Democrature nel caos globale. Introduzione a “Moltitudini ribelli”
Pubblichiamo eccezionalmente l’introduzione integrale al volume Moltitudini
ribelli. Un’alternativa possibile alla guerra permanente, (Multimage, Firenze,
2026, pp.325), il Quaderno di Pressenza 2025 curato da Toni Casano, Pina
Catalanotto e Daniela Musumeci. Il libro sarà presentato a Palermo il prossimo
martedì 10 marzo alle ore 17, presso il Laboratorio “Andrea Ballarò” (Largo
Rodrigo Pantaleone, 16), organizzato dalla nostra redazione e dal Caffè
filosoofico “Beppe Bonetti”. Al dibattito parteciperanno: Angela Galici (Lab. A.
Ballarò), Franco Ingrillì (Ambulatori popolari) ed Antonio Minaldi (Caffè
filosofico B.Bonetti). Saranno presenti i curatori del quaderno. Si ringrazia la
Multimage per la gentile concessione_
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In questo terzo quaderno di Pressenza (2025) non parleremo delle recenti gesta
di Donald Trump: così tante sono diventate le sue sortite sulla scena mondiale
che è meglio lasciare alle cronache di tutti i giorni i commenti dei colleghi
della carta stampata e dei talk show televisivi sulle sorprese (come quella di
Davos o le minacce all’Iran, ultime in ordine di tempo prima di entrare in
tipografia) che ci riserva quotidianamente il monarca d’oltreoceano.
Al cinico presidente col cilindro “a stelle e strisce” (e con gli occhi
strabuzzati – quasi dollari scintillanti – volti a contemplare i grandi business
che si profilano all’orizzonte), avevamo già prestato molta attenzione nei primi
due annali – Pace oltre frontiere (2022-23) e Crepuscolo dell’Impero (2024) -,
redatti avendo al centro obtorto collo il tema della guerra; guerra che
purtroppo non esita ad aprire altri scenari via via aggiuntisi ai “pezzi” di
questo conflitto bellico globale, destinato a perpetuarsi per chissà quanto
tempo ancora.
Nel doppio annale 22/23, avevamo messo in evidenza la ten denza imperiale
americana – ch’era sin dall’inizio insita nella vicenda russo/ucraina – diretta
a «stabilire fermamente il quadro atlantista per l’Europa gestito dagli Stati
Uniti e ad eliminare l’opzione di una “casa comune europea” indipendente, una
questione annosa – dicevamo già allora – negli affari internazionali fin dal
l’origine della Guerra Fredda». Ma quali erano gli effetti concreti di una
siffatta tendenza imperiale? Da un lato, il riconoscimento del ruolo dominante
statunitense in virtù della supremazia militare (fattore che Trump – in modo più
che brutale – utilizza per gettare in faccia al mondo il suo delirio di
onnipotenza); dall’altro, «i grandi benefici che la guerra porta con sé
all’economia americana, soprattutto per la lobby dell’industria dei combustibili
fossili che capeggia il partito negazionista della crisi climatica». Lobby che
sarebbe tornata ancor più prepotentemente al comando (caso Ve nezuela docet!)
con l’elezione – ampiamente prevista – del tycoon immobiliarista, il quale
avrebbe ripreso ed accelerato l’imperial-atlantistica tendenza con la
distruzione dei vecchi assetti geopolitici e preparato il terreno per la
dominazione incontrastata sull’emisfero occidentale e non solo, allargandone i
confini geografici convenzionalmente fissati.
Nel secondo annale del 2024 abbiamo visto come, in continuità con la precedente
amministrazione democratica, anche Trump avesse ripreso la dottrina da lui
stesso oggi ribattezzata “Donroe”: nel giorno del suo insediamento non aveva
fatto mistero, infatti, delle sue mire espansionistiche su Panama, Groenlandia,
Canada, Messico etc. Tutti quanti – soprattutto le classi dirigenti europee – si
sono sperticati a parlare di “spacconate propagandistiche prive di realismo
politico”. Adesso si ritrovano a versare lacrime sulla smarrita retta via che
aveva contrassegnato per diversi secoli la civiltà occidentale, lamentando
l’improvviso spengimento del faro della democrazia, come se essa – la civiltà
d’occidente – nel suo storico divenire fosse immune dalle scelleratezze
coloniali e dalle rapine commesse ai danni del pianeta e dei popoli, figli
dannati di un dio minore colpevole di non avere dato loro le opportunità di una
ricca crescita, relegandoli avaramente in uno stato perenne di miseria.
