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Cagliari 27 maggio: sit-in vertenza RWM
VERTENZA RWM – SIT-IN DI SENSIBILIZZAZIONE E INFORMAZIONE  CAGLIARI, Piazza del Carmine (davanti alla sede del TAR Sardegna, Via Sassari 17) Mercoledì 27 maggio 2026 dalle ore 9’00 Sit In promosso da: Associazione Italia Nostra, Associazione A Foras, USB Sardegna, Comitato Riconversione RWM, Assotziu Consumadoris Sardegna, Movimento Nonviolento Sardegna Perché mobilitarsi? Le associazioni ricorrenti contro il decreto del Commissario ad acta
Quando i Galli barriscono nella Loggia
Signore e signori, un applauso! Ma forte, eh! Perché è arrivato il professore, quello che con la penna in mano ci spiega che siamo un popolo di smidollati, di inermi, di gente che non ha più il “sacro fuoco” nelle vene. Ma che peccato, Galli della Loggia! Ma come abbiamo […] L'articolo Quando i Galli barriscono nella Loggia su Contropiano.
May 6, 2026
Contropiano
Il pacifismo tra Mediterraneo e Sol Levante
Le costituzioni  Italia e Giappone hanno entrambe all’interno delle loro costituzioni, entrate in vigore il 1 gennaio 1948 e il 3 maggio 1947, un articolo che promuove il rifiuto della guerra, tuttavia con sfumature differenti. Articolo 11 Costituzione italiana “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, le limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” Articolo 9 Costituzione giapponese “ 1.Aspirando sinceramente ad una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinunzia per sempre alla guerra, quale diritto sovrano della Nazione, ed alla minaccia o all’uso della forza quale mezzo per risolvere le controversie internazionali. 2.Per conseguire l’obbiettivo proclamato nel comma precedente, non saranno mantenute forze di terra, del mare e dell’aria, e nemmeno altri mezzi bellici. Il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto.” L’Italia post-seconda guerra mondiale uscì perdente ma non venne punita quanto il Giappone, il quale subì un’occupazione più o meno formale, gestita dal generale MacArthur, successivamente agli avvenimenti del conflitto mondiale. La costituzione di quest’ultimo venne scritta sotto questo controllo. Infatti, la nostra nazione evitò il destino di Germania e Giappone grazie alla collaborazione con gli Alleati, sostenuta dai Partigiani. Come il resto dell’Europa occidentale, si risollevò dopo il conflitto grazie al Piano Marshall, annunciato il 5 giugno 1947 dal segretario di Stato George C. Marshall. Inoltre, dal secondo dopoguerra al 1992 la Democrazia Cristiana,  un partito affine agli ideali americani,  governò quasi ininterrottamente, facendo sì che quegli orientamenti politici fossero percepiti non come imposizioni, ma come espressione di democrazia.  I due articoli costituzionali aspirano alla pace rinunciando alla guerra, ma divergono nei termini: l’Italia ripudia la guerra come mezzo di offesa o risoluzione di controversie, consentendo però azioni armate multilaterali, cedendo sovranità per garantire pace e giustizia internazionale. Il Giappone, invece, sotto occupazione alleata, rinuncia totalmente alla guerra come diritto sovrano, all’uso della forza e al mantenimento di qualsiasi esercito. Politicamente, entrambi i paesi sconfitti scelgono il ripudio bellico: in modo parziale e flessibile l’Italia, assoluto il Giappone. A livello pratico, come vengono applicati questi principi pacifisti? Innanzitutto, nel corso del tempo l’articolo 9 della costituzione giapponese ha subito modifiche, al fine di permettere una partecipazione più attiva a livello militare nel contesto internazionale, quindi per partecipare a missioni di peacekeeping e per sviluppare una difesa più efficiente per via delle minacce limitrofe. Con la normalizzazione del Giappone, non più il Giappone “amante della pace”, è iniziato un cambiamento del concetto di pacifismo interiorizzato nella costituzione. Con questa trasformazione, non si è passati a una politica di aggressione, ma gli otto limiti che caratterizzavano il pacifismo giapponese si stanno progressivamente superando. Di conseguenza, le forze armate giapponesi (che ancora oggi si chiamano Jeitai, ovvero Forze di Autodifesa) possono svolgere compiti che prima erano proibiti dalle norme interne, sebbene il processo di revisione costituzionale non sia ancora completo.  In Italia, l’articolo 11 inizia con “L’Italia ripudia la guerra”, ma solo nella forma offensiva e di risoluzione delle controversie, come previsto dall’articolo 2.4 della Carta ONU.  