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Ricerca scientifica e maternità, una storia americana
Questa vicenda lascia l’amaro in bocca. Non perché racconta di terre rubate, massacri e bombe, ma perché ci svela un ambiente lavorativo che invece di assomigliare a un Olimpo luminoso, come ci si aspetterebbe, ricorda sempre più un’anonima stazione di scambio merci. Entreremo nell’ambito specialistico della ricerca scientifica di base, dove dovremmo incontrare donne e uomini che lavorano per il progresso dell’umanità, che noi, comuni mortali e beneficiari delle loro scoperte, dovremmo stimare e ammirare. Ma che cosa penseremmo se al contrario scoprissimo che alcuni di loro hanno sacrificato la propria umanità sull’altare della conoscenza? E, mi chiedo, è possibile produrre buona ricerca quando si abdica a ogni semplice forma di empatia verso l’altro? Quando tutto viene deformato da cinismo, efficienza, opportunismo? Non erano i grandi scienziati anche grandi umanisti? Che sta succedendo nei meandri della ricerca scientifica? Chi sono le prime vittime? Con queste domande che mi frullano in testa incontro Daniela Punzo PhD, neuroscienziata originaria di Napoli che dopo quasi sei anni di lavoro presso un laboratorio dell’UCI (Università della California, Irvine) si è trovata senza lavoro perché ha avuto la felice (?!) idea di diventare anche mamma. Come sei arrivata a lavorare all’UCI e che cosa ti è successo? Ho studiato bio-tecnologia all’Università Federico II di Napoli e ho concluso il dottorato lavorando in un laboratorio del Policlinico partenopeo nel 2018. La mia ricerca, che è anche la mia tesi di dottorato, riguarda il ruolo che giocano piccoli aminoacidi nel cervello nella regolazione della funzione glutaminergica connessa al fenomeno della schizofrenia. La posizione dominante considera quasi esclusivamente la funzione dopaminergica. Questo studio inserisce un elemento nuovo nella comprensione globale del disturbo psichiatrico. I risultati sono piuttosto promettenti. Inoltre in quegli anni ero divenuta esperta in alcune tecniche di laboratorio e il mio superiore, che mi stimava, mi disse che in un’università californiana cercavano proprio una figura con le mie competenze. Nell’aprile 2019 sono stata assunta con una posizione di post-dottorato all’UCI. Come ti sei trovata nel nuovo posto di lavoro? Lavoravo tra le dieci e le dodici ore al giorno, ma ero contenta. Mi guardi strano, vedo, ma è normale lavorare così tante ore in un laboratorio, perché le procedure richiedono tempi lunghi e grande precisione. Puoi a volte assentarti mentre una macchina lavora, ma devi stare più che attento perché basta un secondo di errore, un minimo ritardo, per buttare tutto a mare – magari un campione su cui stavi lavorando da mesi. Ma il mio lavoro mi piaceva e mi sembrava che anche la direttrice, anche lei napoletana, mi stimasse. Credevo avessimo stabilito una relazione di fiducia, invece era tutto di facciata. Me ne sono accorta nel momento in cui ho comunicato la mia gravidanza e la situazione è precipitata quando mi sono concessa tre mesi di maternità. Mi spettava di più, ma per accontentarla avevo rivisto il mio piano, illudendomi che sarebbe stata contenta. Non lo era, voleva un mese. Mi rendo conto che è il sistema che ti spinge a comportarti così freddamente perché ti lascia intendere che più facilmente verrai premiato. Ci sono regole non scritte e moralmente illegali, che a un certo punto ti impongono la scelta: o stai dentro o stai fuori. Mi vengono i brividi immaginando una donna così poco empatica da non capire l’importanza, a livello psicologico, di trascorrere in serenità i primi momenti di vita del proprio bambino. E non è solo un diritto della donna, lo è di entrambi i genitori e anche del neonato. Altro che serenità, ora sto meglio, ma quell’anno mi è