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L’incompiuto diritto alla salute nelle periferie di Roma
La salute non può dipendere dal quartiere in cui si vive, dalla stabilità abitativa o dalle condizioni economiche e rendere effettivo il diritto alla cura significa difendere e rafforzare un sistema sanitario capace di raggiungere le persone prima che siano loro a rinunciare alle cure. Eppure, ci sono luoghi in cui è sempre più difficile curarsi. In alcune periferie urbane di Roma, per esempio, il diritto alla salute rimane spesso incompiuto: sebbene circa il 70% delle persone assistite dichiari di avere un medico di base assegnato, solo il 48% riferisce di utilizzarlo regolarmente. Analogamente, a fronte del 77% dell’utenza in possesso di una tessera sanitaria, appena il 17% ne dispone in corso di validità. La mancanza di residenza anagrafica rappresenta uno degli ostacoli principali. Questa fragilità amministrativa, strettamente connessa alla condizione abitativa, produce discontinuità nei percorsi di cura e alimenta insicurezza e sfiducia. Le patologie più frequentemente osservate durante le visite mediche riguardano l’apparato cardiocircolatorio, seguite da disturbi cutanei, respiratori e metabolici. Si tratta prevalentemente di condizioni croniche, spesso già note ai pazienti, ma gestite in modo discontinuo o inadeguato, a conferma delle difficoltà di accesso e continuità delle cure. È quanto emerge dal rapporto PERIFERIE – Salute e marginalità nei quartieri di Roma: Bastogi e Idroscalo di Ostia messo a punto da Medici per i Diritti Umani (MEDU) in collaborazione con la Fondazione Charlemagne, nell’ambito del programma “Periferiacapitale”. Un rapporto che documenta le condizioni di accesso alla salute nelle periferie romane attraverso l’esperienza sul campo della clinica mobile di MEDU “Un camper per i diritti”, attiva dal 2025 a Bastogi e all’Idroscalo di Ostia. Bastogi, nel Municipio XIII, è un quartiere caratterizzato da un complesso di edilizia residenziale pubblica che ospita circa 3.000 persone. Presenta forte isolamento urbano, occupazione abitativa, degrado strutturale, carenze manutentive e significativa segregazione spaziale e sociale. Idroscalo di Ostia, nel Municipio X, è un quartiere informale alla foce del Tevere con circa 500 abitazioni autocostruite e 2.000 residenti. L’area è esposta a rischio di inondazioni, priva di infrastrutture adeguate e isolata, con un accesso ai servizi particolarmente difficoltoso. Questi quartieri rappresentano esempi significativi di come marginalità sociale, precarietà abitativa e isolamento possano accentuare criticità già presenti nel sistema sanitario, producendo effetti concreti sulla salute e sul benessere delle persone. Il rapporto offre un’analisi approfondita dall’interno delle problematiche socio-sanitarie di questi due quartieri. Il rapporto evidenzia come le barriere all’accesso alla salute siano molteplici e interconnesse: difficoltà fisiche e logistiche, ostacoli economici, complessità burocratiche e sfiducia nelle istituzioni. A queste si aggiunge una diffusa carenza di alfabetizzazione sanitaria, che rende difficile orientarsi tra i servizi e accedere in modo appropriato alle cure. In questi contesti si osserva anche un fenomeno particolarmente critico: una quota significativa della popolazione rinuncia alle cure ancora prima di tentare l’accesso ai servizi, alimentando una forma di esclusione “a monte” che rende il divario sanitario ancora più profondo e invisibile. “Quello che emerge nelle periferie – evidenzia MEDU – non è un’eccezione, ma un segnale che riguarda il sistema nel suo complesso: le barriere nell’accesso alla salute non sono solo un problema dei quartieri marginali, ma trovano in questi contesti una forma più visibile e acuta, rendendo evidente un più ampio processo di erosione dell’accesso al Servizio Sanitario Nazionale che coinvolge l’insieme dei cittadini. Quando l’accesso alle cure dipende dalle condizioni di vita, il diritto alla salute rischia di perdere la sua universalità”. Il rapporto evidenzia inoltre il ruolo strategico della medicina di prossimità nel ridurre le disuguaglianze e alla luce dei risultati emersi MEDU “chiede innanzitutto al Governo di rimettere al centro dell’agenda la sanità pubblica, rafforzando il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale per arginare l’aumento delle spese out-ofpocket e garantire l’effettività dell’universalismo delle cure, nonché di sciogliere i nodi normativi che subordinano l’accesso alla salute alla residenza anagrafica. Occorre consolidare i servizi socio-sanitari territoriali per contrastare le marginalità urbane, integrando strutturalmente la salute mentale e i determinanti sociali nelle politiche nazionali e affrontando l’emergenza abitativa come determinante primario di salute, oltre la risposta meramente ambulatoriale. A Comune e Municipi di Roma di garantire informazione capillare su prevenzione e diritti, semplificare l’accesso alla residenza (anche fittizia) e migliorare i trasporti pubblici. Rimane fondamentale sostenere Tavoli permanenti con il Terzo Settore, la raccolta dati territoriale e la promozione di approcci interculturali, multidisciplinari e di medicina di prossimità. Alle Aziende Sanitarie Locali di investire nell’educazione sanitaria, intercettare gli “invisibili” con outreach domiciliare, integrare strutturalmente la salute mentale in tutti gli interventi sanitari territoriali, attivare screening multilivello e accompagnamento attivo – dal taxi sanitario gratuito al supporto specialistico – colmando il divario tra accesso formale e accesso reale”. Giovanni Caprio
