Due secoli di migrazioni italiane: un immenso fatto politico totaleSul sito dell’Istituto Euroarabo nella pagina Dialoghi Mediterranei è appena
uscito un bellissimo saggio del nostro Salvatore Palidda, Due secoli di
migrazioni italiane: un immenso fatto politico totale , saggio che prende lo
spunto dal libro curato da Lorenzo Prencipe e Matteo Sanfilippo Breve storia
statistica dell’emigrazione italiana, pubblicato di recente dalla Fondazione
Centro Studi Emigrazione. Ne riportiamo di seguito qualche stralcio
[…] Migrazioni cioè mobilità umane: uno dei principali fatti politici totali
della storia dell’umanità
Tutta la storia dell’umanità è storia di spostamenti a breve, media e lunga
distanza. Riprendendo l’essenziale dei classici delle scienze politiche e
sociali appare evidente che tre sono le più marcanti caratteristiche degli
esseri umani, quelle di: animale politico, di animale pensante, animale mobile
– oltre che biologicamente unico. Questi spostamenti continui hanno prodotto il
popolamento progressivo di tutti i continenti, la formazione e le continue
trasformazioni della vita associata degli esseri umani, cioè delle società
locali e poi nazionali. Per ciò, le migrazioni vanno considerate come un fatto
politico totale le cui cause e ragioni sono sempre molteplici e spesso
inconsapevolmente vissute dai migranti.
Come suggerisce Sayad, si tratta sempre di emigrazioni e immigrazioni, e
aggiungo, spesso ritorni e “va-e-vieni”. E sempre con Sayad, ricordiamo che le
migrazioni hanno una funzione specchio. sono cioè rivelatrici delle
caratteristiche dell’organizzazione politica della società di partenza, di
quella di immigrazione e delle relazioni fra loro (spesso marchiate dal
colonialismo e oggi dal neocolonialismo liberista).
Secondo la prima importante tabella elaborata da Prencipe e Sanfilippo, il
totale degli espatri dal 1861 al 2023 ammonterebbe a 28.996.958 (di cui il
26,08% donne) e “con stime” a 30.839.332, mentre i rimpatri ammonterebbero a
11.527.894 e con stime a 11.863.445 (x i rimpatri non si hanno dati sulle
donne). Queste enormi cifre fanno dell’Italia uno dei Paesi più segnati dalle
migrazioni e, lo sottolineiamo subito, occorre sempre parlare di migrazioni non
solo perché si tratta di espatri e poi di rimpatri, ma anche di “va-e-vieni” che
però è impossibile misurare.
Inoltre, va anche ricordato che le migrazioni italiane (di una certa consistenza
quantitativa) esistevano già prima dell’Unità d’Italia, per esempio dalla
Sicilia e dalla Campania verso la Tunisia (spesso con piccole barche), verso
l’Algeria e il Marocco, così come – a piedi – dal Nord Italia verso la Francia,
e un po’ meno verso altri Paesi.
E ancora, non va dimenticato che tante emigrazioni erano “clandestine” e hanno
continuato a rimanere tali o comunque ignote alla pubblica amministrazione anche
dopo l’Unità d’Italia e persino sino a oggi. Altro fatto noto molto rilevante è
che tutta la storia delle migrazioni fra le regioni italiane e l’estero si
sovrappone o è contemporanea a quella delle cosiddette migrazioni interne dalle
campagne alle città (in tutte le regioni) e da regioni verso altre regioni (non
solo dalle isole e dal Sud verso il Nord, secondo il luogo comune dominante.)
