Il Libano e la sua guerra senza tregua raccontati da due operatrici umanitarie
«Come si fa a uccidere la civiltà nella sua culla»
Crifiu, Il clown di Aleppo
Il Libano e la guerra sono un racconto che ritorna. Terra di saperi e di
convivenze, custode di una maestosa eredità storica, eppure è tra quei luoghi
che abbiamo imparato a riconoscere per la crudezza del loro passato.
Dal 2 marzo, gli attacchi israeliani hanno inaugurato una nuova fase del
conflitto, provocando nuove ondate di sfollamenti. Questa escalation si innesta
sulla somma delle emergenze che hanno segnato il Libano negli ultimi anni, dal
collasso finanziario alle proteste del 2019, dalla pandemia all’esplosione del
porto di Beirut nel 2020, indebolendo progressivamente le istituzioni e rendendo
la sopravvivenza quotidiana sempre più dipendente dall’intervento umanitario.
A raccontarlo sono due operatrici sul campo, da Beirut e dalla Valle della
Beqāʿ, le cui testimonianze offrono uno sguardo diretto sulle conseguenze del
conflitto e documentano l’impatto della guerra sulla popolazione civile.
IL PREZZO PIÙ ALTO DELLA GUERRA
Veronica Bonelli ha ventotto anni, è italiana e lavora a Beirut come project
manager per l’organizzazione non governativa Un ponte per. A Dinamopress
racconta che, sin dalle prime settimane dell’ultima escalation, l’intervento
dell’Ong si è concentrato sulla distribuzione di kit igienici, materassi e
coperte, resa possibile grazie al sostegno di donatori internazionali e a una
campagna di raccolta fondi. Le operazioni, realizzate con il supporto dello
staff locale e di persone volontarie, si sono svolte in tre scuole dei quartieri
centrali di Bashoura, Zuqāq al-Blāṭ e al-Batrakiyya, nei pressi di Sāhat
al-Shuhadāʾ e di al-Ḥamrāʾ, designate dal ministero degli Affari Sociali
libanese come alloggi di emergenza ufficiali.
Veronica racconta le numerose difficoltà che cittadini e cittadine libanesi
affrontano quotidianamente, sottolineando che, se è vero che la guerra colpisce
l’intera popolazione, non lo fa, però, in modo uniforme: a pagare il prezzo più
alto sono le persone con minori risorse economiche e coloro che hanno già
vissuto lo sradicamento forzato. Qui, il riferimento all’escalation militare del
2024 tra Israele e Hezbollah emerge come un precedente ineludibile. L’offensiva
aveva trasformato il sud del Paese e alcune aree della Valle della Beqāʿ in
fronti attivi, costringendo centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le
proprie case. Bombardamenti, ordini di evacuazione e attacchi lungo la linea di
confine avevano provocato una crisi umanitaria su larga scala, lasciando dietro
di sé comunità distrutte e un numero crescente di sfollati interni. Molti di
loro non hanno mai fatto ritorno alle proprie abitazioni e oggi si trovano
nuovamente in fuga, ancora una volta colpiti dalla guerra.
> «Tra i gruppi maggiormente esposti emergono soprattutto i più giovani» –
> prosegue Veronica – «I bambini e le bambine sono tra i principali soggetti la
> cui vulnerabilità aumenta significativamente in queste situazioni. Alla
> precarietà dello sfollamento, si aggiunge il trauma psicologico, destinato a
> manifestarsi con maggiore intensità nel corso del tempo».
Un altro fattore critico riguarda l’interruzione della continuità educativa. «Lo
sfollamento forzato e la chiusura delle scuole pubbliche, trasformate in rifugi,
hanno privato migliaia di studenti dell’accesso all’istruzione. Questa
sospensione coinvolge sia i bambini sfollati sia coloro che non possono più
frequentare le lezioni perché gli edifici scolastici sono stati riconvertiti in
abitazioni di emergenza. Le conseguenze sono profonde: compromettono la
formazione, la permanenza scolastica e le prospettive future di un’intera
generazione».
