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Prossimo futuro n. 267 23 – 29 marzo
 Bollettino di informazione della redazione di Pressenza sugli eventi della prossima settimana. Inviare le notizie a redazioneitalia@pressenza.com entro la domenica prima dell’evento.   Mappa dei presidi, incontri e cortei periodici per la pace https://shorturl.at/pWPkJ Per segnalare il proprio presidio o gruppo: https://forms.gle/vXBn83i8vgY1rgYf8     Ricordo di Davide Melodia  24 marzo h 20.30, alla Casa per la Pace ‘La Filanda’ via Canonici Renani, 8 Casalecchio di Reno (Bo)  si terrà un incontro per ricordare la figura di Davide Melodia, (‘amico della nonviolenza’ come amava definirsi), nel ventennale della scomparsa. Sarà anche l’occasione (con l’aiuto dei tre relatori, di un filmato e di una registrazione audio) per far conoscere una delle più importanti personalità della nonviolenza, non solo italiana, della seconda metà del secolo scorso.   Combattenti per la Pace Martedì 24 marzo 2026 ore 20:30 Casa della Cultura – Via Borgogna, 3  Milano – M1 e M4 (San Babila) Presentazione del libro “Combattenti per la Pace”, Multimage 2024 a cura di Daniela Bezzi. Presenta Gabriele Merola (Centro Filippo Buonarroti) Intervengono: Bianca Ambrosio : autrice e operatrice culturale; Daniela Bezzi: giornalista, redattrice di Pressenza IPA; Carlo Antonio Barberini (Centro Filippo Buonarroti)   Il Dio in cui non credo Martedì 24 marzo 2026 ore 19:00 Bottega del Mondo, Via Einaudi, 26 Cagliari Presentazione del libro di Pierpaolo Loi, Il Dio in cui non credo. Alla scuola di Oscar Arnulfo Romero…, Ed. Multimage 2025. Dialogherà con l’autore Andrea Perra,  presidente dell’Associazione “Oscar Romero”.   Educazione alla Pace disarmata Incontri di Formazione promossi dall’Istituto Comprensivo Statale di Mogoro e dall’Istituto di Istruzione Superiore De Castro di Oristano In collaborazione con: Comitato regionale sardo “Insieme per la Pace Disarmata”, Rete Warfree – Liberu dae sa gherra”, Umanità Nuova Sardegna, Centro di iniziative culturali Arci Iglesias.   Sit In di protesta contro l’abbattimento dei cipressi di Via XX settembre a Nardò 25 marzo ore 05:00 (Durata: 12 ore) Via XX settembre , Nardò (LE) Dopo l’affronto subito dalla città con la demolizione di una scuola, ora si  vogliono abbattere i 54 cipressi che la circondavano. 54 alberi sani e vivi * Da sabato 21 marzo Sit di protesta CONTRO L’ABBATTIMENTO DEI CIPRESSI di Via XX Settembre, a Nardò Orari e giorni del Sit In MARTEDÌ 24 Marzo MERCOLEDÌ 25 Marzo dalle 05:00 alle 17:00 no stop SGUARDI DALLA CISGIORDANIA RESISTENTE giovedì 26 Marzo | ore 17.30 – 19.00 Centro Sereno Regis sala Gandhi via Giuseppe Garibaldi, 13, Torino Non c’è pace in Medio Oriente con la Palestina sotto occupazione Intervengono Gianni D’Elia e Dino Maldera Incontro associativo aperto al pubblico. Europa in continuo riarmo 26 Marzo ore 20:45 CASTELLEONE – Teatro Leone – via Garibaldi Incontro con FRANCESCO VIGNARCA di Rete italiana Pace e Disarmo nell’ambito del ciclo IL COSTO UMANO ED ECONOMICO DELLA GUERRA   Presentazione Combattenti per la Pace, There is Another Way Venerdì 27 marzo Ore 17.00/19.30  Sala blu Centro Culturale Via Grazia Deledda Iglesias Presentazione del libro e del film/documentario Combattenti per la Pace Palestinesi e israeliani insieme per la liberazione collettiva THERE IS ANOTHER WAY L’incontro vedrà l’apporto della giornalista Bianca Senatore della Fondazione Gariwo e della giornalista Daniela Bezzi, curatrice del libro, che sarà presente. Ci si può iscrivere tramite il modulo Google https://forms.qle/1Q2trnwBaeDLITbQ8 i docenti e il personale ATA a tempo indeterminato di ogni ordine e grado potranno iscriversi tramite la piattaforma SOFIA dal 20 al 26/0//2026 utilizzando il codice identificativo ID 156876 Contatti: insiemeperlapacedisarmata@gmail.com-Marina Muscas 3461227901 Laura Loddo 3481227049   Together, due giorni di mobilitazione contro la guerra, il riarmo e la deriva autoritaria Il 27 e 28 marzo  Roma ospiterà Together, due giorni di mobilitazione contro la guerra, il riarmo e la deriva autoritaria. Si comincia il 27 marzo con un grande concerto gratuito alla Città dell’Altra Economia di Roma in cui artiste e artisti saliranno sul palco gratuitamente per prendere posizione. In un tempo in cui si restringono gli spazi democratici, anche la musica diventa una forma di dissenso. Suonare diventa un atto di ribellione. Il giorno dopo, il 28 marzo, migliaia di persone provenienti da tutta Italia scenderanno in piazza per dire no alla guerra, no al riarmo e no alla deriva autoritaria che sta attraversando molte democrazie. Together fa parte di una mobilitazione internazionale promossa dal movimento NoKings, che in diverse città del mondo porterà in piazza chi rifiuta la guerra come destino inevitabile.   Partigiani della Pace Sabato 28 marzo alle 18.30 presso la Fratelli Taddei (Via Pisana 576) presenteremo pubblicamente la proposta “Partigiani della pace”: un progetto per dedicare le nuove vie dell’ ex caserma Gonzaga a figure legate alla Resistenza, alla pace e all’impegno civile, legate al Quartiere 4. L’incontro è aperto alla cittadinanza: sarà un momento per conoscere la proposta e discuterla insieme.   Conflitti e mondo: quali sentieri possibili? Incontro di arteterapia sociale  sabato 28 Marzo:  dalle 15.00 alle 17.00 presso il Centro Sociale Silvia Baldina  in via Generale Cantore,145 a Sesto San Giovanni (Mi) condotto da Elena Abate, attivista dell’Osservatorio. L’obiettivo del laboratorio creativo  è quello di sensibilizzare cittadinanza, docenti, lavoratori e famiglie su quanto sta avvenendo nel nostro paese riguardo la militarizzazione e i venti di guerra utilizzando il linguaggio proprio dell’arte del disegno e del collage di diversi materiali.   Pace e Comunità | Le radici del privilegio 28 marzo ore 10:00 Corso Aurelio Saffi, 1 , Genova (GE) Casa del Mutilato di Genova ospita il laboratorio “Pace e Comunità”, evento parte del programma culturale dell’Italian Youth Forum 2026 Guido Vinacci (Presidente, A.N.M.I.G. e Fondazione – Genova) Maria Caterina Porcu (Presidentessa, Comitato Regionale per l’UNICEF – Liguria) Matteo Lenuzza (Direttore Culturale, A.N.M.I.G. e Fondazione – Liguria) Ilaria Foroni (Rappresentante Regionale – Veneto, Associazione Italiana Giovani per l’UNESCO – ETS) Per maggiori informazioni: AIGU liguria@aiguofficial.it   Mostra esperienziale polvere di guerra  24 febbraio 2026 ore 11:00 via G. Mameli, 10, Casale Monferrato (AL) Mostra esperienziale polvere di guerra dalle macerie alla costruzione di pace progettata da CARITAS DIOCESIANA PIACENZA-BOBBIO insieme ad AMNESTY INTERNATIONAL ed EMERGENCY di Piacenza e realizzata in cooperazione con docenti e studenti del corso di grafica dell’Endofap Don Orione e del Liceo Artistico Cassinari di Piacenza. Ogni suo allestimento offre ai visitatori l’occasione di sperimentare la peculiare esperienza vissuta all’interno delle suggestive ambientazioni create con opere artistiche, fotografie, infografiche, docufilm e oggetti e svolgendo le attività ludo-didattiche condotte nel percorso espositivo. La sua esposizione a Casale Monferrato coinvolge numerosi volontari, è coordinata dal gruppo di praticanti la settimanale MEZZ’ORA DI SILENZIO PER LA PACE E LA GIUSTIZIA SOCIALE in collaborazione con l’Associazione E-FORUM di Casale Monferrato e la Cooperativa sociale CRESCERE INSIEME e viene realizzata con sostegno della Fondazione SOCIAL e patrocinio della CITTÀ DI CASALE MONFERRATO. Alla sua promozione collaborano anche la sede a Casale Monferrato di Società cooperativa EQUAZIONE ONLUS, il CSVAA / CENTRO SERVIZI PER IL VOLONTARIATO ASTI ALESSANDRIA, il gruppo volontari EMERGENCY di Alessandria e la circoscrizione Piemonte – Valle d’Aosta di AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA.   