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Sanità, Nursing Up: “Crisi professione infermieristica, è allarme tra fughe e dimissioni”
 Infermieri italiani sempre più poveri, ma soprattutto sempre più infelici e orientati ad abbandonare la professione. Sono i numeri della più grave crisi dell’ultimo ventennio a raccontare una realtà fatta di corsie che si svuotano e di un sistema che perde tenuta. Oltre 20mila dimissioni nel 2024 tra i professionisti dell’assistenza, circa 6mila infermieri ogni anno scelgono l’estero, più del 70% dichiara difficoltà economiche. La crisi infermieristica italiana parte da qui, ma non si esaurisce nei numeri. I numeri sono l’effetto finale. Le radici sono molto più profonde. I turni si fanno più pesanti, l’insoddisfazione cresce, le prospettive si riducono. Il lavoro cambia natura: da professione diventa fatica continua, da vocazione diventa resistenza quotidiana. Si lavora di più, si regge di più, ma si regge sempre peggio. È così che nasce il disamore, silenzioso ma diffuso, che scava dentro come e allontana dalla professione. Crea disaffezione, giorno dopo giorno! L’analisi della letteratura scientifica su database PubMed conferma che l’uscita dal lavoro non ha una causa unica. È il risultato di fattori che si intrecciano e si rafforzano:  – carichi di lavoro elevati – pressione emotiva – retribuzioni percepite come inadeguate – difficoltà di conciliazione vita-lavoro – modelli organizzativi non più adeguati alla complessità assistenziale Il nodo economico naturalmente resta centrale. Gli stipendi degli infermieri italiani, da tempo, non tengono il passo con il mutato costo della vita.  Nelle grandi città del Nord affitti e servizi non sono più proporzionati alle scarse retribuzioni della sanità. Questo significa una realtà concreta: sempre più infermieri sono spinti verso la soglia della povertà.  Gli infermieri italiani percepiscono mediamente 30–32mila euro lordi annui contro i 38–42mila europei, con una perdita reale di potere d’acquisto di circa il 10% dopo il rinnovo contrattuale 2022–2024. Ma non è solo quanto si guadagna. È come si lavora ogni giorno. È la distanza crescente tra responsabilità e riconoscimento, tra impegno e sostenibilità. «La carenza è la conseguenza, non la causa. Il vero nodo è capire perché gli infermieri se ne vanno», afferma Antonio De Palma. «Non si lascia solo per lo stipendio poco dignitoso, anche se non arrivare a fine mese pesa maledettamente. Si lascia quando il lavoro perde equilibrio e diventa difficile da sostenere nel tempo». Le evidenze europee confermano il quadro: tra il 20% e il 30% degli infermieri intende lasciare la professione, mentre in Italia oltre un terzo presenta livelli elevati di stress e burnout. «Il sistema sanitario non sta perdendo solo numeri, ma stabilità», conclude De Palma. «Se non si interviene sulle condizioni di lavoro e sull’organizzazione, la frattura continuerà ad allargarsi, con effetti sempre più evidenti sulla tenuta del Servizio sanitario nazionale». Redazione Italia
March 18, 2026
Pressenza
Nursing Up: a sei anni dalla pandemia il SSN resta un “castello di sabbia”
A sei anni dall’inizio della pandemia il Servizio sanitario nazionale resta un sistema ancora fragile: terapie intensive sotto target, piano pandemico non definitivamente consolidato e una rete territoriale che procede a velocità diverse. Ma soprattutto, ovunque emergano squilibri del sistema, la vera criticità resta la carenza di personale sanitario, a partire dagli infermieri. I dati ufficiali sull’attuazione della Missione 6 – Salute del PNRR, rilevati dalla Ragioneria Generale dello Stato, analizzati nelle relazioni della Corte dei Conti, supportati dall’attività tecnica di AGENAS e oggetto di monitoraggio indipendente da parte dell’Osservatorio PNRR Salute della Fondazione GIMBE, indicano che la messa in sicurezza del Servizio sanitario nazionale non può dirsi definitivamente completata. Il piano di rafforzamento dell’area critica prevedeva un target complessivo di 5.922 nuovi posti tra terapia intensiva e sub-intensiva. Ad oggi risultano attivati 4.227 posti, di cui 1.839 in terapia intensiva e 2.388 in sub-intensiva, a fronte di obiettivi minimi fissati in 2.692 posti di intensiva e 3.230 di