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Quando lo sport fiancheggia il genocidio
Rovereto Città della Pace è ancora per tutto il giorno di oggi (2 agosto) una delle sedi del campionato Eurobasket U18. Tra i partecipanti c’è anche la nazionale giovanile di Israele. Benvenuti i ragazzi dell’altra sponda del Mediterraneo, ma ci manca l’altro Popolo che abita lo stesso territorio. Ospitare giovani israeliani e dimenticare gli altri giovani che a Gaza, in Cisgiordania, nei campi profughi in Libano non hanno possibilità analoghe: questo ferisce e dimostra che lo sport da occasione di incontro diventa portatore di discriminazione e implicito avallo di una violenza di cui abbiamo quotidiane atroci testimonianze. Sappiamo dagli stessi Israeliani che la propaganda pervade ogni aspetto della loro vita, a cominciare dalla scuola e continuando con le attività di aggregazione come quella sportiva, spesso usata come vero e proprio allenamento alla vita militare. Qui a Rovereto abbiamo avuto prova della contiguità tra attività agonistica e indottrinamento nazionalistico e apertamente bellicista: un video pubblicato sul canale ufficiale della Federazione israeliana Basket riporta un estratto del discorso del ct Nadav Zilberstein, pronunciato negli spogliatoi del Palazzetto di Rovereto. L’allenatore lega la performance della sua squadra alle campagne militari israeliane: la possibilità di gareggiare dei giovani atleti sarebbe possibile grazie a chi sta combattendo “in Libano e a Gaza”. Sullo sfondo, il manifesto di un soldato ucciso durante l’invasione del Libano. Di quanti coetanei palestinesi dovremmo ricordare l’assenza? Di quanti atleti, arbitri, dirigenti, bambine/i uccisi negli ultimi anni? Di quanti mutilati che non potranno né correre con due gambe né tenere un pallone con due mani? Per tutti, abbiamo ricordato un campione: Mohammad Shalaan, cestista nella nazionale palestinese con due titoli di Premier League, ucciso a Gaza dall’esercito israeliano. Guardiamo con pena e ammirazione ai calciatori amputati (privati di un braccio o di una gamba) che organizzano tornei nel centro di Gaza (https://www.instagram.com/reels/DRQEtErk4zK/) e ad altre forme di resistenza lì dove corpi e strutture sono stati distrutti. Insieme ad altre associazioni impegnate nella promozione della pace e dei diritti umani abbiamo chiesto alla Presidenza della FIBA Europe e ad altri soggetti, internazionali e locali, coinvolti nell’organizzazione di eventi sportivi:  di escludere squadre israeliane dalle future competizioni internazionali mentre continua un’opera di genocidio e futuricidio nei confronti dei Palestinesi;  di promuovere la partecipazione di atlete/i palestinesi a competizioni sportive, dimostrazioni, incontri didattici e culturali. LO SPORT IN PALESTINA Sono 684 gli sportivi uccisi dall’esercito israeliano in Palestina dall’ottobre 2023 al 13 febbraio 2026, quando alla Camera dei Deputati è stato presentato il Report del Comitato Olimpico Palestinese: «684 vittime distribuite in 34 federazioni e istituzioni sportive. La federazione più colpita è la Federcalcio palestinese, che conta 367 morti tra arbitri, allenatori, giocatori, presidenti di club e dirigenti.  Seguono l’Associazione Scout Palestinese con 54 vittime e la Federazione Karate con 31». Il report evidenzia un impatto generazionale profondo: 178 vittime avevano tra i 6 e i 20 anni; 143 tra i 20 e i 30 anni, nel pieno dell’attività agonistica; 111 avevano più di 50 anni, tra dirigenti storici e figure chiave della governance sportiva. «Una perdita che compromette non solo il presente ma la continuità futura dello sport palestinese». Distrutti circa 290 impianti sportivi tra Gaza e Cisgiordania, tra stadi, campi da calcio, palestre e sedi di club impedendo qualsiasi pratica sportiva. «Quando un impianto sportivo viene distrutto o reso inaccessibile, non si perde solo un’installazione materiale: si perde un presidio di comunità e di futuro» ha dichiarato alla conferenza il presidente nazionale della UISP (Unione Italiana Sport Per tutti), lanciando un appello alla comunità sportiva internazionale, a partire dal Comitato Olimpico Internazionale, affinché non resti inerte di fronte alla negazione dei diritti fondamentali. «Lo sport deve stare, sempre, dalla parte dei diritti umani, del dialogo, della tutela dei civili e della pace». Contro le frontiere fisiche e mentali, dal 2019 la associazione Un Ponte Per ETS ha contribuito a creare una rete intorno alla squadra femminile di pallacanestro Real Palestine Youth del campo profughi di Shatila (un nome che, assieme al campo di Sabra, ricorda i massacri impuniti del 1982). Nel 