Le cicatrici del petrolio La storia di questa parte di Nigeria e delle comunità che vi abitano e vi continuano a resistere è al centro della mostra fotografica LE CICATRICI DEL PETROLIO, in programma dal 31 gennaio al 31 marzo al Museo africano di Verona, in Vicolo Pozzo,1. L’esposizione parte dal reportage d’inchiesta realizzato l’anno scorso nell’Ogoniland dai giornalisti Marco Simoncelli, Davide Lemmi e Lorenzo Bagnoli. L’iniziativa, realizzata da Fada Collective e IrpiMedia con il sostegno di ReCommon, è tornata a far luce sulla situazione nel delta del fiume Niger a 30 anni dalla morte del noto poeta e scrittore nigeriano Ken Saro-Wiwa, ucciso dal regime militare nigeriano nel novembre del 1995 insieme ad altri otto attivisti proprio a causa della sua lotta in difesa delle terre dell’Ogoniland e della comunità ogoni che vi abita. La battaglia per la giustizia degli ogoni è anche il tema di un evento speciale, una conferenza organizzata nell’ambito della mostra dalla rivista Nigrizia. L’appuntamento èper mercoledì 11 febbraio al Museo africano, dalle ore 18:30 alle 20:00.Interverranno Lorenzo Bagnoli di IrpiMedia e Antonio Tricarico di ReCommon, moderatore Roberto Valussi di Nigrizia. ORARI DI APERTURA Da Martedì a Venerdì: 8.30-14.30 (ultimo ingresso ore 14) Sabato e domenica: 15-18 Giorno di chiusura: lunedì Museo africano – Fondazione Nigrizia onlus, vicolo Pozzo 1, 37129 Verona tel. +39 045 8092199 info@museoafricano.org www.museoafricano.org   Mostra interattiva pace e nonviolenza attiva ora! Un’iniziativa dedicata alla promozione della nonviolenza attiva e della cultura di pace nella nostra comunità. Biblioteca Comunale Gallicano – locali CIAF La mostra sarà  visitabile fino a fine Marzo 2026. La mostra è organizzata da  Il Team Organizzativo COPEUU Italia  Corrente Pedagogica Umanista Universalista con la collaborazione di: La Comunità, Centro Estudios Humanistas Nuevo Civilizacion. Con il Patrocinio del Comune di Gallicano Redazione Italia
March 23, 2026
Pressenza
La Casa de las Américas all’Avana, un centro di politica e cultura di portata universale
Nell’agenda di incontri legata alla missione all’Avana nell’ambito del Convoy “Nuestra America” per Cuba, non poteva mancare quello con uno dei luoghi culturali più importanti non solo di Cuba. Tra le primissime istituzioni culturali fondate dalla Revolución, istituto culturale tra i più importanti dell’intero continente americano, la Casa de las Américas, all’Avana, fu istituita appena quattro mesi dopo il trionfo della Rivoluzione, il 28 aprile 1959, con la finalità di sviluppare ed espandere le relazioni socioculturali con i popoli dell’America Latina e del mondo intero. Essa è, infatti, un’istituzione culturale con ispirazione, come vedremo, universale. La sua storia è segnata da alcune tra le più grandi personalità della storia americana del XX secolo. Fu inaugurata il 4 luglio 1959, con una cerimonia presieduta dal leggendario Ministro dell’Istruzione, Armando Hart Dávalos, nell’edificio dell’ex Casa de la Cultura. Quando, dopo la Revolución, tutti i governi dell’America Latina, ad eccezione del Messico, su pressione statunitense interruppero le relazioni con Cuba, l’istituzione contribuì in modo determinante a mantenere in vita i legami culturali tra Cuba e il resto del continente. Essa non solo diffuse l’opera della Rivoluzione ma in particolare facilitò la conoscenza e la visita a Cuba di molti intellettuali che vennero in contatto con la nuova realtà del paese. Si trattò di un cimento marxista, fidelista e martiano. Come scrisse Armando Hart Dávalos in uno splendido saggio su “José Martí: un punto di riferimento attuale per il movimento internazionale dei lavoratori”, «la sua idea di politica era strettamente legata al sentimento umano. Era politico perché profondamente umanista, ed era umanista perché profondamente politico. Tale idea costituisce una delle eredità più belle che ci ha trasmesso. Per capire le concezioni di Martí, bisogna contare su un radicale pensiero democratico, il suo latino-americanismo e il suo senso universale». «È evidente che Martí non è rimasto indifferente al grande dibattito di idee intorno agli ideali dei lavoratori e del socialismo. Riferendosi specificamente all’ideale socialista, aveva mostrato grande ammirazione e rispetto «per quelli che cercano, per ogni dove, un segnale più giusto nell’ordine della giustizia nel mondo», specialmente «per quelli che si sollevano in nome degli interessi dei poveri». Secondo l’eroe nazionale di Cuba, infatti, Marx meritava onore perché si era messo al fianco dei deboli. Per lui non è stato solo «colui che ha smosso in maniera gigantesca la collera dei lavoratori europei», bensì un «osservatore profondo delle ragioni della miseria umana». […] Egli riuscì a porre il problema dei lavoratori e della disuguaglianza sociale con termini radicali e coerenti. È chiaro che la ricerca della soluzione di tale problema è un punto centrale del suo insieme di ideali». La stessa figura di Armando Hart (1930-2017) è una delle figure imprescindibili della storia cubana: intellettuale e politico, tra i principali organizzatori della rivoluzione nelle città, è stato poi Ministro dell’Istruzione (1959-1965) e Ministro della Cultura (1976-1997). Come ricorda il Granma, fu «interprete creativo delle idee di Fidel, svolse un ruolo decisivo nella trasformazione delle caserme in scuole, nella riforma delle università, … nello sviluppo della Campagna di Alfabetizzazione nel 1961». Haydée Santamaría, eroina della lotta rivoluzionaria, ha diretto la Casa de las Américas dalla sua fondazione nel 1959 fino alla sua morte nel 1980, imprimendo al suo sviluppo un tratto fondamentale e determinante. Autentica leggenda della Rivoluzione, Haydée Santamaría (1922-1980), è stata una rivoluzionaria e intellettuale, eroina di Cuba. Il 26 luglio 1953 partecipò all’assalto alla caserma Moncada, per il quale fu imprigionata insieme a Melba Hernández. Dopo il suo rilascio, entrò a far parte della Direzione Nazionale del Movimento 26 Luglio. Sostenne il distaccamento guerrigliero guidato da Fidel Castro sulle montagne della Sierra Maestra, e le fu affidato da Fidel il compito di reperire fondi e unire i rivoluzionari all’estero. Tornò a Cuba dopo il trionfo della Rivoluzione e lavorò al Ministero dell’Istruzione; poi, come direttrice della Casa de las Américas, influenzò in modo determinante lo sviluppo culturale del paese. La Casa de las Américas deve il suo status proprio alla sua visione lucida e profonda, insieme internazionalista e latino-americanista. La Casa de las Américas ospita oggi cinque dipartimenti: Teatro, Musica, Arti Visive, Biblioteca e il Centro di Ricerca Letteraria. Fondato nel 1967, il Centro di Ricerca Letteraria ha due linee di lavoro fondamentali: l’organizzazione del Premio Letterario “Casa de las Américas” e lo studio e divulgazione della letteratura del continente. Il centro organizza conferenze, corsi e colloqui internazionali, nonché la “Settimana dell’Autore”, dedicata, ogni anno, a un importante scrittore latinoamericano. Pubblica inoltre antologie, saggi e testi critici; fornisce consulenza alla Rivista “Casa de las Américas” e alle edizioni “Casa” fondate nel 1960, subito dopo il trionfo della Rivoluzione; inoltre, in collaborazione con l’Unione degli Scrittori e degli Artisti di Cuba (Uneac), pubblica la rivista di teoria culturale “Criterios”. Gestisce l’Archivio della Parola, che conserva le registrazioni di oltre mille voci di personalità di spicco della letteratura, delle arti e della politica. Già da questi brevi cenni si comprende l’importanza della cultura e dell’editoria a Cuba: a Cuba non esiste un’editoria privata, ma sono innumerevoli le case editrici espressione delle mille articolazioni sociali, culturali e accademiche del paese. La Biblioteca José Antonio Echeverría della Casa de las Américas fu fondata nel settembre del 1959 con la conferenza “La politica culturale della rivoluzione cubana”, tenuta dal Ministro degli Esteri Raúl Roa García. Tra le sue collezioni