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A sud di Lampedusa ancora un naufragio nell’indifferenza generale
Una motovedetta della guardia costiera italiana ha operato un intervento di soccorso a 85 miglia sud da Lampedusa, in quella zona di acque internazionali che si definisce Sar “libica”, anche se la Libia non ha ancora unità territoriali e centrali unificate di coordinamento (RCC) dei soccorsi in mare. Sul barcone “agganciato” dalla motovedetta italiana attorno alle 3 del primo aprile, secondo quanto riferisce l’ANSA, si trovavano diversi cadaveri. Durante il trasferimento verso Lampedusa, dove la temperatura non superava 10 gradi, prima dell’arrivo al molo Favarolo, altri naufraghi, fra cui diverse donne, hanno perso la vita. Tutti sarebbero morti per ipotermia. Una sequenza di morti per freddo che impone un rigoroso accertamento dei fatti, al di là della ricerca dei soliti “scafisti”. Perchè non è la prima volta che questi decessi si verificano a distanza di ore dalla segnalazione e dall’intervento di primo soccorso. Per evitare che altre stragi simili si ripetano in futuro occorre verificare i tempi di avvistamento, le regole di ingaggio e di intercettazione dopo la prima segnalazione dell’evento di soccorso, il ruolo di tutti i mezzi coinvolti in operazioni che forse, se si fossero svolte qualche ora prima, si sarebbero concluse con un minor numero di vittime. Mentre i cadaveri sono stati trasferiti nella camera mortuaria del cimitero di Cala Pisana cinque naufraghi, fra cui un bambino, sono stati portati al pronto soccorso e versano in gravissime condizioni, tanto che potrebbero essere trasferiti, non appena possibile, con l’elisoccorso verso un ospedale a Palermo o in un’altra struttura ospedaliera specializzata in Sicilia. Purtroppo si tratta di una vicenda tragica che ripropone la stessa dinamica di altre precedenti stragi in mare, nel mare dell’indifferenza collettiva, casi nei quali non si sono accertate responsabilità, tanto che questo tipo di tragedie continuano a ripetersi, soprattutto dopo l’intensificazione della guerra alle navi del soccorso civile, allontanate verso porti vessatori o colpite con provvedimenti prefettizi di fermo amministrativo. I giornali riportano scarne notizie sui periodici naufragi, per qualche ora, poi tutto cade nel dimenticatoio. Il decreto legge “Piantedosi” n.1 del 2023, poi convertito nella legge n.15/2023 consente al governo italiano di allontanare le navi delle ONG dopo il primo soccorso, anche se hanno raccolto in mare soltanto qualche decina di persone e potrebbero salvarne ancora centinaia, che invece vengono abbandonate al loro destino di morte. Il Consiglio d’Europa aveva immediatamente avvertito che “la norma che obbliga le navi dopo l’operazione di salvataggio, a raggiungere senza ritardo il porto assegnato, ritenuta da Strasburgo una previsione che impedisce i salvataggi multipli, rischia nella sua applicazione pratica di inibire un’effettiva attività di ricerca e salvataggio, costringendo le navi ad ignorare ulteriori chiamate di soccorso in violazione del diritto internazionale”. Ed è lo stesso decreto “anti ONG” che consente alle autorità di governo di assegnare alle navi umanitarie porti di sbarco sempre più lontani, in modo da tenerle lontano per il maggior tempo possibile dall’area dei soccorsi a nord delle coste libiche e tunisine. Un espediente che serve anche per trasferire sulle autorità libiche (e tunisine) attività di ricerca e salvataggio che, quando non si traducono in intercettazioni su imbarcazioni tracciate da Frontex, comportano ritardi ed omissioni di soccorso che sono costate la vita di migliaia di persone. Malgrado numerose pronunce dei tribunali italiani che sospendono o annullano i fermi amministrativi, l’applicazione disumana del decreto Piantedosi (D.L. 1/2023) consente alle autorità di governo di sanzionare le navi delle odiate ONG che non hanno comunicato la loro attività di soccorso in acque internazionali alla sedicente guardia costiera “libica”, ritenuta a torto dal governo italiano e