Tale articolo introduce il fatto che l’Italia possa partecipare militarmente su richiesta della Nato e dell’Onu.  Per cui, nel 2026 è previsto il 3,26% delle spese militari sul PIL nazionale, pari a circa € 32,9 miliardi, secondo l’Osservatorio Milex, con un aumento di 2,8%. Come reagiscono i civili a questo?  Innanzitutto, in Giappone il più antico gruppo che va contro il militarismo, in particolare all’uso del nucleare, è l’Associazione dei sopravvissuti alle bombe atomiche, Nihon Hidankyō, fondata nel 1956.  È vincitore di un Nobel per la pace nel 2024 e collabora per fare pressione politica affinché l’uso di armi nucleari sia visto come un’azione grave e amorale. Al tempo stesso diffonde testimonianze storiche dei sopravvissuti e ne difende i diritti sociali ed economici richiedendo migliori cure sanitarie e indennizzi statali. Diverse sono le marce e le proteste che sottolineano la necessità di battersi contro il crescente militarismo e in generale contro tutte le azioni di governo contrarie  a ciò che l’Articolo 9 sostiene, senza che questo venga cambiato nella sua struttura. L’ultima notizia risale al 19 aprile 2026 quando circa 36.000 persone sono scese in piazza a Tokyo opponendosi all’intenzione del governo di Takaichi di modificare la clausola pacifista della Costituzione.  In Italia la stessa onda pacifista si muove da tempo su numerosi fronti, da quello religioso a quello sociale. Storicamente l’Italia ha avuto una presenza di movimenti pacifisti costante e ad oggi gli eventi e le manifestazioni sono sempre maggiori, tant’è che è stata creata una mappa che mostra la presenza di iniziative pacifiste (per consultarla), e ad oggi Rete Pace e Disarmo, nata nel 2020, unisce molte associazioni che fanno riferimento al movimento nonviolento. L’associazione pacifista più longeva risale al 1948 con il Movimento per la Pace ideato da Aldo Capitini, che inaugurò anche la prima Marcia per la Pace nazionale Perugia-Assisi nel 1961. Questa ha ispirato migliaia di attivisti, i quali a loro volta lottano affinché la nonviolenza sostituisca l’ideale militarista diffuso da sempre dai governi. Conclusione Si è dimostrato quanto Italia e Giappone siano simili in apparenza dal punto di vista storico ma differenti all’interno per motivi politici, sociali ed economici. Nonostante tali grandi differenze, è evidente come vi sia in entrambe le nazioni una visione interna formata da due poli opposti: quello voluto dal governo e quello voluto dai cittadini. Un confronto simile con altri paesi potrebbe rivelare dinamiche analoghe.   -Melissa Kalemaj, tirocinante presso il Centro per la Pace Forlì Fonti https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/principi-fondamentali/articolo-11 https://mondointernazionale.org/post/larticolo-pacifista-della-costituzione-giapponese-1 https://www.archiviodisarmo.it/view/bUlibTJXWUF0RExFVm1GNForL0ZBdz09OjpiRNn1dZRAaYC5vq3iRErG/0524-s-censi-il-riarmo-giapponese-.pdfhttps://www.ispionline.it/sites/default/files/pubblicazioni/Tosi.pdf https://www.iiss.org/online-analysis/online-analysis/2025/05/introduction-evaluating-japans-new-grand-strategy/#:~:text=3,facto%20armed%20forces)%20in%201954. https://www.questionecivile.it/2024/03/26/l-articolo-9-pacifismo-costituzionale-giappone/ https://www.japan-experience.com/it/plan-your-trip/to-know/japanese-history/postwar-japan-history?market=it https://fondazionenenni.it/eventi/le-critiche-di-nenni-al-piano-marshall https://www.milex.org/2025/10/28/spesa-militare-previsionale-pura-in-crescita-di-un-miliardo-nel-2026-per-litalia/ https://www.peacelink.it/pace/a/51179.html https://www.treccani.it/enciclopedia/eol-nihon-hidankyo/ https://www.avvenire.it/mondo/il-giappone-sempre-meno-pacifista-apre-alla-vendita-di-armi_107250 https://www.runipace.org/aree-tematiche/movimenti-per-la-pace/#:~:text=I%20movimenti%20per%20la%20pace%20costruiscono%20campagne%20nazionali%20e%20internazionali,attivit%C3%A0%20educative%20alla%20non%2Dviolenza. https://forumpace.consiglio.provincia.tn.it/notizia/articolo?id=953 https://retepacedisarmo.org/le-reti-fondatrici-di-ripd/ Redazione Romagna
May 4, 2026
Pressenza
«Nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro»
di Bruno Lai 28 aprile 1967: Muhammad Ali, campione del mondo dei pesi massimi, si dichiara obiettore di coscienza. 28 aprile 1967: Muhammad Ali, campione del mondo dei pesi massimi, si dichiara obiettore di coscienza. Rifiuta di andare in Vietnam ad assassinare sconosciuti. Colui che il leggendario telecronista Rino Tommasi chiama “pugile ballerino”, questa volta non danza, rimane immobile, fermo.
