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Women’s Leadership Summit, le donne conservatrici MAGA rinuncerebbero al proprio diritto di voto
In occasione di una recente conferenza organizzata da Turning Point USA, a diverse donne conservatrici è stata posta una domanda che sarebbe sembrata inimmaginabile a molti americani solo pochi anni fa: sarebbero disposte a rinunciare al loro diritto di voto? Alcune hanno risposto di sì. Diverse donne hanno dichiarato di essere disposte a rinunciare al diritto di voto pur di creare un Paese più conservatore, durante il  Women’s Leadership Summit – organizzato dalla Turning Point USA (1) – svoltosi di recente a San Antonio, in Texas. Molti osservatori hanno evidenziato la forte contraddizione di sostenere tesi anti-suffragio all’interno di una conferenza esplicitamente dedicata al “leadership” e all’attivismo politico femminile. La discussione si è incentrata su un concetto noto come “voto familiare”, ovvero l’idea che le famiglie, piuttosto che i singoli individui, debbano costituire l’unità politica di base della società, con un marito, un padre o un’altra figura maschile che esprima un singolo voto a nome di tutti. Un tempo confinata in gran parte a una piccola nicchia della destra religiosa, l’idea ha guadagnato visibilità negli ultimi anni tra alcuni nazionalisti cristiani e sostenitori del “patriarcato biblico”, un sistema di credenze che insegna che gli uomini dovrebbero guidare le loro famiglie e che le donne dovrebbero sottomettersi alla loro autorità. In pratica, il voto per nucleo familiare significherebbe che le donne non potrebbero più votare autonomamente, nonostante abbiano il diritto costituzionale di votare sin dalla ratifica del XIX emendamento nel 1920. “Dal mio punto di vista di donna cristiana, io e mio marito siamo una sola carne”, ha dichiarato Alexus DeGraaf all’emittente canadese CBC durante la mega-convention della destra cristiana. “Voto come lui, quindi, onestamente, non avrei problemi a rinunciare al mio diritto di voto, perché so che mi rappresenterebbe bene”. Era una delle poche donne ad aver espresso questa opinione alla CBC, tra cui la stella emergente dell’influencer conservatrice Savannah Stone, che sosteneva l’idea che dovesse esserci un solo voto per famiglia, anziché per persona, nel rispetto della scelta del candidato da parte del marito. “Se mio marito è il capofamiglia, io sono il collo, e lavoriamo in modo molto coeso insieme”, ha detto Brooke Foxworthy alla CBC. “Quindi, immagino che se votasse a nome di tutta la famiglia, non avrei problemi”. Stone, che ha quasi 500.000 follower su Instagram e oltre 300.000 su TikTok , è stata una delle oratrici principali alla conferenza sulle donne Turning Point. Tuttavia, sia The Atlantic che la CBC hanno riportato che, nonostante la presenza di Stone come relatrice principale, tra i partecipanti sembrava esserci un maggiore sostegno al suffragio femminile.  Nella sua intervista del 2025 al podcast “The Pocket with Chris Griffin” – dove la definirono ” la Andrew Tate al femminile ” – Stone affermò: “So per certo che se le donne non potessero votare, l’aborto non sarebbe legale fin dall’inizio”. Al vertice, le idee sulla limitazione del voto femminile sembravano collegate alle idee sulla limitazione del voto in generale: un giornalista di The Nation ha riferito di aver visto adesivi con la scritta “Senza documento d’identità non si vota” in tutta la conferenza. La discussione è emersa anche nel contesto di dibattiti più ampi sui diritti di voto e sulla partecipazione politica delle donne. Alcuni fanno riferimento al SAVE Act, una proposta sostenuta dai Repubblicani che richiederebbe una prova documentale della cittadinanza per potersi registrare alle elezioni federali.  Il vertice sulla leadership femminile è stato presieduto da Erika Kirk, vedova del fondatore ultraconservatore di Turning Point USA, Charlie Kirk, assassinato nel settembre 2025.  Il presidente Donald Trump ha attribuito a Turning Point il merito di aver mobilitato i giovani elettori per la sua campagna e di aver convinto moltissimi giovani ad aderire al movimento della destra cristiana.  Ad aprile 2026, Democracy Docket ha riportato che l’idea che le donne non dovrebbero votare sembra stia guadagnando sempre più terreno nel movimento della destra cristiana, in particolare tra i nazionalisti cristiani. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ricondiviso un video del pastore nazionalista cristiano Doug Wilson, il quale, intervenendo alla CNN, affermava che le donne non dovrebbero votare. La famiglia di Hegseth è membro della chiesa Pilgrim Hill Reformed Fellowship nel Tennessee, che fa parte della rete Communion of Reformed Evangelical Churches di Wilson, la quale promuove il voto a livello familiare e si oppone al voto femminile. Questa premessa presenta evidenti problemi logistici. Che dire delle famiglie senza marito, come quelle guidate da donne divorziate, vedove o nubili? Chi, eventualmente, voterebbe per loro conto? Anche alcuni sostenitori riconoscono queste difficoltà , suggerendo che le donne non sposate potrebbero essere rappresentate da padri, fratelli o zii. Tuttavia, molti fautori immaginano una società in cui le donne siano sposate, e solo con uomini, lasciando le coppie omosessuali al di fuori della struttura familiare su cui si basa la proposta. In ogni caso, i sostenitori del voto a livello familiare spesso presentano il concetto come un ritorno a un ordine sociale più tradizionale. Indicano epoche che vanno dagli anni ’50 alla fine del XIX secolo, o persino il puritanesimo del XVII secolo, come modelli, sostenendo che la società funzionava meglio prima dell’avvento del femminismo, del divorzio senza colpa, dell’aborto legalizzato e di altri cambiamenti che