di respingere radicalmente le logiche dei conflitti armati e dunque l’accettazione della guerra, oggi a tutti gli effetti divenuta e percepita come una comune condizione di normalità. Questo seminario, al contrario, «vuole ribadire l’inaccettabilità delle pratiche di sterminio per fame come mezzo di guerra divenuto legittimo; così come ripudia l’antica logica per cui i mezzi sono giustificati dai fini allorché i mezzi sono rappresentati dall’uccisione di civili e il fine dall’imposizione di una supremazia occidentale e dalla difesa dei suoi presunti e cosiddetti valori; ancora più inaccettabile risulta la logica per cui i massacri perpetrati contro gruppi di religione musulmana sarebbero giustificati da un fine nobilissimo, quale la liberazione delle donne; le quali al contrario – come è ben noto – sanno come fare per liberarsi autonomamente». Da sempre la Società italiana delle Storiche ha inteso la ricerca storica come attività scientifica e di promozione della didattica, ma anche come impegno civile e presenza attiva nel tessuto sociale. In passato in prima fila nel sostegno ai diritti civili, politici e sociali di tutti e segnatamente di quelli delle donne, la SIS conferma ora il suo impegno nel sostenere le ragioni del superamento dei conflitti armati, delle logiche di sopraffazione, in favore del dialogo e della costruzione di processi di pacificazione. > Sotto questo profilo, la riflessione proposta, evidenzia chiaramente Fiorino, > «vuole rimettere in discussione la logica manichea basata sulla coppia > amico/nemico, condannare qualsiasi forma di discriminazione e di stereotipo > culturale, respingere l’idea di sicurezza posta, su scala planetaria, in > termini di mero riarmo e militarizzazione. Ma soprattutto sarà importante avviare la discussione almeno su due punti chiave: in primo luogo, il rifiuto della semplicistica logica amico/nemico porta con sé, per usare le parole di Carla Lonzi, spostarsi su un altro piano, quindi cogliere le ragioni ultime della riattualizzazione delle guerre per combatterle dalla radice; rifiutare la sollecitazione di stare in favore di uno schieramento o di un altro ma respingere in toto la logica bellicista e gli interessi economici che spingono alla guerra prima e alla ricostruzione degli spazi distrutti poi. In secondo luogo, contrastare l’idea secondo cui la riproposizione delle ragioni dei processi di pacificazione e il rifiuto delle logiche di guerra siano necessariamente da derubricare come buone aspirazioni ma, ahinoi, del tutto irrealistiche; non si tratta di fare esercizio di buoni sentimenti, ma di sperimentare e sostenere che le alternative alla guerra e alla distruzione ci sono e sono possibili; che opporsi alla guerra non significa negare la conflittualità sociale ma elaborare sistemi nonviolenti per affrontarla; che l’opzione per la pace è prioritaria e alla portata di qualsiasi scelta politica lungimirante». La copertina è di Alioscia Castronovo SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Abolire la guerra, costruire la pace: un convegno sui conflitti contemporanei proviene da DINAMOpress.