Nella dottrina Donroe c’è, però, un quid in più: la difesa degli interessi
americani travalica lo spazio fisico e si dilata a livello ultraterritoriale;
non a caso fra i primi atti del secondo mandato di Trump v’è stata «la rottura
del negoziato sul Global Tax Deal – con il ritiro USA dall’accordo fiscale
globale dell’OCSE – per contrastare il dumping finanziario, minacciando il
diritto di agire contro quei Paesi che volessero applicare sanzioni alle
multinazionali americane». Ed è proprio di questi giorni la messa a terra di un
passaggio fondamentale nella dottrina di conio trumpiano, con il quale senza
appello si mette la parola fine al cosiddetto “diritto internazionale”: è in
corso la costituzione del Board of Peace for Gaza, una sorta di Protettorato
internazionale guidato (manco a dirlo) dal Re Sole dei nostri tempi.
Il neoassolutismo vuole mostrare tutta la sua efficacia risolutiva, sciogliendo
lacci e lacciuoli che hanno paralizzato l’iniziativa dell’ONU, a cui gli
stati-nazione avevano conferito parte della loro sovranità. Con il Board of
Peace – che esclude l’ONU e cui si accede dietro pagamento di una cospicua somma
– si demolisce il paradigma politico che aveva sorretto quel multilateralismo
(per altro frequentemente contraddetto dalla pratica del doppio standard) con
cui s’erano regolati i rapporti fra gli stati che avevano riconosciuto nelle
Nazioni Unite l’autorità massima a garanzia della pace.
L’agenzia trumpiana si propone divenire de facto la nuova autorità
sovranazionale a cui affidare la regolazione dei rapporti globali: si tratta di
un “Consiglio per la pace” che mira alla stabilizzazione politica ed economica
secondo i principi aziendalistici e il laissez faire gerarchizzato (un mercato
liberato dalle pastoie burocratiche statali, ma governato direttamente dalle
grandi concentrazioni capitalistiche) – non a caso si nomina uno Chief executive
(un amministratore delegato) e si può acquistare un seggio permanente del board
versando un miliardo di dollari. Esso ha come obiettivo strategico la garanzia
di una “pace duratura”, magari rispolverando all’occorrenza (salvo il solito
doppio standard di giudizio) le famose operazioni di polizia internazionale
invocate negli anni bushiani al tempo delle guerre del Golfo.
Quindi, non si tratta soltanto di Gaza, di cui il Consiglio pare intestarsi la
ricostruzione, evidentemente con lauti profitti anche per il futuro, magari
riprendendo il progetto speculativo neocoloniale della “nuova lussuosa riviera
mediterranea” del famoso rendering sulla Trump-city. Si tratta invece di un
organismo a vocazione globale, che – come ha rilevato L’Avvenire del 22/1/26 –
«dovrebbe favorire soluzioni di presunto “buon senso” (il mantra della politica
Maga)», discostandosi «da approcci e istituzioni che troppo spesso hanno
fallito», e promuovendo «lo sviluppo e la diffusione di migliori pratiche
applicabili da tutte le nazioni e comunità che perseguono la pace». Detto per
inciso, la scala della gerarchia dei principi che regoleranno il Board of Peace
trova, al l’apice dei suoi gradini, quella norma fondamentale, già ben
illustrata in una delle ultime interviste del presidente USA, secondo cui il
limite costituzionale è sottoposto al giudizio esclusivo della moralità del Capo
dello Stato – come nella migliore tradizione assolutistica della monarchia di
diritto divino.
