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GenZ 212: dal Marocco la testimonianza di Adilah contro il silenzio del sistema. Seconda parte
La prima parte dell’articolo si può leggere al seguente link. Come si sono svolte le manifestazioni e quale è stata la risposta delle autorità? All’inizio le proteste erano pacifiche al 100%. Fin dai primi giorni, l’intenzione dei partecipanti era quella di manifestare senza ricorrere alla violenza. A colpire, tuttavia, è stata la reazione delle forze di sicurezza, che hanno risposto con un uso della forza ritenuto sproporzionato dai manifestanti. Il 3 ottobre ci sono state alcune proteste che sono degenerate in scontri violenti tra la polizia e i partecipanti. Ci sono stati alcuni episodi di violenza, ma le proteste erano perlopiù pacifiche. Anche all’interno degli spazi digitali del movimento non si può escludere la presenza di singoli messaggi che incitavano alla violenza, ma la linea condivisa dalla maggioranza era chiaramente orientata alla protesta nonviolenta. Durante il secondo fine settimana di manifestazioni si sono registrate tensioni solo in alcune città, in particolare Lqliaa, Oujda e Salé, mentre altrove i cortei si sono svolti senza degenerare. Secondo i partecipanti, anche di fronte agli interventi violenti della polizia, la maggior parte dei manifestanti ha cercato di mantenere un atteggiamento non conflittuale.     A segnare in modo profondo la mobilitazione è stato quanto accaduto il primo ottobre, quando tre persone che si trovavano nei pressi di un corteo, ma che non partecipavano alle proteste né appartenevano alla Generazione Z, sono state uccise. I manifestanti affermano di essere in possesso di video che dimostrerebbero l’estraneità delle vittime agli scontri. In un primo momento, le famiglie sarebbero state sottoposte a pressioni affinché non rendessero pubblica la vicenda; successivamente, non avendo ottenuto l’apertura di un’inchiesta ufficiale, hanno deciso di esporsi pubblicamente, partecipando a interviste e iniziative online. I familiari hanno diffuso materiali video a sostegno della loro versione dei fatti, sostenendo che le vittime non avessero preso parte né alle proteste né ad atti di violenza. Ma anche se fossero stati coinvolti nella violenza, non meritavano di essere colpiti come è successo. Ci sono state conseguenze legali per chi ha partecipato alle proteste? Una cosa che la maggior parte delle persone non sa e che credo il governo stia cercando di nascondere, è il fatto che le persone che hanno protestato hanno ricevuto sentenze assurde. Alcuni sono stati condannati da cinque a quindici anni per motivi disparati: inviare messaggi su Discord, indossare certe magliette durante le manifestazioni o aver compiuto atti di violenza. Tra loro ci sono anche minorenni. Uno dei primi iscritti al server Discord del movimento, che non aveva nemmeno partecipato fisicamente alle proteste, è stato arrestato il 26 settembre e condannato a cinque anni solo per “incitamento a protestare”. Non è un caso isolato: altre persone hanno ricevuto condanne fino a quindici anni. Altre sentenze hanno colpito in modi ancora più paradossali. Due giovani sono stati condannati a otto mesi di reclusione per le magliette che indossavano: una con la scritta “Gen Z”, l’altra con “Free Palestine”. Casi che rimangono quasi sconosciuti all’opinione pubblica. Pensi che i media internazionali abbiano frainteso qualcosa riguardo a queste mobilitazioni? Sì, in gran parte. I media si sono concentrati sulle nostre reazioni invece che su quelle del governo, che sono state molto più dure, violente e lesive dei diritti umani. I media nazionali ci hanno dipinto come violenti o manipolati, evidenziando episodi isolati per giustificare la brutalità della polizia, senza mostrare le marce pacifiche, gli arresti arbitrari e i maltrattamenti. Anche i media internazionali credo siano stati influenzati dalla narrativa ufficiale, trascurando le disuguaglianze sociali e la frustrazione dei giovani. La protesta, spesso etichettata come “ribellione della Generazione Z”, nasceva in realtà dall’impossibilità di ottenere permessi ufficiali per manifestare contro il governo: un paradosso in cui chi cerca di rispettare la legge viene punito.  