Alla voce di Veronica si affianca quella di Darine Saliba, local coordinator
nella Valle della Beqāʿ e residente a Zahle, nella regione orientale del Libano.
Il suo team collabora con il ministero degli Affari Sociali libanese e altri
attori umanitari. Una parte significativa dell’intervento si concentra sulla
valutazione degli alloggi di emergenza per le persone sfollate, sulla
distribuzione di beni essenziali e sulla promozione di attività ricreative, in
particolare per i minori. Anche Darine sottolinea come l’infanzia stia pagando
il prezzo più alto del conflitto. «Ciò che stiamo osservando, soprattutto tra i
bambini, è molta paura e una sofferenza latente. Alcuni diventano introversi,
altri manifestano ansia o cambiamenti nel comportamento come meccanismo di
adattamento all’instabilità». Le famiglie vivono sotto una pressione costante,
gravata da stress psicologico ed esaurimento fisico, con ripercussioni profonde
sulla vita quotidiana. «Di fronte a questa emergenza, stiamo rafforzando gli
interventi a sostegno della salute mentale, diffondendo numeri di assistenza e
attivando percorsi di supporto psicologico. Per questo promuoviamo inoltre
attività dedicate ai minori per aiutarli a ritrovare un senso di normalità,
mentre incontri di ascolto e sostegno rivolti alle donne, insieme a iniziative
di sensibilizzazione, contribuiscono ad alleviare lo stress e a sostenere le
comunità».
Le donne sono, infatti, tra le più colpite. «Vivono una condizione di
vulnerabilità maggiore rispetto agli uomini», osserva Veronica, evidenziando
come la gravidanza, la gestione della salute mestruale e l’accesso ai servizi
sanitari diventino particolarmente complessi in contesti di sovraffollamento o
di emergenza.
Particolarmente esposte risultano le rifugiate e le lavoratrici migranti, spesso
escluse dalle strutture d’accoglienza ufficiali e costrette a trovare riparo in
alloggi informali. «Tra queste, le lavoratrici domestiche straniere
costituiscono una componente significativa e sono frequentemente inserite nel
sistema della kafala, un regime di patrocinio legale che lega il permesso di
soggiorno al datore di lavoro, limitandone la libertà di movimento, l’accesso ai
diritti fondamentali e la possibilità di interrompere il rapporto di lavoro».
Una marginalizzazione che si estende anche alle rifugiate siriane e palestinesi,
spesso soggette a discriminazioni e ostacoli nell’accesso alla casa e ai
servizi. Per molte di loro, l’unico rifugio possibile sono i campi profughi o le
proprie comunità.
Infine, tra le categorie più esposte figurano gli anziani, le persone con
disabilità e con malattie croniche. Gli ordini di evacuazione e lo stress degli
spostamenti forzati hanno reso difficile portare con sé farmaci, ausili per la
mobilità e beni essenziali, compromettendo la possibilità di fuggire in
condizioni di sicurezza. «È una situazione in cui la dignità delle persone non
viene rispettata. In molti casi, gli anziani sono rimasti nelle proprie
abitazioni, incapaci di raggiungere luoghi più sicuri a causa di ostacoli
fisici, logistici ed economici, rendendo ancora più evidente il costo umano
della guerra».
> Di fronte a questa realtà, l’assistenza umanitaria si configura come un
> sostegno imprescindibile per la popolazione civile.
Tuttavia, «in contesti di guerra come quello libanese, l’intervento iniziale è
per sua natura temporaneo e orientato all’assistenza di base: alloggi, cibo,
vestiti, coperte e beni essenziali, affiancati da attività di supporto
psicosociale. Una risposta strutturale di lungo periodo non è ancora
ipotizzabile, poiché richiederebbe il coinvolgimento diretto delle istituzioni
libanesi e della Disaster Risk Management Unit del governo. Per ora, l’orizzonte
resta limitato a pochi mesi, con l’obiettivo di mitigare le conseguenze più
gravi per la popolazione sfollata».