Con l’esplosione della guerra multipolare perla contesa di spazi egemonici
planetari e con l’impietoso svuotamento del diritto internazionale, perseguito
con la forza dalle autocrazie imperiali, l’UE è rimasta relegata sempre più ai
margini del dibattito geopolitico, stretta nella morsa delle superpotenze
militari, incapace di costruire un proprio spazio politico autonomo fuori dalle
logiche di conquista. D’altro canto, i “volenterosi europei”, rimasti a
discettare sulla vigenza e l’osservanza del diritto internazionale, dimenticano
le continue ed arzigogolate interpretazioni delle norme spesso loro imposte
dalle diverse amministrazioni statunitensi, in deroga (e sovente spudoratamente
in violazione) ai dettati convenzionali, la cui credibilità viene così messa in
crisi insieme a quella delle istituzioni sovranazionali. Peraltro, invece di
ripartire da quel l’incipiente visione solidaristica per una società della cura
(maturata negli anni terribili della pandemia), che guardava alla transizione
ecologica per creare un sistema alternativo sostenibile dalla vita nel pianeta,
l’Unione Europea si ritrova adesso ad inseguire superpiani di riarmo, con una
riconversione a marcia forzata del proprio apparato produttivo in una economia
di guerra.
Insomma, diciamolo con estrema franchezza, quella che abbiamo definito una sorta
di codificazione giuridica universale, consta di un quadro normativo
convenzionale che ha funzionato sempre nella logica della forza, basti dire che
la stessa istituzione delle Nazioni Unite, decantata come fonte suprema della
democrazia, è stata sistematicamente bypassata dal suo Consiglio di Sicurezza –
o per l’esercizio del diritto di veto o per decisione unilaterale dei membri più
potenti, in primo luogo della superpotenza americana. Come non ricordare sul
tema le diverse – e sempre disattese – risoluzioni di condanna dei governi
d’Israele da parte dell’ONU, per le occupazioni dei territori palestinesi?
Oppure le famigerate “armi di distruzione di massa”, artatamente costruite sulla
menzogna per giustificare l’invasione dell’Iraq, rovesciare il regime e far
posto ad un altro parimenti repressivo?
Lasciamo da parte i giochi della geopolitica e i commenti quotidiani dei fatti
che scorrono a flusso irrefrenabile (vedi, non ultimo, l’incalzare della vicenda
curda che – tra l’altro – rimette in campo l’ISIS), per fissare, invece, alcune
tematiche di approfondimento e per comprendere lo stato della crisi globale.
Ovvero interrogarci su quali possono essere le variabili sociali capaci di
trasformare il triste destino profilatoci dalle classi dirigenti al comando, a
cominciare da quelle europee che continuano a dolersi come prefiche al capezzale
dell’occidente dipartito.
La crisi del sistema globale si è intrecciata con quella interna attraversata
dalle democrazie occidentali, una questione che si trascina ormai da tempo e che
ha abbassato il livello delle aspettative sociali, con la perdita di fiducia nei
miglioramenti qualitativi delle condizioni di vita promessi. La società, dopo
gli anni terribili del lockdown pandemico, aveva immaginato un’inversione di
tendenza del paradigma della crescita; v’era una maggiore consapevolezza della
necessità della salvaguardia del pianeta. Le spinte più forti alla riconversione
ecologica provenivano dall’opinione pubblica europea: probabilmente l’essere
stata nell’epicentro epidemiologico da Covid 19 l’aveva messa in guardia sulla
sostenibilità di un modello di sviluppo i cui effetti impattanti sugli
ecosistemi sono sempre più imprevedibili e soprattutto non controllabili.
