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Il Libano e la sua guerra senza tregua raccontati da due operatrici umanitarie
«Come si fa a uccidere la civiltà nella sua culla» Crifiu, Il clown di Aleppo Il Libano e la guerra sono un racconto che ritorna. Terra di saperi e di convivenze, custode di una maestosa eredità storica, eppure è tra quei luoghi che abbiamo imparato a riconoscere per la crudezza del loro passato. Dal 2 marzo, gli attacchi israeliani hanno inaugurato una nuova fase del conflitto, provocando nuove ondate di sfollamenti. Questa escalation si innesta sulla somma delle emergenze che hanno segnato il Libano negli ultimi anni, dal collasso finanziario alle proteste del 2019, dalla pandemia all’esplosione del porto di Beirut nel 2020, indebolendo progressivamente le istituzioni e rendendo la sopravvivenza quotidiana sempre più dipendente dall’intervento umanitario. A raccontarlo sono due operatrici sul campo, da Beirut e dalla Valle della Beqāʿ, le cui testimonianze offrono uno sguardo diretto sulle conseguenze del conflitto e documentano l’impatto della guerra sulla popolazione civile. IL PREZZO PIÙ ALTO DELLA GUERRA Veronica Bonelli ha ventotto anni, è italiana e lavora a Beirut come project manager per l’organizzazione non governativa Un ponte per. A Dinamopress racconta che, sin dalle prime settimane dell’ultima escalation, l’intervento dell’Ong si è concentrato sulla distribuzione di kit igienici, materassi e coperte, resa possibile grazie al sostegno di donatori internazionali e a una campagna di raccolta fondi. Le operazioni, realizzate con il supporto dello staff locale e di persone volontarie, si sono svolte in tre scuole dei quartieri centrali di Bashoura, Zuqāq al-Blāṭ e al-Batrakiyya, nei pressi di Sāhat al-Shuhadāʾ e di al-Ḥamrāʾ, designate dal ministero degli Affari Sociali libanese come alloggi di emergenza ufficiali. Veronica racconta le numerose difficoltà che cittadini e cittadine libanesi affrontano quotidianamente, sottolineando che, se è vero che la guerra colpisce l’intera popolazione, non lo fa, però, in modo uniforme: a pagare il prezzo più alto sono le persone con minori risorse economiche e coloro che hanno già vissuto lo sradicamento forzato. Qui, il riferimento all’escalation militare del 2024 tra Israele e Hezbollah emerge come un precedente ineludibile. L’offensiva aveva trasformato il sud del Paese e alcune aree della Valle della Beqāʿ in fronti attivi, costringendo centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le proprie case. Bombardamenti, ordini di evacuazione e attacchi lungo la linea di confine avevano provocato una crisi umanitaria su larga scala, lasciando dietro di sé comunità distrutte e un numero crescente di sfollati interni. Molti di loro non hanno mai fatto ritorno alle proprie abitazioni e oggi si trovano nuovamente in fuga, ancora una volta colpiti dalla guerra. > «Tra i gruppi maggiormente esposti emergono soprattutto i più giovani» – > prosegue Veronica – «I bambini e le bambine sono tra i principali soggetti la > cui vulnerabilità aumenta significativamente in queste situazioni. Alla > precarietà dello sfollamento, si aggiunge il trauma psicologico, destinato a > manifestarsi con maggiore intensità nel corso del tempo». Un altro fattore critico riguarda l’interruzione della continuità educativa. «Lo sfollamento forzato e la chiusura delle scuole pubbliche, trasformate in rifugi, hanno privato migliaia di studenti dell’accesso all’istruzione. Questa sospensione coinvolge sia i bambini sfollati sia coloro che non possono più frequentare le lezioni perché gli edifici scolastici sono stati riconvertiti in abitazioni di emergenza. Le conseguenze sono profonde: compromettono la formazione, la permanenza scolastica e le prospettive future di un’intera generazione». Alla voce di Veronica si affianca quella di Darine Saliba, local