si annoverano oltre 126 mila volumi, 136 mila fascicoli di periodici, in particolare della seconda metà del XX secolo, e oltre 3000 fascicoli su personalità e argomenti relativi all’America Latina. Raúl Roa García è stato il leggendario Cancelliere della Dignità. È ricordato per il suo impegno nella lotta per l’indipendenza dei popoli di Asia, Africa e America Latina. Fu alla presidenza della I Conferenza Tricontinentale, tenutasi all’Avana nel gennaio 1966, a proposito della quale, dichiarò: «La Conferenza Tricontinentale ha cristallizzato la solidarietà del movimento di liberazione nazionale in Africa, Asia e America Latina, ha definito una linea comune nella lotta frontale contro l’imperialismo, il colonialismo e il neocolonialismo e ha forgiato con vigore l’unità strategica e tattica nella lotta, attingendo alla ricca esperienza dei popoli partecipanti». La sua battaglia diplomatica più eclatante fu senza dubbio il dibattito alle Nazioni Unite durante la fallita invasione di Playa Giron, in cui denunciò con vibrante fermezza l’aggressione criminale. «Accuso solennemente il Governo degli Stati Uniti dinanzi alle Nazioni Unite e alla coscienza del mondo di aver scatenato una guerra di invasione contro Cuba per impadronirsi delle sue risorse, terre, fabbriche e infrastrutture e riportarla al suo vergognoso status di satellite dell’imperialismo nordamericano». E dichiarò: «Un grido unanime scuote oggi tutta Cuba, risuona in tutta la nostra America e riecheggia in Asia, Africa ed Europa. La mia piccola ed eroica patria sta rivivendo la classica lotta tra Davide e Golia. Soldato di questa nobile causa in prima linea nelle relazioni internazionali, permettetemi di diffondere questo grido nell’austero Areopago delle Nazioni Unite: Patria o morte! Vinceremo!». Nel tempo dell’assedio statunitense contro Cuba, parole di formidabile attualità. Gianmarco Pisa
March 23, 2026
Pressenza
Nel 2025 la crisi climatica quasi assente sui media. I dati del Rapporto Greenpeace-Osservatorio di Pavia
Anche nel 2025, per il secondo anno consecutivo, continua a calare l’attenzione dei mass media italiani per il riscaldamento del pianeta. Rispetto al 2022, le notizie con un focus centrale sulla crisi climatica diminuiscono del 26,1% sui quotidiani e del 52,9% nei TG. Inoltre, la crisi climatica viene frequentemente trattata in modo marginale o richiamata senza un adeguato approfondimento: ciò avviene nel 71,3% degli articoli e nel 67,4% delle notizie televisive. E’ quanto evidenzia il nuovo rapporto annuale dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace Italia, che analizza la copertura della crisi climatica e della transizione ecologica nell’informazione italiana nel corso del 2025. Giunto al quarto anno consecutivo di monitoraggio, lo studio propone un’analisi quali-quantitativa dei contenuti pubblicati dai cinque quotidiani nazionali a maggiore diffusione e dalle edizioni di prima serata dei sette principali telegiornali generalisti, con l’obiettivo di misurare non solo l’attenzione riservata al tema, ma anche le cornici narrative entro cui esso viene rappresentato nello spazio pubblico. Il quadro che emerge segnala un’ulteriore perdita di centralità della questione climatica nell’agenda mediatica, con le cause della crisi climatica che sono esplicitate solo nel 13,2% degli articoli e nel 13% dei servizi dei TG. I combustibili fossili, in particolare, vengono indicati come causa appena nel 3% dei casi sulla stampa e nel 2% nei telegiornali. Tra gli elementi più significativi rilevati dal rapporto vi è inoltre la quasi totale assenza di attribuzione di responsabilità per la crisi climatica. Ne deriva una rappresentazione che tende a descrivere fenomeni, effetti e controversie, ma molto più raramente individua cause e responsabilità. Un ulteriore aspetto riguarda la debolezza del legame tra transizione ecologica e crisi climatica. Una quota consistente delle notizie dedicate alla transizione non richiama infatti in modo esplicito il contesto del riscaldamento globale. Tra il 2024 e il 2025, le notizie sulla transizione energetica senza esplicito riferimento alla crisi climatica sono raddoppiate sui quotidiani e quintuplicate nei TG. In un anno in cui l’agenda dei media si è focalizzata sul disimpegno di Trump e sulla maggiore flessibilità dell’Unione Europea nel perseguire gli obiettivi di neutralità carbonica, sono prevalsi gli aspetti economico-politici della transizione ecologica rispetto a quelli ambientali, scientifici o sociali, trascurando temi cruciali come gli impatti sulla salute (1,4%), la scienza del clima (1%) o le migrazioni climatiche (0,4%). C’è poi il dato relativo alle inserzioni pubblicitarie, che nel 2025 risultano in ulteriore aumento rispetto agli anni precedenti. Il monitoraggio registra infatti 1.621 pubblicità riconducibili ad aziende ad alto impatto ambientale, con una netta prevalenza del settore fossile e di quello automotive: un numero cresciuto del 26% rispetto al 2024 e raddoppiato rispetto al 2022. Nel loro insieme, questi elementi offrono una base empirica utile per interrogarsi sul ruolo dell’informazione nella costruzione dell’agenda pubblica su riscaldamento globale e transizione ecologica e sulle modalità con cui questi temi vengono resi visibili, interpretati e discussi nel contesto mediatico italiano. Lo studio condotto dall’Osservatorio di Pavia per Greenpeace ha stilato anche la classifica dei quotidiani per il 2025: fa meglio degli altri Avvenire, l’unico giornale ad avvicinarsi alla sufficienza (5,4 punti su 10); seguono, distaccati di molto, Il Sole 24 Ore (2,8 punti), e Corriere della Sera e La Stampa (a pari merito con 2,6 punti); fanalino di coda, la Repubblica (2,2 punti). I giornali sono stati valutati mediante cinque parametri: 1) quanto parlano della crisi climatica; 2) se citano i combustibili fossili tra le cause; 3) quanta voce hanno le aziende inquinanti e 4) quanto spazio è concesso alle loro pubblicità; 5) se le redazioni sono trasparenti rispetto ai finanziamenti ricevuti dalle aziende inquinanti. “Mentre il pianeta rischia di diventare inabitabile a causa della nostra dipendenza dai combustibili fossili, i principali media italiani sono costretti a tacere le responsabilità delle aziende inquinanti perché dipendono dalle loro pubblicità per sopravvivere, ha sottolineato Giancarlo Sturloni, responsabile della comunicazione di Greenpeace Italia. Questo spiega perché su giornali e tv si parla sempre meno di clima e ad avere più spazio sono esponenti del mondo dell’economia e della politica anziché esperti e scienziati. O perché in un anno intero, sui principali TG nazionali non venga mai nominato, nemmeno una volta, nemmeno per sbaglio, alcun responsabile della crisi climatica. In Italia l’informazione sul clima è ostaggio di un patto di potere che ostacola la transizione energetica verso le rinnovabili, l’unica via per mitigare il riscaldamento globale e il rischio di altri conflitti armati per il controllo dei combustibili fossili”. Qui il Rapporto dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace Italia: https://www.osservatorio.it/wp-content/uploads/2016/07/69f0f214-report-gp_odp_media-e-clima-2025_final.pdf.  Giovanni Caprio
March 23, 2026
Pressenza
Serra Yilmaz, “Cara Istanbul” ed altri luoghi: partenze ritorni ripartenze
