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Referendum Giustizia: perché votare no?
Roberta Calvano, professoressa ordinaria di diritto costituzionale presso l’Università Unitelma Sapienza, spiega perché votare NO al referendum costituzionale sulla giustizia del prossimo 22 marzo. Domanda 1: Professoressa, perché no al referendum? **Roberta Calvano:** Perché in particolare la disciplina che riguarda il CSM rischia di minare l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, e questo è un principio costituzionale fondamentale a cui non si può rinunciare in uno Stato di diritto. Rischia di venir meno la separazione dei poteri. D. 2: Il presidente del Consiglio dice che invece la separazione delle carriere tra magistrati requirenti (pm) e magistrati giudicanti si rende necessaria, anche perché la vicinanza tra pm, GIP e GUP renderebbe ancillare il ruolo dell’avvocato davanti al giudice. È così? **R.C.** Ma se la separazione delle carriere era così importante e così urgente, perché non è stata fatta con legge ordinaria? In questa riforma costituzionale, tra l’altro, noi non la troviamo: tutte le scelte sono state rimandate, quindi c’è solo l’etichetta “separazione delle carriere” e tutto il resto verrà dopo. Allora io mi domando: se il governo, la maggioranza, aveva così a cuore la separazione, perché non l’ha fatta semplicemente, com’era possibile, con una legge ordinaria? L’obiettivo primario era colpire il CSM, indebolire il CSM, separare con un classico *divide et impera* che consentirà così di controllare in particolare le procure, il pubblico ministero, l’esercizio dell’azione penale. D. 3: Secondo lei è a rischio l’obbligatorietà dell’azione penale? **R.C.:** Questo è già nelle cose, nel senso che già esiste una normativa che consentirà alle Camere di individuare dei criteri preferenziali su quali crimini, quali illeciti perseguire maggiormente. Quindi ci sono già delle linee di indirizzo che dovranno essere dettate. Ma quello che è a rischio ancora di più, che è ancor più importante, è la serenità nell’esercizio della funzione giurisdizionale. Il giudice non deve temere di subire misure o provvedimenti a seconda di come esercita la funzione giurisdizionale. Deve avere la serenità nell’esercizio delle sue funzioni, rimanendo – come vuole la Costituzione – soggetto soltanto alla legge e non soggetto a qualcuno sopra di lui o al rischio che la politica faccia ingerenze nella sua carriera o nei provvedimenti disciplinari. È giusto che chi sbaglia naturalmente sia sottoposto a un procedimento disciplinare e subisca eventualmente le sanzioni, ma questo già avviene oggi. —
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