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La storia della nave Iuventa: 23mila vite salvate e un processo lungo 7 anni
Non un docufilm ma un documentario e un film: al centro la stessa storia, quella della Iuventa e delle 23mila vite che questa nave da soccorso ha potuto salvare prima d’essere fermata e ridotta a un rottame a causa di un processo durato sette anni. Il regista di entrambi è lo stesso, Michele Cinque, ma l’arco temporale delle due opere è diverso: il documentario si concentra sul biennio di attività della nave (2016-2017) e si conclude con l’avvio del procedimento giudiziario da parte della procura di Trapani, il film invece racconta il “prima” e il “dopo”. Sia l’uno che l’altro sono disponibili (e già molto “gettonati”) da pochi giorni sulla piattaforma Netflix, che li ha prodotti. Iuventa è proposto anche da Rai Play, il film anche su Zalab. Un’occasione da non perdere per conoscere una vicenda davvero singolare e le origini di una strategia – la criminalizzazione della solidarietà – ancora e sempre di stringente attualità. Apprendiamo quindi dal film “23.000 vite” che il progetto partì dall’idea di un ragazzo berlinese appena diplomato, Jacob Schoen. Dopo il liceo il diciannovenne lavorava alla cassa di un supermarket, ma un giorno vide in Tv le immagini di un naufragio nel Mediterraneo e ne rimase “folgorato”. Con la sua ragazza Lena Waldhoff decise di avviare un’ambiziosa iniziativa per acquistare una nave, allestirla e formare un equipaggio che andasse nel Mediterraneo a salvare i migranti. Un’idea da molti giudicata velleitaria e utopistica. Ma il gruppo di giovani “anime belle” battezzato Jugend Rettet (“la gioventù salva”) non si arrese di fronte allo scherno dei detrattori e alle tante porte sbattute in faccia: con il crowd funding racimolò circa 80mila euro, una cifra comunque lontana da quella necessaria. La svolta arrivò grazie alla fondazione creata da un’anziana coppia che finanziò l’acquisto della nave. Nel luglio 2016 partì la prima missione e con la giovane ciurma si imbarcò anche il regista Michele Cinque, affascinato dalla possibilità di raccontare dal vero una simile impresa. Il film e il documentario ci raccontano l’entusiasmo, il coraggio, le difficoltà e anche i traumi dei salvataggi in mare. Un giorno la nave viene abbordata da una motovedetta libica, l’equipaggio minacciato con le armi e costretto ad allontanarsi da acque internazionali rivendicate come proprie dalle bande armate che – allora come oggi – sequestrano, torturano, stuprano e spesso uccidono i migranti ed estorcono loro migliaia di euro. In altre occasioni vengono recuperati corpi senza vita o un gommone si ribalta, mettendo a dura prova le capacità di salvataggio dei giovani soccorritori. Dopo mesi trascorsi in mare non è poi facile tornare alla vita “normale” durante l’inverno, rapportarsi con persone che non hanno sperimentato la difficoltà ma anche le emozioni forti e il legame profondo che si crea tra i volontari e con i migranti salvati. Intanto però il clima è cambiato in Europa e si comincia a sentir parlare di “taxi del mare” e di “invasione” dei migranti. La seconda missione non è meno “intensa” della prima ma si interrompe bruscamente il 2 agosto 2017: la nave Iuventa viene sequestrata per ordine della procura di Trapani e i tre giovani “capitani” accusati – sulla base di prove inconsistenti – di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di traffico di esseri umani: reati che prevedono pene fino a vent’anni. L’Europa si divide tra sostenitori e accusatori di Jugend Rettet. La difesa lancia un appello e alcune delle persone soccorse portano la propria testimonianza al processo: nessun accordo con i trafficanti, ma un impegno eroico e indefesso nel salvare la vita a naufraghi disperati. Il procedimento penale si concluse solo nel 2024 – dopo 7 anni di gogna giudiziaria –: il giudice per l’udienza preliminare di Trapani sancì il non luogo a procedere, e nella sentenza sottolineò come aiutare chi fugge da torture, detenzioni arbitrarie, violenze sessuali, maltrattamenti, sfruttamento sessuale e lavorativo sia un dovere universale e non certo un reato. Nel frattempo però la nave sotto sequestro si era ridotta a un relitto e servirebbe circa mezzo milione di euro per riportarla in condizione di navigare. Un’amara constatazione conclude il film: il processo è costato oltre 4 milioni di euro, quante decine o centinaia di migliaia di vite avrebbero potuto essere salvate con una cifra simile? Claudia Cangemi
July 29, 2026
Pressenza
Lavorare in “due spicci”: il caso dei lavoratori nell’Animazione Italiana oltre la polemica