Bir varmis bir yokmus “c’era una volta e non c’era una volta” Tutte le favole in Turchia  cominciano così. Questo l’incipit della recente pubblicazione di Serra Yilmaz, Cara Istanbul  (Rizzoli, 2026), presentata – in dialogo con l’Autrice – da Valeria Cammarata* lo scorso 25 febbraio a Palermo al Centro diaconale della Noce (in via G. Evangelista Di Blasi, 12). I numerosi partecipanti hanno seguito l’evento con grande entusiasmo dovuto in parte  dall’accoglienza degli organizzatori ed in parte dalla spontanea simpatia dell’Autrice,  particolarmente nota per le collaborazioni da attrice nei film di Ferzan Ozpetek (Le fate ignoranti,  La finestra di fronte, Saturno contro, La dea fortuna). Il romanzo appartiene al genere autobiografico nel senso più autentico del significato. Non a quel genere di romanzo autobiografico dove la finzione si mescola alla narrazione, ma ad un  genere, del tutto personale, nel quale l’Autrice conduce un’indagine retrospettiva sul proprio vissuto lungo le linee di uno spazio delimitato della città d’origine: Istanbul. Un luogo percepito come spazio urbano smisurato, la città dai mille centri recita il titolo del quarto capitolo, ma anche luogo di memoria, di storia, di arte, di bellezza … e la memoria, si sa , è fatta  di ricordi, di emozioni, di affetti mai sopiti, dunque eterni ed infine di spazi concettuali, dove  albergano i vissuti individuali. Di vissuti si parla, infatti, nel libro che si incontrano e si separano, per rincontrarsi (a volte). E sempre nella memoria, si rievocano le prime relazioni affettive rappresentate da figure  archetipiche come le nonne: nella lingua turca, anneanne  (la nonna materna, l’unica realmente  conosciuta)  e dede (i nonni uomini). Figure quasi oniriche, fantasmagoriche intrise di odori, sapori e ricette di cucina legate alle  tradizioni turche, e poi i genitori, primi veri sostenitori di un sapere organico, ben costruito, colto. Di una cultura sapiente, elegante e protesa, sin dall’inizio della storia verso il teatro, la recitazione, il cinema e il multilinguismo. Fra le relazioni più intime, infine, si incontrano “gli altri amori”: il marito, la figlia, gli incontri e le perdite  – il divorzio, il confronto con la morte dei propri cari e con la malattia, anche questa  vissuta come parte integrante della vita. Una storia in cui si parla anche di partenze verso altri luoghi, di ripartenze e di ritorni. Ma la Istanbul di Serra Yilmaz è soprattutto la città dei cambiamenti tanto inevitabili quanto  irreversibili: il luogo delle contraddizioni, degli estremi, dell’Est e dell’Ovest ed infine il luogo  della trasformazione, dove tutto proviene da qualcosa per divenire qualcos’altro. Come tutti i luoghi, si direbbe…  Certo, ma anche di più, quando si tratta di luoghi che si vorrebbe non cambiassero mai. Serra Yilmaz, tuttavia, racconta, distingue, analizza fatti e momenti, sensazioni, suggestioni, ma  anche sapori, saperi… saperi ancestrali: letture di tarocchi e di fondi di caffè, dove tra il serio e il  faceto si nascondono le verità più profonde che appartengono ai recessi dell’anima, alle verità  inconfessabili, al non detto. Il tutto attraversato dallo sguardo ironico e da una irriducibile  leggerezza che risulta contagiosa e sorprendentemente empatica già dalle prime pagine. Una postura del tutto singolare rispetto alla vita. Una scrittura squisita e deliziosamente  accattivante.   (*) DOCENTE DI LETTERATURE COMPARATE E CULTURAL STUDIES  PRESSO IL DIPARTIMENTO DI SCIENZE PSICOLOGICHE, PEDAGOGICHE, DELL’ESERCIZIO FISICO E DELLA  FORMAZIONE DELL’UNIVERSITÀ UNIPA   Redazione Palermo
March 23, 2026
Pressenza
Le nuove gabbie schiavistiche del dominio capitalistico neocoloniale
Invasione, criminalità, sostituzione etnica sono l’ossatura lessicale necessariamente ridondante che dietro la paura costruisce muri, frontiere, stati di polizia, economie del controllo, sudditanze, selezione sociale e determinazione della sopravvivenza. E’ dentro questa forma immediatamente produttiva che assumono i linguaggi, sia che vivano come atto performante nella produzione di merci che in quella di relazioni sociali e quindi di soggetti, che il termine migrante sostituisce quello di immigrato perché nella sua declinazione assume il senso di transeunte, di passaggio quindi necessariamente privo (privato) di diritti, irregolare.   Nel suo pregevole testo Marco Antonio Pirrone (Guerra ai migranti. Neoliberismo e neoschiavitù nel XXI secolo, PM Edizioni, 2025) pone l’accento sul fenomeno migrazioni attraverso la critica dell’economia politica analizzandolo come elemento centrale della globalizzazione neoliberista, quindi all’interno dei rapporti di classe del capitalismo globalizzato, ma anche frutto delle politiche coloniali del secolo scorso dalle quali proviene la razzializzazione della nuova divisione del lavoro, quindi parte di una classe che non scompare nel mondo globalizzato ma si trasforma e si riorganizza su scala transnazionale. Qui questa classe moltitudinaria si scontra con altri dispositivi quali i confini, la cittadinanza, la razzializzazione e la sessualizzazione producendo quella che Pirrone interpreta come una stratificazione globale del lavoro.  Il migrante diventa così una complessa e paradigmatica figura del proletariato contemporaneo con un’ulteriore problematicità: è giuridicamente e politicamente vulnerabile e, quindi, più facilmente sfruttabile e pericolosamente intercambiabile. Intercambiabilità e selezione in ingresso significano spesso gravi infortuni e/o morte (occultati) sul lavoro o morte ai confini, i più letali dei quali sono il Messico e il Mediterraneo. Le morti non sono quindi incidenti di percorso ma si caratterizzano come una delle forme più crudeli attraverso le quali il capitale decide chi può accedere ai “privilegi” dell’Occidente sviluppato. L’autore, citando più volte nel testo Mbembe e Palidda, parla infatti di necropolitica e tanatopolitica per definire il colpevole cinismo mascherato da negligenza con cui gli stati affrontano la questione: “il confine… è divenuto una delle forme privilegiate attraverso cui il capitalismo opera la distinzione tra le vite da valorizzare e le vite di scarto, tra corpi monetizzabili e corpi eccedenti”(pp. 16/17). Nei campi di concentramento libici non si fermano i migranti, si decide chi va e chi resta e forse, a seconda dell’imbarcazione che viene fornita o delle condizioni meteo con cui parti, si decide anche chi vive e chi muore. E il Mediterraneo copre, insieme ai corpi senza nome, le responsabilità criminali degli stati. Una nuova forma di schiavitù, certamente diversa da quella dei secoli precedenti ma anche qui e ora il migrante non è padrone della sua vita né, quando arriverà a destinazione, del suo tempo. E’ formalmente libero, come libero era il proletario all’alba della rivoluzione industriale prima che il padrone non costruisse per lui una nuova gabbia: il salario, perché solo un uomo libero ma oppresso dalla povertà può vendere la sua forza lavoro come merce sul mercato. Ma la sua libertà di movimento mantiene, in potenza, anche la possibilità di fuga e quindi deve essere disciplinata, governata: “Salario e criminalizzazione della mobilità appaiono così come due lati della stessa medaglia: la necessità di governare e disciplinare la libertà che il capitale non può non generare”(p.19). Parliamo quindi della costruzione di un moderno esercito industriale di riserva volto a mantenere più basso possibile il costo della forza-lavoro ma con una differenza cruciale rispetto al passato, la vulnerabilità del migrante è prodotta attivamente da dispositivi politici come i confini, le leggi sull’immigrazione e la precarietà giuridica. Non si tratta quindi solo di una funzione economica ma di una costruzione istituzionale della subordinazione. E il concetto di neoschiavitù va letto proprio in chiave di classe, non indica un ritorno a fasi precedenti ma una radicalizzazione dello sfruttamento dentro il capitalismo contemporaneo. Il lavoro migrante quindi, rappresenta una sorta di zona limite del capitalismo dove bassi salari, ricattabilità legale, invisibilità e marginalizzazione sociale producono condizioni di lavoro estremamente asimmetriche dove la subalternità si manifesta nella sua forma più dura: l’assenza di tutele e di potere contrattuale. Ma rappresenta anche la fine dell’illusione che un mondo globalizzato potesse eliminare le disuguaglianze geosociali e le discriminazioni etniche, anzi semmai l’estrattivismo capitalista ha occupato nuove aree e ne ha devastato natura e relazioni sociali. Questa