hanno ampliato i diritti e l’indipendenza delle donne. Il voto in ambito familiare è strettamente legato al “patriarcato biblico”, un sistema di credenze che sostiene che gli uomini debbano guidare le proprie famiglie e che le donne debbano sottomettersi a tale autorità. In questo contesto, il marito funge da rappresentante della famiglia sia in ambito domestico che nella vita pubblica. Tia Levings, autrice del bestseller ” A Well-Trained Wife: My Escape From Christian Patriarchy” , che racconta gli anni trascorsi in un matrimonio plasmato da tali credenze, afferma che i sostenitori spesso presentano il voto in famiglia come un modo per promuovere l’armonia. Alle donne viene spesso detto che rinunciare all’autorità politica rafforzerà i loro matrimoni e ridurrà i conflitti. “Il principale argomento di vendita è che l’uomo prende già tutte le decisioni per la famiglia. Perché non dovrebbe rappresentarti anche in politica ed esprimere il tuo voto?”, afferma. Ma Levings sostiene che il voto a livello familiare fa parte di uno sforzo più ampio per concentrare il potere nelle mani degli uomini. “Quando rinunci alla tua voce, rinunci ai tuoi diritti”, aggiunge. Negli ultimi anni, idee un tempo confinate in gran parte alle comunità religiose patriarcali sono entrate sempre più a far parte del dibattito politico principale. Secondo Du Mez, questo cambiamento riflette il tentativo di portare opinioni un tempo marginali nel discorso politico popolare. “Queste idee vengono presentate in modo più sfacciato e senza remore, passando da una sorta di sottocultura silenziosa al mainstream”, ci spiega. Sebbene le sue radici affondino in tempi ben più remoti, il “patriarcato biblico” ha acquisito nuovo slancio negli ambienti evangelici negli anni ’90 e nei primi anni 2000 grazie a Doug Phillips, fondatore di Vision Forum Ministries e uno dei principali sostenitori del “voto a livello familiare”. Il movimento ha accresciuto la sua visibilità negli ultimi anni. Oggi, una delle sue voci più influenti è quella di Doug Wilson, il pastore dell’Idaho che ha contribuito a plasmare la denominazione frequentata da Pete Hegseth e che ha sostenuto che gli Stati Uniti dovrebbero essere governati secondo i principi cristiani. Gli attivisti per i diritti di voto hanno espresso preoccupazione per il fatto che la misura potrebbe creare ulteriori ostacoli per alcune donne sposate i cui certificati di nascita non corrispondono al loro attuale nome legale. Secondo Levings, la discussione sottolinea come tali convinzioni possano diffondersi anche in assenza di modifiche legislative. Sostiene che le pressioni culturali e religiose possono incoraggiare le donne a cedere volontariamente l’autorità ai mariti. “Quando i sostenitori di queste idee non saranno in grado di legiferare per ottenere questi cambiamenti, indurranno le donne all’auto-sottomissione”, afferma.   (1) Turning Point USA (TPUSA) è stata fondata da Charlie Kirk, l’attivista di destra assassinato a settembre 2025 durante un dibattito universitario all’aperto nello Utah. L’organizzazione è ora guidata dalla vedova, Erika Kirk, che critica il femminismo, un tema ampiamente condiviso da molti dei relatori di questo summit, con il fine di sostenere il Movimento MAGA e diffondere il nazionalismo, il “patriarcato biblico” e i ruoli di genere tradizionali. L’organizzazione ha attratto una nuova generazione di giovani elettori nel movimento conservatore, attraverso eventi, programmi di sensibilizzazione nei campus universitari e giovanissimi influencer come Savanna Stone. Trump ha attribuito a TPUSA il merito di averlo aiutato a essere rieletto.     Ulteriori informazioni: > At Turning Point USA conference, women offer away their right to vote https://www.youtube.com/shorts/E2NbtSHnamg https://www.theatlantic.com/politics/2026/06/turning-point-usa-erika-kirk/687486/ https://www.cbc.ca/news/world/turning-point-usa-womens-conference-savanna-stone-9.7231088 > Why Some Women Want To Give Up Their Right To Vote   Lorenzo Poli
August 7, 2026
Pressenza
Tra Corano e realtà: il doppio peso della poligamia
Pochi temi, nella storia musulmana e nella nostra epoca attuale, sono stati probabilmente fraintesi quanto la poligamia, cioè il matrimonio plurimo, nell’islam. Due versetti inequivocabili della rivelazione di Allah affrontano la questione. In uno di essi, Allah afferma che un uomo musulmano non può trattare con giustizia più donne. Nel versetto 129 della sura an-Nisa (Le donne) infatti si legge: > “Non riuscirete mai a essere pienamente equi tra le vostre mogli, per quanto > vi sforziate.” Secondo l’attivista iraniana per i diritti umani Jila Movahed Shariat Panahi, questo versetto rappresenta l’ultimo passo verso l’abolizione della poligamia. Essa dovrebbe sopravvivere soltanto come eccezione assoluta e non come consuetudine culturale impiegata per rafforzare quello che definirei un patriarcato misogino. Nel suo libro Echi di giustizia: svelare l’uguaglianza giuridica tra donne e uomini nel Sacro Corano, pubblicato in inglese e tedesco, Shariat Panahi ricostruisce il passaggio dalla concessione limitata della poligamia nel Corano alla sua completa abolizione sulla base di Corano 4:129. Nel versetto 3 della sura an-Nisa, Allah lascia all’uomo, creato libero, la facoltà di decidere da sé se si ritiene giusto e se possiede quindi la cosiddetta capacità di praticare la poligamia, fondata sull’ideale islamico elevato della giustizia. L’Altissimo, però, sa anche che l’uomo musulmano non è in grado di raggiungere tale giustizia, come conferma il versetto 129 della stessa sura coranica. > “Se temete di non essere giusti con le orfane, sposate, tra le donne che vi > piacciono, due, tre o quattro. Ma se temete di non essere giusti, allora > sposatene solo una sola, oppure sposate le