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Nazisti al governo in Sassonia. È colpa loro
La schiacciante vittoria di AFD, estrema destra razzista e reazionaria, nelle elezioni regionali della Sassonia in Germania, è il prodotto di decenni di politiche neoliberali di austerità e ora anche di riarmo e guerra. I primi colpevoli del ritorno del fascismo e persino del nazismo in Europa sono loro, i […] L'articolo Nazisti al governo in Sassonia. È colpa loro su Contropiano.
September 7, 2026
Contropiano
Come nascondere i crimini di guerra: il linguaggio della negazione
Nel 1947, due anni dopo il crollo del Regime che aveva minacciato la sua vita, il filologo ebreo tedesco Victor Klemperer pubblicò un breve libro intitolato: “Il linguaggio del Terzo Reich“. Klemperer, scampato allo sterminio perché sposato con una donna non ebrea, non scrisse di Campi di Sterminio o di […] L'articolo Come nascondere i crimini di guerra: il linguaggio della negazione su Contropiano.
August 26, 2026
Contropiano
Lo sputo sulle vittime
L’indagine sull’assassinio dei sanitari di Médicine sans Frontières a Gaza da parte delle truppe di occupazione di Idf è stata archiviata. Quando Israele dice “apriremo un’inchiesta” significa che sputerà sulle vittime. Suona come “Il Terzo Reich aprirà un’idagine su Marzabotto”. * da Facebook L'articolo Lo sputo sulle vittime su Contropiano.
August 24, 2026
Contropiano
La fuga di Kappler
15 agosto 1977. Roma sonnecchia nella calura feroce di Ferragosto. Ore 09:29. Ospedale militare del Celio. Come ogni mattina, suor Barbara spalanca la porta della stanza di Herbert Kappler. Sorpresa: la branda è vuota. Il lenzuolo tirato, il cuscino intatto. Del gerarca nazista, divorato dal cancro, nessuna traccia. Un’occhiata al […] L'articolo La fuga di Kappler su Contropiano.
August 16, 2026
Contropiano
Dio, patria, mano dura. In Colombia inizia l’era di De La Espriella
Il 7 agosto 1819, durante la Battaglia di Boyacá, il libertador Simón Bolivar sconfiggeva le truppe della monarchia spagnola. Per questo il 7 agosto è festa in Colombia: si celebra uno dei momenti decisivi dell’indipendenza dal dominio coloniale. Il 7 agosto 2026, Filippo VI, re di Spagna è a Cali […] L'articolo Dio, patria, mano dura. In Colombia inizia l’era di De La Espriella su Contropiano.
August 10, 2026
Contropiano
“La libertà è solo un sogno per noi”. Una mostra di grande impatto a Belgrado
Il Museo della Jugoslavia, uno dei luoghi della cultura più importanti della città di Belgrado e non solo, ha promosso l’allestimento di una mostra di grande interesse storico-culturale e forse ancor di più politico-culturale, destinata a lasciare il segno per la grande quantità di problemi e interrogativi che il materiale documentario esposto, e soprattutto le modalità dell’esposizione e le caratteristiche dell’allestimento, finiscono per sollevare. La mostra, dal titolo “La libertà è solo un sogno per noi. Sull’internamento, la sofferenza e gli atti di resistenza”, si propone di mettere in risalto il significato dal punto di vista personale, sociale e in definitiva storico, dei manufatti creati nei campi di concentramento, tra cui disegni e dipinti, nonché opere del dopoguerra, realizzate nel lungo corso della stagione storica della Jugoslavia socialista, la “seconda Jugoslavia”, tra il 1945 e il 1991. Le opere hanno come tema specifico i lager nazisti e sviluppano, come tema generale, quello dell’occupazione e dell’oppressione, della tirannide fascista e nazista, vero e proprio “male del secolo”, e quindi degli atti di resistenza e della lotta di liberazione che pure ha registrato, attraverso la poesia, la letteratura, l’arte e le espressioni culturali in generale, alcuni dei suoi momenti più significativi. La mostra è impostata in un senso che va oggi decisamente per la maggiore: le cosiddette, come l’allestimento stesso evidenzia, «tracce microstoriche», vale a dire tracce materiali, storiche e biografiche direttamente legate alle esperienze individuali delle singole persone, delle persone comuni. L’accento viene così spostato dalle rappresentazioni “macrostoriche” dei campi (le caratteristiche del regime nazista, il progetto dello sterminio e della liquidazione degli ebrei d’Europa, la lotta di liberazione, insomma la “grande” storia) agli oggetti “microstorici” che mediano la vita quotidiana degli internati e custodiscono le tracce materiali delle loro esperienze personali. Gli oggetti in esposizione, dai documenti personali fino a vere e proprie opere d’arte, tra cui anche alcuni capolavori assoluti, sono