Darine aggiunge che «la vera sfida consiste nel trasformare l’emergenza in
interventi duraturi: quando l’assistenza si affianca al rafforzamento dei
sistemi locali, alla collaborazione con le comunità e al sostegno ai mezzi di
sussistenza, può generare e rafforzare cambiamenti più sostenibili e a lungo
termine».
MAPPE E FRATTURE DEL CONFLITTO
Quello che avviene in Libano è un conflitto asimmetrico, che non oppone due
eserciti nazionali ma colpisce il territorio in modo selettivo e diseguale,
rendendo decisive le differenze tra le varie aree del Paese. «Sul territorio non
esiste alcuna area realmente immune», afferma Darine. «Il sud resta la regione
più esposta, costringendo molte famiglie a fuggire verso Beirut, dove servizi e
infrastrutture sono già al limite. Anche la Valle della Beqāʿ è sottoposta a una
crescente pressione dovuta agli sfollamenti. La popolazione continua a spostarsi
alla ricerca di sicurezza, ma la percezione diffusa è che i luoghi davvero
sicuri siano ormai sempre più rari, se non inesistenti».
Le fratture storiche, politiche e confessionali del Libano si riflettono nella
geografia del conflitto. Veronica spiega che «le aree più colpite sono la
periferia meridionale di Beirut, al-Ḍāḥiya al-Janūbiyya, e la Valle della Beqāʿ,
in particolare il governatorato di Baʿlabakk–al-Hirmil, territori a maggioranza
sciita dove è più forte l’influenza politica di Hezbollah».
Queste divisioni emergono chiaramente anche all’interno della capitale. Beirut è
un mosaico di quartieri cristiani, sunniti e sciiti, affiliati a diverse forze
politiche, mentre altre regioni del Paese sono storicamente legate alla comunità
drusa. Tutto ciò, restituisce una complessità che rende il conflitto
profondamente radicato nella struttura sociale e politica della regione.
Tuttavia, il conflitto sta progressivamente ampliando il proprio raggio
d’azione. «I recenti bombardamenti hanno colpito anche aree finora risparmiate,
inclusi tratti del lungomare di Beirut affacciati verso ovest e verso nord. Non
solo le zone a maggioranza sciita, tradizionalmente considerate obiettivi
sensibili, ma anche quartieri che in passato erano stati attaccati raramente o
mai».
> È il segno di un conflitto che si espande, erodendo progressivamente ogni
> illusione di distanza e trasformando l’intero Paese in un fronte mutabile.
Il 9 aprile, giorno in cui sono state realizzate le interviste alle operatrici
umanitarie, un nuovo ordine di evacuazione ha colpito la periferia sud di
Beirut, in vista di ulteriori bombardamenti israeliani, estendendosi a un numero
crescente di quartieri e ampliando l’area interessata dalle operazioni militari.
È il segnale di un conflitto in espansione, che ridefinisce continuamente la
geografia della guerra e dell’esodo.
Il Libano appare così diviso tra zone direttamente colpite dagli attacchi e aree
considerate relativamente più sicure, dove la popolazione in fuga tenta di
trovare rifugio temporaneo. Tuttavia, la pressione sugli alloggi e la scarsità
di risorse alimentano tensioni crescenti tra comunità ospitanti e sfollati.
Prosegue Veronica: «L’intercettazione di un missile nei cieli sopra la costa di
Beirut, in un’area a maggioranza cristiana, ha provocato la caduta di detriti e
innescato tensioni tra residenti e famiglie sfollate. Non si tratta di un
comportamento attribuibile a un’intera comunità, ma di tensioni circoscritte che
riflettono la fragilità del contesto».
Rispetto alla fase di guerra del 2024, si può individuare una differenza
cruciale: «l’estensione e la dichiarata intenzione delle operazioni militari.
Gli ordini di evacuazione emessi negli ultimi mesi hanno riguardato aree molto
più ampie, includendo l’intera periferia sud di Beirut e vaste porzioni del
Libano meridionale. Non si era mai visto uno sfollamento così massiccio».