schiave (quelle che le vostre mani > destre possiedono). In questo modo potete impedire di commettere ingiustizia.” Il versetto 129 contiene un’affermazione di Allah sulla capacità etica dell’uomo, mentre il versetto 3 della stessa sura deve essere analizzato alla luce delle circostanze della rivelazione (asbab al-nuzul), per individuarvi i seguenti elementi storico-sociali: Secondo una tradizione del Profeta citata, tra l’altro, da Ibn Kathir nel suo commento al Corano, il versetto fu rivelato in relazione ai tutori delle belle orfane. Questi tutori sposavano le ragazze per un duplice motivo, la loro bellezza e il loro patrimonio, senza versare la dote prescritta (in arabo: mahr). In questo contesto, Allah raccomanda a questi uomini di non sposare le orfane per simili motivi e riduce a quattro il numero di mogli consentito nella jahiliyya preislamica (età dell’ignoranza). Può sembrare paradossale, ma il Corano non eleva a quattro il numero delle potenziali mogli. Riduce invece a quattro il numero illimitato di moglie consentito in epoca preislamica. Lo stesso versetto indica che limitarsi a una sola moglie, e quindi scegliere la monogamia, è preferibile se un uomo dubita della propria capacità di essere giusto, una capacità che Allah esclude nel versetto 129. Prima dell’islam non esisteva alcun limite massimo al numero di donne che un uomo poteva sposare. Il versetto coranico 4:3 limita quindi a quattro mogli la poligamia sfrenata dell’epoca preislamica. Secondo l’attivista iraniana per i diritti delle donne Shariat Panahi, l’obbligo di assoluta uguaglianza e giustizia imposto all’uomo musulmano lo conduce a rinunciare alla poligamia. Allah raccomanda la monogamia senza limitare la libertà dell’uomo che, per convinzione personale, può comunque optare per la poligamia. Quando l’uomo riconosce che la propria giustizia è imperfetta e attribuisce la giustizia perfetta soltanto ad Allah, rinuncia alla poligamia. Nelle parole di Shariat Panahi: > “In quest’ultimo passaggio, la capacità del marito di instaurare la giustizia > viene attribuita ad Allah, il Sapientissimo, e a Lui soltanto. È essenziale > comprendere che, dal punto di vista del Creatore, nessun essere umano, per > quanto intenso sia il suo desiderio di affermare la giustizia, possiederà mai > tale capacità. Questa dichiarazione diretta di Allah dovrebbe condurre ogni > musulmano credente a concludere che “la monogamia è una delle condizioni > necessarie ed indispensabili per fondare una famiglia armoniosa basata sui > dettami del Corano”. Dal punto di vista storico-sociale e sociologico, va inoltre ricordato che nei primi decenni dell’islam la poligamia (poliginia) mirava soprattutto a garantire sostegno sociale e protezione alle donne i cui mariti avevano perso la vita nelle battaglie di Badr e Uhud. In una società tribale araba del VII secolo, priva di un moderno sistema di protezione sociale, il matrimonio con le vedove contribuiva a tutelarne la sicurezza economica, lo stato sociale e l’incolumità fisica. Basti pensare a Hafsa bint Umar e Zaynab bint Khuzayma, due vedove sposate dal Profeta. Ma quali effetti hanno queste riflessioni esegetiche sulla vita e sui sogni delle donne musulmane di oggi? Per esaminare la questione, possiamo citare le parole della femminista e attivista per i diritti delle donne maliana, Awa Dembélé, dell’iniziativa “Caravane”. In un breve video, Awa descrive come le donne nel matrimonio vengano considerate e sfruttate come “oggetti” e forza lavoro. Parla delle donne al plurale, invece che della “donna” in senso astratto e critica anche la poligamia, spesso trasformata in Mali in un “sistema di sfruttamento”. In questo contesto, Awa afferma: > “Gli uomini non sposano le donne per amore, ma per procurarsi manodopera.” Parla della realtà delle donne maliane che si danno da fare nei mercati per mantenere le loro famiglie, mentre i mariti dormono a casa, bevono il tè e guardano la televisione. Affronta poi il legame tra poligamia e matrimonio forzato. Le donne vengono maltrattate perché un matrimonio forzato le consegna al potere dell’uomo. Diventano manodopera non retribuita. L’attivista maliana rivolge poi una domanda provocatoria sul numero di cuori che dovrebbe avere un uomo che pensa di poter avere più mogli. A tredici anni, Awa si oppose a un matrimonio forzato perché voleva decidere da sé della propria vita. Descrive una tradizione e una mentalità contro la quale le donne musulmane di oggi devono lottare. Video. Testo nell’immagine: «Qui gli uomini hanno il diritto di avere più mogli, ma quanti cuori ha un uomo?» Nelle società in cui questa forma di poligamia prevale insieme al matrimonio forzato, essa aggrava l’ingiustizia di genere preesistente e la dipendenza economica delle donne musulmane. Le donne diventano domestiche non retribuite e schiave agricole. Il numero dei figli che mettono al mondo le rende ancora più vulnerabili sul piano economico e sociale. Lo spazio decisionale delle donne e le loro possibilità di crescere i figli si riducono drasticamente quando più donne dipendono da un solo marito. Questa situazione crea conflitti tra le mogli e provoca una pressione psicologica estrema. La poligamia, però, può restare un’opzione in casi rari. La prima moglie può acconsentire perché non può avere figli, oppure perché è malata e desidera che l’altra moglie si occupi dei suoi figli dopo la sua morte. La mia conclusione dunque è questa: A mio avviso, il femminismo musulmano deve sensibilizzare e informare la società. Con parole semplici come quelle di Awa Dembélé, deve mostrare che delle condizioni ingiuste non possono in alcun modo giustificare lo sfruttamento economico in un quadro poliginico contrario al Corano e alla religione islamica. Di Milena Rampoldi, ProMosaik -------------------------------------------------------------------------------- Nota di audit della traduzione. I versetti coranici 4:3 e 4:129 sono stati tradotti direttamente dall’arabo. La citazione di Jila Movahed Shariat Panahi è stata tradotta dal testo tedesco fornito. Poiché non è stata reperita la trascrizione in lingua originale delle parole di Awa Dembélé, anche questa citazione è stata tradotta dall’articolo tedesco. ProMosaik