Il pacifismo italiano in cerca di autore
Il 18 aprile si è tenuto a Roma, al Caffè Letterario nel quartiere Ostiense, un interessante convegno organizzato dal gruppo di pacifisti de Il Coraggio della Pace. Iniziativa sicuramente opportuna in questa fase in cui il mondo sembra sprofondare … Leggi tutto L'articolo Il pacifismo italiano in cerca di autore sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Tiziano Terzani cercava l’Assoluto, e l’ha trovato
“L’unico vero maestro non è in nessuna foresta, in nessuna capanna, in nessuna caverna di ghiaccio dell’Himalaya… È dentro di noi!” -Tiziano Terzani- Il 23 marzo 2026 è andato in onda su Rai 3 il programma Passato e Presente, condotto da Paolo Mieli, dal titolo Tiziano Terzani, il reporter che cercava l’assoluto in presenza del grande storico fiorentino Franco Cardini. Premettendo il profondo rispetto e la profonda stima per Franco Cardini, di cui condivido spesso analisi, idee, opinioni, oltre ad essere uno dei più importanti lucidi e critici intellettuali contemporanei in Italia; e la stima per il giornalista Paolo Mieli, come uomo di cultura nonchè tra i più importanti divulgatori storici, non posso non criticare il servizio che è stato prodotto su Tiziano Terzani. Per quanto il format di Passato e Presente consista in una mezz’oretta e che quindi sia sempre ben poco il tempo per approfondire in modo dettagliato la vita dei personaggi che si trattano, le mancanze profonde del servizio televisivo ci dicono ben altro: ovvero che si è capito ben poco della storia, del pensiero, dell’esperienza e del messaggio del grande Tiziano Terzani e del suo “giornalismo anomalo” fuori dagli schemi assetato di scoperta del mondo. Il servizio, dal punto di vista cronostorico non pecca di nulla, ma cade in basso nei contenuti storiografici e tenta di banalizzare, di ridurre e decomplessificare la figura di Tiziano Terzani. Già il fatto che venga definito, per tutto l’arco del servizio, come un reporter indica che i relatori non avevano piena coscienza delle molteplici dimensioni di Tiziano Terzani: una figura difficilmente classificabile secondo categorie precise e difficilmente etichettabile proprio perchè fuori dagli schemi del giornalismo di allora. Il Nostro inizia la sua ascesa da giornalista qualificato come reporter ma, al momento della propria morte avvenuta nel 2004, era diventato ben altro: un giornalista, un inviato di guerra, un attivista, un filosofo, un maestro spirituale, un saggio dei nostri tempi e soprattutto un precursore di un nuovo pensiero politico per salvare l’umanità. Il tentativo del servizio Rai di assimilare Terzani ad una figura ben vista dal sistema mainstream è a dir poco imbarazzante. Sebbene abbia collaborato con il mainstream, dal 1996 Terzani si espresse in modo fortemente critico sulla comunicazione mainstream e sul giornalismo nostrano,  (o “di massa”), accusandoli di essere diventati strumenti di disinformazione, di paura, di spettacolarizzazione del dolore e di conformismo culturale: uno strumento più propenso a fornire “notizie in tempo reale” che fornire analisi approfondite; uno strumento mancante di contesto volto a dare narrazioni preconfezionate che non aiutano a comprendere le reali dinamiche storiche, culturali e umane dei luoghi. Terzani aveva un approccio diverso al giornalismo che potremmo chiamare, citando Raimon Panikkar, pluriversale. Quando Paolo Mieli afferma a Passato e Presente che Tiziano Terzani aveva uno “spirito americano-tedesco del giornalismo”, ovvero “quel giornalismo sul campo che stava tra la gente”, dice un’assurdità. Nè l’America nè la Germania dovevano insegnare nulla a Terzani, il quale già nel suo inconscio aveva presente quale sarebbe stato il suo destino. Ho la fortuna di avere parenti che sono stati amici intimi di Tiziano Terzani ai tempi del suo ruolo di manager all’Olivetti e che possono testimoniare che Terzani più volte confidava loro che il suo ruolo di manager non fosse il lavoro della sua vita. Lui era consapevole che la sua vita sarebbe stata quella di viaggiare, per scoprire mondi e per raccontarli. Tiziano Terzani è tra i padri ante-litteram del giornalismo non-embedded, una pratica in cui l’inviato di guerra sta tra le bombe, tra la gente, tra i fatti vissuti e racconta la propria esperienza sul campo descrivendo ciò che vede. Si tratta di un approccio molto diverso da quello che invece, nel 2003 con la guerra in Iraq, verrà chiamato giornalismo “embedded”, ovvero la pratica secondo cui il giornalista – l’inviato di guerra – si limita a fare informazione dagli uffici-stampa adibiti diventando megafono di veline scritte da altri. Il giornalismo embedded è la pratica in cui i reporter seguono i conflitti bellici aggregati alle unità militari, vivendo e spostandosi con le truppe: la presstitute. Non è un caso che nel 1992 Terzani si sente stanco, dubbioso sul senso del suo lavoro e gli torna in mente proprio quella famosa profezia che un indovino gli disse nel 1976: “Attento. Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare mai”. Così coglie l’occasione per guardare il mondo con occhi nuovi: non con i propri occhi, ma con gli occhi degli altri. Decide di non prendere aerei per un anno, senza rinunciare al suo mestiere e il risultato di quell’esperienza è un libro che è insieme romanzo d’avventura, autobiografia, racconto di viaggio e reportage: Un indovino mi disse. E’ proprio in questo capolavoro che racconta come quell’ “anno senza aerei” – senza quel mezzo che “scorcia tutto, anche la comprensione delle cose” (come scrive) – lo mette in contatto con una diversa maniera di concepire la realtà. Come ha dichiarato l’ecofilosofa Gloria Germani, la più grande esperta del pensiero di Tiziano Terzani che vergognosamente non è stata citata nemmeno una volta nel servizio di Passato e Presente: “Terzani fa spesso un parallelo interessante: quello tra gli scienziati moderni che studiano in laboratorio la materia attraverso la sperimentazione e la razionalità basata sui sensi, e invece i sapienti orientali che se ne stanno nella natura e indagano la propria mente. Attraverso la meditazione, arrivano a scoprire la non–materialità, e quindi che gli opposti (giorno e notte, luce e tenebra, vita e morte) sono tutt’uno e non si possono separare. È il senso del simbolo dello Ying e dello Yang, a cui Terzani teneva moltissimo, perché gli opposti coesistono, e la vita è la meravigliosa unione degli opposti. Tutto è Uno significa dunque uscire dall’apparato logico-linguistico (tipico del tradizione occidentale a partire da Aristotele) e accedere a un altro piano.” Gloria Germani Nel servizio si afferma che Terzani ad un certo punto si improvvisa “asceta” e abbandona il suo nome preferendo il nome Anam (il senza nome, in sanscrito), per poi concludere con le parole di Cardini: “Terzani cercava sè stesso, ma non si sa se sia riuscito a trovarlo, perchè nessuno di noi ci riesce”. Questa è una personale opinione di Cardini, ma non la pensa così chi invece Terzani lo ha conosciuto profondamente e con lui ha avuto modo di cogliere qualcosa in più. La scelta di prendere il nome Anam va ben oltre le banalità retoriche sul fiorentinismo e sul suo – pur vero – “amore/odio/disprezzo per Firenze” di cui parla Cardini. Tiziano Terzani per molti è stato un grande maestro spirituale, un bodhisattva della Terra che, negli ultimi anni della sua vita, ha raggiunto la bodhicitta, ovvero l’intenzione sincera e la motivazione altruistica, tipica del Buddhismo Mahāyāna, di raggiungere l’illuminazione (Buddhità) per liberare tutti gli esseri senzienti dalla sofferenza attraverso la compassione attiva, la saggezza e trasformando la vita quotidiana in un percorso di risveglio. La dimensione spirituale e interiore di Tiziano Terzani; la sua esperienza con la meditazione; l’incontro con Swami Dayananda Saraswati, un noto maestro indiano della tradizione del Vedanta (non-dualismo) di cui racconta nel libro Un altro giro di giostra; il suo approccio spirituale, umano e filosofico nell’affrontare la malattia; l’uso consapevole dell’ayurveda e delle medicine alternative non vengono mai nemmeno accennati nel servizio di Passato e Presente, come non viene accennata l’importanza che per lui rivestono le culture dell’India. Quando nel servizio si continua a mettere enfasi sulle “delusioni” che Terzani, da uomo di sinistra, avrebbe avuto della Rivoluzione culturale di Mao Zedong in Cina, della rivoluzione socialista di Ho Chi Min in Vietnam e della repressione di Pol Pot in Cambogia, si vuole raccontare una verità a metà. La sua “delusione” non era legata a quello che visse e che vide in quelle parti del mondo, non era legata alle culture che toccò con mano, ma al fatto che queste rivoluzioni socialiste tradirono i loro ideali di rinnovamento sociale e culturale e di rottura radicale con il colonialismo e l’imperialismo. La delusione di Terzani consistette nel fatto che, sebbene tutte queste rivoluzioni avevano scacciato l’Occidente fuori dalla porta di casa loro, l’Occidente era rientrato dalla finestra sotto abiti diversi. L’Occidente era stato in grado di colonizzare le menti con l’importazione del modello capitalistico globale, del modello estrattivo e della società industriale di massa, con la concezione economicista-sviluppista. Le rivoluzioni socialiste in Asia, al posto di mettere in discussione tutto questo, copiarono l’esempio per riprodurlo sotto altre vesti. A tal proposito, in realtà, Tiziano Terzani non ebbe mai una vera e propria delusione perchè mai si fece illusioni a riguardo. Tiziano Terzani ha raccontato seriamente e fattualmente quella parte di mondo che l’Occidente vedeva con presunzione, arroganza, sentimento di superiorità e in modo stereotipato. Era questo approccio del giornalismo occidentale e della visione colonialista occidentale che deludeva fortemente Terzani: lui criticò fortemente la colonizzazione dell’immaginario che l’occidente aveva agito sul mondo intero, con la pretesa di creare – in 400 anni di storia – un “mondo di occidentali”. Di questo si accorge perfettamente quando tocca con mano la realtà del Giappone e i suoi mutamenti tecno-antropologici: una popolazione che ha dimenticato se stessa per aderire ciecamente alla modernizzazione capitalista e industriale occidentale. Nel servizio non si parla minimamente del fatto che proprio dalla sua esperienza vissuta sul campo, Tiziano Terzani divenne un grande critico del paradigma riduzionista, materialista, meccanicista e dualista su cui si fonda epistemologicamente la visione dell’Occidente, opposta invece al grande bagaglio culturale e spirituale dell’Asia (come ha giustamente qui fatto notare Franco Cardini). L’Asia non è spinta dal mito dello sviluppo, ma dal mito dell’eterno. E’ in questo contesto che si colloca anche la critica epistemologica e culturale di Terzani allo scientismo e alla scienza occidentale di stampo cartesiano-newtoniano che definirà “nuovo oppio dei popoli” in Un altro giro di giostra: “Nessuno ha più risposte che contano, perché nessuno pone più le domande giuste. Tanto meno la scienza, che in occidente è stata asservita ai grandi interessi economici e messa sull’altare al posto della religione. Così lei stessa è diventata l’ “oppio dei popoli”, con quella sua falsa pretesa di saper prima o poi risolvere tutti i problemi. La scienza è arrivata a clonare la vita, ma non a dirci