Perché avete smesso di scendere in strada? È stato perché all’inizio di ottobre il governo ha approvato un aumento del 16% dei fondi destinati al settore sanitario e dell’istruzione? La maggior parte della Generazione Z non era contenta di questa misura, perché il problema non era in realtà l’aumento o la diminuzione della percentuale destinata alla sanità. Il problema principale è la corruzione: indipendentemente dall’aumento dei fondi stanziati, la corruzione continuerà a esistere. Quindi le proteste non sono state interrotte a causa dell’aumento dei fondi o qualcosa del genere. Non è affatto questo il motivo. Il motivo per cui abbiamo smesso di protestare è in realtà la violenza contro le persone che sono scese in strada pacificamente. Ancora ora se uscissi allo scoperto e dicessi: “Sì, ho partecipato alle proteste” o, soprattutto, “Faccio parte del server Discord”, finirei in prigione, come dicevo prima. Penso che le condanne di cui parlavo siano una delle cose che il governo ha usato per spaventarci e impedirci di protestare. Infatti, prima di uscire, la maggior parte di noi a volte cancella Discord, Telegram e Instagram; usiamo molto le VPN; evitiamo di condividere nomi o foto; alcuni di noi continuano a cambiare account. Spaventa che il solo fatto di partecipare a una riunione online potrebbe essere sufficiente per farti arrestare. Penso che questo la dica lunga sulla fragilità delle libertà civili in Marocco. Nonostante ciò, le discussioni tra noi sono ancora in corso. Cosa succederà ora al movimento? Pensi che ci saranno altre proteste? Sì, penso che ci saranno altre proteste, anche se per ora sono state sospese. La gente dice che dovremmo tornare nelle piazze ma allo stesso tempo ha paura di finire in prigione e ricevere le condanne di cui ho parlato prima. Ha paura di sprecare 10 anni della propria vita solo per questo. Soprattutto i ventenni, non possono permettersi di perdere dai 5 ai 10 o ai 15 anni della loro vita. Io ho già partecipato e penso che lo rifarei sicuramente, perché se tutti pensassimo di dover restare a casa per non metterci in pericolo, non cambieremo mai nulla in questo Paese. Per essere contenti con l’esito delle proteste, la maggior parte della gente desidera dei miglioramenti netti per l’assistenza sanitaria, l’istruzione e la lotta alla corruzione. Ma per quanto mi riguarda, penso che il mio obiettivo, ripeto, sia la lotta alla corruzione. Perché, come dicevo, sono una studentessa di medicina, lavoro nel settore sanitario e non ho visto alcun cambiamento dall’inizio delle proteste. Non è cambiato letteralmente nulla. Quindi la radice del problema è la corruzione. Per ora però mi concentro sul risultato più positivo dei movimenti della Generazione Z in tutto il mondo: ricordare alla Generazione Z, che dovrebbe essere “la generazione poco seria”, quanto può essere forte e che non dovremmo mai stare zitti o essere messi a tacere di fronte alla repressione e l’oppressione.   Africa Rivista
GenZ 212: dal Marocco la testimonianza di Adilah contro il silenzio del sistema. Prima parte
Per comprendere parte della realtà dietro i numeri della repressione, abbiamo incontrato Adilah (nome di fantasia), studentessa di medicina e attivista del movimento GenZ212 in Marocco. Attraverso la sua testimonianza emerge un racconto di una mobilitazione nata su Discord per denunciare la corruzione e il declino dei servizi pubblici nel Paese. Adilah ci guida dall’entusiasmo delle prime marce pacifiche fino alla scelta di sospendere le proteste a causa della violenza e degli arresti di massa. Se da un lato il governo marocchino punta a proiettare un’immagine del Paese progressista e stabile, dall’altro la vita quotidiana mostra spesso servizi essenziali carenti e frequenti violazioni di libertà civili. Le proteste della GenZ212 nascono proprio in questo contesto di contrasti. Nella seconda metà del 2025, la generazione Z ha trovato nei canali digitali uno strumento centrale per esprimere dissenso contro crisi economica, corruzione percepita e disuguaglianze sociali. In una recente dichiarazione diffusa sui social emerge la loro richiesta di riformare i servizi pubblici e rispettare la Costituzione marocchina, citando in particolare gli articoli sulla democrazia, la libertà di riunione, il diritto alla salute e all’istruzione e la partecipazione dei giovani. Nei media nazionali, queste manifestazioni sono state spesso descritte come minaccia all’ordine pubblico, e la diffusione online di contenuti legati alle proteste è