invasività del capitale e la conseguente dimensione globale della classe viene rafforzata dalla teoria del Sistema mondo di Wallerstein, uno dei modelli analizzati da Pirrone, in cui il capitale organizza il lavoro su scala planetaria distinguendo tra centro e periferia. Le migrazioni rappresentano il movimento della forza lavoro dalla periferia al centro, ma non in condizioni di uguaglianza: i migranti vengono inseriti in segmenti subordinati del mercato del lavoro. Le migrazioni contemporanee sono spesso il risultato di processi di impoverimento, guerre e disuguaglianze prodotte dal capitalismo globale e le “scienze delle migrazioni”, criticate dall’autore, definiscono i migranti al tempo stesso come prodotti di tali processi e risorse funzionali al sistema economico in quanto forza lavoro flessibile e a basso costo. Anche demografia e disastri ambientali legati al riscaldamento globale vengono utilizzati come parametri oggettivi che fungono da spinta per milioni di persone, ma tutti questi studi mostrano secondo Pirrone un limite confermato dai dati che ci illustrano come il fenomeno negli ultimi 65 anni non abbia subito grandi variazioni numeriche in relazione al numero totale degli abitanti del pianeta, che la maggior parte delle migrazioni avviene all’interno delle nazioni di provenienza (e questo vale anche per l’Italia) e che meno della metà dei circa 300 milioni di migranti nel 2024 si è diretto verso l’Europa o l’America settentrionale con buona pace degli allarmismi e della retorica securitaria con cui  USA ed Europa giustificano politiche migratorie particolarmente restrittive. Un altro luogo comune delle narrazioni ufficiali sfatato dall’analisi dei dati operata dall’autore, è quello che le donne sono una minoranza, una componente accessoria delle dinamiche migratorie. Le donne sono circa il 48% del totale dei migranti e hanno spesso assunto il ruolo di guida prendendo in prima persona la decisione di partire. Esse hanno un accesso al reddito pari a quello degli uomini avendo praticamente monopolizzato settori come il tessile, quello della cura o del lavoro domestico configurandosi come i soggetti di una nuova divisione transnazionale del lavoro femminile. Chiaro che l’accesso al reddito non emancipa e non elimina, anzi rafforza, le dinamiche di sfruttamento e ricatto anche sessuale che le migranti subiscono, determina casomai una flessibilizzazione spesso assolutamente priva di regole che ci fa parlare oggi di femminilizzazione del lavoro tout court (cfr. Cristina Morini, La femminilizzazione del lavoro nel capitalismo cognitivo, in AA.VV., Occupare l’utopia, Multimage,2025).  Ma spesso sono proprio le donne a gestire le reti cui fanno riferimento i nuovi arrivati o coloro che decidono di partire operando nella quotidianità un percorso di creazione del comune che tendenzialmente va oltre la colonizzazione culturale del neoliberismo. D’altronde la politicità del testo di Pirrone sta proprio nell’affermare la potenziale soggettivazione del migrante: migrare non è solo fuga o disperazione, è anche e soprattutto una scelta, una strategia, un atto di rifiuto. E’ l’agency che, pur nelle condizioni più oppressive, può determinare una spinta alla lotta e alla soggettivazione. Tuttavia le condizioni di ricattabilità, lo status giuridico, l’appartenenza etnica producono una classe complessa, differenziata che il mainstream cerca di rendere conflittuale al suo interno alimentando pulsioni razziste. Da qui il messaggio che caratterizza questo testo come un importante contributo al dibattito sulla formazione di una soggettività necessariamente molteplice e antagonista: rifondare “un internazionalismo delle pratiche capace di unire lotte locali e transnazionali, di articolare alleanze tra migranti e autoctoni, di riconoscere che nella libertà di movimento si gioca oggi una posta fondamentale della lotta di classe”. Il libro, insomma, si rivela uno strumento agile, scevro da un linguaggio accademico, e proprio per questo adatto a circolare tra gli studenti del dipartimento di scienze sociali ma non solo; un testo propositivo che rinnova la necessità di procedere nella rifondazione della politica a partire dall’analisi sociale della molteplicità dei soggetti e delle intersezionalità possibili senza alcuna pretesa di reductio ad unum. Sergio Riggio
March 22, 2026
Pressenza
La Toga e il Potere: le derive autoritarie e il futuro della giustizia in Italia. Imperativi per il No al referendum
In un verso del 1973, Fabrizio De André (“Storia di un impiegato”) aveva visto lungo, con lucidità profetica: «prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge»… E tornano alla mente gli episodi di compiacenza della magistratura e delle forze dell’ordine ai voleri del potere politico: dalla strage di Piazza Fontana alla strage di Via D’Amelio, passando dalla strategia della tensione allo stragismo mafioso. Non solo incidenti di percorso ma prova provata che la commistione tra potere esecutivo, apparati di sicurezza e settori compiacenti della magistratura produce mostri. E che quei mostri, in Italia, hanno goduto a lungo di impunità. Da qui la domanda effettiva a cui siamo chiamati a rispondere oggi e domani con un Sì o un No: “Volete una magistratura che risponde ai cittadini attraverso la propria autonomia costituzionale, o una magistratura che risponde, anche solo indirettamente, all’indirizzo politico del governo in carica?”. Quel verso di De André ci parla ancora_ La riforma della magistratura: il nodo del referendum (…)  è qui che si inserisce il progetto più ambizioso — e più pericoloso — dell’attuale maggioranza: la riforma costituzionale della magistratura, che approderà a referendum confermativo. La separazione delle carriere tra magistratura requirente (i pubblici ministeri) e magistratura giudicante (i giudici) è, in superficie, una proposta che può apparire tecnica e persino ragionevole. Ma il diavolo, come sempre, sta nei dettagli — e nelle intenzioni. Il vero cuore della riforma non è la separazione in sé, ma il ridisegno del Consiglio Superiore della Magistratura e, soprattutto, l’introduzione di un organo parallelo di controllo disciplinare — l’Alta Corte disciplinare — con una composizione che riduce l’autogoverno della magistratura e aumenta l’influenza indiretta del potere politico. In un sistema in cui i pubblici ministeri sono già strutturalmente più esposti alle pressioni esterne rispetto ai giudici, indebolire i meccanismi di autonomia significa esporre l’azione penale a condizionamenti che oggi almeno trovano un argine nelle regole. La domanda che il referendum pone ai cittadini italiani — anche se raramente viene formulata in questi termini espliciti — è: volete una magistratura che risponde ai cittadini attraverso la propria autonomia costituzionale, o una magistratura che risponde, anche solo indirettamente, all’indirizzo politico del governo in carica? La storia che abbiamo ricordato — Piazza Fontana, Via D’Amelio, i depistaggi, le verità negate — ci dice cosa succede quando quella domanda trova la seconda risposta.   De André sapeva C’è una lucidità profetica nei versi di Fabrizio De André inseriti nell’album Storia di un impiegato (1973) “Sogno Numero Due” che il tempo non ha consumato, anzi ha reso più nitida: «Ascolta: una volta un giudice come me / giudicò chi gli aveva dettato la legge: / prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge. / Oggi, un giudice come me, / lo chiede al potere se può giudicare. / Tu sei il potere. Vuoi essere giudicato? / Vuoi essere assolto o condannato?»   De André descriveva il cortocircuito perfetto del potere che auto legifera e si autoassolve. La sequenza è sempre la stessa: prima si neutralizza il giudice scomodo, poi si riscrive la legge che lo rendeva possibile. Ciò che oggi si propone con la riforma costituzionale è semplicemente una versione più raffinata, più presentabile, più “democratica” dello stesso meccanismo. Non si cambia il giudice con un decreto: lo si rende dipendente, culturalmente e strutturalmente, da chi detiene il potere. Il risultato finale è identico: un giudice che «chiede al potere se può giudicare».   