coordinator nella Valle della Beqāʿ e residente a Zahle, nella regione orientale del Libano. Il suo team collabora con il ministero degli Affari Sociali libanese e altri attori umanitari. Una parte significativa dell’intervento si concentra sulla valutazione degli alloggi di emergenza per le persone sfollate, sulla distribuzione di beni essenziali e sulla promozione di attività ricreative, in particolare per i minori. Anche Darine sottolinea come l’infanzia stia pagando il prezzo più alto del conflitto. «Ciò che stiamo osservando, soprattutto tra i bambini, è molta paura e una sofferenza latente. Alcuni diventano introversi, altri manifestano ansia o cambiamenti nel comportamento come meccanismo di adattamento all’instabilità». Le famiglie vivono sotto una pressione costante, gravata da stress psicologico ed esaurimento fisico, con ripercussioni profonde sulla vita quotidiana. «Di fronte a questa emergenza, stiamo rafforzando gli interventi a sostegno della salute mentale, diffondendo numeri di assistenza e attivando percorsi di supporto psicologico. Per questo promuoviamo inoltre attività dedicate ai minori per aiutarli a ritrovare un senso di normalità, mentre incontri di ascolto e sostegno rivolti alle donne, insieme a iniziative di sensibilizzazione, contribuiscono ad alleviare lo stress e a sostenere le comunità». Le donne sono, infatti, tra le più colpite. «Vivono una condizione di vulnerabilità maggiore rispetto agli uomini», osserva Veronica, evidenziando come la gravidanza, la gestione della salute mestruale e l’accesso ai servizi sanitari diventino particolarmente complessi in contesti di sovraffollamento o di emergenza. Particolarmente esposte risultano le rifugiate e le lavoratrici migranti, spesso escluse dalle strutture d’accoglienza ufficiali e costrette a trovare riparo in alloggi informali. «Tra queste, le lavoratrici domestiche straniere costituiscono una componente significativa e sono frequentemente inserite nel sistema della kafala, un regime di patrocinio legale che lega il permesso di soggiorno al datore di lavoro, limitandone la libertà di movimento, l’accesso ai diritti fondamentali e la possibilità di interrompere il rapporto di lavoro». Una marginalizzazione che si estende anche alle rifugiate siriane e palestinesi, spesso soggette a discriminazioni e ostacoli nell’accesso alla casa e ai servizi. Per molte di loro, l’unico rifugio possibile sono i campi profughi o le proprie comunità. Infine, tra le categorie più esposte figurano gli anziani, le persone con disabilità e con malattie croniche. Gli ordini di evacuazione e lo stress degli spostamenti forzati hanno reso difficile portare con sé farmaci, ausili per la mobilità e beni essenziali, compromettendo la possibilità di fuggire in condizioni di sicurezza. «È una situazione in cui la dignità delle persone non viene rispettata. In molti casi, gli anziani sono rimasti nelle proprie abitazioni, incapaci di raggiungere luoghi più sicuri a causa di ostacoli fisici, logistici ed economici, rendendo ancora più evidente il costo umano della guerra». > Di fronte a questa realtà, l’assistenza umanitaria si configura come un > sostegno imprescindibile per la popolazione civile. Tuttavia, «in contesti di guerra come quello libanese, l’intervento iniziale è per sua natura temporaneo e orientato all’assistenza di base: alloggi, cibo, vestiti, coperte e beni essenziali, affiancati da attività di supporto psicosociale. Una risposta strutturale di lungo periodo non è ancora ipotizzabile, poiché richiederebbe il coinvolgimento diretto delle istituzioni libanesi e della Disaster Risk Management Unit del governo. Per ora, l’orizzonte resta limitato a pochi mesi, con l’obiettivo di mitigare le conseguenze più gravi per la popolazione sfollata». Darine aggiunge che «la vera sfida consiste nel trasformare l’emergenza in interventi duraturi: quando l’assistenza