2017 è nato il primo scambio con le realtà popolari romane, le squadre femminili di Atletico San Lorenzo e Les Bulles Fatales. Nel 2018 la squadra di Shatila è tornata a Roma mentre nel 2019 sono gli All Reds a volare a Beirut. Sempre attraverso Un Ponte Per le ragazze del Basket Beats Borders di Shatila, diventate famose oltre i confini del campo, sono state ospitate dal 1° al 13 luglio scorso dai Club di Torino, Genova, Como. Nel campo della arrampicata, Climbers for Palestine, collettivo internazionale che utilizza l’arrampicata come strumento di sensibilizzazione ai diritti del popolo palestinese, ha creato una mobilitazione in concomitanza con il Rock Master Climbing Stadium di Arco, con l’obiettivo di riflettere sulle condizioni degli scalatori palestinesi cui viene ostacolato l’accesso alle falesie della Cisgiordania. In Israele, secondo il dossier di Climbers for Palestine, vengono promosse aree di arrampicata situate nei territori palestinesi occupati, modificando i nomi e i riferimenti geografici delle falesie; il mondo sportivo israeliano della arrampicata è strettamente collegato alla preparazione militare; si perpetua una occupazione del suolo palestinese comprensivo delle zone di arrampicata contro il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024. Per queste ragioni Climbers for Palestine ha chiesto se una federazione sportiva può continuare a rappresentare ufficialmente un paese quando vengono contestate pratiche discriminatorie di accesso allo sport e attività nei territori occupati. La sospensione o l’esclusione di una federazione non vieta agli atleti di partecipare alle competizioni, ma solo a condizione che gli atleti gareggino rappresentando solo se stessi, non lo stato; e quindi senza bandiere o altri segni di appartenenza nazionale. __________________________________________________________________________________________________ DONNE IN NERO. Con questo nome nel 1988 alcune donne israeliane hanno cominciato a manifestare a Gerusalemme contro l’occupazione dei territori palestinesi da parte dello stato di Israele. Il Nero ed il Silenzio sono «assunti a simbolo della tragedia comune del popolo palestinese ed israeliano». Da quel momento il movimento è cresciuto fino a diventare internazionale, testimoniando l’opposizione ad ogni guerra e ad ogni violenza. «Il nostro nero, il nostro silenzio non sono rassegnazione e impotenza, ma protesta e riflessione». A Rovereto, le Donne in Nero sono state in piazza negli anni ’90 durante la guerra nei Balcani e, dal 2003, durante quella del Golfo. Aderiscono al Coordinamento nazionale “10, 100, 1000 PIAZZE – Donne per la Pace”. A Rovereto stiamo manifestando dall’ottobre 2023: il primo sabato (ore 10 – 11) e il terzo mercoledì del mese (ore 17 – 18) in via Stoppani. mail: donneinnero.rovereto@gmail.com – VI ASPETTIAMO AI NOSTRI SIT-IN Redazione Italia
August 2, 2026
Pressenza
Ciò che resta dello sport in Palestina, tra atleti uccisi e infrastrutture distrutte
Sono 684 gli sportivi uccisi in Palestina dall’ottobre 2023 e tra loro 178 erano ragazzi tra i 6 e i 20 anni. E sono stati distrutti circa 290 impianti sportivi tra Gaza e Cisgiordania, tra stadi, campi da calcio, palestre e sedi di club impedendo qualsiasi pratica sportiva. È il quadro tracciato dal Comitato Olimpico Palestinese nel report presentato nei giorni scorsi alla Camera dei deputati, nel corso di una conferenza stampa promossa dal deputato e responsabile nazionale Sport del PD Mauro Berruto. Alla conferenza stampa hanno partecipato: Jibril Rayoub, Presidente del Comitato Olimpico Palestinese e della Federcalcio palestinese, Dima Said, ex calciatrice e portavoce della federcalcio palestinese, Ehab Abu Jazar, CT della nazionale maschile palestinese di calcio, Charlotte Phillips, atleta della nazionale femminile palestinese di calcio, Valerie Tarazi, nuotatrice olimpica palestinese e membro dell’Olympic Council of Asia, Renzo Ulivieri, presidente della AIAC (Associazione italiana allenatori calcio) e Mona Abuamara, ambasciatrice di Palestina in Italia. Renzo Ulivieri ha premiato con la “Panchina speciale AIAC 2025” il CT della nazionale palestinese Ehab Abu Jazar.  