frequentemente trattata come “istigazione alla commissione di reati gravi e reati minori mediante mezzi elettronici”. Tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, le rivendicazioni si sono concentrate su sanità, istruzione e giustizia, in risposta a episodi di violenza, arresti arbitrari e condanne sproporzionate. La narrativa ufficiale privilegia invece il racconto di vandalismi e discorsi ritenuti istigatori, accompagnato dalla celebrazione dell’aumento del 16% dei fondi per sanità e istruzione deciso dal Consiglio dei ministri. Lo spazio per il confronto pubblico si riduce ulteriormente: gli incontri online restano l’unico canale di espressione, ma anche la semplice partecipazione è percepita come rischiosa. La fragilità delle libertà civili è confermata dai dati sulle detenzioni: secondo gli ultimi dati condivisi dalla Procura Generale a inizio dicembre, le persone arrestate in relazione alle proteste erano oltre 5.780, di cui 1.473 ancora in custodia e 162 minori, molti affidati a istituti di detenzione. Per restituire lo sguardo di chi ha vissuto queste proteste, ho incontrato Adilah, giovane studentessa di medicina, che racconta in prima persona la nascita e gli sviluppi del movimento. Cosa è successo nei giorni precedenti alle manifestazioni del 27 e 28 ottobre? Un paio di settimane prima, circolavano molti video online che mostravano la distopia del Marocco: da un lato c’è una vita di lusso, dall’altro infrastrutture orribili. Molti di questi video sono diventati virali e, poco a poco, si è creato un trend che ha alimentato la rabbia della popolazione locale, soprattutto la nostra, quella della generazione Z. L’organizzazione dei Mondiali è stata una delle ragioni principali. Non perché odiamo il calcio o qualcosa del genere. No, noi amiamo il calcio, ovviamente. Ma è un problema di priorità: non puoi dirmi che un governo abbia la possibilità di contrarre un debito di 100 miliardi di dollari solo per costruire uno stadio in pochi giorni o in poche settimane secondo gli standard internazionali, ma, al tempo stesso, non è in grado di costruire un buon ospedale o una buona scuola. E poi c’è anche la questione delle persone colpite dal terremoto di Al Haouz. Sono passati ormai due o tre anni e queste persone non hanno ancora una casa. Cosí è nato un gruppo Discord.  Qual è il ruolo del server GenZ212 su Discord? Il server Discord è stato creato il 15 settembre 2025. Ci ha fornito uno spazio per discutere di politica, dato che in Marocco la libertà di parola non è garantita al 100%. La cosa è proseguita con molti podcast e molte discussioni tra di noi giovani, principalmente sui temi della sanità, dell’istruzione e della corruzione. Nel server siamo arrivati quasi a 200.000 membri, che è davvero tanto per un gruppo Discord in Marocco, considerando che la maggior parte dei marocchini non usa nemmeno l’applicazione. Tra il 15 e il 27 settembre, questo spazio digitale è diventato il catalizzatore di un malcontento diffuso tra i giovani, vissuto da molti come un vero e proprio risveglio collettivo. La mobilitazione non è nata all’interno di partiti politici o strutture organizzate, ma da una frustrazione condivisa e dalla percezione di essere sistematicamente esclusi dai processi decisionali. Dopo la diffusione virale di alcuni video e il consolidarsi delle discussioni online, il gruppo ha deciso di tradurre il dibattito virtuale in azione concreta, convocando le prime manifestazioni per il fine settimana del 27 settembre. Le proteste si sono svolte il 27 e il 28 settembre in numerose città marocchine, tra cui Casablanca, Rabat e Tangeri. La scelta delle date è stata dettata da ragioni pratiche: il fine settimana rappresentava l’unico momento disponibile per una generazione composta in larga parte da studenti e giovani lavoratori.   Africa Rivista
Bulgaria. Massicce proteste contro il governo, tra corruzione e preoccupazione per l’euro
Nuove proteste di piazza in Bulgaria contro il governo, accusato di corruzione ma anche per misure antipopolari di austerity dovute alla prossima entrata del paese nell’Eurozona, una decisione che è stata già rinviata due volte. Circa cinquantamila persone si sono concentrate in piazza ‘Indipendenza’ a Sofia. Sulla piazza si affacciano […] L'articolo Bulgaria. Massicce proteste contro il governo, tra corruzione e preoccupazione per l’euro su Contropiano.
