L’isola di Epstein, ovvero il tecno-capitalismo predatore (I)L’isola di Epstein, ovvero il tecno-capitalismo predatore (I)
Perché tecnocrati, eugenisti, faccendieri e servizi segreti si servono di un
predatore sessuale come Epstein? Perché le nuove recinzioni (di risorse naturali
e di facoltà umane) hanno sempre un corrispettivo nella violenza sul corpo delle
donne e dei bambini? Cosa aggiunge, alle nefandezze coloniali (e sessiste)
accumulatesi nella storia, la smisurata potenza tecnologica di cui godono oggi i
dominatori?
Il motivo per cui gran parte dei “movimenti” si tiene accuratamente lontana dal
castello degli orrori legato al “caso Epstein” non è misterioso. La materia non
appare solo mostruosa in sé, ma anche ricettacolo di spiegazioni mostruose. Quei
“files” sembrano la conferma oggettiva delle più “deliranti” teorie della
cospirazione; più prosaicamente, essi rappresentano un concentrato di tutte le
perversioni che le classi popolari, dal Medioevo ad oggi, hanno sempre
attribuito ai ricchi (cannibalismo compreso). Il punto è che tale putrida
materia non è un’isola, bensì un tratto distintivo dell’epoca; la sua
interpretazione è quindi parte integrante della lotta di classe, cioè una
battaglia sulle opposte direzioni che possono prendere il disgusto e la rabbia.
Per questo è fuorviante entrare troppo nei dettagli che man mano emergono da
quei milioni di documenti. Ciò che serve è una griglia interpretativa. Ed è
quello che ci proponiamo di abbozzare con queste note. Una seconda parte che
uscirà prossimamente conterrà invece dei riferimenti più specifici e puntuali ai
“files”.
Facciamo un parallelo con Gaza (parallelo tutt’altro che arbitrario, come
vedremo).
Per comprendere il genocidio del popolo palestinese non serve a molto
sprofondare nelle quotidiane cronache dell’orrore; né aiuta granché conoscere il
nome dei presidenti israeliani o le date esatte del “conflitto
israelo-palestinese”. Bisogna capire cos’è un colonialismo d’insediamento, la
cui violenza – come ha acutamente riassunto lo storico Patrick Wolfe – non è un
evento, bensì una struttura.
Qualcosa di analogo vale per quella che Marx ha chiamato «accumulazione
originaria del capitale». Come hanno spiegato Silvia Federici, Maria Mies,
Veronika Bennholdt-Thomsen e altre femministe, quell’accumulazione non è un
lontano evento storico, bensì una struttura che si rinnova di continuo, e che
riattualizza la sua brutalità originaria soprattutto nei periodi di profonda
ristrutturazione. Per capirlo è necessario liberarsi di una zavorra: la
concezione lineare-progressiva del tempo storico. Lo sviluppo tecnologico non
supera affatto la barbarie del passato, bensì la disloca nello spazio e la
equipaggia di nuova potenza. Dentro questa dinamica strutturale, vediamo tornare
armati di tutto punto i caratteri salienti che hanno presieduto alla nascita del
capitalismo: violenza coloniale, recinzione delle terre, distruzione dei beni
comuni, sviluppo della Scienza, attacco ai saperi medici popolari, soggiogamento
delle donne e caccia alle streghe. Le nuove enclosures non si riferiscono solo
alle terre (dal land grabbing in Africa alle distese di campi transgenici in
Ucraina), ma riguardano ormai i cicli vitali stessi della natura (dalla
produzione di sementi sterili alla biologia di sintesi) e le facoltà della
specie umana (sottoposta a una gigantesca disaccumulazione di saperi e capacità
prodotti in milioni di anni); i commons sotto attacco non attengono solo ai
rapporti comunitari, ma alla rigenerazione della materia-mondo; quanto alla
messe fuori legge di ogni sapere medico popolare, pensiamo ai «cacciatori di
geni» che accaparrano per la tecno-industria le conoscenze indigene sulle
proprietà farmaceutiche delle piante o alla criminalizzazione delle cure non
ufficiali durante il Covid; il corpo delle donne non viene soltanto
sessualizzato e messo a profitto, ma artificializzato e ridotto a «materiale
generativo». In questo contesto, torna anche la caccia alle streghe. Non