I dati – che viene sottolineato nel Report “sono stati meticolosamente raccolti e verificati” – parlano di 684 vittime distribuite in 34 federazioni e istituzioni sportive. La federazione più colpita è la Federcalcio palestinese, che conta 367 morti tra arbitri, allenatori, giocatori, presidenti di club e dirigenti. L’Associazione Scout Palestinese ha avuto invece 54 vittime e la Federazione Karate 31. Stiamo parlando di una strage di giovani e giovanissimi:: 178 vittime avevano tra i 6 e i 20 anni, 143 tra i 20 e i 30 anni (ed erano, quindi, nel pieno dell’attività agonistica), 111 avevano più di 50 anni, tra dirigenti storici e figure chiave della governance sportiva. Si tratta di una perdita che compromette non solo il presente ma la continuità futura dello sport palestinese. Anche la componente femminile dello sport, secondo i dati del Comitato Olimpico Palestinese, è stata duramente colpita: le vittime donne sono il 5% del totale e molte erano bambine, giovani atlete o impegnate nell’amministrazione sportiva. Una ferita che, sottolinea il report, rappresenta un grave arretramento nel percorso di crescita della partecipazione femminile nello sport palestinese, già fragile e frutto di anni di lavoro per affermare uguaglianza e inclusione. Anche le infrastrutture sportive sono state duramente colpite, attraverso una distruzione che viene definita “sistematica”. Secondo la Federcalcio palestinese, dall’ottobre 2023 sono stati demoliti 23 grandi stadi e campi sportivi, 12 campi da calcio omologati FIFA, 35 palestre indoor polivalenti e 60 sedi amministrative di club. Si tratta di danni per centinaia di milioni di euro e per ricostruirli si stima che ci vorranno decenni. Uno dei simboli di questa devastazione è lo stadio Al-Yarmouk, inaugurato nel 1952 e tra i più antichi impianti della Palestina, è stato il luogo di partite internazionali e raduni olimpici, ma durante il conflitto sarebbe stato trasformato dagli israeliani in campo di detenzione per prigionieri di guerra e successivamente  è stato raso al suolo completamente. Da simbolo di orgoglio nazionale a luogo di umiliazione, fino alla distruzione totale. Il report presentato alla Camera dei deputati parla di un impatto “senza precedenti” sull’intero settore sportivo e richiama esplicitamente i principi della Carta Olimpica: non discriminazione, uguaglianza di genere, rispetto dei diritti umani e diritto allo sport. “Dobbiamo riportare al centro la Carta Olimpica, ha dichiarato Mauro Berruto aprendo la conferenza di presentazione del rapporto. Quello che sta avvenendo in Palestina è un vero e proprio genocidio, in aperta violazione dei diritti umani internazionali. Viene colpito un popolo anche nel suo aspetto più condivisibile: lo sport”. E Tiziano Pesce, presidente nazionale Uisp, presente alla conferenza stampa ha aggiunto: “Territori devastati dalla guerra, ospedali, infrastrutture civili, scuole e impianti sportivi in gran parte distrutti, comunità spezzate dal dolore e dall’insicurezza quotidiana, segnate da condizioni di emergenza prolungata. Senza il rispetto pieno del diritto internazionale umanitario, non può esserci ricostruzione né prospettiva. Non sorprende che l’accesso allo sport, in particolare per ragazze e ragazzi, sia così gravemente compromesso: campi inagibili, pratiche interrotte, trasferimenti impossibili. Ma in questo tremendo scenario lo sport non è un dettaglio: è diritto, è dignità, è educazione, è spazio di relazione e di crescita per i giovani. Quando un impianto sportivo viene distrutto o reso inaccessibile, non si perde solo un’installazione materiale: si perde un presidio di comunità e di futuro. Abbiamo ascoltato dalla viva voce di dirigenti ed atleti palestinesi testimonianze di straordinaria volontà di vita e di dignità. La conferenza di oggi alla Camera deve rappresentare un richiamo forte alla responsabilità della comunità sportiva internazionale, a partire dal Comitato Olimpico Internazionale, affinché non resti inerte di fronte alla negazione dei diritti fondamentali. Per noi dell’Uisp, ancora una volta, è l’occasione per affermare con nettezza che lo sport deve stare, sempre, dalla parte dei diritti umani, del dialogo, della tutela dei civili e della pace“. Il Comitato olimpico palestinese chiede alla comunità internazionale e alle federazioni sportive mondiali che “venga garantita la libera partecipazione degli atleti palestinesi alle competizioni internazionali, senza ostacoli, e la loro protezione da qualsiasi minaccia o molestia. È il momento di stare al fianco degli atleti palestinesi, di proteggere lo sport e di piantare i semi della pace e della giustizia. Lo sport deve essere un ponte per la pace e una speranza per tutti”. Si tratta di un appello che in concomitanza con le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 punta a riportare la questione palestinese anche dentro le istituzioni sportive globali, trasformando il diritto allo sport — per uomini e donne — in una questione di responsabilità internazionale. Qui il video della conferenza stampa: https://webtv.camera.it/evento/30375.  Giovanni Caprio
February 15, 2026
Pressenza