March 31, 2026
Pressenza
Le tante disuguaglianze di accesso ai servizi sanitari
La lunghezza della vita è sempre più dipendente dal luogo (regione) dove si nasce o si vive: è una disuguaglianza che non può lasciarci indifferenti perché non è una disuguaglianza inevitabile. Una disuguaglianza che alimenta anche il noto fenomeno della mobilità sanitaria che interessa particolarmente i territori situati nel Sud del nostro Paese e nelle isole, fenomeno che è riconducibile a disfunzioni del servizio sanitario (insufficienza dell’offerta, scarsa qualità dei servizi, peggiori esiti delle cure). Le differenze territoriali intaccano profondamente anche l’attesa di vita: è il caso, ad esempio, degli anni medi attesi di vita non in buona salute, calcolati sia alla nascita che a 65 anni, oppure i dati sulla mortalità. A una speranza di vita alla nascita più bassa nelle regioni del Sud e nelle Isole si accompagna negli stessi territori un tasso standardizzato di mortalità più elevato, segno di uno stato di salute che risulta più deteriorato rispetto alle regioni del Centro-Nord. A confermarlo è anche il Rapporto “Sussidiarietà e… salute. Rapporto sulla sussidiarietà 2025/2026” della Fondazione per la Sussidiarietà, presentato stamani, 19 febbraio, presso la Sala della Regina della Camera dei Deputati. “Il nostro Paese, si legge nel Rapporto, è considerato il Paese dei mille campanili, e anche in termini di salute l’Italia non è una nazione unica per via delle tante differenze regionali che la caratterizzano: la speranza di vita alla nascita, gli anni medi attesi di vita non in buona salute, la mortalità totale e per patologia, la mortalità evitabile (prevenibile, trattabile), la multicronicità e le gravi limitazioni negli anziani, la salute mentale, la mobilità sanitaria, e così via. (…) Ma non è solo l’eterogeneità nella salute delle regioni che preoccupa: vi sono molti segnali che le disuguaglianze di salute si ritrovano anche all’interno delle grandi città”. Alle disuguaglianze territoriali nella salute si aggiungono le disuguaglianze socio-economiche, sempre in termini di salute, lette nel Rapporto attraverso il grado di scolarità delle popolazioni. I soggetti che dal punto di vista sociale sono più deprivati o svantaggiati (povertà materiale, minore scolarità e altro) hanno una salute peggiore rispetto ai soggetti socialmente più avvantaggiati: la mortalità diminuisce nel passaggio dai titoli di studio inferiori a quelli superiori (+45% per i maschi con il titolo di studio più basso rispetto ai soggetti di pari età con il titolo di studio più alto, +33% per le femmine) e le disuguaglianze diminuiscono al crescere delle età. Nello specifico della mobilità sanitaria interregionale, il Rapporto della Fondazione per la Sussidiarietà certifica un valore record nel 2022 di 5,04 miliardi di euro, con un forte flusso di pazienti e risorse dal Mezzogiorno verso le regioni del Nord, in particolare Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, con valori in aumento negli ultimi anni. Circa il 70% degli spostamenti avviene per un ricovero ospedaliero, circa il 16% per visite specialistiche e il 9% per somministrazione di farmaci (molto spesso legate a terapie particolari o oncologiche); il resto comprende tutte le altre prestazioni, che sono abbastanza marginali. Suddividendo le regioni sulla base dell’entità del saldo (positivo o negativo), quelle con saldo positivo rilevante (Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto) si trovano tutte al Nord, quelle con un saldo moderato al Centro (Toscana e Molise) e via via che si scende lungo lo stivale i livelli di mobilità negativa aumentano. La spesa per la mobilità sanitaria non di confine in quattro regioni del Sud, ovvero Sicilia, Puglia, Calabria e Campania, supera la metà del totale nazionale, raggiungendo 587 milioni di euro, pari al 57,4% della spesa complessiva in questa categoria. Il “Rapporto “Sussidiarietà e… salute”, si propone come una valutazione a tutto campo, sulla base di numerosi contributi su un ampio spettro di fattore, della situazione attuale della sanità nel nostro Paese, dei suoi problemi e delle possibili linee di riforma del sistema, che viene giudicato “in crisi”. Il lavoro è suddiviso in tre parti. La prima sezione parte da un’analisi dell’evoluzione in corso della domanda di salute, segnata dal fattore demografico, e delle criticità del sistema, date in particolare dalle diseguaglianze economiche e territoriali.  Viene poi messa a fuoco la frammentazione del sistema e della sua governance, che sono un ostacolo alla necessaria integrazione dei servizi. La seconda sezione pone l’attenzione sulle prospettiva di riforma. Qui la stella polare, in coerenza anche con le premesse del diritto costituzionale, è la “presa in carico” del paziente, tendenzialmente nell’unità della sua persona e dei suoi bisogni, che sono molteplici e di varia natura, ma che non vanno considerati in modo frammentato e slegato, privilegiando l’offerta dei servizi sulla domanda reale. La terza sezione è quella che presenta “Esperienze”.  Che sono sei: il modello veneto a forte leadership centrale; la valutazione nella Casa di Comunità in Toscana; la riforma dell’assistenza territoriale in Emilia-Romagna; la continuità delle cure nell’esperienza della cooperativa Cosma in Lombardia; l’assistenza sociosanitaria nelle aree interne; il progetto dell’Asl 4 della Liguria. Qui il Rapporto: https://www.sussidiarieta.net/files/contenuti/rapporto-sussidiarieta-768-24-25-light.pdf. Giovanni Caprio
February 19, 2026
Pressenza