Voltare le spalle agli sciacalli--------------------------------------------------------------------------------
Foto di FGTB Charleroi & Sud-Hainaut
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Vincent Pestiau, segretario regionale del sindacato belga Fgtb di Charleroi ha
rivendicato l’azione compiuta da un gruppo di lavoratori belgi in occasione
della presenza di un fascista di nome Ignazio La Russa. “Tutti i compagni
dell’Fgtb si sono girati, perché noi siamo contro la presenza di partiti
fascisti, e per noi Fratelli d’Italia è un partito di estrema destra. Noi siamo
contro la presenza di tutti i partiti fascisti. La loro presenza non è bella,
soprattutto in un luogo molto importante per l’immigrazione italiana”, ha detto
il compagno Pestiau.
Se mi fossi trovato al Bois du Cazier, dove si commemorava l’eccidio di settanta
anni fa, avrei voltato le spalle a quell’individuo la cui sola presenza è un
insulto alla memoria dei minatori di allora e un insulto al sacrificio di
migliaia di lavoratori migranti che ogni giorno, in Italia, rischiano la loro
vita per salari di merda. Come disertore (Disertate è il titolo di uno degli
ultimi libri di Bifo, “Il disertore” è anche il nome della sua newsletter su
Substack, dove è apparso questo articolo, ndr) volto le spalle ai fascisti che
oggi come nel 1956, sono al servizio degli sfruttatori e oggi come allora
portano la responsabilità della sofferenza e della morte dei lavoratori
migranti, che allora erano italiani, oggi sono africani, afghani o bengali.
Nel 2025 in Italia sono morti sul lavoro 1093 persone, secondo i dati ufficiali
elaborati dall’Inail. Quest’anno ne sono morti 482 fino al mese di giugno, ma
negli ultimi due mesi di canicola infernale ogni giorno nei campi e nei cantieri
muore qualche lavoratore: la maggior parte di loro sono stranieri.
Come possiamo definire i fascisti che respingono gli stranieri, li costringono a
traversare il mare in condizioni pericolose, e infine li mantengono in
condizioni di clandestinità per sfruttare al massimo il loro lavoro, se non
sciacalli? Questi sciacalli stanno oggi speculando su un episodio che, a Ceuta,
è costato la vita a centocinquanta marocchini ed africani che cercavano di
raggiungere la costa spagnola (leggi anche Capire Ceuta).
Il regista di Ceuta si chiama Donald Trump
Qui sotto un testo di Gustavo Zagrebelski pubblicato dal Manifesto qualche
giorno fa.
Cara Giorgia, a distanza di qualche settimana ti riscrivo mentre a Ceuta si
contano i morti e tu, invece di piangerli, ci costruisci sopra un comizio.
Quello che stai facendo ha un nome preciso, e non è “difesa dei confini”: si
chiama sciacallaggio politico sulla pelle dei poveri. Menti sapendo di mentire.
Hai annunciato la sospensione di Schengen con la Spagna come se le poche
migliaia entrate a Ceuta stessero per bussare a Ventimiglia domani mattina. Sai
benissimo che non è vero: Ceuta è un’enclave in territorio marocchino, chi
arriva lì non entra in Europa continentale, viene identificato sul posto. I tuoi
stessi funzionari del Viminale hanno ammesso che si tratta di controlli “a
campione”. Tradotto: una misura simbolica, inefficace, che serve solo a te e al
generale Vannacci che ti incalza da destra. Il prezzo lo pagano i turisti in
coda ai porti, gli imprenditori e soprattutto la verità.
Cara Giorgia, il vero regista di Ceuta si chiama Donald Trump. Il tuo ex amico
che continui a difendere. Tu fai lo sciacallo contro Sánchez, ma il fiammifero
l’ha strofinato l’inquilino della Casa Bianca. Te lo dico in breve: 1. Trump ha
regalato a Rabat il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara
Occidentale — nel 2020, riaffermato nell’estate 2025 — blindando l’asse
Washington–Rabat contro il diritto internazionale. 2. La visita di Sánchez ad
Algeri ha fatto scattare la ritorsione: il Marocco ha aperto i rubinetti dei
migranti verso Ceuta. Non lo dico io, lo scrivono i giornali che non
appartengono ad Angelucci. 3. Il 29 giugno 2026 Trump ha sospeso per otto mesi i
dazi sui fosfati marocchini.
Il quadro che fingi di non vedere è questo: Trump premia il Marocco con fosfati,
Sahara e basi militari. Il Marocco usa i migranti come arma di ricatto contro
una Spagna “colpevole” di riavvicinarsi ad Algeri. Migliaia di giovani — molti
minorenni — si buttano in acqua e diciannove muoiono annegati. E tu prendi quei
corpi e li usi come sfondo per un post su X. Questo non è governare. Questo è
sciacallaggio. Non è da statista — perché una statista non chiude Schengen per
un teatrino interno mentre nel Mediterraneo si muore: chiama Bruxelles, convoca
l’ambasciatore USA, chiede conto a Trump del ricatto marocchino, costruisce una
politica migratoria europea. Non è da italiana — perché l’Italia è il Paese di
Lampedusa, di don Puglisi, di don Milani, di don Bosco. Il Paese che ha
inventato la parola “solidarietà” nella Costituzione. Non è da madre — perché
quei ragazzi affogati a Tarajal sono figli di qualche madre. I miei figli, tua
figlia, hanno avuto la fortuna di nascere in Italia. Loro no. È l’unica
differenza. Una madre lo sa. Da cristiana non ne parliamo neanche. Noi che
accogliamo sappiamo cosa vuol dire stare sulla frontiera vera. Non quella
retorica dei tuoi tweet.