Il risultato è un effetto cumulativo: guerra su guerra. Le conseguenze si
sommano e si amplificano e questa stratificazione rende difficile ogni paragone
lineare con il passato.
RISCHI GEOPOLITICI E CONSEGUENZE UMANE
Ogni racconto della guerra in Libano comporta un confronto con la narrazione che
la giustifica in nome della sicurezza, presentando gli attacchi come necessari a
neutralizzare minacce specifiche. Tuttavia, episodi come il bombardamento di
edifici civili nel cuore di Beirut evidenziano la capacità di colpire obiettivi
estremamente circoscritti. È il caso dell’attacco dell’8 marzo nel quartiere
costiero di Raouché, dove un drone israeliano aveva colpito una suite dell’hotel
Ramada, danneggiando l’edificio e ferendo alcuni civili. Trattandosi di un’area
residenziale e turistica, Raouché era stata percepita come relativamente sicura,
tanto da aver accolto sfollati provenienti da altre regioni del Paese. L’attacco
ha infranto questa percezione, dimostrando la vulnerabilità anche degli spazi
ritenuti protetti.
> «Quello che colpisce è la precisione di questi attacchi, e in simili
> circostanze, diventa sempre più difficile considerare le vittime civili come
> effetti collaterali accidentali», sostiene Veronica.
Tra gli aspetti più gravi del conflitto figurano gli attacchi contro il
personale e le strutture sanitarie. «Bombardamenti contro ambulanze, ospedali e
centri medici, nonché il fenomeno del cosiddetto double tap: una strategia
militare che consiste in un primo bombardamento seguito da un secondo attacco
sullo stesso luogo, colpito deliberatamente quando soccorritori, paramedici e
civili sono già intervenuti per prestare aiuto. Una pratica che aumenta il
numero delle vittime e scoraggia le operazioni di soccorso, configurandosi come
una grave violazione del diritto internazionale».
> Guardando al futuro, i rischi per il Paese appaiono molteplici e profondi.
> Veronica individua anzitutto la possibilità che parte del territorio venga
> resa inabitabile o trasformata in una buffer zone, una fascia di sicurezza
> controllata e mantenuta priva di insediamenti civili.
Secondo l’esercito israeliano, tale area avrebbe la funzione di prevenire
attacchi e garantire la protezione dei propri confini; tuttavia, nel contesto
libanese, essa comporterebbe la creazione di una zona militarizzata all’interno
del territorio nazionale, con rilevanti implicazioni per la stabilità del
territorio.
Accanto ai rischi geopolitici emergono conseguenze umane e sociali di lungo
periodo. «Un ulteriore pericolo riguarda l’acuirsi delle tensioni interne. Il
conflitto alimenta fratture confessionali e politiche già esistenti, incidendo
sull’equilibrio costruito dopo la guerra civile. Gli attacchi contro aree
ritenute sicure diffondono un senso generalizzato di insicurezza e
contribuiscono a irrigidire i rapporti tra le diverse comunità. A ciò si
aggiunge la devastazione materiale del territorio, dalle infrastrutture alle
abitazioni, impedendo il ritorno di migliaia di persone e generando uno
sfollamento permanente».
Darine individua nei prossimi mesi rischi concreti e immediati. «Temiamo
un’ulteriore escalation del conflitto, con nuove e consistenti ondate di
sfollamenti, e il collasso di servizi già estremamente fragili, soprattutto a
Beirut e nella Valle della Beqāʿ. Si rende sempre più necessario un
coordinamento efficace e una chiara assunzione di responsabilità per la
protezione dei civili. A livello internazionale, è fondamentale invece il ruolo
degli attori con maggiore influenza, chiamati a promuovere la de-escalation e a
garantire un sostegno umanitario costante e strutturato, oltre le sole risposte
emergenziali. Senza un impegno concreto e continuativo, il rischio è quello di
assistere a un collasso profondo e duraturo, dal quale sarà difficile
riprendersi».
La copertina è di United Nations (Flickr) e ritrae un campo profughi nella Valle
della Beqāʿ
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