Gli scenari futuri Se il referendum dovesse approvare la riforma nella sua forma attuale, si aprirebbe una stagione nuova — e per molti versi inedita nella storia repubblicana — in cui: > I processi politicamente sensibili (corruzione, criminalità organizzata con > ramificazioni istituzionali, reati dei pubblici ufficiali) potrebbero > incontrare resistenze sistemiche anziché occasionali > > La figura del pubblico ministeropotrebbe trasformarsi progressivamente da > organo di accusa indipendente a soggetto esposto a pressioni di carriera > orientate politicamente > > Il controllo della legalità — che in Italia ha storicamente supplito alle > lacune di una politica spesso incapace di autoregolarsi — verrebbe > sensibilmente ridotto proprio negli ambiti in cui è più necessario Non si tratta di un salto diretto verso la dittatura: nessuno sta prefigurando scenari così drammaticamente lineari. Si tratta di qualcosa di più sottile e perciò più difficile da contrastare — un assottigliamento progressivo degli argini, una erosione silenziosa delle garanzie, che lascia in piedi le forme della democrazia svuotandone la sostanza. L’Italia ha una Costituzione nata dall’antifascismo che ha posto l’indipendenza della magistratura come pilastro irrinunciabile dello Stato di diritto. Quella scelta non fu casuale: chi aveva vissuto il ventennio sapeva esattamente cosa significasse una giustizia al servizio del potere politico. Settant’anni dopo, quella lezione rischia di essere dimenticata — non con la violenza, ma con la pazienza certosina di chi riscrive le regole del gioco mentre l’attenzione pubblica è altrove. De André, da quel palco immaginario del 1973, ci aveva già avvertiti. La domanda è se siamo ancora in grado di ascoltarlo. «Prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge». Poi non ci fu più bisogno di cambiare nessuno dei due. PER LA VERSIONE INTEGRALE CLICCA SOTTO Redazione Italia
March 22, 2026
Pressenza
Tanzania: 5 giorni di arte e cultura all’insegna di pace, nonviolenza e sovranità alimentare
Dal 17 al 22 marzo 2026 si è tenuto ad Arusha, in Tanzania, il Festival dell’Arte, della Musica e della Cultura per la pace, la nonviolenza e la sovranità alimentare. L’iniziativa, promossa nell’ambito delle attività del “Tavolo Tematico” di Musica, Arte e Cultura del Forum Umanista Mondiale, ha visto la partecipazione di numerosi artisti umanisti dell’Africa orientale e meridionale. Oltre alla musica dal vivo, il programma prevedeva performance artistiche, arti visive ed espressione creativa, dibattiti sulla sovranità alimentare, dialoghi per la pace e la nonviolenza e un intenso scambio culturale, fondamentale per promuovere la comprensione e la fratellanza. Sono stati cinque giorni all’insegna della creatività, dell’unità e dello scambio culturale tra artisti, musicisti, poeti e voci della comunità. Gli organizzatori sottolineano il potere dell’arte e del dialogo nel promuovere i valori della dignità umana, della tutela dell’ambiente e del diritto delle comunità a un’alimentazione sana e locale. L’evento è stato ospitato dalle organizzazioni Four Rivers of Blessings e MTO Wa Baraka. IL MONTE MERU AFRICANO Nei pressi di Arusha, all’interno dell’omonimo parco nazionale, si trova il Monte Meru, un antico vulcano che, in senso allegorico (e probabilmente senza alcun nesso con questa collocazione fisica), riveste un ruolo centrale nella mitologia indù, buddista e giainista come centro spirituale dell’universo, luogo della creazione e dimora degli dei. In queste tradizioni, il Monte Meru – il cui significato letterale in sanscrito è “alto” – collega il cielo e la terra, occupando uno spazio primordiale simile all’axis mundi in diverse culture. Esiste anche, sebbene meno conosciuta in Occidente, una mitologia africana legata al popolo Meru, un’etnia bantu giunta alle pendici di questa montagna circa 800 anni fa, proveniente dal Monte Kenya, una regione dove vive ancora oggi. Un collegamento interessante è che questo gruppo umano risalì verso quella regione del Kenya seguendo il corso del fiume Tana dall’oceano, le cui rive sono oggi il luogo in cui gli attivisti umanisti intendono realizzare un Parco di Studio e Riflessione, simile a quelli esistenti nei cinque continenti, ispirati alla dottrina di Silo, pensatore e guida spirituale del Nuovo Umanesimo. Secondo la tradizione orale dei Meru (Wameru in swahili), gli esseri umani trascorsero i loro primi tempi in un luogo paradisiaco chiamato Mbwa (o Mbwaa), dove non avevano bisogno né di coltivare né di indossare abiti. Murungu (noto anche come Ngai o Mwene Nyaga nelle culture keniane vicine) è la divinità creatrice suprema nella cosmologia dei Meru. Approfittando quindi della vicinanza al Monte Meru in Africa, l’intenzione è stata quella di entrare in contatto con il meglio dell’essere umano partendo da Arusha, in Tanzania, e da altri luoghi, attraverso la cultura della pace e della nonviolenza, la creatività e l’umanesimo. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALLO SPAGNOLO DI STELLA MARIS DANTE. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Javier Tolcachier
March 22, 2026
Pressenza
La costruzione dell’università critica come nemico interno
L’università come spazio critico (nonostante tutto) Nel 2024 e nel periodo settembre-ottobre 2025 l’università è tornata a essere uno spazio centrale nella società e politica italiana, in particolare nel movimento in solidarietà con la resistenza palestinese. Nonostante il lungo processo di ristrutturazione neoliberista attivo a livello globale dagli anni ’80, accelerato in Italia dai ’90, gli atenei hanno continuato a produrre elaborazioni teoriche dense e critiche degli assetti capitalistici e imperialistici vigenti. Gli ambiti di ricerca della Critical race theory, dell’ecologia politica, degli studi postcoloniali, delle analisi decoloniali, degli studi femministi, ma anche una molteplicità di voci nelle aree degli studi giuridici, della salute, della psicologia, dell’archeologia, così come delle scienze fisiche e naturali, hanno contribuito anche a sostenere le analisi sul genocidio a Gaza e sull’apartheid sistemico in Cisgiordania, comprese quelle della Relatrice ONU Francesca Albanese. Le università, incluse quelle italiane, hanno mantenuto la loro capacità critica dell’ordine esistente e questa si è evidentemente manifestata anche verso la Palestina. Questo protagonismo non è nuovo: l’università, almeno dalla seconda metà del Novecento, ha storicamente svolto la funzione di luogo pubblico di elaborazione culturale e politica, e dunque anche di conflitto. La normalizzazione di Governo La risposta governativa è arrivata prima negli Stati Uniti, con la repressione che negli atenei ha colpito una parte di docenti, studenti e studentesse attive nella denuncia di quello che a Gaza ha sempre più acquisito i caratteri di un genocidio, come è giunta a riconoscere anche la Commissione indipendente sui diritti umani dell’Onu a settembre 2025. Poi ha iniziato a dispiegarsi anche in Italia, preparata negli anni precedenti e orientata principalmente a normalizzare e, in subordine, a reprimere. Nel medio periodo – nel caso italiano, dalla riforma dell’università del 2010 – il processo di normalizzazione si è basato sul terreno preparato dalla soggettivazione neoliberale del precariato che ha eroso la funzione critica della docenza, imbrigliata in valutazioni quantitative, scarsità di risorse pubbliche e crescente burocrazia volta a sottrarre sempre più tempo alla ricerca (e alla vita delle persone), soprattutto alla ricerca collettiva e critica o non immediatamente traducibile nei migliori indicatori di valutazione. Questo processo di normalizzazione si è intensificato attraverso l’ingresso sempre più