dai suoi organi di polizia come “autorità competente” a coordinare le attività di ricerca e salvataggio nella vastissima zona SAR che si continua a riconoscere a diverse entità statali libiche, che non hanno mezzi adeguati per i soccorsi e non garantiscono il rispetto degli obblighi derivanti dal diritto internazionale. Purtroppo neppure la Corte costituzionale è riuscita a bloccare l’applicazione di una normativa disumana, anche se ha enunciato principi che avrebbero dovuto portare all’immediata sospensione dell’attuazione del Memorandum d’intesa Italia-Libia del 2017, ancora in vigore. Ma per le autorità italiane, ancora oggi, chiunque opera soccorsi nelle acque internazionali ritenute di competenza libica dovrebbe sottomettersi al coordinamento di una guardia costiera che non rispetta gli obblighi di soccorso e sbarco in un porto sicuro (place of safety) sanciti dalle Convenzioni internazionali. Un obbligo di coordinamento con i libici che viene escluso nei provvedimenti giurisdizionali che sospendono o annullano i fermi amministrativi delle navi del soccorso civile. Il cruscotto statistico del Viminale riporta il numero degli ingressi in Italia, ma non dà notizie sul numero delle vittime di traversata nel Mediterraneo centrale. Nessun politico potrà vantarsi di avere ridotto il numero delle vittime con il contrasto più rigoroso degli “sbarchi” in Italia, perché quest’anno, malgrado il calo degli arrivi, si deve registrare un aumento esponenziale delle vittime di naufragio, spesso abbandonate in mare, tanto che nei mesi scorsi decine di cadaveri sono stati raccolti sulle coste siciliane e calabresi, anche a grande distanza dalla zona nella quale le onde avevano avuto il sopravvento sui fragili scafi sovraccarichi utilizzati nei tentativi di traversata verso l’Italia. Le motovedette donate dall’Italia ai libici, che sparano sulle ONG, e la formazione elargita ai guardiacoste, non garantiscono interventi di soccorso. Continuano nell’indifferenza generale le intercettazioni nel Mediterraneo centrale, con il supporto operativo degli assetti aerei dell’agenzia europea Frontex, senza alcuna garanzia di sbarco in un porto sicuro, ma con il risultato evidente di riconsegnare le persone bloccate in acque internazionali alle milizie che in territorio libico controllano partenze e sbarchi, gestendo direttamente o sorvegliando i centri di detenzione. E si continuano a sommare nel tempo, nell’indifferenza generale, i rapporti delle organizzazioni umanitarie e delle Nazioni Unite che confermano come ancora oggi le persone trattenute in questi centri subiscano torture  praticate per estorsione verso i familiari e violenze sistematiche, in particolare le donne ed i minori non accompagnati. Qualificare come law enforcement (contrasto dell’immigrazione illegale) quelli che dovrebbero essere ritenuti come eventi di soccorso in acque internazionali non serve soltanto a contrastare gli sbarchi, e gli interventi di soccorso delle ONG, ma contribuisce a ritardare i salvataggi, magari per aumentare il numero dei naufraghi che possono essere intercettati e ricondotti in territorio libico. Per questa ragione, rispetto a quanto avveniva fino al 2019, le attività di ricerca e salvataggio affidate alla Guardia di finanza o alla Guardia costiera italiana al di fuori delle acque territoriali e della zona contigua (24 miglia dalla costa) si sono diradate. Spesso il monitoraggio a distanza delle imbarcazioni già in condizioni di distress (pericolo) attuale è finalizzato all’attesa di un intervento di una motovedetta libica, se non all’arrivo “in autonomia” sulle coste italiane. Se queste circostanze possono portare a ritardi ingiustificabili, è compito della magistratura accertare il complessivo svolgersi degli eventi di ricerca e soccorso, e verificare, al di là delle responsabilità individuali degli operatori, se ricorrano moduli operativi che producono effetti letali e che siano direttamente imputabili alla imposizione di precise linee operative da parte dei vertici politici e militari. Le autorità italiane