che cos’è la vita. La medicina è riuscita a rimandare la morte, ma non a dirci cosa succede dopo la morte. O sappiamo forse davvero che cosa permette ai nostri occhi di vedere e alla nostra mente di pensare? Eppure, grazie alla grande fiducia che abbiamo nella scienza, diamo ormai tutto per scontato. Si crede di sapere e non si sa. Ci si accontenta dunque di non sapere, convinti che presto si saprà.” Anche di questo non parla minimamente il servizio della Rai. Non si fa nemmeno un parola sul fatto che Tiziano Terzani è considerato – oltre che uno dei più importanti esponenti della visione no-global, della nonviolenza e del pacifismo contemporaneo – come uno dei precursori di una visione ecosocialista, della decrescita e dell’ecologia profonda: ovvero un modo completamente diverso di concepire il mondo che si vuole costruire rifacendo pace con la Terra, con gli ecosistemi e con i popoli che la vivono. Per non parlare inoltre degli strafalcioni sui fatti dell’11 settembre 2001, momento in cui Tiziano Terzani fa sentire la sua voce contro la logica del terrore dell’Occidente contro il “nuovo nemico necessario”: l’Islam. Non è vero che Tiziano Terzani inizia ad occuparsi l’8 ottobre 2001 dei fatti dell’11 settembre 2001. Nel suo articolo pubblicato il 16 settembre 2001, – dopo i fatti dell’11 settembre, dal titolo “Quel giorno tra i seguaci di Bin Laden” sul Corriere della Sera – Terzani affermava la necessità di “capire le ragioni degli Altri”, ed ora lo ribadiva con grande chiarezza: “Se vogliamo capire il mondo  in cui siamo, lo dobbiamo vedere nel suo insieme e non solo dal nostro punto di vista” (1). E più oltre: “Il  problema è che fino a quando penseremo di avere il monopolio del “Bene”, fino a che parleremo della nostra come la civiltà, ignorando le altre, non saremo sulla buona strada”. Al contrario, “solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove siamo” (2). Questo è solo l’anteprima di quelle che furono le sue risposte dall’8 ottobre 2001 alle posizioni neo-con della giornalista fiorentina Oriana Fallacci che espresse in La rabbia e l’orgoglio, articolo apparso sul quotidiano Corriere della Sera il 29 settembre 2001 in seguito all’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Terzani definì – in una risposta – quell’articolo una “brillante lezione di intolleranza”, sottolineando come la rabbia – che la Fallaci esprimeva in quell’articolo – mostrasse come non conoscesse il mondo che aveva girato in lungo e in largo. Dopo l’11 settembre, Terzani ha criticato duramente il modo in cui i media hanno amplificato la paura, allineandosi alle logiche della guerra al terrore invece di cercare una comprensione più profonda delle cause. Nascerà così Lettere contro la guerra, una raccolta di una grande presa di consapevolezza scaturita proprio da un confronto acceso con Oriana Fallaci e sul crollo della Torri Gemelle a New York, esprimendo un’opposizione sistematica e non-negoziabile della guerra e del paradigma di mondo che porta con sè: erosione delle libertà costituzionali e dei diritti umani, crescita del mito della sicurezza e la paura come mezzo per raccontare il mondo. Con Lettere contro la guerra, Terzani ha risposto alle tesi della collega, proponendo invece una visione pacifista alternativa attraverso temi che oggi sono più attuali che mai. Per concludere, io credo che i libri che sono stati consigliati alla fine del servizio Rai non siano assolutamente significativi della vita, della storia e della filosofia perenne di Tiziano Terzani, ma piuttosto dei tentativi di lettura che non colgono la complessità del personaggio. Spiace veramente che non siano stati invece consigliati i bellissimi libri biografici scritti dalla ecofilosofa Gloria Germani che invece – come ha scritto anche Angela Staude, moglie di Terzani – forse più di tutti ha colto il pensiero di Tiziano. A maggio 2024 è uscita infatti la sua ultima fatica: “Tiziano Terzani contro la guerra. La verità del “Tutto è Uno” tra Oriente e Occidente”, una nuova riflessione che scava nella vita e nel pensiero di Tiziano Terzani, offrendo una visione complessiva del meraviglioso insegnamento e percorso intellettuale ed esperienziale di Terzani, a vent’anni dalla morte: il pensiero del non-dualismo, del Tutto è Uno, che rompe la tradizione scientista e materialista della modernità e ci suggerisce un nuovo modello di vita lontano dalle logiche del consumismo, della guerra, dell’avidità e del successo a ogni costo, in una nuova visione che riconcilia il pensiero orientale con quello occidentale. Terzani aveva capito che è più importante essere che avere. Questo dimostra che Tiziano Terzani ha cercato l’Assoluto e l’ha trovato eccome, cogliendo appieno il senso della vita oltre le superficialità e oltre il superfluo della vita moderna contemporanea.   (1) T.Terzani, Lettere contro la guerra, p. 29. (2) T.Terzani, Lettere contro la guerra, p. 31 e p.33..   Fonti: Gloria Germani, Tiziano Terzani e “il trucco della candela” la meditazione come via di conoscenza e di vera libertà https://www.greenme.it/lifestyle/costume-e-societa/tiziano-terzani-10-lezioni-di-vita/ https://www.pressenza.com/it/2015/05/la-rivoluzione-interiore-di-tiziano-terzani/       Lorenzo Poli
March 31, 2026
Pressenza
Corrispondenze dal corteo NoKings (1/3: Prima corrispondenza)
Corrispondenze dal corteo contro le guerre "No Kings" che è partito dalle 14 da piazza della repubblica, doveva fermarsi a Piazza San Govanni ma le 100mila partecipanti hanno deciso di proseguire fino ad occupare la tangenziale e ritornare a san lorenzo. Una ampia partecipazione che ha visto la solidarietà alla palestina come collante sia nelle bandiere sia negli slogan. 