In realtà gli spostamenti fra comuni vicini e poi anche lontani all’interno
dell’Italia si ripetono da sempre per non parlare delle emigrazioni e
immigrazioni all’interno di tutto il mondo euro-mediterraneo, in particolare nel
periodo del Rinascimento (si veda il volume di Studi emigrazione curato da
Surdich e Sanfilippo e altre pubblicazioni riguardanti le diverse regioni e
città italiane). Ricordiamo anche le migrazioni di artigiani, artisti e
manovalanze fra le quali l’epopea di questi in Francia e nei Paesi Bassi. […]
Segue una storia dettagliata delle emigrazioni dall’Italia a partire dal
Risorgimento, con particolare attenzione al caso siciliano, specie dopo la
repressione dei Fasci del 1891-95, e all’esodo operaio dal Nord, specie dopo i
fatti di Milano del 1898, e ancora sotto il fascismo e poi durante il cosiddetto
boom, fino ad oggi
Conclusioni
La grande mobilità di massa provocata dallo sviluppo capitalista del XIX e XX
secolo sovrapposto alle guerre e ai vari disastri (quella connessa alla grande
trasformazione descritta da Polany), si è rilanciata a seguito dell’ultima
“grande trasformazione” provocata dalla controrivoluzione liberista
globalizzata. Il liberismo si è imposto puntando sull’esasperazione
dell’asimmetria di potere, di mezzi e di ricchezza a favore di un numero sempre
inferiore di dominanti e dei loro sostenitori, fatto che ha consentito una
devastazione planetaria. Gran parte della popolazione è spesso massacrata non
solo dalla fame, da malattie non curate, dall’esasperazione delle
diseguaglianze, ma anche dalle guerre istigate dalle potenze dominanti, e quindi
costretta a cercare disperatamente la salvezza migrando, e spesso morendo
durante questi tentativi (vedi Resistenze ai disastri sanitari-ambientali ed
economici nel Mediterraneo).
Si fugge da tanti luoghi dei Paesi martoriati non solo dalle guerre ma anche
dalle devastazioni provocate dalle multinazionali per estrarre petrolio,
carbone, uranio, gas, i cosiddetti nuovi minerali preziosi, da una pesca
industriale, da grandi opere che cancellano le comunità di territori grandi come
la Francia, dalle discariche di rifiuti tossici ecc.
A questo si aggiungono le misure finanziarie che impongono ai Paesi meno
fortunati e a tutti politiche economiche e sociali che affamano e creano spesso
solo neo-schiavitù. Il proibizionismo delle migrazioni da parte dei Paesi ricchi
imposto anche ai Paesi di transito è di fatto una guerra che provoca morte. In
altre parole, i dominanti optano facilmente per il “lasciar morire”
(la tanatopolitica) anziché per il “lasciar vivere” (la biopolitica) proprio
perché non manca manodopera e persino umani da schiavizzare e trattare come
“usa-e-getta”.
Ed è anche questo che spiega in parte il paradosso dell’emigrazione e
dell’immigrazione che aumentano simultaneamente negli stessi luoghi. I dominanti
non hanno alcun interesse a creare buone condizioni di lavoro e di remunerazione
per trattenere i lavoratori, poiché possono disporre di braccia da selezionare e
trattare a piacimento come manodopera malpagata o schiavi usa-e-getta, riducendo
i costi del lavoro a meno del minimo. Ciò avviene nei Paesi ricchi, mentre in
quelli poveri si fuggono la distruzione di intere società locali e tutto il
peggio che si può immaginare a conseguenza di ciò.
La scelta ferocemente ostile alle migrazioni da parte dei Trump e dell’Unione
europea è emblematica della congiuntura forse la più reazionaria conosciuta dal
1945. È ormai evidente che questa guerra non è dovuta alla bomba umana, non a
“troppi umani”, ma a troppo poca umanità. La ricchezza mondiale potrebbe
benissimo assicurare condizioni di lavoro e di vita decenti a tutta la
popolazione mondiale, ma com’è noto neanche 3 mila miliardari e circa 100 mila
milionari si accaparrano questa ricchezza.
In Italia nessun governo delle destre e dell’ex-sinistra ha mai adottato misure
appropriate per contrastare il declino demografico e l’emigrazione, innanzitutto
nel senso di contrastare la distribuzione della ricchezza oggi sempre più a
sfavore dei redditi bassi e per aumentare i salari che diminuiscono più che nel
resto d’Europa (fatto segnalato persino dall’OCSE). I neofascisti oggi al
governo, secondo la logica razzista-suprematista bianca, pretendono di
incentivare la “riproduzione di italiani” che peraltro è notoriamente
fallimentare (nonostante la sua politica natalista, anche la Francia registra
ora un calo demografico). L’Italia non potrà che continuare a essere Paese di
emigrazione e di immigrazione. La guerra alle migrazioni e le altre guerre
permanenti di questo XXI secolo, sino al genocidio del popolo palestinese, non
potrà arrestare la resistenza di centinaia di milioni di umani innanzitutto
perché è sopravvivenza.
IN DIALOGHI MEDITERRANEI, N. 78, MARZO 2026
Salvatore Turi Palidda