Catherine Connolly: la nuova presidente irlandese è sinonimo di giustizia e pace
> Il 25 ottobre 2025 Catherine Connolly è stata eletta presidente della > Repubblica d’Irlanda con circa il 63% dei voti. Questa vittoria elettorale non > solo segna un cambiamento alla presidenza, ma rappresenta anche un notevole > cambiamento politico nel piccolo paese dell’Europa nord-occidentale. La > politica indipendente, che si definisce socialista e pacifista, ha assunto una > carica che finora aveva soprattutto un significato simbolico, ma il cui > carisma morale non è affatto da sottovalutare. La campagna elettorale è stata caratterizzata da un netto contrasto. L’unica concorrente di Connolly, Heather Humphreys, rappresentava l’establishment conservatore. Dopo aver fatto parte per dieci anni di diverse coalizioni di governo, si è presentata come “filoeuropea”, senza spiegare cosa intendesse con questo termine. La sua campagna si è concentrata meno sulle proprie visioni e più sull’indebolimento della sua avversaria, il che alla fine ha giocato a favore di Connolly. COSA C’È DIETRO QUESTO RISULTATO? Diversi fattori hanno contribuito alla netta vittoria di Connolly e, allo stesso tempo, il suo successo offre lo spunto per esaminare criticamente le dinamiche dei cambiamenti politici in Irlanda. Una candidata con un profilo locale: Connolly è originaria di Galway, è cresciuta in una famiglia cattolica di operai con molti figli e parla irlandese. Le sue origini hanno un peso simbolico: incarnano una forma di “patriottismo soft”, in cui l’identità nazionale non è contrapposta in modo aggressivo alle altre, ma è radicata nella società e nella comunità. Alleanze e sostegno dalla sinistra: sebbene Connolly si sia candidata come indipendente, ha ricevuto il sostegno dei partiti e dei movimenti di sinistra, tra cui Sinn Féin, People Before Profit, i Verdi e i Socialdemocratici. Questo ampio sostegno ha reso possibile il suo successo, proprio perché i grandi partiti tradizionali del Paese, Fine Gael e Fianna Fáil, si sono indeboliti. Temi che riscuotono successo: Connolly ha posto in primo piano temi che stanno acquisendo sempre più rilevanza in Irlanda: politica di neutralità, questioni di pace, critica al riarmo, cambiamento climatico, disuguaglianza sociale. La sua posizione sui conflitti internazionali – in particolare il suo impegno contro la guerra e le esportazioni di armi – ha trovato riscontro positivo. Ha definito la guerra a Gaza un genocidio e ha accusato il governo degli Stati Uniti di favorirlo. Ha criticato il massiccio riarmo militare dell’UE e lo ha paragonato alla Germania degli anni ’30. Debolezza della concorrenza tradizionale: i partiti di governo hanno presentato candidate le cui campagne elettorali non sono apparse particolarmente dinamiche e i cui temi non hanno toccato le corde sensibili di gran parte della popolazione. Allo stesso tempo, molte elettrici hanno espresso un voto nullo: durante la campagna elettorale, l’affluenza alle urne ha registrato un aumento dei voti nulli pari a circa il 13% nelle regioni socialmente svantaggiate. SIGNIFICATO OLTRE I CONFINI DELL’IRLANDA La vittoria elettorale di Connolly ha un significato che va oltre i confini dell’isola: in un momento in cui in molti Stati europei le forze di destra o di destra liberale sono affermate, l’Irlanda mostra una tendenza opposta. L’elezione di una presidente di sinistra con circa due terzi dei voti invia un segnale: anche in un contesto di liberalizzazione dell’economia di mercato è possibile eleggere una politica che metta in primo piano la giustizia sociale, l’antimilitarismo e la partecipazione democratica. Allo stesso tempo, il voto evidenzia alcuni limiti: la carica di presidente in Irlanda è quasi puramente rappresentativa e non ha praticamente alcun potere esecutivo. Resta da vedere se la presidenza di Connolly influenzerà effettivamente il corso delle decisioni politiche importanti, ma la sua elezione aumenta la pressione sul governo e sui partiti tradizionali affinché affrontino in modo concreto, e non solo simbolico, le preoccupazioni di gran parte della popolazione. La vittoria