March 28, 2026
Radio Onda Rossa
Napoli ‘abbracciata’ dall’Aeronautica Militare? No, grazie!
Il MIR – Movimento Internazionale della Riconciliazione – storica organizzazione del pacifismo di matrice spirituale e nonviolenta – protesta per l’occupazione militare da parte dell’Aeronautica militare, nel periodo dal 28 marzo al 1° aprile, di due luoghi simbolo di Napoli, per statuto ‘Città di Pace’, non palcoscenico per esibizioni bellico-militari. Nella relativa nota informativa, queste c.d. ‘giornate azzurre’ sono state presentate come il modo col quale l’Aeronautica “abbraccia la città di Napoli”, con un evento “pensato per chi desidera conoscere più da vicino l’Aeronautica Militare, la sua storia, le sue tradizioni e i suoi valori, in un contesto accessibile e adatto a famiglie, appassionati e curiosi”. L’Aeronautica occuperà infatti per ben 5 giorni due luoghi della nostra città (piazza del Plebiscito ed il lungomare), per esibire la propria capacità bellico-tecnologica con un’intera area espositiva, velivoli e simulatori di strumentazione, ‘festeggiando’ il suo 103° anniversario con gli abituali riti delle cerimonie militari e con l’immancabile sorvolo delle ‘frecce tricolori’ Il MIR contesta tale retorica narrazione ed esprime netta contrarietà a quest’ennesima manifestazione di esaltazione patriottico-militarista, soprattutto in un momento drammatico ed allarmante per l’acuirsi di conflitti bellici ed aggressioni armate, con una micidiale e dispendiosa ripresa della folle corsa agli armamenti. “Come organizzazione nonviolenta, antimilitarista ed ecopacifista, manifestiamo totale dissenso nei confronti di queste sempre più frequenti esibizioni propagandistiche delle forze armate italiane, che da anni stanno subdolamente infiltrando la società ed anche le istituzioni educative, portando avanti la retorica dei militari vicini alla ‘gente’, proprio mentre la tragica cronaca delle guerre in atto ci sta mettendo sotto gli occhi quanta morte e devastazione provocano invasioni, bombardamenti e raid aerei” ha dichiarato Ermete Ferraro, presidente nazionale e referente della Sede di Napoli. Il MIR ricorda, peraltro, che a Piazza del Plebiscito era stata programmata per il 28 marzo la manifestazione “10,100, 1000 Donne per la Pace”, spostata a piazza Municipio proprio per consentire l’installazione degli stand espositivi dell’Arma Azzurra, suscitando quindi la legittima protesta delle realtà organizzatrici dell’incontro pacifista. “Continueremo a contestare anche a Napoli la retorica narrazione delle forze armate e ad opporci al montante autoritarismo, militarismo e bellicismo, opponendovi l’obiezione di coscienza, la disobbedienza civile e lanciando una proposta di legge popolare per istituire una difesa “non-armata, civile e nonviolenta” ha concluso Ferraro. Redazione Napoli
March 27, 2026
Pressenza
La guerra nel villaggio globale: una ‘battaglia’ combattuta con parole letali, o salvifiche
Navigando nel world wide web oggi la mia attenzione si è soffermata su due post pubblicati con LinkedIn. Uno è l’avviso di una compagnia di assicurazioni ai propri clienti, armatori e noleggiatori di navi ormeggiate o in transito nel Golfo Persico. L’altro è il testo scritto da un “ex Comandante in Capo della Squadra Navale, vertice del braccio operativo della Marina Militare”. Palesemente, l’avvertimento che > Il crescente conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran ha aumentato > significativamente i rischi per la sicurezza marittima nello Stretto di > Hormuz. Segnalazioni di attacchi missilistici, avvisi VHF alle navi e attacchi > contro petroliere hanno già spinto i principali operatori a sospendere o > deviare i transiti. Con circa il 20% del petrolio globale trasportato via mare > che attraversa lo Stretto, qualsiasi interruzione comporta seri rischi per i > mercati energetici e le catene di approvvigionamento. La NNPC consiglia > fortemente ai membri di evitare l’area dove possibile. Se le navi sono > ormeggiate nella regione, i termini del noleggio — incluse clausole di rischio > bellico come CONWARTIME o VOYWAR — dovrebbero essere esaminati attentamente > alla luce delle considerazioni di sicurezza e di allocazione dei costi. è un segnale molto allarmante. Significa che la guerra nel Medio Oriente è una guerra mondiale a tutti gli effetti, soprattutto per le ricadute e implicazioni nei ‘gangli’ dell’economia planetaria. Pochi giorni prima alla presentazione della mostra esperienziale Polvere di guerra – dalle macerie alla costruzione di pace in esposizione a Casale Monferrato fino al 29 marzo prossimo, la referente del gruppo volontari Emergency di Alessandria, Stefania