in profondità ed estensione dell’industria militare negli atenei, spesso attraverso progetti su tecnologie dual use in collaborazione con i principali gruppi produttori di armi in Italia, Leonardo S.p.A. in testa. Nel periodo più breve, negli ultimi dodici mesi, l’accelerazione di questa strategia di attacco è diventata più visibile. Essa si è estesa all’intero corpo dell’università. Non agisce su un livello solo o prevalentemente ideologico ma tende ad aggredire il carattere politico della formazione e ricerca universitaria, le sue strutture di autogoverno, la sua autonomia e, insieme, la sua tenuta economica spinta sempre più allo stremo. In breve, da un lato le riforme in corso (governance degli atenei, valutazione, percorsi di carriera e pre-ruolo, conferma dei tagli finanziari) consolidano, insieme all’ulteriore verticalizzazione del governo degli atenei, il definanziamento e la mancanza di un piano strutturale di reclutamento. Esse, pertanto, rendono la precarizzazione di ricercatrici e ricercatori il destino ineluttabile, a cui solo poche persone fortunate potranno sottrarsi, dando un ulteriore colpo alla libertà accademica. Dall’altro lato, le iniziative politiche e legislative in corso – come la legge sull’antisemitismo/antisionismo approvata al Senato nel mese di marzo 2026, l’ipotesi di riforma dei consigli di amministrazione delle università con un membro di nomina governativa e le prese di posizione dei ministri Crosetto, Meloni e Bernini a dicembre 2025 sul corso di laurea di filosofia da aprire a Bologna esclusivamente per gruppi di militari – tendono a delineare la subordinazione dell’università al controllo politico e ai rapporti organici con le strutture militari[1]. Il (non) caso di Bologna L’Università di Bologna non ha rifiutato l’iscrizione a dei militari. Il Dipartimento di Filosofia di quell’ateneo ha semplicemente valutato di non accettare la proposta di istituzione di un corso di laurea esclusivamente riservato agli allievi dell’Accademia Militare di Modena. Nella sua autonomia il dipartimento ha preso questa decisione e, di conseguenza, l’amministrazione centrale l’ha condivisa. A seguito di questa decisione si sono espressi prima il ministro della Difesa, poi la ministra dell’Università e, infine, la presidente del Consiglio dei ministri. Per quest’ultima, “questo rifiuto implica una messa in discussione del ruolo stesso delle Forze Armate, presidio fondamentale della difesa e della sicurezza della Repubblica, come previsto dalla Costituzione”. Per la ministra dell’Università il corso di laurea si dovrà organizzare, mentre nelle parole del ministro della Difesa “i professori dell’ateneo di Bologna, che hanno rifiutato di avviare un corso di laurea per alcuni ufficiali dell’esercito italiano, temendo (così dicono) la (presunta) «militarizzazione» della loro università, possono stare tranquilli: quegli ufficiali che loro oggi rifiutano sdegnati, oggi, domani e sempre, saranno pronti a difenderli ugualmente, ove e in caso fosse necessario”. Gli interventi governativi travalicano il merito della questione. Evidentemente, il tema dell’autonomia degli organismi universitari non rientra nei loro riferimenti culturali e politici. Le loro aspettative non sono state rispettate, reagendo con dichiarazioni non solo fuori da ogni buona grazia istituzionale, e da ogni minimo rispetto dell’autonomia universitaria, ma soprattutto spinte al massimo sul pedale ideologico. L’università è “pluralista”, e quindi niente “barriere ideologiche”, dice la Presidente del Consiglio. Confermando il frame ormai consueto, già attivo il mese scorso nelle parole della Ministra della Famiglia secondo la quale l’università sarebbe in preda alle “ideologie”, “tra i peggiori luoghi di non riflessione”. Islamo-gauchisme all’italiana: costruire un nuovo nemico interno In altre parole, ministri e ministre del Governo italiano continuano a descrivere le università italiane come contesti che assomigliano a un misto tra centri sociali e madrase. Accusano, di fatto, le università di quello che in Francia alcuni ambienti politici e culturali – non solo vicini alla destra – hanno definito islamo-gauchisme (estrema sinistra islamica, si potrebbe approssimativamente tradurre). Questa accusa si stringe in un unico nesso con il tentativo continuamente rinnovato di isolamento di Francesca Albanese, l’agitazione del pericolo della costituzione di un partito islamico in Italia “vicino alla sinistra” e le riforme che stanno interessando l’università. Il nesso rientra sotto il cappello non dichiarato della normalizzazione e criminalizzazione di ogni dissenso sulle questioni fondamentali (genocidio e pulizia etnica in Palestina, riarmo e militarizzazione delle società, crisi economica e guerra permanente). In questa strategia, il tentativo è quello di costruire l’università che si occupa criticamente di tali questioni fondamentali come nemico interno, da uniformare, isolare, marginalizzare anche per far tornare tutti a casa dopo il periodo delle manifestazioni per e con la Palestina e contro la militarizzazione dell’università. Tutelare la critica, praticare la democrazia In realtà, negli ultimi due anni le università sono semplicemente ridiventate un luogo di dibattito e prese di posizione nello spazio pubblico italiano (e non solo). Queste prese di posizione hanno evidenziato che di fronte a un massacro e a un ecocidio che hanno rapidamente assunto forme tali da integrare la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio non è possibile fare finta di niente. E, così, nelle università, parti crescenti dei suoi membri, e delle sue componenti, hanno fatto il proprio mestiere: hanno argomentato, spiegato, mostrato cosa stesse accadendo a Gaza. Hanno semplicemente svolto il loro lavoro. È stato il Governo italiano – come quelli di tanti altri Stati – che è invece venuto meno ai propri compiti, tra i quali – rafforzato dal fatto di aderire alla Corte penale internazionale – c’è l’impegno a evitare che altri Stati nel mondo perpetrino un genocidio. Contro questa deriva dei governi e degli Stati l’esercizio della critica è una necessità, anche perché il resto, compresa la stampa mainstream, si concentra sulla polvere sotto il tappeto mentre la casa crolla, insistendo, ad esempio, sulla critica di alcune parole di Francesca Albanese, mentre quasi ignora – continua a ignorare – le devastazioni materiali inflitte da Israele a Gaza: oltre 70.000 morti e condizioni di vita estreme per circa due milioni di persone. Bisogna riconoscere che il livello dell’attacco ad autonomia e democrazia si è alzato, anche perché è interno a una strategia neoautoritaria in via di dispiegamento a sostegno del regime di guerra vigente. Si rende chiara la necessità di organizzarsi da parte delle diverse componenti universitarie per preservare la propria autonomia e la democrazia, a partire da quella interna agli atenei stessi. I movimenti sociali degli ultimi due anni – per restare alla stretta attualità – hanno evidenziato che l’università è uno spazio che può contribuire a contrastare l’avanzata di un progetto neoautoritario. Le destre nazionaliste, del resto, la osteggiano proprio per questa ragione. Chi lavora e studia nelle università può decidere, quindi, di opporsi a questa deriva pericolosa per l’intera società, costruendo e mantenendo attivi gli spazi dedicati alla critica, all’emancipazione e alla libertà verso un’università che lavori per la demilitarizzazione e la pace.   NOTE [1] LA RIFORMA DELL’UNIVERSITÀ STA AVVENENDO ATTRAVERSO DIVERSE INIZIATIVE: NUOVE LEGGI, NUOVI REGOLAMENTI, LAVORI DI COMMISSIONI AD HOC, ANNUNCI POLITICI E DELEGHE AL GOVERNO, COME PREVISTO DALL’ARTICOLO 20 DELLA LEGGE 167 DEL 10 NOVEMBRE 2025. È UN INSIEME DI INTERVENTI CHE CONCORRE ALLO STRUTTURALE RIDIMENSIONAMENTO DELL’UNIVERSITÀ PUBBLICA ITALIANA CHE INCIDE SULLA LIBERTÀ ACCADEMICA, SULL’AUTONOMIA DEGLI ATENEI E SULLE GENERALI CONDIZIONI DI LAVORO E RICERCA Redazione Italia