non si possono limitare, appena giunta la notizia di una imbarcazione carica di persone migranti in difficoltà nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale a lanciare INMARSAT e NAVTEX (comunicazioni sui canali radio e satellitari marittimi- Navigational Telex) segnali di allarme rivolti “on behalf of Libyan Navy Coast Guard” a tutte le imbarcazioni in transito, con l’invito a rivolgersi alle “competenti autorità” libiche, se non alla centrale di coordinamento dei soccorsi in Italia (IMRCC), ma hanno l’obbligo di prendere in carico l’evento di soccorso del quale hanno notizia, in modo da garantire l’avvio immediato delle attività di salvataggio, senza attendere l’intervento di mezzi navali di un paese che non può garantire soccorsi immediati e porti di sbarco sicuri. L’espresione “on behalf”, per conto, della Guardia costiera libica è da anni consueta nei comunicati della Guardia costiera italiana, quando dirama un allerta su una imbarcazione in situazione di distress nella zona SAR libica nella quale, a differenza di quanto avveniva fino al 2017, non sono più operative navi militari italiane o maltesi, e quelle che ci sono, magari quelle italiane impegnate nell’operazione “Mediterraneo sicuro”, non vengono generalmente coinvolte in attività di ricerca e salvataggio. Attività che sarebbero obbligatorie in base alle Convenzioni internazionali, nelle quali, più ad oriente, davanti le coste della Cirenaica, non vengono neppure coinvolte le navi dell’operazione europea Eunavfor Med IRINI, che si richiama solo quando si pone l’attenzione non sul salvataggio delle persone in mare, ma sul contrasto dei traffici illeciti e dell’immigrazione che le autorità di governo definiscono “illegale”. Aumentano le partenze anche dalla Libia orientale. E, se l’imbarcazione in difficoltà si trova in acque che ricadono nella vastissima zona SAR maltese, scatta l’obbligo di coordinamento con le autorità de La Valletta, al fine di garantire comunque lo sbarco dei naufraghi in un porto sicuro, senza rigettarli nelle mani dei libici. Non si può permettere che siano invece le motovedette libiche ad entrare nella zona SAR maltese, come è pure successo, per riprendersi i naufraghi e riportarli nei centri di detenzione disumani dai quali sono fuggiti. Tutti conoscono, o dovrebbero conoscere, anche i magistrati che in diverse occasioni hanno accertato fatti e responsabilità, le condizioni di violenza alle quali sono sottoposte da anni le persone che la sedicente Guardia costiera libica blocca in mare e riconsegna alle milizie che controllano il territorio libico. Le stesse milizie che permettono la prosecuzione del traffico di persone gestito dalle organizzazioni criminali, con livelli diversi di collusione. Come è stato ampiamente dimostrato prima dai rapporti di formazione e di collaborazione delle autorità italiane con il comandante Bija, espressione delle milizie di Zawia, poi ucciso in un conflitto a fuoco a Tripoli, dove era al vertice dell’accademia navale, e quindi dalla vicenda Almasri, sulla quale occorre ancora fare piena luce. La conta delle vittime sulla rotta libica non può durare all’infinito. Vanno ripristinate le missioni di soccorso statale in acque internazionali. Deve finire la guerra alle attività di ricerca e salvataggio operate dalla flotta civile delle ONG. Occorre accertare tutte le responsabilità operative e politiche se ci sono vittime di abbandono in mare, e sospendere l’applicazione del Memorandum d’intesa del 2017 stipulato con il governo di Tripoli da Gentiloni e Minniti, e poi prorogato ogni tre anni dai diversi governi che si sono succeduti nel tempo. Gli accordi bilaterali, o le finalità di contrasto dell’immigrazione “illegale”, non devono comportare l’abrogazione del reato di omissione di soccorso. Non basta l’apertura di piccoli spiragli per l’ingresso legale attraverso i cd. corridoi umanitari, se poi la maggior parte delle persone che non possono ricevere protezione in Libia sono bloccate in acque internazionali e internate in centri di detenzione disumani, e quindi costrette ancora una volta ad intraprendere traversate che sempre più spesso si concludono con la morte Fulvio Vassallo Paleologo