si affianca al rafforzamento dei sistemi locali, alla collaborazione con le comunità e al sostegno ai mezzi di sussistenza, può generare e rafforzare cambiamenti più sostenibili e a lungo termine». MAPPE E FRATTURE DEL CONFLITTO Quello che avviene in Libano è un conflitto asimmetrico, che non oppone due eserciti nazionali ma colpisce il territorio in modo selettivo e diseguale, rendendo decisive le differenze tra le varie aree del Paese. «Sul territorio non esiste alcuna area realmente immune», afferma Darine. «Il sud resta la regione più esposta, costringendo molte famiglie a fuggire verso Beirut, dove servizi e infrastrutture sono già al limite. Anche la Valle della Beqāʿ è sottoposta a una crescente pressione dovuta agli sfollamenti. La popolazione continua a spostarsi alla ricerca di sicurezza, ma la percezione diffusa è che i luoghi davvero sicuri siano ormai sempre più rari, se non inesistenti». Le fratture storiche, politiche e confessionali del Libano si riflettono nella geografia del conflitto. Veronica spiega che «le aree più colpite sono la periferia meridionale di Beirut, al-Ḍāḥiya al-Janūbiyya, e la Valle della Beqāʿ, in particolare il governatorato di Baʿlabakk–al-Hirmil, territori a maggioranza sciita dove è più forte l’influenza politica di Hezbollah». Queste divisioni emergono chiaramente anche all’interno della capitale. Beirut è un mosaico di quartieri cristiani, sunniti e sciiti, affiliati a diverse forze politiche, mentre altre regioni del Paese sono storicamente legate alla comunità drusa. Tutto ciò, restituisce una complessità che rende il conflitto profondamente radicato nella struttura sociale e politica della regione. Tuttavia, il conflitto sta progressivamente ampliando il proprio raggio d’azione. «I recenti bombardamenti hanno colpito anche aree finora risparmiate, inclusi tratti del lungomare di Beirut affacciati verso ovest e verso nord. Non solo le zone a maggioranza sciita, tradizionalmente considerate obiettivi sensibili, ma anche quartieri che in passato erano stati attaccati raramente o mai». > È il segno di un conflitto che si espande, erodendo progressivamente ogni > illusione di distanza e trasformando l’intero Paese in un fronte mutabile. Il 9 aprile, giorno in cui sono state realizzate le interviste alle operatrici umanitarie, un nuovo ordine di evacuazione ha colpito la periferia sud di Beirut, in vista di ulteriori bombardamenti israeliani, estendendosi a un numero crescente di quartieri e ampliando l’area interessata dalle operazioni militari. È il segnale di un conflitto in espansione, che ridefinisce continuamente la geografia della guerra e dell’esodo. Il Libano appare così diviso tra zone direttamente colpite dagli attacchi e aree considerate relativamente più sicure, dove la popolazione in fuga tenta di trovare rifugio temporaneo. Tuttavia, la pressione sugli alloggi e la scarsità di risorse alimentano tensioni crescenti tra comunità ospitanti e sfollati. Prosegue Veronica: «L’intercettazione di un missile nei cieli sopra la costa di Beirut, in un’area a maggioranza cristiana, ha provocato la caduta di detriti e innescato tensioni tra residenti e famiglie sfollate. Non si tratta di un comportamento attribuibile a un’intera comunità, ma di tensioni circoscritte che riflettono la fragilità del contesto». Rispetto alla fase di guerra del 2024, si può individuare una differenza cruciale: «l’estensione e la dichiarata intenzione delle operazioni militari. Gli ordini di evacuazione emessi negli ultimi mesi hanno riguardato aree molto più ampie, includendo l’intera periferia sud di Beirut e vaste porzioni del Libano meridionale. Non si era mai visto uno sfollamento così massiccio». Il risultato è un effetto cumulativo: guerra su guerra. Le conseguenze si sommano e si amplificano e questa stratificazione rende difficile ogni paragone lineare con il passato. RISCHI