Ti chiediamo una cosa sola: smettila. Smettila di mentire agli italiani sulle
cause. Smettila di attaccare Sánchez per coprire Trump. Smettila di trasformare
diciannove cadaveri in punti percentuali. E se non lo fai per statura politica,
fallo almeno perché — come hai detto tu — sei una madre. E sei cristiana.
La grande migrazione e la sconfitta dell’internazionalismo
Mentre i razzisti usano la vita e la morte per le loro guerre ibride o meno,
mentre il fascismo conquista il potere in tutto l’Occidente (con l’eccezione
della Spagna) speculando sulla paura dell’onda migrante, da trent’anni ormai noi
internazionalisti brancoliamo nel buio.
Quando l’autonomia degli operai rendeva possibile la democrazia sociale, non
abbiamo compiuto (e neppure pensato) la ricomposizione del lavoro migrante con
la classe operaia. Siamo riusciti a svolgere soltanto, talvolta, una funzione di
tipo assistenziale.
Solo in alcuni casi (come quello delle lotte nel settore della logistica) i
migranti si sono riconosciuti nelle lotte del movimento operaio.
La migrazione non è un fenomeno recente. Negli anni Cinquanta e Sessanta
l’industria europea aveva bisogno di forza lavoro: le fabbriche dell’auto
inglesi importarono così lavoratori giamaicani, le fabbriche francesi assunsero
lavoratori arabi, quelle tedesche chiamarono lavoratori turchi, e le fabbriche
del nord italiano si riempirono di lavoratori calabresi. In molti casi quei
migranti si integrarono a contatto coi loro compagni, e la solidarietà di classe
spazzò via il razzismo: i calabresi furono avanguardia a Mirafiori, gli arabi
del Mouvement des travailleurs arabes condussero le lotte alla Renault, e i
giamaicani cambiarono per sempre la scena culturale e sociale della periferia
londinese: la fusione di movimenti anti-colonialisti e movimento operaio
trasformò la migrazione in un processo di trasformazione culturale.
Ma nel nuovo secolo il rapporto tra migranti e metropoli capitalista si è
rovesciato. Dopo gli anni Novanta, la globalizzazione del mercato del lavoro ha
disintegrato la solidarietà di classe e usato i flussi migranti come fattore di
precarizzazione, provocando reazioni razziste in vasti settori della
popolazione. Non abbiamo saputo elaborare sul piano teorico la nuova gigantesca
ondata di migrazione, né abbiamo saputo organizzarla sul piano sociale. Siamo
stati capaci soltanto di una protesta etica e umanitaria contro la violenza
razzista. È meglio che niente, ma non basta.
L’effetto politico della nostra incapacità di elaborare la questione migrante la
vediamo bene: disintegrazione della solidarietà sociale, conflitto razziale e
fascismo, fine della democrazia.
Fin dalla sua origine il pensiero marxista non comprese il senso della
colonizzazione (Marx salutava la colonizzazione dell’India che avrebbe portato
le ferrovie, l’industria e avrebbe creato la classe operaia). Nel secondo
dopoguerra i partiti stalinisti sposarono gli interessi nazionali contro il
processo di decolonizzazione, come accadde in Francia durante la guerra
d’Algeria. Al tempo stesso i movimenti di liberazione dal colonialismo rimasero
spesso intrappolati dal nazionalismo e dall’identitarismo razziale o religioso.
Su questa sconnessione tra movimento operaio e movimento anti-coloniale si è
fondata la controffensiva imperialista globale che ha mirato a rompere il fronte
operaio grazie all’inserimento di settori di lavoro migrante, e che ha usato
l’emarginazione e la clandestinizzazione per far lavorare i migranti a salari
sempre più bassi. Il capitalismo europeo ha usato la migrazione per distruggere
l’organizzazione operaia, e abbassare il salario, mentre i governi razzisti
d’Europa intrappolavano la migrazione nella clandestinità e nello schiavismo,
oppure nel respingimento: morti in mare, campi di concentramento. La gigantesca
onda migrante ha cambiato la vita sociale e il panorama urbano, ma non siamo
riusciti a integrarla nel fronte del lavoro.
Non basta comprendere la genesi storica della migrazione, non basta sapere che
il colonialismo ha impoverito i territori e costretto le popolazioni
all’emigrazione. Né basta sapere che il cambio climatico ha peggiorato le
condizioni di gran parte del sud del mondo, accentuando la pressione migratoria.
Neppure basta affermare il dovere etico dell’accoglienza, né ripetere che nessun
essere umano è illegale, e rivendicare il diritto degli umani a muoversi con la
stessa libertà con cui si muovono i capitali. Né la comprensione storica né la
reazione etica sono bastati a fare del lavoro migrante componente della
composizione di classe operaia. Un processo di soggettivazione autonoma e
solidale delle diverse componenti culturali religiose ed etniche del flusso
migrante è stato quasi sempre impossibile: di conseguenza la migrazione ha avuto
un effetto dirompente sulla solidarietà sociale, spingendo a destra gran parte
dei lavoratori.
La ragione principale della nostra sconfitta, la ragione principale del ritorno
della barbarie razzista e fascista sta in questa nostra incapacità di integrare
il lavoro migrante (non nell’Occidente multiculturale), ma nella composizione
solidale del lavoro dipendente. Poteva andare altrimenti? Potrà andare
altrimenti in futuro? Non ho risposta a questa domanda, ma occorre porsela, non
solo per ragioni storiche. Dalla risposta a questa domanda dipende il futuro di
tutto: della democrazia, della pace, della solidarietà sociale.
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