Libera: la corruzione dilaga nell’Italia sotto “mazzetta”
Dal 1° gennaio al 1° dicembre 2025, Libera ha censito da notizie di stampa 96 inchieste su corruzione e concussione, circa otto inchieste al mese (erano 48 nel 2024) Ad indagare su questo fronte sempre caldo si sono attivate 49 procure in 16 regioni italiane. Complessivamente 1.028 persone (lo scorso anno erano 588) sono state indagate per reati che spaziano dalla corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio al voto di scambio politico-mafioso, dalla turbativa d’asta all’estorsione aggravata dal metodo mafioso. Dall’analisi delle inchieste, ancora in corso e dunque senza un accertamento definitivo di responsabilità individuali, emerge una corruzione “solidamente” regolata, spesso ancora sistemica e organizzata, dove a seconda dei contesti il ruolo di garante del rispetto delle “regole del gioco” è ricoperto da attori diversi: l’alto dirigente, il faccendiere ben introdotto, il “boss dell’ente pubblico” o l’imprenditore dai contatti trasversali, il boss mafioso o il “politico d’affari”. Sono ben 53 i politici indagati (sindaci, consiglieri regionali, comunale, assessori) pari al 5,5% del totale delle persone indagate. Di questi 24 sono sindaci, quasi la metà. Il maggior numero di politici indagati riguarda la Campania e la Puglia con 13 politici, seguita da Sicilia con 8 e Lombardia con 6. “L’istantanea, sottolinea Libera, mostra un quadro allarmante: l’avanzata sotterranea e senza freni della corruzione in Italia. Da Torino a Milano, da Bari a Palermo, da Genova a Roma, passando per le città di provincia come Latina, Prato, Avellino, nel salernitano, nel corso del 2025 risuona incessantemente un allarme “mazzette” con il coinvolgimento in una vasta gamma di reati di corruzione di un migliaio di amministratori, politici, funzionari, manager, imprenditori, professionisti e mafiosi”. Più in dettaglio, nella ricerca di Libera si evince che le regioni meridionali, comprese le isole, “primeggiano” con 48 indagini in totale, seguite da quelle del Centro (25) e dal Nord (23). Prima in classifica la Campania con 18 inchieste, seguita dal Lazio con 12, Sicilia con 11. La Lombardia con 10 inchieste è la prima regione del Nord Italia. Se guardiamo il numero delle persone indagate la classifica cambia. Prima rimane sempre la Campania con ben 219 persone indagate, segue la Calabria con 141 persone indagate, terza la Puglia con 110 persone, a seguire la Sicilia con 98 persone indagate. Prima regione del Nord Italia la Liguria con 82 persone, seguita dal Piemonte con 80 persone indagate. La mappa dell’inchieste e il numero degli indagati, per i quali naturalmente vale una presunzione di non colpevolezza, è frutto di una ricerca avente come fonte lanci di agenzie, articoli su quotidiani nazionali e locali, rassegne stampe istituzionali, comunicati delle Procure della Repubblica e delle forze dell’ordine. Si tratta di numeri che ci indicano che siamo di fronte all’avanzare silenzioso di fenomeni di corruzione, a devastanti costi sociali, politici, economici e ambientali e alla negazione di diritti fondamentali che essa genera. Stiamo assistendo da anni a un progressivo depotenziamento dei principali presidi anticorruzione – repressivi e preventivi – faticosamente edificati nel tempo. Libera ha lanciato “Fame di Verità e Giustizia”, la campagna nazionale che mette al centro il contrasto a mafie e corruzione, che da maggio sta attraversando il Paese, da Nord a Sud, per animare il dibattito pubblico con l’obiettivo di riscrivere l’agenda in tema di lotta alle mafie e corruzione. In un recente documento, per quanto riguarda la lotta alla corruzione, libera ha proposto di: 1. approvare una regolazione generale e stringente delle situazioni di conflitto di interesse, vero brodo di coltura della corruzione, ancora più necessaria e urgente dopo l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio; 2. introdurre una regolazione stringente dell’attività di lobbying, favorendo la massima riconoscibilità, trasparenza e “certificazione” degli attori privati e pubblici coinvolti nella cruciale fase di interscambio tra decisori pubblici e portatori di istanze private; 3. rafforzare i meccanismi di controllo dei finanziamenti privati ad associazioni e fondazioni politiche, nonché alle campagne elettorali, introducendo un registro elettronico contenente le informazioni sui fondi impiegati e rafforzando poteri e risorse a disposizione della commissione di controllo; 4. contribuire all’istituzione di corsi trasversali di sensibilizzazione e formazione avanzata in tema di etica pubblica e lotta alla corruzione nelle sedi universitarie e presso gli ordini professionali, in modo da favorire trasversalmente il maturare di consapevoli barriere morali all’illecito nella futura classe dirigente; 5. promuovere un’effettiva e fruibile trasparenza amministrativa, intesa non in senso burocratico, ma secondo lo spirito della legge che fa riferimento all’“accessibilità totale delle informazioni” da parte della cittadinanza, chiamata a organizzarsi nelle forme delle comunità monitoranti: 6.  favorire la pratica del whistleblowing del settore pubblico e in quello privato. Qui per approfondire: https://www.libera.it/it-schede-2727-fame_di_verita_e_giustiza_2. Giovanni Caprio
La NATO sospende i contratti con Elbit Systems, il gigante israeliano delle armi
Nel bel mezzo di due guerre che coinvolgono più o meno direttamente la Nato e Israele – più che “alleati”, una simbiosi criminale – salta fuori una inchiesta che porta alla luce alcuni degli interessi molto “materiali” che accompagnano sempre anche le guerre. La principale agenzia di approvvigionamento della NATO […] L'articolo La NATO sospende i contratti con Elbit Systems, il gigante israeliano delle armi su Contropiano.