GEOPOLITICI E CONSEGUENZE UMANE Ogni racconto della guerra in Libano comporta un confronto con la narrazione che la giustifica in nome della sicurezza, presentando gli attacchi come necessari a neutralizzare minacce specifiche. Tuttavia, episodi come il bombardamento di edifici civili nel cuore di Beirut evidenziano la capacità di colpire obiettivi estremamente circoscritti. È il caso dell’attacco dell’8 marzo nel quartiere costiero di Raouché, dove un drone israeliano aveva colpito una suite dell’hotel Ramada, danneggiando l’edificio e ferendo alcuni civili. Trattandosi di un’area residenziale e turistica, Raouché era stata percepita come relativamente sicura, tanto da aver accolto sfollati provenienti da altre regioni del Paese. L’attacco ha infranto questa percezione, dimostrando la vulnerabilità anche degli spazi ritenuti protetti. > «Quello che colpisce è la precisione di questi attacchi, e in simili > circostanze, diventa sempre più difficile considerare le vittime civili come > effetti collaterali accidentali», sostiene Veronica. Tra gli aspetti più gravi del conflitto figurano gli attacchi contro il personale e le strutture sanitarie. «Bombardamenti contro ambulanze, ospedali e centri medici, nonché il fenomeno del cosiddetto double tap: una strategia militare che consiste in un primo bombardamento seguito da un secondo attacco sullo stesso luogo, colpito deliberatamente quando soccorritori, paramedici e civili sono già intervenuti per prestare aiuto. Una pratica che aumenta il numero delle vittime e scoraggia le operazioni di soccorso, configurandosi come una grave violazione del diritto internazionale». > Guardando al futuro, i rischi per il Paese appaiono molteplici e profondi. > Veronica individua anzitutto la possibilità che parte del territorio venga > resa inabitabile o trasformata in una buffer zone, una fascia di sicurezza > controllata e mantenuta priva di insediamenti civili. Secondo l’esercito israeliano, tale area avrebbe la funzione di prevenire attacchi e garantire la protezione dei propri confini; tuttavia, nel contesto libanese, essa comporterebbe la creazione di una zona militarizzata all’interno del territorio nazionale, con rilevanti implicazioni per la stabilità del territorio. Accanto ai rischi geopolitici emergono conseguenze umane e sociali di lungo periodo. «Un ulteriore pericolo riguarda l’acuirsi delle tensioni interne. Il conflitto alimenta fratture confessionali e politiche già esistenti, incidendo sull’equilibrio costruito dopo la guerra civile. Gli attacchi contro aree ritenute sicure diffondono un senso generalizzato di insicurezza e contribuiscono a irrigidire i rapporti tra le diverse comunità. A ciò si aggiunge la devastazione materiale del territorio, dalle infrastrutture alle abitazioni, impedendo il ritorno di migliaia di persone e generando uno sfollamento permanente». Darine individua nei prossimi mesi rischi concreti e immediati. «Temiamo un’ulteriore escalation del conflitto, con nuove e consistenti ondate di sfollamenti, e il collasso di servizi già estremamente fragili, soprattutto a Beirut e nella Valle della Beqāʿ. Si rende sempre più necessario un coordinamento efficace e una chiara assunzione di responsabilità per la protezione dei civili. A livello internazionale, è fondamentale invece il ruolo degli attori con maggiore influenza, chiamati a promuovere la de-escalation e a garantire un sostegno umanitario costante e strutturato, oltre le sole risposte emergenziali. Senza un impegno concreto e continuativo, il rischio è quello di assistere a un collasso profondo e duraturo, dal quale sarà difficile riprendersi». La copertina è di United Nations (Flickr) e ritrae un campo profughi nella Valle della Beqāʿ SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il Libano e la sua guerra senza tregua raccontati da due operatrici umanitarie proviene da DINAMOpress.