July 31, 2026
Pressenza
Non è il battito cardiaco. È il machismo
Ci sono decisioni che nessuna donna vorrebbe affrontare. Scoprire che il feto non è vitale, sapere che la gravidanza mette a rischio la propria vita o rimanere incinta a seguito di uno stupro sono esperienze che nessuna società dovrebbe banalizzare. Proprio per questo, il Cile ha approvato una legge che consente l’interruzione di gravidanza in questi tre casi eccezionali. Non è stata una decisione facile. Per anni il Perù ha discusso sulla base di convinzioni religiose, filosofiche, giuridiche e mediche profondamente diverse. Alla fine, la democrazia ha fatto ciò che è giusto fare quando esistono visioni contrastanti: ha deliberato, ha cercato un equilibrio e ha approvato una legge che riconosce che, in circostanze straordinarie, la decisione finale spetta alla donna. Ecco perché il progetto di legge del deputato Cristián Urruticoechea, che mira a obbligare le donne ad ascoltare i battiti cardiaci del feto prima di esercitare tale diritto, non è un semplice cambiamento procedurale. È un tentativo di alterare, attraverso un carico emotivo deliberato, l’equilibrio che la democrazia ha già raggiunto. Ascoltare quei battiti non fornisce nuove informazioni mediche. Non migliora il consenso informato. Il suo obiettivo è un altro: cercare di influenzare emotivamente una decisione che la legge stessa riconosce come legittima. Ed è qui che emerge il vero problema. Non sono i battiti. È il machismo. È la persistenza di una cultura che continua a credere che le donne abbiano bisogno di tutela per prendere decisioni sul proprio corpo. Che presuppone che una donna adulta, pienamente informata, affiancata da professionisti sanitari e protetta dalla legge, non sia sufficientemente capace di decidere senza che lo Stato intervenga per indurla emotivamente verso un determinato comportamento. È sorprendente che queste iniziative provengano, ancora una volta, da coloro che raramente promuovono con la stessa forza progetti volti a ridurre il divario salariale, facilitare la conciliazione tra maternità e lavoro, riconoscere il peso sproporzionato delle faccende domestiche o combattere la violenza contro le donne. Sembrerebbe che il corpo femminile continui a essere un territorio sul quale alcuni credono di avere l’autorità morale per legiferare, anche nelle circostanze più dolorose. È facile parlare di eroismo quando la gravidanza non avverrà mai nel proprio corpo. È facile esigere sacrifici quando le conseguenze fisiche, psicologiche e sociali saranno sempre a carico di un’altra persona. La democrazia esiste proprio per risolvere questi conflitti. Non per eliminare le differenze, ma per consentire a persone con convinzioni diverse di convivere secondo regole comuni. È ciò che ha fatto la legge sulle tre cause. Nessuno è stato costretto a rinunciare alle proprie convinzioni. Chi ritiene che l’aborto non sia mai moralmente accettabile mantiene intatto il proprio diritto di agire secondo coscienza. Ma non può nemmeno utilizzare il potere dello Stato per imporre tale convinzione a chi, nelle circostanze eccezionali previste dalla legge, prende una decisione diversa. Il dovere dello Stato è informare, accompagnare e proteggere. Non manipolare emotivamente. Non sostituirsi alla coscienza delle persone. Non trattare le donne come se fossero incapaci di comprendere la gravità della decisione che devono affrontare. Perché il problema non sono mai stati i battiti cardiaci. Il vero problema è che ci sono ancora molti uomini che credono che le donne abbiano bisogno di permesso, tutela o correzione per esercitare un diritto che la democrazia stessa ha già loro riconosciuto. Marcelo Trivelli
July 25, 2026
Pressenza
Le donne sostengono l’altra metà del cielo. A Napoli una riflessione su diritti, giustizia e nonviolenza
L’INCONTRO PROMOSSO DALL’INNER WHEEL CLUB NAPOLI LUISA BRUNI CON LA MAGISTRATA GEMMA TUCCILLO HA RIPERCORSO IL CAMMINO DELLE DONNE NELLA SOCIETÀ ITALIANA, AFFRONTANDO TEMI COME PARITÀ, VIOLENZA DI GENERE, GIUSTIZIA RIPARATIVA E DIRITTI. Una sala gremita, molte donne di generazioni diverse e una riflessione che attraversa quasi un secolo di storia italiana. È questo il clima che ha accompagnato l’incontro “Forza non violenza – Le donne sostengono l’altra metà del cielo”, promosso dall’Inner Wheel Club Napoli Luisa Bruni e ospitato nella Sala Conferenze dell’ACEN. L’iniziativa, ispirata a un celebre proverbio cinese, ha avuto come protagonista la dottoressa Gemma Tuccillo, magistrato di Cassazione e figura di primo piano della giustizia italiana, da sempre impegnata sui temi della tutela dei minori, dei diritti e della protezione delle persone più fragili. Ad aprire l’incontro è stata la presidente del Club, Gabriella Manieri Giglio. L’Inner Wheel è una delle più grandi organizzazioni femminili di servizio al mondo e opera attraverso progetti sociali, culturali e umanitari. Il Club Napoli Luisa Bruni affianca da decenni all’attività culturale un costante impegno rivolto ai bambini, ai giovani e alle realtà socialmente più fragili della città. Nel corso degli anni ha promosso attività di doposcuola, corsi di ricamo e legatoria, incontri nelle scuole dedicati all’educazione al rispetto e alla prevenzione della violenza, visite guidate, iniziative culturali e spettacoli finalizzati anche alla raccolta di fondi per persone