soltanto in senso metaforico (come diabolizzazione della dissidente e del
diverso), ma in senso ferocemente letterale. Stiamo parlando, cioè, di centinaia
di migliaia di donne che – come ha documentato, tra le altre, Silvia Federici –
vengono rinchiuse in «campi per streghe» o uccise (soprattutto in Africa). Sono,
molto spesso, donne anziane, sole e contadine, la cui morte permette la
privatizzazione delle terre che coltivano. L’intreccio tra logica patriarcale,
superstizioni popolari e piani di «aggiustamento strutturale» promossi dal Fondo
Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale rivela in modo esemplare come il
dominio sappia mobilitare i diversi elementi della propria stratificazione
storica. Da questo punto di vista, non è casuale che migliaia di donne siano
state rinchiuse, violentate e uccise nell’Indonesia di Suharto in quanto
«streghe comuniste», né che l’ambasciatore israeliano all’ONU abbia definito
«strega» Francesca Albanese, o che il transumanista e afrikaner Peter Thiel si
sia spinto fino a chiamare «Anticristo» Greta Thumberg (insieme, guarda un po’,
al «luddista»).
Così come sarebbe fuorviante ricondurre la caccia alle streghe in Africa a
«residui di tribalismo», lo stesso vale per la denuncia del rapporto tra la
sparizione di migliaia di donne ogni anno in Messico e la «guerra dei narcos»,
denuncia che spesso omette il ruolo dello Stato, delle compagnie minerarie e
degli accaparratori tecno-industriali di terra. Avvicinandoci così al nostro
argomento, possiamo tracciare un primo parallelo tra l’orrore di Gaza, i campi
di annientamento in Messico e le segrete sull’isola di Epstein. Chi si appresta
a colonizzare Marte e a schiavizzare miliardi di persone (pensiamo a un Elon
Musk o a un Peter Thiel) deve dimostrare anche nella vita quotidiana di non
avere alcun limite etico: il corpo femminile da violentare è insieme trofeo,
sigillo di appartenenza e ventre da cui far uscire la nuova stirpe di
dominatori.
Ma a questa brutalità tipica delle piantagioni schiavistiche (dove la violenza
sul corpo delle schiave era anche un rito di iniziazione del giovane
latifondista per dimostrarsi degno del “popolo dei signori”) si aggiungono oggi
progetti di potenza che sono tecnicamente transumani. Nelle proprietà di
Epstein, infatti, ragazzine e bambine non venivano solo stuprate e torturate, ma
trasformate in «materiale generativo» con cui creare la «prole perfetta».
Parliamo, cioè, di centinaia di milioni di dollari investiti nelle tecniche di
editing genetico da applicare agli embrioni. L’eugenetica, liberale prima e
nazista poi, si nasconde oggi dietro centri universitari e fondazioni
“filantropiche”, si affina su vegetali e animali per prepararsi al salto di
specie. Epstein offriva soldi ed extra-territorialità giuridico-accademica ai
genetisti d’assalto. Anche le porte girevoli tra le sue proprietà e gli ambienti
della Silicon Valley vanno ben oltre i confini di una comunità di predatori
sessuali. In comune con i vari Gates, Musk e Thiel c’era molto di più: una
visione di mondo. Quella secondo cui le masse sono solo «bestiame», da cui si
distingue una nuova stirpe di padroni che aspirano a superare i limiti della
Terra e persino della morte. Le «bestie» non sono solo i popoli di colore e le
donne, ma gli umani che vogliono rimanere tali, cioè creature terrestri e
mortali. Ciò che il complesso scientifico-militare-industriale sviluppatosi
attorno al Progetto Manhattan ha già fatto alla materia-mondo (alterare con le
radiazioni nucleari la magnetosfera, la ionosfera e la biosfera) esprime oggi la
propria compiuta ideologia: il transumanesimo. Su Marte non si può coltivare e
nemmeno – per via dell’effetto della gravità sugli uteri – partorire. Produrre
“carne” con la biologia di sintesi e le stampanti 3D, creare uteri artificiali
in grado di generare la vita, fare dei propri corpi delle fabbriche di proteine
non sono “deliri”, ma condizioni preliminari di un tecno-colonialismo in atto.