Sull’onda solidaristica montante, da parte di larghe fasce di popolazione del
vecchio continente, le classi dirigenti europee – sia pure con un paio di
virtuosi leader “frugali” sino all’ultimo recalcitranti – vararono quel piano
straordinario di ripresa e resilienza imperniato sulla transizione ecologica,
con il quale sembrava fossero stati messi al centro degli interessi collettivi i
valori incommensurabili dell’umanità, piuttosto che la valorizzazione
accumulatrice del dio-denaro. Sembrava prender forma concreta mente quella casa
comune europea di cui da generazioni si auspicava l’inveramento. Ma
“provvidenzialmente” la guerra ha bloccato tutto! Si erano avuti già degli
ammonimenti da oltreatlantico contro le spinte ecologiste, tanto che nel nostro
PNRR fu variato il titolo modificando l’originaria denominazione da “transizione
ecologica” a “transizione energetica”. Ne avrebbe parlato Chomsky in quella sua
memorabile intervista con cui aprimmo il nostro Pace oltre frontiere, a
proposito delle pressioni delle lobbies dei combustibili fossili, a cui tutte le
amministrazioni americane hanno sempre prestato molta attenzione. Scriveva
Chomsky: «Nel bel mezzo della crisi ucraina, l’IPCC (Intergovernamental Panel on
Climate Change) ha pubblicato il suo rapporto del 2022, di gran lunga
l’avvertimento più terribile che abbia mai prodotto. La relazione ha chiarito
che dobbiamo immediatamente adottare misure ferme, senza alcun indugio, per
ridurre l’uso di combustibili fossili e passare alle energie rinnovabili. Gli
avvertimenti hanno ricevuto scarsa attenzione, e poi la nostra strana specie è
tornata a destinare le materie scarseggianti alla distruzione e ad aumentare
rapidamente l’avvelenamento dell’atmosfera, mentre bloc cava gli sforzi per
districarsi dal suo percorso suicida».
Certamente, in quel blocco degli sforzi tentati per venire fuori dal percorso
suicida, v’era quel cambio di rotta intervenuto con l’abbandono della strada
imboccata precedentemente dall’Europa col programma della Next Generation EU.
Noi non pensiamo che la guerra sia scoppiata per arrestare il processo di
riconversione europeo, ma sicuramente l’esplosione di essa ha fatto tirare un
grosso sospiro di sollievo nelle centrali di comando del sistema globale. E,
soprattutto, il pericolo della guerra ha cancellato tutte le radicalità critiche
che avevano contestato il modo di produzione dominante, il quale, invece, è
tornato a crescere proprio sull’economia del riarmo e della morte.
Lo scenario della guerra all’interno dei confini europei e la tempesta
genocidaria scatenata da Israele in Palestina dopo il 7 ottobre non solo hanno
messo in crisi il sistema multilaterale, ma hanno anche messo a dura prova la
tenuta democratica nello spazio europeo. Solo con il patto di non ingerenza si
potevano tollerare i limiti alla democrazia – se non il vero e proprio
autoritarismo (leggi Ungheria) – di alcuni stati membri. Oggi, però, la deriva
“democraturista” sembra assumere forme concrete di imbastardimento
ordinamentale, senza risparmiare alcuna delle democrazie mature consolidate, una
volta vanto della tradizione liberale che con i suoi pesi e contrappesi
assicurava certezza del diritto.
D’altro canto, se ci si spertica a considerare ultimo avamposto delle democrazie
occidentali lo Stato Ebraico, a cui è concessa da settant’anni l’impunità per i
crimini perpetrati a danno del popolo palestinese nei territori occupati
illegalmente, giustificando per fino il suo primo ministro Netanyahu “costretto”
a compiere cri mini di guerra e crimini contro l’umanità (per i quali incombe
sul suo capo il mandato d’arresto emesso dalla Corte Penale Interna zionale),
perché non ammettere anche nei paesi a democrazia ma tura come più che legittime
misure analoghe a quelle adottate da Israele, in una fase di crisi politica e
sociale? Non è forse quello che sta accadendo già negli USA (vedi l’Ufficio
Remigrazione con una milizia apposita – la famigerata ICE – costituita
appositamente per la caccia ai migranti)? Insomma in tutto il mondo i sovranisti
sono chiamati a raccolta per restituire ogni nazione alla sua presunta etnia
originaria.