in difficoltà. Un impegno ampio, che unisce educazione, cultura, solidarietà e attenzione alla crescita civile del territorio. La conferenza si è trasformata ben presto in un racconto che ha intrecciato esperienza professionale, memoria personale e riflessione civile. Nel corso dell’incontro, Tuccillo ha richiamato più volte il legame tra mente e cuore, professionalità e umanità: una sintesi che, fin da ragazza, ha orientato il suo modo di intendere la professione. Non soltanto applicazione della legge, ma attenzione alle persone, alle loro storie e alle conseguenze umane che ogni vicenda giudiziaria porta con sé. Con il tono diretto e spesso ironico che la contraddistingue, la magistrata ha ripercorso i propri inizi come magistrato di sorveglianza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in un periodo in cui la presenza femminile nella magistratura era ancora una novità. Le donne, infatti, poterono accedere alla carriera magistratuale soltanto nel 1963, dopo una lunga battaglia per il riconoscimento della piena parità professionale. Tra gli episodi ricordati durante la serata, uno ha suscitato particolare interesse nel pubblico: durante una protesta dei detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, affrontata con intelligenza e ironia, una battuta riuscì a sciogliere una situazione di forte tensione, dimostrando come autorevolezza e capacità di dialogo possano talvolta ottenere risultati più efficaci della contrapposizione. Partendo dalla propria esperienza, la magistrata ha allargato lo sguardo al percorso compiuto dalle donne nella società italiana. Dal diritto di voto conquistato nel 1945 alla partecipazione femminile all’Assemblea Costituente, fino all’ingresso nelle professioni che per lungo tempo erano rimaste esclusivamente maschili. Nel corso dell’intervento sono state ricordate figure come Teresa Mattei e le tante donne che contribuirono alla costruzione della Repubblica, così come le conquiste più recenti nel mondo dello sport, dal riconoscimento del calcio femminile professionistico alla crescente visibilità delle atlete italiane nelle competizioni internazionali. Il titolo dell’incontro è stato anche lo spunto per una riflessione sul rapporto tra uomini e donne. Tuccillo ha sottolineato come il progresso non passi attraverso una contrapposizione tra i sessi, ma attraverso il riconoscimento reciproco e la valorizzazione delle differenze. Nel corso dell’incontro si è parlato anche delle cosiddette “quote rosa”. La magistrata ha invitato a non fermarsi alle definizioni, osservando come il vero obiettivo non sia il nome attribuito a questi strumenti ma i risultati che essi consentono di raggiungere. Non importa che siano rosa, gialle o di qualsiasi altro colore: ciò che conta è favorire una partecipazione più equilibrata e superare ostacoli che per troppo tempo hanno limitato l’accesso delle donne ad alcuni ambiti della vita pubblica e professionale. Tra gli esempi citati, la crescente presenza femminile in settori tradizionalmente maschili e le misure introdotte per garantire una maggiore rappresentanza delle donne anche nelle competizioni sportive internazionali. Ampio spazio è stato dedicato anche a temi particolarmente attuali: la violenza di genere, il femminicidio e il Codice Rosso, con un richiamo alla necessità di intervenire tempestivamente nei casi di rischio e di favorire l’emersione delle situazioni di pericolo prima che sia troppo tardi. Particolarmente significativi sono stati i riferimenti al sostegno garantito ai familiari delle vittime di mafia e camorra e ai figli delle donne uccise per femminicidio, che non vengono lasciati soli ma accompagnati attraverso specifici percorsi di tutela e assistenza. Nel corso della serata è stata ricordata anche l’esperienza di Giannino Durante, padre di Annalisa Durante, la giovane vittima innocente della camorra. Attraverso incontri nelle carceri e attività di testimonianza, il dolore personale è stato trasformato in un’occasione di dialogo e riflessione, dando vita anche a significativi scambi epistolari con detenuti di diversi istituti penitenziari. Tra gli argomenti affrontati anche la giustizia riparativa, intesa come percorso capace di mettere al centro non soltanto la sanzione, ma anche il riconoscimento del danno subito dalle vittime e la responsabilizzazione di chi lo ha provocato. Non è mancato un accenno ai percorsi di transizione di genere, descritti come momenti particolarmente delicati nella vita delle persone che li affrontano. La riflessione si è concentrata sulla necessità di guardare a queste situazioni con rispetto, attenzione e senso di responsabilità, individuando soluzioni capaci di tutelare la dignità e i diritti delle persone coinvolte. Più che una conferenza, quella promossa dall’Inner Wheel Club Napoli Luisa Bruni è stata una conversazione aperta sulla società italiana e sui cambiamenti che l’hanno attraversata negli ultimi decenni. Un’occasione per ricordare le conquiste raggiunte, ma anche per riflettere sulle sfide ancora aperte, dalla violenza di genere alla tutela delle persone più fragili, passando per il riconoscimento dei diritti e della dignità di ciascuno. Tra ricordi personali, esperienza professionale e riflessioni sul presente, Gemma Tuccillo ha lasciato al pubblico un messaggio semplice ma profondo: il diritto, da solo, non basta. Per costruire una società più giusta servono competenza e responsabilità, ma anche ascolto, rispetto e umanità. In altre parole, quelle stesse qualità che lei stessa ha indicato come guida del proprio percorso: mente e cuore. Lucia Montanaro
June 3, 2026
Pressenza
Afghanistan, il silenzio delle bambine diventa consenso