Per chi considera la Terra stessa un’arma da usare nella guerra mondiale – si
può immaginare una forma più smisurata di hýbris? – le perversioni di un Epstein
sono ben poca cosa…
La riattualizzazione della violenza coloniale non avviene solo attraverso i
fatti muti: viene esplicitamente rivendicata. Il discorso che Marc Rubio ha
tenuto di recente alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco ne è l’espressione
più cristallina. Per cinquecento anni la civiltà occidentale ha conquistato –
con soldati, mercanti e missionari – tutti i continenti. La conquista ha subìto
una battuta di arresto a causa delle rivoluzioni anticoloniali e della «perversa
ideologia comunista», ma ora può riprendere il suo glorioso cammino.
Gli storici più cauti hanno stimato che i morti provocati nei primi quattro
secoli di colonialismo siano stati almeno duecento milioni. Per quattro secoli,
cioè, si è consumato ogni dieci anni uno sterminio quantitativamente
paragonabile a quello compiuto nei campi nazisti. Per quanto rimossa nelle
segrete della storia, una tale violenza – costitutiva della Modernità – non può
che continuare ad agire dietro le quinte. Ecco, l’isola di Epstein assomiglia a
una Compagnia delle Indie – con i suoi rampolli della casa reale inglese, i suoi
commercianti, i suoi politici, i suoi intellettuali – che si appresta a una
nuova ristrutturazione dei propri domìni.
Quando il programma di sviluppo dell’Intelligenza Artificiale viene definito
«nuovo Progetto Manhattan», non si può certo dire che l’impatto e la necessaria
segretezza vengano edulcorati. D’altronde, quanti sanno che allo sviluppo della
bomba atomica hanno lavorato quasi 600 mila persone – tutte ignare, tranne il
ristretto gruppo di Los Alamos, del prodotto che stavano confezionando –,
distribuite su trentadue siti industriali? Quanto alla portata, si può dire che
l’infrastruttura dell’IA è ancora più vampiresca di lavoro umano e materie prime
di quella del nucleare. Quanto alla segretezza delle decisioni, questa non è più
una discriminante politico-militare, bensì qualcosa di incorporato nella
«scatola nera» degli algoritmi. Di fronte a tanta potenza, come appaiono
inutili, sudaticci e sacrificabili i corpi di chi non appartiene all’iper-classe
tecnocratica. E come dev’essere insopportabile per dei «neo-feudatari»
(un’autodefinizione made in Silicon Valley) dover morire come i propri servi…
Dai documenti-Epstein emergono due livelli di corporeità: quello delle donne e
dei bambini sacrificabili, intesi come corpi da sfruttare e violentare, e quello
dei bambini su misura, creati grazie all’editing genetico. In entrambi i casi si
tratta di accumulazione, ma il valore attribuito ai due livelli, ai due corpi, è
molto diverso, e diverso è anche il valore del prodotto commercializzabile.
Questo nuovo nazismo, insomma, non ha solo la forma della Salò pasoliniana, ma
anche quella – lucidamente intuita decenni fa da Günther Anders – della
«comunità nazionalsocialista degli apparecchi», una «comunità» incomparabilmente
più potente della somma dei singoli apparecchi. A porgere bene l’orecchio sul
macchinario tecnologico, diceva il filosofo austriaco, si può udire lo stesso
motto delle SA hitleriane: «…e domani il mondo intero».