veicoli di memoria e vettori materiali di biografie interrotte. La forza di mostre di questo tipo e di questa in particolare, consiste proprio in questa dimensione: offre uno spaccato diverso, apparentemente minuto, in realtà assai problematico, della vicenda personale inserita in un quadro storico più generale e composito e ha bisogno di un sostanzioso lavoro di decodifica. Impegna infatti l’osservatore non tanto nella decifrazione del documento in sé, quanto soprattutto dell’inserimento appropriato del contenuto specifico nel suo contesto storico e della ricostruzione di un messaggio complessivo coerente, capace di portare alla luce la trama di senso che attraverso la ricostruzione documentaria viene presentata in maniera apparentemente minuta e frammentaria. Superare cioè il frammento e il particolare e inserirlo in un quadro storico e politico generale “di senso”. È significativo che la mostra abbia un’articolazione per sezioni (le diverse tipologie di campo e di esperienza di internamento) che si rivela in realtà del tutto effimera e sostanzialmente fittizia, servendo in pratica solo da introduzione esplicativa ai contenuti artistici in esposizione. La prima sezione offre una panoramica del lager. I primi furono istituiti già nel 1933 e appena tre anni dopo i nazisti introdussero una classificazione dei campi dividendoli in campi di lavoro, campi di lavoro con condizioni di vita e di lavoro più dure e campi di sterminio; oggi i campi sono studiati secondo ulteriori classificazioni come campi di raccolta o di transito, campi per prigionieri di guerra, campi di concentramento o di sterminio. Sotto il Terzo Reich, esisteva un totale di oltre 20 mila campi di concentramento, secondo i dati della USC Shoah Foundation e dello United States Holocaust Memorial Museum, un vero e proprio dominio di violenza, brutalità e disumanità. In questa prima sezione è ospitata anche una sottosezione legata a uno degli episodi di ribellione e di eroismo più clamorosi, il tentativo di fuga, il 12 febbraio 1942, dal campo di concentramento di Crveni Krst a Niš, nel sud della Serbia, campo in cui furono internate oltre 30 mila persone, di cui oltre 10 mila sterminate a Bubanj, che ricorda la vicenda con il complesso memoriale di Bubanj, uno dei parchi memoriali della lotta di resistenza e di liberazione più iconici e grandiosi. Il filo che lega l’esperienza della guerra e la vicenda del dopoguerra è infatti ampiamente ricostruito negli spazi della mostra ed è un filo tutto giocato sull’ambivalenza della “ricostruzione della memoria”: si tratta di una celebrazione memoriale delle vittime o degli eroi? Da un lato, le vittime, attraverso la cui sofferenza si manifestano la disumanità e la ferocia del regime più spaventoso e delle pagine più buie che la storia d’Europa (e non solo d’Europa) abbia mai conosciuto. Dall’altro, gli eroi, il coraggio e la determinazione di chi si è opposto, di chi ha resistito, di chi ha combattuto, del movimento di resistenza e di liberazione, che sulla sconfitta del fascismo ha costruito una nuova speranza di libertà, giustizia e pace. Non è un caso che, poco distante dal Museo della Jugoslavia, sorga il monumento iconico denominato “Chiamata alla sollevazione”, capolavoro di Vojin Bakić del 1946, nello stile tipico dell’arte partigiana. Sbaglieremmo, del resto, a pensare che tutto ciò riguardi solo un passato remoto. La seconda sezione della mostra ospita due capolavori assoluti di arte jugoslava, in quella declinazione del modernismo astratto che è stata anche classificata sotto l’insegna di “geometria della paura”: la Ballata degli impiccati di Nandor Glid, del 1967 (in memoria dei giovani comunisti uccisi dai fascisti a Subotica il 18 novembre 1941) e la riproduzione in scala dell’autore, sempre Nandor Glid, dello straordinario Memoriale per Dachau del 1967 (si tratta del Monumento internazionale alle vittime della Shoah nel complesso memoriale di Dachau). L’impressione che suscita questo capolavoro è enorme. James Young descrisse la scultura come una “griglia di bronzo nero, composta da forme umane intrappolate nel filo spinato. Braccia e gambe si allungano tese e sottili come fili; mani e piedi sono rappresentati da grumi di stelle spezzate, simili a spine. Torsi e teste sporgono ad angoli strazianti, con bocche spalancate in grida silenziose”. Si tratta del monumento che vinse il concorso internazionale per la realizzazione di un’opera d’arte destinata proprio al complesso memoriale di Dachau. La terza sezione della mostra ospita una straordinaria