della redazione di Diogene (*) Foto USAID Afghanistan, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons Il nuovo decreto talebano sul divorzio non legalizza soltanto un abuso. Fa qualcosa di più spietato: prende il silenzio di una ragazza/bambina e lo trasforma in consenso. Ma quel silenzio non è libero. È il risultato di un sistema che ha chiuso le scuole alle adolescenti,
Consenso o volontà contraria? Il DDL Bongiorno nel dibattito sulla violenza sessuale
A che punto è la discussione sul DDL Bongiorno (il cosiddetto Decreto “Stupri”) Torniamo a parlare di un argomento che è stato di grande attualità negli ultimi mesi ma che sembra sparito dalla ribalta politica; e ci sarebbe da aggiungere inspiegabilmente, data la sua rilevanza per l’ordine sociale del nostro Paese. Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 abbiamo assistito a un braccio di ferro, in seno alle Camere, sulla riforma del codice penale in materia di violenza sessuale. Tutto è partito con la proposta delle deputate Boldrini, Di Biase, Ferrari, Forattini, Ghio e Serracchiani, approvata all’unanimità dalla Camera il 25 novembre 2025, che chiedeva la sostituzione dell’art. 609-bis con il seguente testo: «Art. 609-bis – (Violenza sessuale) – Chiunque compie o fa compiere o subire atti sessuali ad un’altra persona senza il consenso libero e attuale di quest’ultima è punito con la reclusione da sei a dodici anni. Alla stessa pena soggiace chi costringe taluno a compiere o a subire atti sessuali con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità ovvero induce taluno a compiere o a subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica o di particolare vulnerabilità della persona offesa al momento del fatto o traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona. Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi». L’elemento sostanziale di novità era l’introduzione della nozione di consenso, a cui veniva attribuito un ruolo essenziale come manifestazione della libertà di compiere l’atto sessuale e la conseguente configurazione del reato di violenza contro la persona in sua assenza. Questa modifica recepiva, anche piuttosto tardivamente, le indicazioni vincolanti della Convenzione di Istanbul, il trattato internazionale contro la violenza sulle donne e la violenza domestica del 2011, ratificato dall’Italia nel 2013, ma mai divenuto pienamente attuativo. Nel passaggio al Senato, però, l’iter ha subito un arresto. Il 22 gennaio la senatrice Giulia Bongiorno ha infatti presentato una proposta di riformulazione del testo, nel corpo di un disegno unificato, che alla nozione di consenso sostituiva quella della “volontà contraria”. Il corpo dell’articolo veniva così riscritto: «Art. 609-bis – Violenza sessuale – Chiunque, contro la volontà di una persona, compie nei confronti della stessa atti sessuali ovvero la induce a compiere o subire i medesimi atti è punito con la reclusione da quattro a dieci anni. La volontà contraria all’atto sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso. L’atto sessuale è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando dell’impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso». Tale modifica ha acceso immediatamente un dibattito non solo in Parlamento, ma soprattutto una forte agitazione sociale contro l’emendamento, animata dai movimenti femministi ma anche da tante forze politiche dell’opposizione. Il punto della questione non era tanto l’aspetto terminologico o tecnico-giuridico della riformulazione. Come evidenziato in vari comunicati della rete dei centri antiviolenza, mentre la proposta approvata dalla Camera recepiva le raccomandazioni delle convenzioni internazionali che considerano la violenza sessuale e, in generale, la violenza contro le donne quali violazioni dei diritti umani, la riforma Bongiorno andava a contrastare la cosiddetta cultura del sì, con la motivazione che la fattispecie del consenso avrebbe determinato forme di speculazione e aumentato, quindi, la proliferazione di falsi casi di violenza, o comunque di situazioni in cui la violazione non si era effettivamente verificata. Attualmente, il DDL Bongiorno è ancora fermo in Parlamento, ma molte voci tra quelle che sono state protagoniste delle contestazioni, riunitesi sotto lo slogan “se non è consenso è stupro”, prendono sempre più chiaramente le distanze dal testo (Roma, 1 aprile – “Il ddl Bongiorno, al centro delle contestazioni di questi mesi, non è più il riferimento del confronto parlamentare. È un primo risultato importante, che arriva anche grazie alla mobilitazione delle donne, dei centri antiviolenza, delle reti femministe e di tutte le realtà che in questi mesi hanno alzato la voce contro un arretramento culturale e giuridico inaccettabile. Ora si riparta dal testo della Camera”. Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil. Fonte: Ansa). L’argomento è però di scottante attualità. Nella visione di chi scrive, la proposta della senatrice Bongiorno ha agito come distrazione dal vero punto della questione e messo una foglia di fico su un problema culturale: il rifiuto del legame fra violenza sessuale e violazione dei diritti umani. In pratica, ha allontanato dal vero dilemma: cosa è il consenso? Abbiamo già detto che, sul piano internazionale, il riferimento è chiaro ed è contenuto nella Convenzione di Istanbul: qualsiasi atto sessuale senza il consenso libero e attuale della persona coinvolta costituisce reato. Il consenso deve essere esplicito, volontario e dato liberamente, non presunto da comportamenti passivi. Questo principio mira a superare la necessità di dimostrare la violenza o la minaccia. Come si sa, vi è una stretta interdipendenza tra diritto e società: la società crea il diritto per regolare il vivere civile e il diritto riflette (o dovrebbe riflettere) i valori fondanti della società. Facciamo un passo indietro. Per capire meglio il quadro, va