Ora, i progetti transumani non si sviluppano in un mondo liscio, bensì dentro la
giungla di acciaio e silicio della competizione statale e capitalistica. La
vasta rete di ricatto organizzata attorno ad Epstein dal sistema-Israele diventa
allora una forma di selezione e di cooptazione, di cui i battibecchi su chi
abbia pianificato gli attacchi all’Iran, cioè su chi sia intervenuto a sostegno
di chi tra USA e regime sionista, sembrano un’insanguinata appendice. Il
triangolo tra l’appartamento di Epstein a Manhattan, Ehud Barak e il consolato
israeliano di New York smentisce che si trattasse di “operazioni deviate” dei
servizi segreti. Parliamo dell’ex Primo Ministro e dei vertici dell’intelligence
israeliani. Il collante di questa rete, tuttavia, non è solo
politico-affaristico-sessuale, ma anche ideologico: potremmo chiamarlo
suprematismo 4.0. Un suprematismo che considera i colonizzati sia «animali
umani» sia «spazzatura algoritmica» (le prime sono le ben note parole dell’ex
ministro della Difesa Gallant, le seconde quelle usate da un comandante
dell’Unità 8200, il reparto dell’IDF che ha pianificato gli attacchi a Gaza
basati sull’Intelligenza Artificiale). La potenza che il complesso
israelo-statunitense-occidentale ha scatenato contro la Striscia è stata ed è
programmaticamente ecocida, femminicida e infanticida, volta, cioè, a cancellare
la riproduzione della vita. Più in generale, la furia coloniale-estrattivista
del capitale – dalla Palestina al Messico, dall’Asia all’Africa – si poggia
sempre, a imbuto, sui corpi delle donne e dei bambini.
Alcuni frequentavano Epstein e consorte in quanto procacciatori di carne da
stupro; altri li frequentavano nonostante questa loro attività. In un caso come
nell’altro, quella struttura di abiezione era un ambiente ideale per stringere
affari e reti di potere («globaliste» quanto «sovraniste», «democratiche» quanto
«repubblicane»). Tant’è che in quei luoghi – veri e propri arcana imperii – si
pianificavano anche le misure da prendere in caso di… pandemia. Misure, guarda
caso, a base di tracciamento digitale (un antipasto della società dei varchi) e
di ingegneria genetica (con una sperimentazione di massa di prodotti a m-RNA e a
DNA ricombinante). Tutte promosse, ça va sans dire, per il bene dell’umanità.
Questa doppia morale, a ben vedere, non è una perversa periferia del
capitalismo, ma il suo centro. Nessun uomo di Stato e nessun capitalista possono
fare a meno di nascondere dietro i presunti valori la violenza che esercitano
sugli umani e sulla natura. E questo nascondimento è tanto più efficace quanto
maggiori sono gli strumenti culturali a disposizione. Se vuoi allontanare i
sospetti sulle nefandezze che commetti in cantina, devi conoscere bene le regole
da seguire in salotto. Ma quando le cantine non sono più occultabili, arriva
sempre qualcuno che mostra con orgoglio gli strumenti di tortura. Mentre cedono
le pantomime democratiche, si fa largo la verità brutale del transumanenismo:
sottomettere il bestiame umano non è una triste e sconveniente necessità, bensì
il destino manifesto di una nuova élite.
Le epoche apocalittiche sono quelle che ricapitolano e svelano (fino alla
possibile rottura dell’intera trama) l’immane violenza accumulata e insieme
rimossa nel processo storico che le ha costituite. Le due apocalissi del nostro
tempo sono la distruzione di Gaza e il castello degli orrori di Epstein.
Solo una violenza altrettanto apocalittica ce ne può liberare. Apocalittica qui
non significa affatto smisurata, bensì radicalmente altra. Nutrita, cioè, dal
perenne disgusto verso i mezzi mostruosi e disumani del potere contro cui si è
dovuta sollevare.