elettorale di Catherine Connolly è più di un trionfo personale. Essa riflette gli stati d’animo della popolazione, in cui la giustizia sociale, la politica di pace e la partecipazione democratica contano sempre di più. Allo stesso tempo, mostra la trasformazione di un sistema politico che finora era stato largamente dominato da due grandi partiti. Affinché questo risultato abbia un effetto, è tuttavia necessario colmare il divario tra simbolo e sostanza in un Paese che sta cambiando rapidamente dal punto di vista economico e le cui contraddizioni sociali sono diventate evidenti. Per la sinistra, non solo in Irlanda ma a livello internazionale, questa vittoria elettorale è fonte di coraggio, ma comporta anche un compito: più che lanciare un segnale, significa cambiare concretamente. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal tedesco di Thomas Schmid con l’ausilio di traduttore automatico. Reto Thumiger
Un incontro per riprendere il cammino con a fianco Marco
 Il gruppo Organizzatori “In cammino per la pace e il disarmo” si è ritrovato il 26 ottobre 2025 a Pracchia per ricordare Marco Frigerio, mente e importante riferimento del gruppo, che se ne è andato il 7 agosto u.s. lungo il sentiero della seconda tappa del percorso partito da Monte Sole e che avrebbe dovuto portare il gruppo a Sant’Anna di Stazzema per la ricorrenza del 12 agosto. L’incontro è partito proprio dalle parole di Marco che ricordavano l’emozione dell’incontro con i ragazzi del “campo della pace”, dei 54 conflitti che affliggono questo momento e delle pesanti responsabilità / interessi del mondo occidentale, del suo neo colonialismo mai terminato, della necessità del ripudio della guerra come soluzione dei conflitti, dello stretto collegamento fra antifascismo e pacifismo, ma anche con la parità dei diritti / femminismo intersezionale. Il gruppo ha condiviso di partire dalla volontà di coltivare l’idea di “un’altra memoria”, a partire dalla necessità di rinnovare la cerimonia per il ricordo dell’eccidio a Sant’Anna di Stazzema e recuperarne il vero senso, lontano dalle attuali parate, di aprire lo sguardo non solo a tutti gli eccidi in cui gli italiani sono stati vittime, ma anche dove sono stati invece i carnefici, come in Jugoslavia, Grecia, Albania… Riportiamo un estratto delle parole di Marco Frigerio all’alba del 12 agosto 2023 alla Vacchereccia (Sant’Anna di Stazzema) che sono ancora pienamente attuali alla luce del percorso della guerra in Ucraina e di quanto sta succedendo in Medio Oriente e in particolare a Gaza e in Cisgiordania. “Io faccio come sempre il primo intervento, supero la pausa del silenzio. Parto da me: per me è stato un cammino bellissimo. Mi emoziono a pensarci. È stato bellissima la giornata di ieri, quando sono venute qui le ragazze del campo della pace. Probabilmente l’emozione più forte. Vedere dei giovani e delle giovani che sono capaci di fare questa scelta, che è una scelta politica, per la pace. Oggi in Europa, dire “io sono da parte della pace”, pronunciare la parola utopia, è una scelta politica bellissima, che prescinde ovviamente dai partiti, che prescinde dagli schieramenti, che diventa quello che si vuole essere per la comunità. In qualche modo è veramente un puntello che aiuta noi, che tutto sommato un partner purtroppo ce l’abbiamo. Questi ragazzi che ho incontrato la prima volta nel 2019 qui, a volte hanno, soprattutto i ragazzi tedeschi, un dubbio: quello di essere qua in qualche modo “fuori posto”. Di essere gli eredi veramente di quello che è successo là, qui e in tutto il distretto. E noi siamo i primi a dirgli che non sono stati tedeschi, sono stati nazisti. Ma è un ragionamento che si allarga perché sono stati tedeschi come sono stati gli italiani in Croazia, i francesi in Algeria. Si può continuare in tutto il mondo a trovare questa voglia e questo desiderio permanente di sovrapporsi agli altri, di “sovradeterminarli”, di decidere quello che loro devono scegliere come giusto e come sbagliato. Tra parentesi, è una cosa mia personale, io lo chiamo anche patriarcato, ma ve lo dico dopo. E’ la guerra che va negata. Non è questo episodio, questo