April 13, 2026
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Il confronto tra Rojava e Damasco tra pluralismo e centralismo
Per oltre dieci anni il Nord-Est siriano è stato uno dei principali snodi delle profonde trasformazioni che hanno attraversato il Paese: prima resistenza contro l’ISIS, poi laboratorio politico e amministrativo in condizioni di guerra permanente. Qui si è sviluppato un sistema di autogoverno basato su autonomie locali, pluralismo etnico e partecipazione politica, rompendo con il centralismo dello Stato siriano. Inizialmente il termine “Rojava” indicava le zone curde del Nord-Est, il Kurdistan occidentale. Con le campagne contro l’ISIS, l’area autonoma si è estesa includendo anche ampie zone arabe lungo l’Eufrate e le province di Raqqa e Deir ez-Zor, territori non storicamente curdi. In questo quadro si è affermata nei documenti ufficiali la denominazione di DAANES (Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est), in luogo di “Rojava”. Un cambiamento che ha inteso riflettere l’ampliamento territoriale e la natura multi-etnica dell’entità autonoma, superando una definizione percepita come esclusivamente curda. IL CONFRONTO CON DAMASCO Oggi, con il mutare degli equilibri militari e diplomatici, segnato negli ultimi mesi dalla perdita di alcune aree strategiche lungo l’asse dell’Eufrate e nella cintura meridionale del Nord-Est, passate sotto il controllo delle forze governative, quella stagione entra in una fase nuova. I negoziati tra le autorità del Nord-Est e il governo di Damasco puntano a ridefinire i rapporti tra l’Amministrazione autonoma e lo Stato centrale, aprendo un processo di integrazione istituzionale che solleva interrogativi sul futuro politico e amministrativo della regione. Per leggere questa transizione dall’interno abbiamo dialogato con Sema Bekdaş, portavoce del Partiya Yekîtiya Demokrat (PYD), tra i principali attori del progetto nato nel Rojava e poi confluito nella DAANES. Nel suo racconto, la dimensione politica e quella sociale appaiono strettamente intrecciate: mentre proseguono i negoziati, il peso della guerra continua a gravare sulla popolazione civile. «Vi è un’intensa attività politico-diplomatica per garantire l’attuazione concreta degli accordi. Ma sul piano sociale molti sfollati — in particolare da Afrin, Shahba, Tabqa e Aleppo — vivono ancora in condizioni estremamente difficili». Il riferimento rimanda a un contesto ancora profondamente segnato dalle conseguenze materiali e demografiche della guerra. L’offensiva turca su Afrin nel 2018, gli sviluppi nella regione di Shahba e i continui mutamenti delle linee di controllo tra Aleppo e l’asse dell’Eufrate hanno generato ondate successive di sfollamento interno. Negli ultimi mesi, molte famiglie sono state sfollate forzatamente dai quartieri curdi di Aleppo, tra cui numerosi rifugiati originari di Afrin. Il passaggio di Tabqa e ampie aree delle provincie di Raqqa e Deir ez-Zor sotto il controllo di Damasco, inoltre, ha alimentato nuovi movimenti verso il Nord-Est, nel timore di nuove violenze e ritorsioni. In questo scenario, il tema del ritorno degli sfollati, delle garanzie di sicurezza e della ricostruzione delle amministrazioni locali è entrato a pieno titolo tra le questioni centrali discusse nei colloqui tra l’Amministrazione autonoma e Damasco. Ma, secondo Bekdaş, questi nodi rimandano a una ridefinizione più ampia dell’assetto statale e del quadro costituzionale. «In passato sono stati conclusi altri accordi, come quello del 10 marzo, ma l’intesa attuale mira a ricomprendere le questioni ancora aperte e a offrire un quadro valido per l’intero Paese. Con la sua firma si apre una discussione sulla futura configurazione del sistema politico siriano. A più di un anno dalla caduta del regime, la società non ha ancora avuto un vero spazio di confronto sul proprio avvenire. Resta da definire quale assetto assumerà lo