installazione di Vida Jocić, in cui la ferocia del passato è legata alla brutalità della criminale aggressione della Nato alla Jugoslavia del 1999. Nell’anniversario del bombardamento di Belgrado durante la Seconda Guerra Mondiale, il 6 aprile, durante i bombardamenti della Nato contro la Repubblica Federale di Jugoslavia nel 1999, Vida Jocić presentò un Appello per la Pace al Centro di Decontaminazione Culturale. L’installazione consisteva in trenta figure femminili identiche, ordinate in colonne, in un ordine rigido inteso a richiamare quello di un campo di concentramento, illuminate con luci drammatiche per enfatizzare l’espressività delle sculture, accompagnate da un paesaggio sonoro di una voce femminile e con un messaggio esplicito: “Mi rivolgo a tutti i sopravvissuti ai lager, ai loro amici e discendenti, affinché alzino la voce contro questo crimine: il bombardamento della Jugoslavia e la rinascita del fascismo”. Ancora una volta, dunque, si evidenzia l’attualità della lotta contro l’oppressione e per i diritti, per la giustizia e per la pace. La presentazione della mostra è al link: https://muzej-jugoslavije.org/en/exhibition/freedom-is-just-a-dream-for-us-on-imprisonment-suffering-and-resistance.   Gianmarco Pisa
August 7, 2026
Pressenza
Ballare sulle macerie
Un soldato israeliano si filma mentre distrugge e danza in una casa di Gaza, e firma il video «Dancing in Gaza». L’orrore vuole essere visto. Il video è stato diffuso dal suo stesso “attore”. Un video dello scorso anno. In pieno genocidio. Piano piano ne emergeranno a migliaia di video […] L'articolo Ballare sulle macerie su Contropiano.
July 11, 2026
Contropiano
In Ucraina o nel Baltico: UE e NATO vogliono la guerra alla Russia
Gli hanno dato 90 miliardi di euro e pretendono risultati. E che i risultati siano spettacolari, così da poterci tinteggiare le prime pagine dei giornali. Per il resto, coi droni che colpiscono autobus della linea Moskva-Simpferopol sterminando sette persone, o puntino su obiettivi cittadini a Simferopol ammazzando altri tre civili, […] L'articolo In Ucraina o nel Baltico: UE e NATO vogliono la guerra alla Russia su Contropiano.
June 6, 2026
Contropiano
Il popolo più “negletto” è l’esempio di un’umanità matura. Commemorazione del genocidio Rom all’Arci Al Bafo di Seriate
I Rom sono tra i popoli più originali, interessanti e pacifici del pianeta, eppure non hanno mai riscosso molte simpatie; mi dice Sebastijan Abdullahu, di etnia romanì (cioè Rom di provenienza slava) che una cosa che accomuna tutti i Rom d’Europa, che vogliamo chiamarli alla maniera spagnola, Gitani, o secondo quella italiana, Sinti, o francese, Manouches, o altro, è che ovunque sono stati perseguitati – e per certi versi lo sono ancora. Ai tempi del nazismo furono inclusi nelle leggi razziali di Norimberga e subirono un vero e proprio genocidio. Come di regola sul loro caso aleggia una nuvola di omertà, per cui i dati sul numero di Rom uccisi nei campi di sterminio è incerto: da un “minimo” di cinquecentomila a due milioni di persone, tra cui parecchi bambini perché piacevano molto, come cavie da vivisezionare, al dottor Mengele – iniettava loro malattie infettive come il tifo, la malaria, ecc, a volte tutte insieme. Capita raramente di incrociare una celebrazione che ne ricordi le vittime; quando se ne parla a scuola è solo per merito e onestà dell’insegnante. Una delle poche commemorazioni a loro dedicate si è tenuta la scorsa domenica, 31 maggio, presso il Circolo Arci Al Bafo di Seriate, a pochi chilometri da Bergamo. Tre attori della compagnia “Teatro Baloons”, Roberta Reali, Stefano Maestrelli e Sebastijan Abdullahu, in una delle salette del circolo hanno dato vita a una rappresentazione teatrale in memoria di quegli anni. Lo spettacolo si è svolto in penombra, a tratti nel buio, rischiarato solo da qualche candela; la scena è stata posta al centro e al pubblico è stato chiesto di non abbandonare la sala, se non per un’emergenza. Spiegheranno gli attori al termine della performance che volevano farci intuire, anche solo per una millesima parte, cosa significasse vivere da prigionieri in un campo di sterminio attendendo la morte. Dai loro racconti apprendo di una singolare storia che non conoscevo: la vita e la carriera di Johann Trollmann, lo zingaro che vinse il titolo nazionale tedesco di boxe per la categoria di pesi medio-massimi nel 1933, facendo saltare la mosca al naso ai forti e aitanti nazisti dell’epoca. La vicenda è degna di un intreccio cinematografico (mi stupisco che nessun regista l’abbia valutata