March 21, 2026
Pressenza
Giornata Mondiale della Poesia, anche questo è il 21 marzo…
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, in occasione della Giornata Mondiale della Poesia del 21 marzo, istituita dall’UNESCO con la Risoluzione 30 C/29, intende rilanciare con forza il valore strategico della parola poetica nel panorama educativo e culturale contemporaneo, sottraendola a una lettura marginale o meramente celebrativa e restituendole il suo ruolo originario di coscienza critica delle società. n un ecosistema comunicativo dominato da velocità, polarizzazione e superficialità, la poesia si configura come un presidio culturale capace di rallentare il pensiero, restituire complessità ai fenomeni sociali e riattivare un linguaggio pubblico fondato su responsabilità, profondità e verità. Essa si pone, in tal senso, come una forma di “educazione alla cittadinanza sensibile”, in cui la parola non descrive soltanto il mondo, ma contribuisce a trasformarlo. In tale prospettiva, il linguaggio poetico assume una funzione educativa cruciale, poiché consente di attraversare i temi dei diritti umani non come principi astratti, ma come esperienze incarnate nella storia e nelle biografie. La tradizione letteraria internazionale e italiana offre esempi di straordinaria rilevanza civile, utili a costruire percorsi didattici solidi e culturalmente fondati. Figure come Maya Angelou e Langston Hughes hanno dato voce alle lotte per i diritti civili e contro la discriminazione razziale negli Stati Uniti; Nazim Hikmet ha rappresentato con coerenza il legame tra poesia e libertà, pagando personalmente il prezzo dell’impegno politico; Mahmoud Darwish ha trasformato la poesia in strumento di identità e resistenza culturale; Walt Whitman ha celebrato la dignità universale dell’essere umano come fondamento etico della democrazia; mentre Adrienne Rich e Audre Lorde rappresentano voci imprescindibili nella riflessione sui diritti delle donne, sull’uguaglianza e sull’intersezionalità. A queste si affiancano figure europee come Anna Akhmatova, simbolo di resistenza morale ai totalitarismi, e Seamus Heaney, la cui opera ha saputo coniugare profondità etica e riflessione sui conflitti. Parallelamente, il panorama italiano offre contributi fondamentali per una pedagogia dei diritti attraverso la poesia. Giuseppe Ungaretti e Salvatore Quasimodo hanno restituito, attraverso l’esperienza della guerra, una riflessione essenziale sulla dignità e sulla sofferenza umana; Alda Merini ha trasformato la propria esperienza di marginalità in testimonianza civile; Pier Paolo Pasolini e Franco Fortini hanno interrogato criticamente le contraddizioni della società contemporanea; mentre Shpend Sollaku Noe ha dato voce all’esperienza dell’esilio e dei diritti negati. Il Coordinamento ritiene pertanto necessario che la scuola e i contesti formativi riconoscano nella poesia non un contenuto accessorio, ma una vera e propria infrastruttura educativa trasversale. La poesia, infatti, educa alla complessità, all’empatia e alla responsabilità linguistica, contribuendo a formare cittadini capaci di interpretare criticamente la realtà e di partecipare consapevolmente alla vita democratica. In un’epoca in cui il linguaggio può diventare strumento di esclusione o manipolazione, educare alla parola poetica significa anche educare alla giustizia. Alla luce di tali considerazioni, la Giornata Mondiale della Poesia deve essere reinterpretata come un dispositivo culturale permanente e generativo. Il Coordinamento propone una visione educativa in cui la poesia venga integrata stabilmente nei curricoli come pratica laboratoriale, spazio di narrazione civile e strumento di dialogo tra culture, anche attraverso l’uso consapevole dei media digitali. In questa prospettiva, la conoscenza e la diffusione delle opere dei poeti che hanno incarnato, nella loro vita e nella loro scrittura, i principi dei diritti umani rappresenta un passaggio decisivo per costruire una memoria attiva e una coscienza critica nelle nuove generazioni. In questa direzione, la parola poetica può essere assunta come infrastruttura simbolica della democrazia: non semplice espressione individuale, ma pratica collettiva di libertà, responsabilità e riconoscimento reciproco. Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani rinnova il proprio impegno affinché la poesia diventi sempre più uno spazio pubblico di educazione civile, capace di incidere nei processi culturali e mediatici contemporanei, contribuendo alla costruzione di una società più giusta, inclusiva e consapevole. prof. Romano Pesavento, Presidente Nazionale CNDDU Redazione Italia
March 21, 2026
Pressenza
A Scampia una strada per Ilaria Alpi, nel nome della verità e della libera informazione
Nel trentaduesimo anniversario dell’uccisione della giornalista del Tg3 e del cineoperatore Miran Hrovatin, Napoli dedica a Ilaria Alpi una via nel quartiere di Scampia. Un omaggio che lega memoria, diritto all’informazione e impegno civile. Ci sono memorie che non possono restare confinate nelle cerimonie. Per continuare a parlare hanno bisogno di entrare nei luoghi della vita quotidiana, di farsi nome visibile nello spazio pubblico, di incontrare ogni giorno gli sguardi di chi passa. È anche per questo che l’intitolazione di una strada a Ilaria Alpi, a Scampia, assume un significato che va oltre l’omaggio formale. Nel giorno del trentaduesimo anniversario della sua uccisione, Napoli ha dedicato una via alla giornalista del Tg3 assassinata a Mogadiscio il 20 marzo 1994 insieme al cineoperatore Miran Hrovatin. I due stavano lavorando a un’inchiesta sui traffici illeciti di armi e rifiuti tossici tra l’Italia e la Somalia, una vicenda ancora oggi legata a molte domande irrisolte e a una richiesta di verità che non si è mai spenta. La nuova area di circolazione, parallela a via Bakù e viale della Resistenza, si colloca nel cuore di Scampia, un quartiere che negli anni ha legato il proprio percorso di trasformazione urbana anche a una forte domanda di memoria, dignità e riscatto. La scelta del luogo non è secondaria: affidare proprio qui il nome di Ilaria Alpi significa legare il suo ricordo a un territorio che continua a cercare futuro attraverso presìdi concreti di legalità e coscienza civile. Nel corso della cerimonia, la vicesindaca e assessora con delega alla toponomastica Laura Lieto ha sottolineato il valore di una giornata che richiama la memoria, il rispetto e l’affetto della città per Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Ma il senso dell’iniziativa, ha ricordato, riguarda anche il presente: il sostegno alla libera stampa, il diritto dei cittadini a essere informati, la vicinanza a chi continua a fare inchiesta in tempi difficili, spesso dentro scenari di guerra e di violenza. Napoli non è stata sola in questo ricordo. Nello stesso giorno iniziative e momenti commemorativi si sono svolti anche in altre città italiane, tra cui Roma e Trieste, a conferma di una memoria che continua a coinvolgere giornalisti, istituzioni e cittadini. Un segno che la vicenda di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin non appartiene soltanto al passato, ma resta una ferita aperta della coscienza democratica del Paese. Ed è proprio qui il punto più profondo. Ricordare Ilaria Alpi non significa soltanto rendere omaggio a una giornalista coraggiosa, ma riconoscere il valore del giornalismo d’inchiesta e il prezzo che, ancora oggi, molti cronisti pagano quando cercano verità scomode su fatti di interesse pubblico. Per questo la memoria non può ridursi a una ricorrenza: deve continuare a vivere come responsabilità civile, come domanda di verità, come difesa quotidiana del diritto all’informazione. Da oggi, a Scampia, il nome di Ilaria Alpi sarà anche questo: non solo un ricordo inciso su una targa, ma un segno affidato alla città e soprattutto alle nuove generazioni. Lucia Montanaro
March 20, 2026
Pressenza