Stato: federale, decentrato o centralizzato». Il confronto con Damasco si colloca dunque su un terreno strutturalmente politico: si tratta di stabilire se e come l’esperienza di autogoverno maturata nel Nord-Est possa essere ricondotta entro un quadro statale unitario senza essere svuotata della propria sostanza. «Oggi è in corso uno sforzo per fare di questo accordo la base di un sistema politico che tutti i siriani possano contribuire a costruire. A partire da esso dovrebbe delinearsi un assetto in cui le regioni si organizzino su base territoriale, affidando la gestione degli affari locali alle comunità. Il cessate il fuoco è un passo positivo; ora però si apre una fase diversa, che richiede un confronto capace di costruire un assetto realmente condiviso e decentralizzato per l’intera Siria». Il riassetto della sicurezza prevede l’integrazione graduale delle forze del Nord-Est nelle istituzioni statali, con l’inserimenti di alcuni reparti SDF nella catena di comando siriana e l’assorbimento delle forze di sicurezza intena (Asayish) nel Ministero dell’Interno, oltre al controllo governativo di frontiere e infrastrutture strategiche.  «La questione di come integrare le forze di difesa nelle istituzioni statali in modo coordinato e senza creare nuovi conflitti è centrale. Oggi si parla molto di fiducia e stabilità. Ma, realisticamente, una fiducia solida non è ancora stata costruita tra ampi settori della società siriana e il governo centrale. Negli ultimi anni il Paese è stato attraversato da eventi traumatici: massacri, violenze, persecuzioni che hanno colpito diverse componenti della popolazione. Queste paure non sono scomparse». Negli ultimi mesi, episodi di violenza settaria contro le aree alawite della costa, comunità druse del sud e altre minoranze, attribuiti a gruppi jihadisti sunniti, gruppi paramilitari e forze governtive, hanno rafforzato la percezione di una sicurezza fragile, alimentata dal vuoto di controllo e dalla competizione territoriale. In questo quadro, la questione dell’integrazione delle forze armate e della costruzione di un comando unificato è strettamente legata alla ricostruzione della fiducia tra lo Stato e le sue diverse componenti sociali. > «La fiducia tra Damasco e una parte significativa dei cittadini è stata > profondamente indebolita. Per questo, accanto alle forze che sostengono la > stabilizzazione, esistono anche gruppi interessati a riaccendere il conflitto, > ad alimentare tensioni tra comunità e nazionalità, e a colpire la regione». > Il rischio evocato è quello di una ricaduta nel conflitto in un Paese già > stremato da oltre un decennio di guerra, frammentazioni territoriali e > interferenze esterne. In questa cornice, la dimensione interna — il confronto > tra le diverse componenti della società siriana — diventa decisiva quanto > quella diplomatica. LA TUTELA DELLA PLURALITÀ NAZIONALE E DEI DIRITTI DELLE DONNE Un nodo necessario tocca il processo di formazione del nuovo governo centrale ad interim alla luce di un impianto costituzionale che concentra ampi poteri nell’esecutivo, non riconosce pienamente la pluralità nazionale ed etnica del Paese e si fonda su un sistema elettorale che, per struttura delle circoscrizioni e meccanismi di rappresentanza, tende a penalizzare le realtà politiche e territoriali minoritarie. «È necessario un congresso nazionale, una conferenza che riunisca l’insieme delle realtà del Paese per negoziare soluzioni comuni. La questione costituzionale è centrale: solo attraverso una formula condivisa sarà possibile costruire una stabilità reale e duratura». Bekdaş insiste sul fatto che la Siria, per composizione sociale e per la sua storia recente, non possa essere governata con formule uniformi senza rischiare nuove fratture. A suo giudizio, il nuovo governo di Damasco è stato formato in modo centralizzato, così come la dichiarazione costituzionale è stata adottata senza