popolo, questo periodo storico. È la guerra che deve essere veramente disertata. Siamo partiti il 6 agosto ed è l’anniversario della bomba atomica su Hiroshima. Noi, almeno la mia generazione, l’ha sempre vissuto come il “momento della vittoria”: 150.000 civili bruciati vivi in un attimo, vissuti come il momento della vittoria, non sono un bel viatico per capire cos’è la pace. Oggi, diciamo che nelle stanze del potere non lontano da qui, in Francia, si sta decidendo se in Niger ci sarà una guerra e probabilmente se questa guerra si allargherà a Burkina Faso, Mali, Benin, Costa d’Avorio. Stiamo creando le basi per una guerra semicontinentale in Africa che è ancora una guerra di dominio, ancora una guerra per avere ciò che hanno loro, però spacciandola per democrazia. C’è stato un colpo di Stato e ci dicono che per riportare la democrazia bisogna fare la guerra. C’è stata un’invasione in Ucraina e ci dicono che per riportare lo Stato normale delle cose bisogna fare una guerra. La guerra è ancora la soluzione come 5.000 anni fa, come probabilmente 10.000, 100.000 anni fa. Sovrapporsi all’altro con la violenza e con la forza. Dire “pace” oggi vuol dire anche porsi il problema di chi, ad esempio, dal Niger arriverà sfuggendo agli stupri, sfuggendo alla distruzione, sfuggendo alla morte, attraverserà un deserto per arrivare fino a qui e troverà le nostre guardie di confine che sono la Tunisia e la Libia adesso che li rimanderanno indietro, li metteranno in lager, specialità libica. Non torneranno perché non hanno nulla a cui tornare. Hanno solo la miseria ma la miseria più nera a cui tornare. Quindi attraverseranno il Mediterraneo e anche lì sappiamo come va a finire. Ci si mette in un altro modo l’Europa a determinare di chi può venire e chi no. Ma non lo fa in un modo che spaccia per civile. Lo fa semplicemente lasciandoli in mare a morire. Secondo me c’è un problema da porci, grosso, visto che poi l’anno prossimo si voterà per l’Europa, su cosa sta facendo l’Europa. Io penso che l’Europa stia facendo la guerra in Ucraina mandando armi e sostenendo solo una parte e rifiutando tutte le proposte di pace che arrivano dal Vaticano come dalla Cina. Nessuno ha ancora detto in Europa in modo insistente “sediamoci a un tavolo”, “fate tacere le armi”, “parliamo finché non troviamo un accordo”. L’Europa questa cosa neanche la prende in considerazione. D’altra parte sta combattendo ancora per i suoi ex interessi coloniali in Africa e non solo in Africa. Ci sono 54 conflitti attivi nel mondo e sono tutti, tutti, tutti determinati dall’Europa, dagli Stati Uniti, dal mondo occidentale ricco, bianco e pieno di privilegi. Un’altra cosa che dobbiamo chiederci è se non stia facendo purtroppo da tantissimi anni la guerra ai migranti: (…) l’anno scorso per portare qui tutti i migranti che sono arrivati in un anno sarebbe bastato un traghetto alla settimana che partisse dalla Tunisia e li avrebbe portati qua tutti vivi, sani, in salute, in sicurezza. Quei bambini che poi fingiamo di piangere perché muoiono annegati a due passi da Lampedusa, sarebbero arrivati qui tranquillamente e avrebbero trovato in Europa parenti, concittadini, vicini di casa, persone disposte ad aiutarli e trovargli un lavoro e inserirli. Cioè, stiamo facendo la guerra a persone che potrebbero arrivare serenamente qua come arrivavano gli italiani nelle stesse condizioni di miseria e di dopoguerra nel Sud America o in America meno di un secolo fa. È una cosa indecente ed è una guerra che l’Europa sta facendo a povera gente, senza averla nemmeno dichiarata, ma spacciandola spesso come virtù e avendone dei benefici elettorali a destra come a sinistra, mi dispiace dirlo. È un momentaccio e, personalmente, riparto da me: io credo che antifascismo e pacifismo, non possono che andare a braccetto, siano le due chiavi sicuramente per superare la logica di guerra o quantomeno per continuare a diffondere questa malattia che cerchiamo di diffondere in tutti i modi con le bandiere, con la partecipazione a manifestazioni con i post su Facebook. La pace è ancora possibile. Io ci aggiungo sempre un pezzettino che è quello