venuto un esaurimento nervoso. Al mio rientro in laboratorio, nell’autunno del 2024, non sospettavo ancora niente, pur avendo avuto diversi scambi di email perché spesso collaboravo alla ricerca da casa; però ho notato che c’era un nuovo assunto. Dopo due settimane è arrivata la doccia fredda: non ci sono abbastanza fondi, non possiamo più rinnovarti il contratto. Ero stata scaricata in mezzo alla strada con una bambina di pochi mesi. Per fortuna il mio matrimonio sta funzionando, uno stipendio c’è, con la casa ci aiutano i genitori di mio marito e come ben sai, vendo salumi e formaggi al mercato locale. (Daniela ed io ci siamo conosciute perché mi sono fermata al banco in cui a volte lavora). Ti sei rivolta al sindacato? Sì, e hanno cercato di aiutarmi, ma io non ero iscritta. Perché non ti eri iscritta? Mi dicono che qui ce n’è uno piuttosto battagliero. Quando sono arrivata la direttrice mi ha detto senza tanti giri di parole che lì nessuno faceva parte del sindacato e mi ha consigliato di non iscrivermi. Non so se sia vero, ma io ero entusiasta di lavorare in una grande università americana e soprattutto ero più sprovveduta di oggi, per cui le ho creduto. Hai cercato altre vie per far valere i tuoi diritti? Certo. Ho una causa aperta con l’università, perché non hanno nemmeno rispettato i termini del contratto firmato, ma ormai ho capito che dovrò cedere e accettare un patteggiamento. Con la “scusa” dei fondi mancanti fanno quello che vogliono. Conosci altre storie simili alla tua? L’avvocato del sindacato con cui ho fatto una chiacchierata mi ha raccontato che ero il secondo caso di maternità negata in sei mesi. Personalmente ho assistito a mobbing e nepotismo. Per onestà ti devo dire che ci sono anche casi virtuosi, per esempio un’amica lavora in un laboratorio, sempre all’UCI, il cui direttore, un americano, è una persona molto umana e rispetta le scelte extra-lavorative. Sostiene i giovani ricercatori come persone, non li vede solo come pedine da usare. Ci sono differenze tra fare ricerca negli Stati Uniti e in Italia? Sì. La più vistosa è il tipo di forma mentis che riceviamo durante l’intero percorso formativo. Mi spiego meglio: in Italia  s’insegna ancora a capire il senso delle procedure e a porsi domande teoriche, per esempio: come mai di alcuni farmaci a base dopaminergica, o dei comuni anti-depressivi, iniziamo a vedere gli effetti solo dopo un certo tempo dall’assunzione? Perché alla dopamina ci si assuefà e ad altre molecole attigue no? È a partire da queste domande che ho formulato la mia prima ipotesi di ricerca. Negli Stati Uniti, un po’ perché i ricercatori arrivano in laboratorio prima di noi, scolasticamente parlando, e un po’ perché gli americani sono molto più pragmatici, s’insegna subito la tecnica che serve e ognuno diventa esperto della procedura, ma sa poco delle domande teoriche che stanno alla base di ciò che sta facendo. Che consiglio vuoi dare ai giovani ricercatori italiani che come te sbarcano pieni di entusiasmo nelle università americane? Certamente di non rinunciare al sogno di fare ricerca e di metterci tutto l’amore che serve, ma di non essere sprovveduti e non cedere di fronte ad atteggiamenti arroganti e irrispettosi. Quando si è giovani e ambiziosi, come ero io e in parte ancora sono, si rischia di non vedere l’intera forma della nostra vita futura e di essere manipolati per questa nostra debolezza, Da quando sono mamma ho capito cose che mai avrei immaginato e sono grata ad Aurora (mia figlia) di essere arrivata nella mia vita. Mi manca tanto la scienza, soprattutto il disquisirne, ma non tornerei indietro. Progetti per il futuro? Sto cercando; mi piacerebbe insegnare, ovviamente scienze.     Marina Serina
March 19, 2026
Pressenza
Cos’è, come è nata, come funziona, come viene impiegata e a cosa può servire l’IA