[Da Roma a Bangkok] Filippine - La telenovela dell'acqua che scorre
La trasmissione è dedicata alla questione degli scandali legati ai progetti di controllo delle inondazioni e alla gestione dell'acqua nelle Filippine. Mentre le persone continuano a morire per via delle inondazioni, sono emersi gravi irregolarità e scandali nell'uso improprio di circa almeno 9 miliardi di dollari (ma c’è chi parla di cifre più alte), destinati al Dipartimento dei Lavori Pubblici negli ultimi tre anni, relativi a progetti di irreggimentazione delle acque che si sono rivelati incompleti, scadenti o addirittura ghost projects. Tutto ciò ha provocato massicce proteste nel paese ma la crisi filippina ha ripercussioni globali e riguarda anche il resto del mondo.
Il corrotto Netanyahu chiede la “grazia” per continuare il genocidio
È una mossa che era stata paventata da più parti, ed era stata invocata pure dal presidente statunitense Donald Trump, ma che rimane tuttavia piuttosto insolita dal punto di vista giuridico, soprattutto perché preventiva: il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto la grazia al presidente Isaac Herzog. Sono 111 […] L'articolo Il corrotto Netanyahu chiede la “grazia” per continuare il genocidio su Contropiano.
Gli Stati Uniti fanno fuori il regime di Kiev. Non serve più…
Andriy Yermak si dice “disgustato” dalla mancanza di supporto dopo il raid NABU. Non dovrebbe esserlo. Chiunque capisca come funzionano gli imperi sa esattamente cosa è appena successo: nel momento in cui smetti di essere strategicamente utile, non sei più protetto, vieni cancellato. E agli occhi dei sostenitori dell’Ucraina, l’utilità […] L'articolo Gli Stati Uniti fanno fuori il regime di Kiev. Non serve più… su Contropiano.
Crisi di regime a Kiev, salta anche Yermak
Una nuova tegola si è abbattuta nelle ultime ore su Volodymyr Zelensky indebolendo la sua credibilità e la sua autorevolezza proprio mentre il presidente ucraino tenta di impedire – per ora senza grandi risultati – che una trattativa chiusa tra Mosca e Washington escluda completamente le richieste di Kiev da […] L'articolo Crisi di regime a Kiev, salta anche Yermak su Contropiano.