un processo realmente inclusivo. > «Per rispondere alle aspettative dei siriani, la dichiarazione costituzionale > dovrebbe essere rivista e sostituita da una Costituzione permanente elaborata > con la partecipazione delle forze politiche e dei rappresentanti della > società. Anche la formazione del governo dovrebbe fondarsi su un sistema > parlamentare eletto in modo trasparente e legittimo». Solo attraverso un simile percorso — conclude — sarà possibile garantire i diritti delle diverse componenti del Paese, dalla partecipazione politica all’amministrazione locale, fino alla tutela delle specificità culturali e sociali. Arriviamo così al nodo costitutivo dell’intero progetto politico del Rojava: la “rivoluzione delle donne”,  il suo asse fondante, capace di ridefinire pratiche di potere, rappresentanza e organizzazione sociale, e di proiettare la propria influenza ben oltre i confini siriani.  Un patrimonio che rischia oggi di entrare in tensione con l’orientamento delle nuove autorità centrali. Bekdaş osserva che, pur richiamandosi formalmente ai principi di democrazia e libertà, le forze oggi al governo continuerebbero a muoversi entro una visione tradizionale dei ruoli di genere. «Le donne vengono ancora collocata entro confini ristretti: nel quadro della famiglia, legate alla casa, vincolata a norme sociali e tradizionali». Da qui il richiamo alla dimensione storica della conquista dei diritti. «Sappiamo che ogni diritto ottenuto dalle donne — dal voto all’istruzione, fino alla partecipazione politica — è stato il risultato di lotte e sacrifici. Nulla è stato concesso spontaneamente; tutto è stato conquistato attraverso mobilitazione e perseveranza». Nel Nord-Est, ricorda, le donne hanno partecipato fin dall’inizio alla rivoluzione, assumendo ruoli di leadership, organizzandosi autonomamente e contribuendo alla difesa del territorio e alla costruzione istituzionale. La questione, ora, è come tradurre questa esperienza nella nuova fase politica. «Nel processo di redazione della futura Costituzione dobbiamo garantire che i diritti conquistati vengano preservati. È necessaria una lotta politica continua e la costruzione di accordi e alleanze tra tutte le donne della Siria. Dobbiamo unire le posizioni ed esprimere una voce comune». Bekdaş nomina il sistema della co-presidenza e i meccanismi di partecipazione paritaria introdotti nelle strutture politiche del Nord-Est. «Chi crede nella libertà delle donne deve assumersi la responsabilità di agire con tutti gli strumenti possibili — politici, giuridici, diplomatici — costruendo coalizioni. Solo così potremo garantire che nella futura Costituzione i diritti delle donne non vengano ridotti o svuotati, ma riconosciuti pienamente». Bekdaş invita a non ridurre l’accordo a una dinamica interna: Il negoziato – sottolinea – si è sviluppato in un contesto regionale e internazionale segnato da interessi incrociati che ne hanno condizionato contenuti e margini. «Non è stato un accordo semplice, né è nato soltanto tra parti siriane. Diversi Stati hanno avuto un ruolo nella sua formazione e ne hanno sostenuto l’attuazione». Tra questi, richiama in particolare Francia e Stati Uniti: «La Francia ha espresso la disponibilità a seguirne l’applicazione anche come possibile garante». Secondo Bekdaş, la dimensione internazionale resta decisiva anche per la tutela dei diritti curdi nel nuovo assetto siriano. Il richiamo a un coinvolgimento esterno più attivo si lega ai precedenti tentativi falliti: «In passato alcuni accordi sono rimasti sulla carta o sono stati seguiti da nuove tensioni. Per questo è essenziale che questa volta vi sia un sostegno concreto e continuo». La copertina è di Kurdistruggle (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il confronto tra Rojava e Damasco tra pluralismo e centralismo proviene da DINAMOpress.
February 24, 2026
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