mio personale, che è frutto del mio percorso sul femminismo intersezionale e vi leggo una frase di una signora che poi è morta due anni fa si chiamava “bell hooks”, era una signora afroamericana e si può dire proprio una signora qualunque che ha cominciato a porsi il problema del femminismo, ha studiato, si è laureata, poi ha scoperto che una parte delle femministe bianche che erano con lei volevano soltanto avere una parità di diritti con i loro mariti per poter sfruttare ancora i neri e quelli che non avevano abbastanza soldi per difendersi. E allora ha detto no, il femminismo è un’altra cosa, è intersezionalità: se vi risolvete il problema come donna ma non come nera e non come povera, non avete risolto i miei problemi, mi avete soltanto cambiato il colore del gioco e questa signora si è specializzata è diventata una femminista meravigliosa e ha scritto questa cosa che è rivolta ovviamente soprattutto ai maschi del gruppo, che non me ne vorranno, in parte anche alle donne perché sono figli della stessa cultura patriarcale: “Ciò di cui c’era, e continua a esserci bisogno, è una visione della maschilità in cui l’autostima e l’amore di sé come esseri unici formino la base dell’identità. Le culture del dominio ledono l’autostima sostituendola con l’idea che il proprio senso di sé provenga dal dominio sull’altro. La maschilità patriarcale insegna agli uomini che il loro senso di sé e la loro identità, la loro ragione d’essere consistono nella loro capacità di dominare gli altri. Affinché ciò cambi i maschi devono criticare e mettere in discussione il dominio maschile sul pianeta, sugli uomini meno potenti, sulle donne e sui bambini”. Quello della pace è un lavoro che comincia da noi: a volte, è sempre esperienza personale, decostruendo il maschile che c’è in noi e cercando di renderlo più umano e più di cura per tutta l’umanità. Paolo Mazzinghi
Gocce di Pace, una manualetto per gli attivisti nonviolenti
Riceviamo e volentieri diffondiamo Gocce di pace di Pino Scorciapino e Silvio Rotondo sarà presentato da Giuseppe Rizzuto e Franco Nicastro al Circolo della stampa di Palermo il 9 ottobre alle 18, nel salone Orlando Scarlata di via Crispi 286. Un libro più che mai attuale quello firmato da Pino Scorciapino che dialogherà in questo appuntamento con Giuseppe Rizzuto, segretario regionale di Assostampa Sicilia, e con il giornalista Franco Nicastro. Un manualetto pratico per aiutarci ad essere costruttori di pace, scritto a quattro mani da Scorciapino con don Silvio Rotondo in cui echeggia una domanda “Cosa fare – disarmati, niente siamo, nulla contiamo – per difendere la pace?” Il mondo sembra precipitare nel bellicismo. Il riarmo (2.443 miliardi di dollari nel 2024) acuisce l’insicurezza, sottrae immense risorse allo sviluppo. Chi è lontano dalla geopolitica, ora la segue con apprensione, consapevole di incidere zero. Il libro con le sue due visioni – laica di Scorciapino, religiosa di Rotondo – propone invece un protagonismo per ognuno. Non solo manifestare. Osiamo: usciamo dal contesto locale, facciamoci sentire in ambiti decisionali anche lontani. Indirizzandoci a destinatari impensabili: cancellerie, ambasciate, consessi internazionali, università, scienziati, produttori di armi. “Gocce di pace” è un progetto e un metodo. Se tutti, da 8 a 100 anni, possiamo diventare attivisti, proponenti di “Gocce di pace”, non siamo solo bersagli senza voce della guerra ineluttabile. Prossimo appuntamento con il Circolo della stampa in via Crispi, n. 286, il 16 ottobre alle 18 con Marco Brando ed il suo Medi@evo. L’età di mezzo nei media italiani. A dialogare con l’autore, Roberto Leone, vicesegretario vicario di Assostampa Sicilia, e Pietro Corrao, già ordinario di Storia medioevale dell’università di Palermo. Tutte le iniziative del Circolo della stampa si svolgono con l’Associazione Donne del vino che prosegue la sua collaborazione con l’Associazione siciliana della stampa, dando la possibilità di offrire un calice di vino sia durante che alla fine degli incontri, rendendo il clima conviviale più aperto alla discussione tra gli autori e i partecipanti.   Redazione Palermo