April 2, 2026
Pressenza
“Outsourcing” della frontiera e naufragi in serie come effetto collaterale
Mentre il dibattito pubblico rimane dominato dalla reazione rabbiosa dei politici che contestano una decisione del Tribunale di Palermo che, pur non richiamando direttamente gli obblighi di soccorso in mare a carico degli Stati costieri, condanna il ministero dell’interno a risarcire una ONG dopo il blocco illegittimo subito nel 2019 a seguito di una operazione SAR (di ricerca e salvataggio) in acque internazionali, sono ormai 16 i cadaveri di migranti che le onde hanno spinto sulle nostre coste, in Sicilia ed in Calabria. Gli ultimi due corpi sono stati ritrovati sulla costa di Cefalù e sulla spiaggia di Pachino, vicino Siracusa, a notevole distanza dagli altri cadaveri rinvenuti sulle coste siciliane e calabresi, fino a Paola. Una piccola parte delle centinaia di vittime registrate in questi ultimi mesi nelle acque del Mediterraneo centrale, dunque, non solo sulla “rotta libica”. Ma soprattutto durante traversate che partivano dalla Tunisia, paese ritenuto “sicuro” dall’Italia e dall’Unione europea, dal quale sono di nuovo frequenti le partenze dalla zona di Sfax, per effetto delle retate violente della polizia tunisina ai danni dei migranti in transito, in prevalenza di origine subsahariana o bengalesi. Le date di partenza da Sfax del 14, 18, 20 e 21 gennaio 2026 sono confermate da fonti ufficiali, ma potrebbero trattarsi soltanto di alcune delle imbarcazioni cariche di persone migranti in fuga dalla Tunisia costrette ad affrontare la traversata in giornate proibitive. Si tratta di persone che avrebbero avuto diritto a raggiungere un paese sicuro, come di fatto non può definirsi la Tunisia nei loro confronti, per chiedere asilo o un’altra forma di protezione internazionale. Ma pesa sul loro destino oltre all’accordo bilaterale Italia-Tunisia, il Memorandum UE-Tunisia concluso del 2023 con il patrocinio di Giorgia Meloni e della presidente della Commissione UE Von der Leyen. La Tunisia aderisce solo formalmente alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, che la Libia non ha neppure sottoscritto, ma non riconosce un accesso effettivo alla procedura nel suo territorio, ed anzi si avvale dei finanziamenti dell’Unione europea per bloccare i transiti di persone che sarebbero potenzialmente richiedenti asilo, se arrivassero ad una frontiera europea, e organizza periodici voli di rimpatrio “volontario” verso i paesi di origine, quando non si limita ai respingimenti collettivi alle frontiere di Libia e Algeria, di fatto vere e proprie deportazioni. Quando si intensificano le retate di persone che in Tunisia sono lasciate prive di qualunque status legale, costrette alla sopravvivenza in condizioni di sfruttamento, da una fitta rete di corruzione e di violenza istituzionale, aumentano le partenze, succede da anni, anche durante i mesi invernali. In assenza di canali legali di ingresso in Europa, e della negazione del diritto di asilo nei paesi di transito, i trafficanti hanno buon gioco a raccogliere e mettere in mare per traversate impossibili migliaia di disperati su imbarcazioni che sempre più spesso fanno naufragio. Ed è ormai smentito dai fatti quanto affermato per anni da alcuni politici di destra, come Salvini, secondo cui soltanto con la riduzione delle partenze si sarebbe ridotto il numero delle vittime. Quanto successo in questi ultimi mesi, con i cadaveri affioranti, in punti anche molto distanti delle coste italiane, testimoni muti di naufragi dalle dimensioni incommensurabili, da Pachino (Siracusa) a Trapani, nelle isole di Lampedusa e Pantelleria, persino sulle coste settentrionali della Sicilia e sulla costa tirrenica della Calabria, non si può imputare ai “cattivi” scafisti, spesso scelti tra gli stessi migranti, e dunque come loro forzati a salire a bordo, quando decidono i soliti trafficanti, che continuano a fare partire