Le tecnologie vendute come “intelligenza artificiale” sono spesso presentate come una bacchetta magica capace di risolvere ogni problema. Due delle voci più influenti nel dibattito sull’IA, Emily M. Bender e Alex Hanna spiegano perché non è così e smontano l’esaltazione mediatica alimentata dalle Big Tech: l’IA di oggi è fatta di sistemi statistici su larga scala, che producono linguaggi e immagini senza comprenderli, e non è un’intelligenza pensante bensì un guazzabuglio di “pappagalli stocastici”, come Emily Bender li ha definiti per descrivere rischi e limiti dei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) come ChatGPT e Gemini.   Linguista computazionale e professoressa all’Università di Washington, Emily M. Bender dirige il master in Computational Linguistics. Tra le studiose di riferimento internazionali su linguaggio e IA, nel 2023 è stata inclusa dalla rivista Time nella lista delle 100 persone più influenti nel campo dell’intelligenza artificiale. Sociologa, già ricercatrice in Google, oggi direttrice della ricerca al Distributed ai Research Institute (DAIR) e docente alla School of Information dell’Università della California di Berkeley, Alex Hanna è tra le esperte più ascoltate sui risvolti sociali dell’IA. Le sue analisi sono pubblicate da The Washington Post, Financial Times, Time e molte altre testate. Nel libro scritto insieme, Emily M. Bender e Alex Hanna ripercorrono dalle origini la storia del tecno-ottimismo contemporaneo, spiegano con chiarezza che cos’è l’IA e come funziona, sfatano i falsi miti che la ammantano di fascino (neutralità delle macchine, automazione “inevitabile”,…) e mettono in luce le insidie del suo impiego nel mondo del lavoro e in ambiti chiave delle società – sanità, giustizia, istruzione, scienza, arte e giornalismo. In L’inganno dell’intelligenza artificiale. Come resistere a Big Tech e costruire il futuro che vogliamo, pubblicato il 1° maggio 2025 e in questi giorni stampato in italiano da Fazi Editore, le due autrici rivelano che dietro la retorica dell’innovazione ci sono i fatti inconfutabili – dati raccolti senza consenso, lavoro nero e sottopagato, un impatto ambientale crescente e un marketing che propone illusioni come possibilità concrete – e si pongono alcune domande cruciali: * l’IA ci renderà più competenti o più dipendenti? * l’IA creerà una società più equa o più diseguale? * chi ne risponde quando un algoritmo sbaglia? Lucida, brillante e comprensibile a tutti, la loro acuta riflessione sulle sfide che l’intelligenza artificiale pone all’umanità è uno strumento analitico con cui affrontare il dibattito sulle questioni etiche e sociali essenziali – diritti, trasparenza, responsabilità – per scegliere consapevolmente quali sistemi informatici innovativi adottare per costruire un futuro in cui la tecnologia torni al servizio delle persone.   ALCUNI COMMENTI: > Ripercorrendo le origini dell’hype sull’intelligenza artificiale dal > militarismo della guerra fredda all’entusiasmo tecnologico contemporaneo, il > libro spiega come le promesse esagerate e le paure apocalittiche alimentino > “l’inganno dell’IA”, favorendo gli interessi economici e oscurando al contempo > l’impatto reale di queste tecnologie sulla vita delle persone – Science > > L’ondata di entusiasmo, disinformazione e clamore intorno all’IA ha spinto > molti di noi a desiderare una guida onesta sia alle sue promesse sia ai suoi > limiti, oltre che alla sua bizzarra storia. Se, come me, siete tra questi, > dovete leggere questo libro. È chiaro, obiettivo e comprensibile. È una > lettura indispensabile. – Brian Eno > > Un libro che immunizza la mente dall’esaltazione utopistica dell’IA promossa > dalle Big Tech – Yanis Varoufakis   Titolo originale: THE AI CON. HOW TO FIGHT BIG TECH’S HYPE AND CREATE THE FUTURE WE WANT Maddalena Brunasti
March 17, 2026
Pressenza