Da un paio di giorni si è aperta una grande polemica sulle rivelazioni pubbliche fatte da un gruppo di lavoratori dell’Animazione, Un.i.ta, che ha raccontato le problematiche di un settore sfruttato e sottopagato all’interno della lavorazione della serie Netflix “Due Spicci” di Zerocalcare, creando non poco dibattito. I lavoratori hanno denunciato le proprie condizioni di lavoro legate a finte partite iva, reperibilità e paghe basse a fronte di ritmi orari e quantitativi di lavoro sproporzionati. La polemica ha coinvolto due grandi studi di animazione italiani, Movimenti Production e Doghead Animation, e rapidamente il caso è diventato anche politico con un’interrogazione al Ministero del Lavoro e l’esplosione di prese di posizione pubbliche. Come Slang e USB Cinema, solidarizziamo con la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici per il riconoscimento della subordinazione e contro le paghe orarie infime denunciate nel corso di questi giorni. Siamo un sindacato che lotta per l’applicazione del CCNL Cineaudiovisivo nel mondo dell’animazione nel Cinema e nelle serie televisive in tutte le sue declinazioni e per un rinnovo decente del suddetto, scaduto da oltre 25 anni, che non tiene conto delle nuove mansioni e le nuove tecnologie del settore. Allo stesso tempo, nel corso degli ultimi anni abbiamo portato avanti numerose lotte contro le finte partite IVA e per i diritti dei lavoratori precari e con contratti di lavoro atipici (co.co.co, stagionali etc), una piaga che tanto nel settore dell’animazione quanto nel cinema è all’ordine del giorno. L’attacco diretto alla persona di Zerocalcare, che non è responsabile ne della produzione della serie ne degli studi coinvolti, da parte di noti esponenti politici Gasparri e Malan di Forza Italia a pochi giorni dal lancio della serie, fa luce su quanto si stia strumentalizzando una lotta per i diritti sindacali in chiave politica; a muoverla sono infatti gli stessi senatori che votano no all’introduzione del salario minimo. L’attenzione viene ancora una volta spostata dal vero nodo della questione: il modello produttivo adottato dalle grandi piattaforme e multinazionali dell’intrattenimento, come Netflix in questo caso. Le cosiddette Major acquisiscono i diritti delle opere e demandano poi a una fitta rete di società esterne gran parte delle attività necessarie alla loro realizzazione. Anche in questa vicenda il meccanismo è stato lo stesso: la multinazionale ha esternalizzato una parte significativa delle lavorazioni senza garantire un’effettiva vigilanza sul rispetto delle norme contrattuali e delle condizioni di lavoro lungo tutta la filiera produttiva. Un sistema che ha consentito la progressiva compressione dei diritti di centinaia di lavoratrici e lavoratori, gli stessi che con la propria professionalità e il proprio lavoro hanno contribuito in modo determinante alla realizzazione del prodotto finale e al successo commerciale dell’opera. I problemi del mondo dell’animazione non sono di certo un singolo autore, né i singoli studi che sono stati denunciati dai lavoratori ma sono strutturali al mondo dell’animazione italiana, tutti gli studi, tutti i progetti. I punti critici del settore infatti sono moltissimi: il piccolo mercato sul territorio nazionale, il poco numero di fondi e supporto da parte del Ministero della Cultura e del Ministero dell’Istruzione (anche quando collegato con produzioni nazionali od europee), la mancata presenza di una formazione professionale pubblica e accessibile, appalti a studi minori e singoli professionisti, gestione e detenzione dei diritti d’autore delle opere prodotte(che non permette ai lavoratori di aggiornare i portfoli), e molto altro. Il settore soffre, inoltre, la frammentazione contrattuale ed è denotato da una difficoltà oggettiva a organizzarsi; come USB siamo convinti e convinte che nonostante le difficoltà sia l’organizzazione di chi lavora a poter costituire il primo argine per rivendicare salario e diritti e bene hanno fatto i lavoratori a portare al centro dell’attenzione le proprie condizioni di lavoro, ora per cambiarle serve organizzarsi e rilanciare una piattaforma che tenga conto della complessità del settore. Invitiamo i Lavoratori e le Lavoratrici di questo settore ad unirsi a USB per rivendicare le giuste tutele e il giusto salario. Potete contattare direttamente le nostre sedi territoriali o inviare una mail al nostro indirizzo: lavoratoricinema@usb.it Unione Sindacale di Base
June 4, 2026
Pressenza
Ancora sull’«Eternauta»
Quando un fumetto costa la vita e attraversa il tempo. di Fabrizio Melodia. In coda i nostri link. Nevica su Buenos Aires. Una neve che non è neve, ma morte che scende dal cielo, silenziosa e inesorabile. Chi la tocca, muore. Chi esce di casa, muore. Chi si affida alle autorità, muore lo stesso. È il 1957 quando Héctor Germán
È morto Federico Frusciante, comunista e critico cinematografico inferocito
Federico ci rappresentava. È morto Federico Frusciante, critico cinematografico inferocito. Federico aveva ben chiaro che cosa fosse il Cinema e cercava, nel modo più irriverente e schietto possibile, di trasmetterlo al grande pubblico al quale era arrivato tramite format e video sui social (il più importante e recente CRITICONI) che […] L'articolo È morto Federico Frusciante, comunista e critico cinematografico inferocito su Contropiano.
February 19, 2026
Contropiano