Landini, aveva osservato: > La convinzione che l’umanità non smetterà mai di fare la guerra è l’errore che > ci rende schiavi della guerra. Proprio come la schiavitù, che in passato > consideravamo una ‘cosa normale’ e poi abbiamo sconfitto aborrendola, la > guerra è un male che può essere debellato cominciando a smettere di pensare > che sia ineluttabile. Ieri, 21 marzo, ricorrenza del massacro di Sharpeville avvenuto nel 1960, cioè della data in cui la polizia sudafricana uccise 69 persone che partecipavano a una pacifica manifestazione di protesta contro l’apartheid, era la Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale e il segretario generale dell’ONU ha ammonito che nel mondo è ancora diffuso il razzismo, ‘pilastro ideologico’ dei ‘traffici’ di esseri umani, della ‘caccia’ ai migranti e agli esuli, delle persecuzioni etniche e dei conflitti bellici. Oggi, leggendo l’avviso dell’olandese NNPC Marine Insurance mi sono ricordata che l’abolizione della schiavitù è stata una rivoluzione culturale, sociale, politica ed economica cominciata proprio in seguito a un ‘caso’ analogo: al massacro della Zong, cioè alla strage di 142 africani nel 1781 uccisi dall’equipaggio del ‘bastimento carico di schiavi’, seguì lo storico processo con cui gli armatori, soci dell’olandese Middelburgsche Commercie Compagnie e proprietari del bastimento ‘carico di schiavi’, e i commercianti di merce umana, un gruppo di mercanti inglesi, tentarono di ottenere il rimborso dei danni subiti dalla compagnia con cui avevano stipulato la polizza assicurativa. Nel XVIII secolo la questione se fosse legittimo oppure no rivendicare tale risarcimento scandalizzò l’opinione pubblica mondiale, allora soltanto i pochi analfabeti che leggevano le cronache pubblicate sui giornali e frequentavano atenei, accademie, circoli e salotti… Nel XIX secolo la schiavitù venne aborrita dalle nazioni più progressiste, in primis dalla prima repubblica democratica della modernità, gli USA, e nel XX secolo da tutta l’umanità, e Stefania Landini aveva paragonato questo progresso alla prospettiva di debellare la guerra dopo che era stato proiettato un video che ritrae il fondatore di Emergency, Gino Strada, mentre diceva “La guerra piace a chi non la conosce“. Oggi di guerra si parla tanto e in tanti, ma pochi sapendo davvero di cosa parlano. Come Gino Strada ha spiegato molto bene, a conoscere bene la guerra non sono i suoi artefici, bensì le sue vittime, civili e militari, zittite dalle armi e dalle bombe che le colpiscono, feriscono e uccidono, e anche dal chiacchiericcio sulla guerra che, facendo un clamore assordante, rimbomba nei media e nei socialmedia. Alla ‘raffica’ di notizie su battaglie, attacchi, offensive e manovre militari che scandiscono le cronache quotidiane, fanno eco i commenti di politici, opinion leader ed esperti, o sedicenti tali, di geopolitica e di strategie politiche e militari. Invece ad essere davvero esperti di guerra sono i soldati, semplici e di alto grado, che hanno combattuto o che sono impegnati sui campi di battaglia subendo le conseguenze delle decisioni di governanti e generali che fanno la guerra a tavolino… pianificano strategie e tattiche come in un gioco. Di ciò sono edotta e consapevole perché da bambina ho letto e da adulta riletto molte volte il diario di guerra scritto da mio nonno, un fante che durante la prima guerra mondiale ha combattuto su molti fronti, in Italia come soldato semplice di un plotone che il 14 maggio 1915 varcò il confine, che combatté a Bezzecca e nelle trincee alla frontiera con l’Austria, quindi un ufficiale al comando di un battaglione di zappatori stanziato in Albania fino al settembre 1920. Come mio nonno facendo esperienza diretta e carriera ‘sul campo’, con l’avanzamento di grado capendo che i suoi superiori erano degli irresponsabili e la gravità del proprio errore, cioè di aver sbagliato ad arruolarsi convinto che l’intervento dell’Italia nella guerra mondiale fosse necessario, un “ex Comandante in Capo della Squadra Navale, vertice del braccio operativo della Marina Militare” in questi giorni ha scritto delle parole che ritengo sia utile conoscere, capire e condividere. > LE GUERRE NASCONO DALL’ALTO. LA PACE NASCE DAL BASSO. > > CONSAPEVOLEZZA DEI POPOLI, RESPONSABILITÀ DEI CITTADINI E IL RUOLO DELLE > SOCIETÀ IN UN MONDO IN CUI LE DECISIONI SULLA GUERRA SONO ANCORA CONCENTRATE > NELLE STANZE DEL POTERE. > > Le notizie di queste ore raccontano che negli Stati Uniti sta emergendo una > crescente inquietudine nell’opinione pubblica rispetto alla guerra con l’Iran. > Anche alla Casa Bianca si percepisce che il consenso non è più così compatto > come