imbarcazioni fatiscenti per traversate senza speranza. Il diffuso richiamo alle condizioni eccezionali del mare, spazzato dalle tempeste invernali, prima e dopo il ciclone Harry, sul quale per qualche giorno si è concentrata l’attenzione generale non può assolvere chi ha la responsabilità delle politiche migratorie e dei controlli di frontiera, quando queste politiche e questi controlli costringono a traversate che si concludono con un naufragio. Gli arrivi dopo le traversate della disperazione, comunque, non si sono arrestate neppure in questo periodo. La responsabilità principale di questi corpi che spinti dalle onde raggiungono le nostre spiagge e che vengono cancellati immediatamente dalla memoria collettiva, dopo essere stati ignorati dalle istituzioni che sarebbero tenute a coordinarsi a livello internazionale per garantire la ricerca e salvataggio dei naufraghi in acque internazionali, va individuata negli accordi di esternalizzazione (outsourcing) dei controlli di frontiera, conclusi con i paesi di transito allo scopo di favorire le intercettazioni in mare, perchè di questo si tratta e non certo di azioni di soccorso, dopo che i governi hanno cominciato a qualificare le attività di ricerca e salvataggio come “eventi migratori illegali”.  Le zone SAR (search and rescue) previste dalle Convenzioni internazionali come zone di responsabilità per salvare vite umane, si sono trasformate in riserva di caccia a disposizione dei diversi Stati per catturare, con il supporto dell’agenzia europea FRONTEX, quanti tentavano di attraversarle, per detenere i colpevoli di fuga, magari per riconsegnarli ai loro carnefici dopo respingimenti collettivi su delega. Si è così aggirata la sentenza di condanna dell’Italia sul caso Hirsi, per i respingimenti collettivi in Libia, adottata nel 2012 dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo. Con questo travisamento dei fatti si sono moltiplicati gli strumenti di deterrenza dei soccorsi, a mare con una cooperazione operativa di polizia rivolta anche a paesi terzi che ignorano il rispetto dei diritti umani, ed a terra con procedimenti diversi contro i soccorritori e gli operatori umanitari, prima con sanzioni penali e poi, dopo il loro fallimento, con sanzioni amministrative, dal fermo al sequestro ed alla confisca della nave. Alle ONG, malgrado le decisioni dei tribunali, che ne riconoscevano il pieno rispetto degli obblighi di soccorso, si è imputata ogni tipo di malefatta, oltre il favoreggiamento dell’immigrazione “clandestina”, anche la ricerca di un lucro economico, se non l’agevolazione dell’ingresso di potenziali criminali. Una campagna di disinformazione e poi di propaganda politica che si è tradotta in pacchetti sicurezza ed in prassi operative, come l’allontanamento delle navi militari europee dai soccorsi nelle aree più vicine alle coste africane, praticati fini al 2017, decisione politica che allo scopo di ridurre dopo i salvataggi gli arrivi in Europa, ha incrementato il numero delle vittime in mare e nei lager libici. L’obiettivo comune degli Stati membri più esposti, come la Grecia, Malta e soprattutto l’Italia, con il concorso dell’Unione europea, è stato quello di utilizzare, come arma di deterrenza delle traversate, la rarefazione degli interventi di soccorso, e dunque un contrasto senza quartiere alle navi del soccorso civile, per imputare alla fine alle stesse vittime la responsabilità dei naufragi per avere esposto se stesse, e le loro famiglie, al rischio di annegamento. Una politica di “gestione dei flussi migratori via mare” che si è affermata dal 2017 ad oggi, segnando la fine del diritto internazionale. I sentimenti di ostilità diffusi per anni contro le attività umanitarie di ricerca e salvataggio in mare hanno profondamente inciso, come una cancrena sociale, sul senso comune, e questo spiega sull’onda del populismo nazionalista l’indifferenza attuale, e la rimozione mediatica, di fronte a cadaveri che galleggiano davanti alle nostre spiagge che tra qualche mese si riempiranno di bagnanti. E forse anche allora qualche