Quanto sopra detto potrebbe lasciarci imprigionati nell’impossibilità di agire
se, però, non considerassimo gli aspetti fondamentali che hanno caratterizzato
l’annus domini appena passato. Non v’è alcun dubbio che esso ci ha portato in
dote un nuovo vento, quello stesso di cui la Global Sumud Flotilla ha saputo
intercettare la deriva e padroneggiare la potenza per puntare dritto sulla rotta
di Gaza.
Sappiamo bene quel che è successo dopo l’infame abbordaggio in acque
internazionali da parte della marina sionista: una mobi litazione globale
straordinaria ha accompagnato l’azione resisten ziale contro l’esercito
genocidario. Milioni di manifestanti spontaneamente si sono riversati nelle
piazze di tutte le grandi città, per sostenere il diritto alla vita e alla
libertà del popolo di Palestina.
La questione palestinese non è più soltanto un affaire regionale: costituisce il
paradigma dell’espansione neocoloniale globalmente praticata ai danni delle
moltitudini subalterne dei tanti sud del pianeta, i cui corpi sono attraversati
dalle “guerre civili locali” sponsorizzate dai famelici competitori
capitalistici, che inneggiano alla “naturalità” di un sistema politico-economico
sorretto dallo sfruttamento dell’uomo e dall’estrattivismo insostenibile per la
tu tela degli ecosistemi. Di questa vicenda non c’è traccia nelle narrazioni al
di qua dei mari e dei muri che proteggono le “cittadelle occidentali”: si
preferisce continuare a raccontare ancora la storiella trita e ritrita dei
“migranti economici” che vengono a rubare il lavoro ai cittadini della “società
di etnia bianca”.
Dobbiamo ricordare che, dall’inizio della guerra all’interno dei confini
europei, non sono mancate le iniziative pacifiste promosse dai movimenti, pur
non toccando esse le alte punte di partecipazione fatte registrare nello scorso
autunno. Già prima dell’estate ci sono stati diversi appuntamenti in piazza che
lasciavano presagire l’eccezionalità delle manifestazioni successive. Questa
avanzata del movimento pacifista, come fossero scosse telluriche, è stata
avvertita dallo stesso governo postfascista italiano, il quale in via d’urgenza
ha varato il “decreto sicurezza”. Però nessuno immaginava che la scossa decisiva
che avrebbe svegliato le coscienze sarebbe arrivata dalla Global Sumud Flotilla:
è stata la deflagrazione rigeneratrice di una moltitudine sociale insorta
prepotentemente in ogni dove a indicarci la via maestra di un processo
alternativo a quello prospettatoci dai potenti della terra. Una enorme marea
umana ha dato corpo ad una piattaforma con la quale non solo s’è chiesta la fine
del genocidio a Gaza e l’autode terminazione dei palestinesi, ma si è anche
ribadito il rifiuto degli assetti geopolitici che il conflitto bellico
multipolare vuole imporre e l’estraneità dai “giochi di guerra” e dalle logiche
egemoniche tra civiltà contrapposte.
Questa moltitudine globale ha inoltre posto con assoluta deter minazione
l’abbandono delle forme di soggettivismo autoreferen ziale che, in qualche modo,
hanno ritardato negli ultimi anni la costituzione di un forte e radicato
movimento alternativo per la Pace, capace di contrastare gli interessi delle
classi dirigenti che trovano linfa nel caos geopolitico: le iniziative
identitarie non con tribuiscono minimamente alla costruzione di una soggettività
aperta, in grado d’interpretare i processi indicatici delle moltitu dini
autunnali e di stabilire parimenti spazi comuni di lavoro po litico. È giunto il
tempo di comprendere che le moltitudini sociali non possono essere inglobate in
sovrastrutture ideologiche precostituite: la loro energia ha bisogno sì di un
supporto organizzativo durevole nel tempo, ma autogestito, progettato dal basso,
senza alcuna pretesa di ambizione alla governabilità secondo un disegno
politologico sovrapposto.
Toni Casano
Redazione Palermo