prima del 2025, quando Alessandro Rak l’ha scelta per un film di animazione, con cui ha vinto il Nastro d’Argento come miglior corto – dura 5 minuti). Rukeli, soprannome di Johann, che in sinti significa “albero” e che gli fu dato per via del suo fisico prestante e dei bei riccioli neri, nacque nel 1907; iniziò a frequentare il ring all’età di otto anni in una palestra comunale di Hannover e appena adolescente conquistò il titolo di campione nazionale della Germania del Sud; poco dopo si aggiudicò anche quello del Nord. Ma il governo ritenne indecoroso che uno zingaro, così lo appellava la stampa per denigrarlo, rappresentasse la Germania alle Olimpiadi del 1928 di Amsterdam e così fu scartato. Rukeli non si lasciò abbattere, anzi si fece cucire il nomignolo “zingaro” sui pantaloncini e continuò a vincere. Nel 1933, l’anno in cui fu eletto Hitler, conquistò il titolo nazionale, ma solo per pochi giorni, perché la federazione, accampando scuse, glielo tolse e lo costrinse a una seconda finale nella quale dovette perdere. Nel 1934 gli fu revocata la licenza di pugile professionista e nel 1935 gli fu imposta la sterilizzazione, che accettò per via delle minacce a moglie e figlia; con la promulgazione delle leggi razziali la persecuzione divenne ancora più pesante, tanto che nel 1938 divorziò per permettere alla moglie di cambiare cognome e sfuggire alla deportazione. Per macabra ironia, fu arruolato nell’esercito tedesco all’inizio della guerra per difendere la patria! Nel 1941 fu imprigionato a Neuengamme, dove fu sfruttato come zingaro da schernire. Denutrito ed esausto dopo gli infami lavori forzati, la sera era costretto a combattere per il divertimento delle SS. A Neuengamme fu scambiato con un altro detenuto, dichiarato morto e trasferito in un altro campo; lì fu di nuovo costretto a combattere da un kapò. Vinse l’incontro, ma il perdente lo assassinò poco dopo. Era il 1944. Sebastijan racconta con disarmante semplicità che il suo popolo lasciò il Nord dell’India più di mille anni fa perché rifiutava la guerra, che appunto stava sconvolgendo la regione a quei tempi; nella loro lingua non esiste la parola “guerra” e non contemplano nemmeno l’idea che una terra possa essere conquistata e posseduta. Rifletto: se ne andarono dalla patria per rimanere fedeli al loro credo, ma ovunque si siano recati hanno incontrato uomini, nelle fattezze uguali a loro, votati al possesso e al dominio, che credono nella legge del più forte e, forse proprio per questo, li guardano con sospetto, li disprezzano e li perseguitano. Sebastijan conclude citando l’ahimsa, la via della nonviolenza. Un concetto indiano che molti di noi conoscono attraverso lo yoga o Gandhi, presente da secoli nella cultura Rom. Da che c’è memoria praticano una semplice regola: “Vivi e lascia vivere”. I Rom rifiutano di fare alla guerra e irridono il concetto di proprietà privata. Sarà questa la loro colpa, l’infamia che li rende odiosi ai quattro angoli della terra e li fa guardare con sospetto? E se invece fossero loro i veri anti-sistema ante litteram? Si sono ribellati una volta sola, ad Auschwitz-Birkenau il 16 maggio del 1944, quando circa 6.000 Rom, tra cui molti Sinti italiani e diverse donne con bambini, si barricarono armati di pietre, coltelli e attrezzi da lavoro, riuscendo a far ritirare le SS. Come la storia di Johann-Rukeli, un’ulteriore dimostrazione che la scelta di vivere pacificamente nulla ha che vedere con la forza fisica di un popolo e men che meno con una sua presunta inferiorità! Mi chiedo chi guarda alla vita da una prospettiva errata. Noi, che con sofisticate tecnologie recintiamo case e Stati e siamo sempre più ossessionati dalla loro protezione, o loro? Sebastijan li definisce “indifesi come fiori”. Come i fiori i Rom spesso non vengono notati, sono calpestati o malamente strappati, eppure trovano sempre della terra dove rifiorire e donare un po’ di bellezza a questa umanità dimentica di sé stessa. “Rom” significa “uomo”.           Marina Serina
June 3, 2026
Pressenza
“Bruxelles preferisce annientare l’Ucraina quando potrebbe ancora salvarla”
L’Ucraina vuole un’adesione piena all’UE e tratta da posizioni di forza. In Italia il governo si divide. Intanto Putin apre di nuovo alla trattativa Il no dell’Unione Europea alla nuova apertura di Putin, arrivata dopo gli attacchi russi su Kiev, è molto probabile, secondo Fulvio Scaglione, direttore di InsideOver, già […] L'articolo “Bruxelles preferisce annientare l’Ucraina quando potrebbe ancora salvarla” su Contropiano.
May 29, 2026
Contropiano