sub-intensiva. Restano dunque centinaia di posti ancora da rendere pienamente operativi, con un ritardo stimato di almeno cinque mesi rispetto alle scadenze programmate e con disomogeneità territoriali significative. «L’incremento rispetto al periodo pre-pandemico c’è stato, ma la stabilizzazione strutturale dell’area critica non è affatto conclusa», afferma Antonio De Palma, presidente nazionale Nursing Up. Secondo il sindacato il vero nodo resta la dotazione di personale: una terapia intensiva non è solo un posto letto, ma un’équipe multiprofessionale operativa h24. «Ogni posto richiede personale formato, turnazioni complete e competenze avanzate. Senza questo elemento l’infrastruttura resta capacità teorica», prosegue De Palma. Il problema è confermato anche dalla letteratura scientifica internazionale: uno studio pubblicato su The Lancet mostra che ogni paziente aggiuntivo assegnato a un infermiere aumenta del 7% il rischio di mortalità ospedaliera a 30 giorni, mentre altre analisi indicano riduzioni della mortalità tra il 10% e il 20% negli ospedali con maggiore dotazione infermieristica. «Abbiamo fin qui potenziato strutture e programmato riforme, ma se non rafforziamo stabilmente il personale la resilienza del sistema resta teorica», conclude De Palma. «Senza infermieri e senza professionisti sanitari non si salvano vite». Redazione Italia
March 4, 2026
Pressenza
Infermieri: senza ricambio generazionale rischiamo implosione
L’Italia è il Paese più anziano dell’Unione europea. Secondo la recente indagine Eurostat l’età media ha raggiunto 49,1 anni e il 24,7% della popolazione ha più di 65 anni, il valore più alto nel contesto comunitario. Un dato che non rappresenta solo una fotografia demografica, ma un indicatore diretto dell’aumento strutturale di cronicità, fragilità e bisogno di assistenza continuativa. Una professione che invecchia insieme al Paese Se l’Italia è la popolazione più anziana d’Europa, anche la principale forza assistenziale del sistema sanitario presenta uno squilibrio anagrafico preoccupante. I monitoraggi della Fondazione GIMBE evidenziano che oltre il 50% degli infermieri italiani dipendenti del nostro SSN supera i 50 anni. La fascia più numerosa è quella compresa tra i 51 e i 55 anni (18,2%), seguita dai 56-60 anni (16,14%), mentre una quota significativa ha già superato i 60 anni. Solo il 3,16% ha meno di 25 anni, dato che fotografa con chiarezza il vuoto generazionale. Il confronto europeo, sulla base dei report OCSE (Health at a Glance: Europe), rende il quadro ancora più netto: mentre in Italia l’età media degli infermieri del SSN sfiora i 56-57 anni, in Germania è di 40,6 anni, in Spagna e Regno Unito di 43 anni, nei Paesi Bassi di 42 anni. Significa che l’Italia registra un divario anagrafico di circa 15 anni rispetto ai principali partner europei. Aumento delle patologie croniche e impatto sulla professione L’invecchiamento della popolazione comporta un incremento strutturale delle patologie croniche – diabete, scompenso cardiaco, BPCO, fragilità geriatrica e pluripatologie – che richiedono monitoraggio continuo, assistenza territoriale e presa in carico stabile. In Italia oltre il 40% degli over 65 convive con almeno due patologie croniche e la gestione della cronicità rappresenta ormai la quota prevalente dell’attività assistenziale. Questo scenario incide direttamente anche sulla salute dei professionisti sanitari. La letteratura scientifica internazionale segnala una prevalenza elevata di disturbi muscolo-scheletrici tra gli infermieri, con percentuali che superano il 60% per la lombalgia nel corso della vita lavorativa (studi pubblicati su riviste come BMC Musculoskeletal Disorders e International Journal of Nursing Studies). Turnazioni prolungate, movimentazione pazienti e carichi fisici ripetuti espongono in modo particolare una forza lavoro con età media elevata. In un contesto in cui oltre il 50% degli infermieri del SSN ha più di 50 anni, l’aumento della cronicità nella popolazione si intreccia con una maggiore esposizione dei professionisti a patologie lavoro-correlate, con ricadute su assenteismo, idoneità parziali e sostenibilità organizzativa. UFFICIO STAMPA SINDACATO NURSING UP Redazione Italia
February 16, 2026
Pressenza