ricordato che, in Italia, la violenza sessuale è diventata un delitto contro la persona solo nel 1996, attraverso la disciplina dell’art. 609-bis del Codice Penale, che ha sostituito i vecchi reati di violenza carnale e atti di libidine (in Francia, lo stupro è stato così definito e normato già nel 1980, solo per prendere a esempio l’iter di un altro Paese europeo). La nostra cultura, è evidente, fa fatica ad avanzare su questo tema, per tante ragioni che non serve qui analizzare. Ma restiamo sul punto: troppa gente è ancora posizionata su una falsità, e cioè che la violenza sessuale abbia a che fare con il sesso. È una faccenda, invece, che ha a che fare con il corpo. Potrebbe sembrare una questione terminologica ma è fondamentale determinare cosa sia il corpo: non solo fisicità, ma una forma esistente che proviene da una storia, la nostra, che ci contiene, ci connota, ci situa, qualcosa di molto più complesso. Nella relazione con l’altro, è fondamentale chiarire i contorni del corpo. Solo chi conosce il valore del proprio corpo e lo rispetta può capire il valore del corpo altrui e rispettarlo. È un’equazione: se così non è e tra le parti in gioco vi è asimmetria, mancanza di sincronia, non reciprocità, ecco la disfunzionalità. E accade quindi che, per una persona, un tocco sfiorato su una specifica parte del corpo sia troppo, per l’altra troppo poco. Il vero punto di equilibrio sta, quindi, nel rapporto tra la percezione di quel contatto da parte di chi lo riceve e da parte di chi lo agisce. Sta nell’equilibrio tra le rispettive storie e in quello che esse attivano nella persona. In questo senso, il sesso è solo una parte di questa storia. Per questo, dice bene la Convenzione di Istanbul: la codifica di questo equilibrio è il termine “consenso”, che deve essere accompagnato dagli aggettivi “attivo” e “manifesto”, al fine di consentire a chi giudica un reato di violenza sessuale di avere un chiaro riferimento dell’esistenza della violazione. La nozione di “volontà contraria” sposta il confine troppo avanti, nel tempo e nello spazio, e presuppone persone capaci di fermarsi davanti al dubbio, riconoscendo l’altro. Ma le persone non sono tutte così: può accadere che, prima che si manifesti quella “volontà contraria”, sia già stato commesso un errore e determinato un danno irreparabile. In conclusione, il DDL Bongiorno è stato un tentativo, che sembra al momento sventato, di far arretrare il nostro Paese sul piano della tutela dei diritti umani, dando spazio a una sottocultura connessa con la struttura patriarcale che, invece, andrebbe decisamente combattuta. Si auspica che la discussione in Parlamento trovi presto una sua definizione, ripartendo dal testo della Camera, con l’adeguamento della nostra legislazione alle raccomandazioni delle convenzioni internazionali. Fonti Giurisprudenza Penale – Testo approvato dalla Camera Convenzione di Istanbul – ricerca DDL 1715 PDF Nuova proposta – volontà contraria Senato – fascicolo DDL Emma Centri Antiviolenza Nives Monda
April 22, 2026
Pressenza
Un uragano in abiti vittoriani
di Bruno Lai 22 aprile 1858: nasce Ethel Smyth. Ethel Smyth (1858-1944) è come un uragano in abiti vittoriani. È una donna assolutamente dirompente, capace di farsi largo a gomitate in mondi esclusivamente maschili con una grinta decisamente notevole. È una donna che, se trova una porta chiusa, non bussa: la abbatte. Ethel Smyth è orgogliosamente inglese, nata a Sidcup,
Eva, che (ri)nacque un anno fa
Non è un pesce d’aprile ma una piccola, grande storia di libertà. di Gb e Lp (*)   Wqyzbj, per ora chiamiamola così. Poi diventerà Eva. Il 1 aprile 2025 è in volo verso l’Italia da un Paese asiatico dove i matrimoni forzati sono la normalità e i diritti delle donne contano zero. Ha una ventina d’anni, da tempo studia
8 marzo 2026: a Napoli l’arte al servizio della memoria
Arte urbana e memoria femminile nel cuore di Napoli 8 marzo 2026. Una data che ogni anno porta con sé nuove storie, rivendicazioni, lotte sociali, diritti conquistati passo dopo passo. Cresce la consapevolezza, ma restano ferite aperte. L’8 marzo affonda le radici nelle proteste operaie, nelle battaglie per il voto, nelle richieste di condizioni di lavoro dignitose. Nelle donne che hanno pagato con l’esclusione, con il carcere, con la marginalizzazione il prezzo della parola. Con il tempo questa giornata è stata addolcita, semplificata, quasi neutralizzata. Mimose, auguri, ritualità ripetute. Eppure il suo significato più profondo resta intatto: ricordare che i diritti sono conquiste e che ogni conquista richiede memoria, vigilanza, responsabilità. Oggi, mentre nel mondo si combattono guerre che colpiscono in modo sproporzionato donne e bambini, mentre in molti Paesi i diritti femminili arretrano e la violenza di genere continua a essere una realtà quotidiana, l’8 marzo chiede di tornare alla sua sostanza. Chiede memoria attiva. Come spesso mi accade, ho cercato un filo rosso per onorare questa giornata. Ho pensato alle donne che in questi anni riempiono le nostre cronache di dolore. Alle donne e alle bambine in guerra, alle loro lotte quotidiane, silenziose, ostinate. Passeggiavo e, ancora una volta, l’arte mi è arrivata addosso senza che la cercassi. L’arte ha sempre avuto questa forza: affermare ciò che la società fatica ad accettare. Può appartenere al passato, parlare al presente, interrogare il futuro. Le donne sono state rappresentate fin dall’antichità come simboli, allegorie, muse. Eppure hanno creato, scritto, dipinto, studiato, trasformato il linguaggio del loro tempo. Non solo oggetti di rappresentazione, ma soggetti di senso. L’arte non impone, interroga. Non urla, resta. Ho scelto loro. Combattenti diverse, esempi di vita, icone che il tempo non ha cancellato. Tutte insieme, senza