Corruzione all’ombra della NATO? Quando militarismo e affari si muovono tra gli appalti
Alcuni giornali danno notizie di inchieste sulle tangenti alla agenzia che si occupa degli acquisti militari per conto della NATO. L’Agenzia NATO di Supporto e Approvvigionamento (NSPA) è il fornitore di servizi della NATO e testualmente riunisce le attività di supporto logistico e approvvigionamento della NATO, fornendo soluzioni di supporto multinazionali efficaci ed economiche. NSPA è un’agenzia finanziata dai clienti, che opera su base “nessun profitto – nessuna perdita”. Agenzia NATO di Supporto e Approvvigionamento (NSPA) | Argomento NATO La NSPA svolge attività di supporto a operazioni ed esercitazioni NATO, un ruolo rilevante dietro le quinte ma di fondamentale rilevanza ad esempio nella gestione di quel sistema di gasdotti dell’Europa centrale da cui dipende la sopravvivenza di buona parte del vecchio continente. Ma le competenze di NSPA sono ben altre, ad esempio il delicato compito di acquistare, gestire e mantenere efficienti i vari sistemi d’arma, nella consegna carburante,  nei servizi logistici fino a tutti i supporti di cui necessitano le truppe che vanno dal carburante ai  servizi ristorazione e a quelli medici, al fine di garantire il massimo supporto alle operazioni e alle esercitazioni della NATO. Leggiamo testualmente dal sito NATO prima menzionato: “Attualmente la NSPA gestisce 32 partnership multinazionali di supporto che coprono oltre 90 principali sistemi d’arma (elicotteri, radar, missili, veicoli corazzati, sistemi di sorveglianza aerea, ecc.), inclusi progetti ad alta visibilità come: * Alleanza per la Sorveglianza e il Controllo del Futuro (AFSC) * Flotta Multinazionale di Trasporto Multiruoli (MRTT) (MMF) * Sorveglianza Terrestre dell’Alleanza (AGS) * Munizioni guidate di precisione e munizioni decisive per battaglie terrestri * Veicoli e Equipaggiamenti da Combattimento Terrestre * Difesa Aerea Basata a Terra (GBAD) * Soluzione Internazionale di Trasporto Strategico (SALIS)“. Nell’aprile 2015, l’Agenzia di Supporto NATO si è trasformata nella Agenzia di Supporto e Approvvigionamento NATO. Fin qui la storia di una Agenzia sconosciuta alla maggioranza dei cittadini che del resto nulla sanno del sistema di potere militar industriale oggi dominante. Non è la prima volta, e purtroppo neanche l’ultima che attorno ad appalti e forniture si affacciano interessi e appetiti, nel passato sono caduti Governi, si sono dimessi ministri per essere stati coinvolti in un giro di tangenti, è avvenuto in Italia ma anche in altri paesi Nato. E decine di casi registriamo in Asia e Africa con la corruzione di governanti locali da parte di intermediatori interessati alla vendita di armi. Lobby, sistemi di potere per favorire l’acquisto di armi da questa o da quella multinazionale sono fenomeni diffusi che in epoca di Riarmo troveranno terreno sempre più fertile. Se poi aumenteranno le gare in deroga anche alle norme che gestiscono modalità e tempistiche proprie degli appalti, se prevarranno deroghe ai sistema delle norme vigenti per accorciare i tempi di realizzazione evitando più di un controllo a tutela dell’ambiente, la possibilità di fenomeni corruttivi è destinata a crescere. La notizia delle ultime ore ci riporta in vari paesi europei, la Magistratura sospetta fenomeni di corruzione che vedrebbero coinvolti funzionari, militari e agenti, personale ed ex personale della Nspa, una inchiesta, in Belgio, nella primavera scorsa ha portato ad una decina di arresti con accuse di corruzione e riciclaggio. I fenomeni corruttivi riguardano vari ambiti ma il settore militare, per gli ingenti capitali interessati al Riarmo, potrebbe rappresentare un settore privilegiato che non sarà attenzionato magari in nome della sicurezza nazionale ed internazionale. Quando si parla di appalti per milioni di euro è quasi scontato che ci siano fenomeni corruttivi alimentati dal fatto che l’intero sistema è fuori dai riflettori, dal controllo pubblico, sottoposto spesso a regole di segretezza. Gli inquirenti del Belgio sospettano che alcuni dipendenti della agenzia possano avere fornito, in cambio di soldi, informazioni rilevanti ad aziende che si sono poi aggiudicati gli appalti, si parla di un vasto giro di corruzione con il denaro riciclato attraverso società di consulenza. Non è di aiuto la mancata pubblicazione di un rapporto che avrebbe dovuto fare chiarezza sui fenomeni corruttivi. Da parte nostra crediamo indispensabile aprire una discussione pubblica, fornire informazioni, allargare le maglie della rete di silenzio attorno al Riarmo e farlo in questa sede sui fenomeni corruttivi oggetto di indagini in numerosi paesi europei  Una minima bibliografia su quanto scritto: Corruzione alla Nato: appalti truccati nel settore armamenti – Il Fatto Quotidiano Cinque cose da sapere sullo scandalo della corruzione della NATO – Segui i soldi – Piattaforma per il giornalismo investigativo Corruzione nella NATO: il caso NSPA in Lussemburgo e la fragilità del sistema difensivo occidentale – VP News – Vietato Parlare Microsoft Word – TESI VERSIONE FINALE D’AMATO.docx Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università