cadavere continuerà ad affiorare arenandosi sulla sabbia. Non è facile oggi, in tempi di attacco alla indipendenza della magistratura, pensare ad un improvviso ritorno della solidarietà o del rispetto degli obblighi costituzionali e internazionali, per garantire l’adempimento del dovere di soccorso e il riconoscimento del diritto di asilo, con l’effettiva applicazione del principio di non respingimento (art. 33 Convenzione di Ginevra) e del divieto di respingimenti collettivi (art.19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea). In un momento i cui l’Unione europea e l’Italia si accingono a dare esecuzione ai Regolamenti previsti dal Patto sulla migrazione e l’asilo del 2024, che formalizzano un ulteriore rafforzamento delle procedure di esternalizzazione dei controlli di frontiera nei paesi terzi, in base alla designazione di paesi di origine e di paesi terzi sicuri, e con un ruolo diretto di negoziazione con questi paesi affidato all’agenzia Frontex, si dovrebbero almeno verificare negli effetti concreti gli accordi bilaterali o multilaterali già in corso o da concludere, per accertare l’effettivo rispetto degli obblighi di soccorso e dei diritti fondamentali della persona. L’art.53 della Convenzione di Vienna sul diritto dei tratttati stabilisce che è nullo il trattato che, al momento della sua conclusione, sia in contrasto con una norma imperativa di Diritto internazionale generale, come sono sicuramente qualificabili l’art.33 della Convenzione di Ginevra, e le norme sugli obblighi di soccorso contenute nelle Convenzioni internazionali del mare, che vengono richiamate, oltre che dal Regolamento UE n.656/2014 su Frontex, anche nella recente sentenza della Corte Costituzionale n.101/2025, che pur affermando la legittimità del Decreto Piantedosi (legge 15/2023) ribadisce come imprescindibile il richiamo al diritto internazionale, con il rispetto dei diritti umani degli obblighi di soccorso e del principio di non respingimento. Regole che riassumono il principio della legalità internazionale e che vincolano tutti, operatori civili ed autorità statali, nelle attività di ricerca e salvataggio che si svolgono, o si dovrebbero svolgere, in aree marittime di soccorso che ricadono nella competenza di Stati terzi, senza però diventare aree di giurisdizione esclusiva. Una giurisdizione esclusiva che nel Mediterraneo centrale può tradursi, se fosse riconosciuta come tale, in trattamenti inumani e in respingimenti collettivi alle frontiere terrestri, ed in intercettazioni violente, anche con collisioni, o al contrario in vero e proprio abbandono in mare. Che poi sono le prassi operative più diffuse applicate dalle Guardie costiere della Tunisia e delle diverse autorità libiche, su cui sta indagando la Corte Penale internazionale, ma che l’Italia sta cercando adesso di ricompattare. Con le conseguenze mortali che stiamo vedendo in questo periodo e che, come insegna l’esperienza del passato, continueremo a vedere ancora in futuro, se non ci sarà una svolta a livello europeo, con l’abbandono delle politiche di esternalizzazione dei controlli di frontiera nei paesi terzi. Di fronte a tutto questo non si può tacere, non si può limitare il diritto di cronaca sui processi sulle stragi in mare, occorre dare voce alle vittime ed alle organizzazioni dei migranti intrappolati in Libia e Tunisia, sollecitare canali legali di ingresso ed evacuazione assistita verso l’Unione europea dei richiedenti protezione internazionale, interrompere la guerra al soccorso civile e la collaborazione con autorità marittime spesso colluse con i trafficanti. Occorre identificare le vittime, creare contatti con le famiglie dei dispersi, riprendere ricerche in mare che forse nessuno ha mai avviato, e soprattutto intensificare la presenza di mezzi di soccorso in acque internazionali, per prevenire ulteriori stragi, garantendo poi lo sbarco in un porto sicuro, interrompendo la collaborazione con guardie costiere che non rispettano gli obblighi di salvaguardia derivanti dal diritto internazionale. Tutto il resto, in