podi. Tutte, in modi differenti, hanno spostato il nostro mondo un passo più avanti. Con loro resto in questo breve viaggio, senza dimenticare le altre. L’ho trovato in un vicolo dedicato alle donne, nel cuore di Napoli. A pochi passi dal rumore del centro storico, tra le voci e il brulicare continuo, Vicoletto Donnaregina è uno spazio stretto, poco illuminato, quasi silenzioso. Proprio in quel silenzio il ritmo cambia. Ed è lì che l’arte entra in gioco. Non per decorare, ma per compiere il suo gesto più autentico: fermare il tempo e aprire uno spazio di coscienza. I volti che emergono dalle pareti fanno parte dell’intervento dell’artista Trisha Palma, che in questo vicolo ha scelto di dare forma a una memoria femminile visibile, concreta, quotidiana: un gesto che restituisce voce a chi la storia ha spesso silenziato. Sulle pareti compaiono volti di donne che hanno lasciato tracce profonde nel nostro tempo. Accanto ai ritratti, frasi che non sono slogan, ma sintesi di esistenze complesse. “Innamorati di te, della vita e poi di chi vuoi.” La vita di Frida Kahlo è stata segnata dal dolore fisico, da malattia e incidenti che l’hanno costretta a convivere con una fragilità permanente. Il suo corpo, ferito, è diventato linguaggio. In un’epoca in cui alle donne era chiesto di essere discrete e silenziose, Frida ha mostrato cicatrici, sangue, desiderio, rabbia. Ha trasformato la sofferenza in arte e l’identità in atto politico. La sua frase oggi parla a chi lotta per il diritto di essere sé stessa in un mondo che ancora giudica e limita. “Non staremo zitte mai più” Michela Murgia ha scelto la parola come forma di responsabilità civile. Ha denunciato le strutture culturali che rendono invisibili le donne, ha affrontato il potere del linguaggio, ha rifiutato la neutralità. Anche durante la malattia ha continuato a intervenire nel dibattito pubblico, trasformando la fragilità in testimonianza. Quel “non staremo” è un plurale che chiama in causa tutte. In un tempo in cui il silenzio diventa complicità, la parola resta un atto di coraggio. “Le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di mostrare nulla, se non la loro intelligenza.” Rita Levi-Montalcini studiò e fece ricerca quando le leggi razziali la esclusero dall’università. Allestì un laboratorio nella sua camera da letto e continuò a lavorare senza riconoscimento fino a quando il suo talento non fu evidente. Donna, ebrea, scienziata in un contesto ostile, dimostrò che l’intelligenza può sopravvivere anche quando il sistema cerca di soffocarla. In un presente in cui la conoscenza viene talvolta svalutata, la sua storia è un richiamo alla competenza come forma di libertà. “Nelle mie mani è la mia prima risurrezione.” Matilde Serao non si limitò a scrivere: fondò e diresse uno dei quotidiani più importanti del suo tempo, in anni in cui la direzione di un giornale era impensabile per una donna. Raccontò Napoli senza compiacenza, descrisse la povertà e le ingiustizie sociali, diede voce a chi non l’aveva. Impugnare la penna fu il suo gesto di autonomia. In un’epoca in cui l’informazione è terreno di conflitto, la sua figura ricorda che raccontare è un atto di responsabilità storica. “Vi mostrerò di cosa è capace una donna.” Artemisia Gentileschi subì violenza e affrontò un processo pubblico umiliante, durante il quale dovette difendere la propria verità sotto tortura. Non si ritirò. Continuò a dipingere, rappresentando donne forti, determinate, capaci di reagire. In un Seicento che non riconosceva autorità artistica alle donne, costruì una carriera internazionale. La sua frase non è una supplica, ma una promessa: il talento non chiede concessioni, chiede spazio. Raccontare queste storie significa ricordare che dietro ogni frase c’è fatica, esclusione, lotta. Le donne dipinte sui muri appartengono al passato, ma le donne che oggi combattono appartengono al presente. È a queste donne che va il nostro omaggio. A Frida, a Michela, a Rita, a Matilde, ad Artemisia. Alle loro vite attraversate da ostacoli reali, alle loro parole che hanno aperto strade. Ma questo omaggio si estende a ogni donna. A tutte quelle che ogni giorno combattono per restare al proprio posto, per non essere messe ai margini, per essere ascoltate. Alle donne che vivono nei territori di guerra e proteggono i propri figli sotto le bombe, a quelle che devono difendere la propria casa, procurarsi il cibo, garantire dignità alla propria famiglia anche quando tutto intorno crolla. A chi lavora in silenzio, a chi studia controcorrente, a chi resiste senza essere raccontata. Usare il dono della vita come strumento. Non sprecare il proprio tempo. Non essere oggetto ma consapevolezza. Non arrendersi. Non restare in disparte. Non farsi sminuire. Non abbassare lo sguardo. Non sentirsi inadeguate. Forse è questo il modo più autentico per onorare un giorno. Noi che possiamo. Noi che viviamo il tempo delle possibilità e dei diritti. Noi che, rispetto alle donne del passato, abbiamo il potere dell’indipendenza, abbiamo il dovere e la responsabilità di usarlo. Anch’io ci provo, ogni giorno. Praticando la memoria, scrivendo, fotografando. Le fotografie sono di Lucia Montanaro Murales di Vicoletto Donnaregina a Napoli Lucia Montanaro
March 8, 2026
Pressenza
Francia. Uno squadrista fascista muore “in azione” e diventa “vittima”
È deceduto sabato, a Lione, il militante di estrema destra Quentin Deranque. Sui media principali è stato subito lanciato l’allarme per lo “squadrismo di sinistra”: Deranque sarebbe stato ucciso in un pestaggio organizzato da militanti antifascisti, a margine di un evento con Rima Hassan, europarlamentare de La France Insoumise, presso […] L'articolo Francia. Uno squadrista fascista muore “in azione” e diventa “vittima” su Contropiano.
February 18, 2026
Contropiano