nelle fasi iniziali. > > Non è la prima volta che accade nella storia. > > Le guerre possono essere decise dai governi, ma la loro durata e la loro > sostenibilità dipendono quasi sempre dal consenso delle società che quei > governi rappresentano. Quando l’opinione pubblica inizia a interrogarsi, > quando le persone smettono di accettare passivamente le narrazioni dominanti e > cominciano a porsi domande, l’equilibrio politico cambia. > > Ed è proprio qui che emerge un punto spesso sottovalutato. > > Il vero terreno su cui si gioca il futuro delle nostre società non è soltanto > quello della diplomazia o della forza militare. È il livello di consapevolezza > delle persone. > > > IL LIVELLO DI CONSAPEVOLEZZA DELLE SOCIETÀ > > Una società poco consapevole è facilmente orientabile dalla paura, dalla > propaganda e dalla semplificazione delle realtà complesse. > > Una società consapevole, invece, è molto più difficile da trascinare in > dinamiche distruttive. > > La guerra prospera quasi sempre su alcune condizioni precise: la distanza tra > i popoli, l’ignoranza reciproca, la paura dell’altro, la riduzione > dell’avversario a caricatura. > > Quando invece esistono legami reali tra le persone — culturali, scientifici, > economici e umani — diventa molto più difficile costruire il racconto > dell’inimicizia. > > È per questo che sono sempre più convinto che la pace non possa essere > affidata soltanto alle cancellerie, ai governi o agli equilibri di potenza. > > La pace duratura nasce quando le società iniziano a riconoscersi tra loro. > > Quando gli studenti studiano insieme. Quando i ricercatori collaborano. Quando > imprenditori, professionisti, comunità e cittadini intrecciano relazioni che > superano i confini politici. > > È da queste reti invisibili che nasce la vera stabilità. > > > IL RUOLO DELLA CONSAPEVOLEZZA > > Ed è anche per questo che da tempo ho scelto di utilizzare questo spazio su > LinkedIn per condividere riflessioni geopolitiche, analisi strategiche e > considerazioni che nascono dalla mia esperienza. > > Non con l’idea di indicare a qualcuno cosa pensare. > > Ma con un obiettivo molto semplice e allo stesso tempo molto ambizioso: > contribuire ad accrescere la consapevolezza. > > Stimolare il pensiero libero. Incoraggiare le persone a ragionare con la > propria testa. Invitare ad osservare la realtà internazionale senza paraocchi > ideologici e senza appartenenze automatiche. > > Viviamo in un’epoca in cui il dibattito pubblico è spesso dominato da > narrazioni semplificate, polarizzazioni artificiali e logiche di schieramento. > > La politica, inevitabilmente, risponde a dinamiche di consenso, di potere e di > convenienza che non sempre coincidono con gli interessi profondi dell’umanità. > > Per questo motivo diventa sempre più importante che le persone sviluppino > autonomia di giudizio, spirito critico e capacità di comprendere la > complessità del mondo in cui viviamo. > > > DOVE NASCE DAVVERO LA PACE > > Quando i popoli iniziano davvero a conoscersi, a parlarsi, a riconoscersi > reciprocamente come parte della stessa comunità umana, la guerra smette di > essere una scelta facile anche per i governanti. > > Le guerre nascono quasi sempre dall’alto. > > La pace, invece, nasce dal basso. > > Nasce quando milioni di persone iniziano a pensare con la propria testa. > Quando smettono di delegare completamente ad altri il destino del mondo. > Quando comprendono che la storia non è qualcosa che accade sopra di loro, ma > qualcosa a cui partecipano ogni giorno. > > Ed è forse proprio da qui che può iniziare il vero cambiamento. > > Non dalle stanze del potere. > > Ma dal risveglio delle coscienze. > > Su questi temi continuerò a condividere analisi più strutturate nella > newsletter geopolitica Mappe del Potere, che nelle prime 24 ore ha superato i > 1500 iscritti. > > Non è un risultato che mi colpisce per il numero in sé – i numeri sui social > hanno sempre un valore relativo – ma per ciò che rappresenta. > > Significa che esiste un numero crescente di persone interessate ad > approfondire, a comprendere la complessità del mondo e a sviluppare uno > sguardo libero dalle semplificazioni e dalle appartenenze automatiche. > > Se questo spazio di riflessione sta crescendo, la soddisfazione non deriva dai > like, ma dal fatto che l’impegno nel diffondere conoscenza, consapevolezza e > pensiero critico sta iniziando a trovare ascolto. > > Ed è forse proprio da qui che può nascere qualcosa di buono. > > Non dall’eco delle polemiche quotidiane. > > Ma dalla crescita silenziosa della consapevolezza. > > Paolo Treu, 11.03.2026 Maddalena Brunasti
March 22, 2026
Pressenza