particolare la criminalizzazione e la strumentalizzazione delle traversate del Mediterraneo, come leva per diffondere nel corpo sociale paura, insicurezza, odio, e conquistare consenso elettorale, è altrettanto colpevole di disumanità come lo sfruttamento schiavistico in Tunisia o in Libia, o la violenza istituzionale e la repressione violenta del diritto di asilo. Un diritto alla protezione che, ove negato, diventa diritto alla fuga, da quei territori nei quali si continua ad esercitare una pressione insostenibile su persone comunque vulnerabili, una pressione politica ed economica, rafforzata dall’Italia e dall’Unione europea, che poi costringe, in assenza di alternative di sopravvivenza, alle traversate della morte. Fulvio Vassallo Paleologo
February 22, 2026
Pressenza
Il naufragio della coscienza: quella scia di corpi che l’Europa non vuole vedere
C’è una scia di corpi senza vita che si allunga da Pantelleria a Scalea, lungo le coste occidentali di Sicilia e Calabria. Spiagge e tratti di mare tirrenico restituiscono salme in avanzato stato di decomposizione, alcune riconoscibili solo in parte, altre ormai irriconoscibili dopo giorni in balìa delle onde. Negli ultimi giorni almeno tredici cadaveri sono stati ritrovati tra il 6 e il 17 febbraio, e la lista potrebbe allungarsi ancora. Le procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani hanno aperto fascicoli per chiarire cosa sia accaduto, mentre le autorità ipotizzano che si tratti di migranti vittime di “naufragi fantasma” o di tragici viaggi di cui non si hanno riscontri certi. Questa striscia di corpi non è un episodio ma il segno di una crisi umanitaria che continua a mietere vittime nel cuore del Mediterraneo, teatro da anni di una delle rotte migratorie più pericolose al mondo. Per le organizzazioni umanitarie, l’ondata di ritrovamenti potrebbe essere legata al passaggio del ciclone Harry, che tra il 18 e il 21 gennaio ha sferzato il Mare Centrale con venti oltre i 120 km/h, creando correnti imprevedibili e condizioni proibitive per chiunque affronti il mare in imbarcazioni di fortuna. Secondo le ONG, in quei giorni potrebbero essersi perse in mare fino a mille persone, molte delle quali mai riallacciate a un’imbarcazione o a una segnalazione di naufragio. I corpi che riaffiorano sulle coste italiane sono il segno più tangibile di un fallimento collettivo. Non solo della mancanza di percorsi sicuri e di un sistema di soccorso adeguato, ma delle politiche europee e internazionali che spingono disperati a tentare la traversata in condizioni sempre più rischiose. La narrativa della “riduzione degli sbarchi” usata da molti governi come prova di efficacia delle proprie misure di controllo delle frontiere cade davanti alla realtà di questi cadaveri anonimi. Anche se il numero di arrivi ufficiali cala, non cala il numero di morti: persone che fuggono da guerre, fame, persecuzioni e che trovano nel Mediterraneo non un passaggio verso una vita possibile, ma una trappola. Le responsabilità non sono solo italiane. Le politiche europee di deterrenza alle frontiere, i finanziamenti alle guardie costiere dei paesi di partenza o transito, gli accordi di riammissione e detenzione, hanno trasformato il mare in una barriera letale, dove le uniche rotte “sicure” sembrano quelle verso il fondo. Bruxelles continua a parlare di gestione dell’immigrazione attraverso cooperazione con governi autoritari in Nord Africa, di contenimento delle partenze, di rimpatri e hotspot, senza creare alternative sicure e legali per chi fugge. È una strategia che ha un nome chiaro: lasciare che la morte lavori al posto delle politiche migratorie. Sulla sabbia di Tropea, di Paola o nei pressi di Marsala, i corpi non hanno cartellini, non hanno statistiche. Hanno nomi che non conosceremo mai, storie spezzate, famiglie che chiedono verità da chissà dove. Ogni corpo trascinato a riva è un conto aperto con la coscienza di un’Europa che continua a misurare la sua umanità in numeri di arrivi e non in vite salvate. Redazione Italia
February 19, 2026
Pressenza