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L’Italia accumula ricchezza, ma l’ascensore sociale è fuori servizio
La ricchezza in Italia è tanta, ma è una ricchezza che ha smesso di circolare da tempo, si concentra, e non viene redistribuita: diventa il tesoretto di una ristretta élite. A settembre 2025, il patrimonio netto degli italiani ha raggiunto l’astronomica cifra di 11 mila miliardi di euro. Secondo la […] L'articolo L’Italia accumula ricchezza, ma l’ascensore sociale è fuori servizio su Contropiano.
March 20, 2026
Contropiano
Campania, crescita e disuguaglianze: il rapporto Bankitalia 2025 tra economia e diritti
Una lettura del rapporto Bankitalia 2025 che mette in relazione sviluppo economico, vulnerabilità sociale e accesso effettivo ai diritti. Il rapporto della Banca d’Italia evidenzia una crescita moderata dell’economia regionale, ma anche la persistenza di forti disuguaglianze sociali e territoriali. Dal lavoro alla casa, il nodo è l’effettivo accesso ai diritti e il ruolo delle politiche pubbliche. Il rapporto della Banca d’Italia sull’economia della Campania nel 2025 restituisce l’immagine di una regione in moderata crescita, sostenuta soprattutto dai servizi e da alcuni comparti industriali, ma ancora segnata da rilevanti fragilità strutturali. Il ridimensionamento dell’edilizia privata incentivata e il crescente peso degli investimenti pubblici delineano una fase di transizione del settore delle costruzioni, mentre il mercato del lavoro mostra miglioramenti che non riescono tuttavia a ridurre in modo significativo le disuguaglianze. I dati evidenziano la presenza di un’ampia area di vulnerabilità sociale, testimoniata anche dal numero elevato di famiglie beneficiarie di misure di sostegno al reddito. In questo contesto, lavoro e accesso all’abitazione assumono una dimensione centrale anche sul piano dei diritti, incidendo concretamente sulle condizioni di vita delle persone. Il contributo propone una lettura del rapporto che mette in relazione economia, politiche pubbliche e diritti fondamentali, evidenziando come la qualità dello sviluppo non possa essere misurata soltanto in termini di crescita, ma anche nella capacità di garantire inclusione, accesso ai servizi e riduzione delle disuguaglianze territoriali. Il rapporto della Banca d’Italia sull’economia della Campania nel 2025 restituisce un quadro articolato delle dinamiche economiche regionali e consente di cogliere non soltanto l’andamento dei principali indicatori macroeconomici, ma anche le implicazioni che tali dinamiche producono sul piano sociale e territoriale. Dietro i dati sulla crescita si collocano infatti questioni centrali come il lavoro, l’accesso ai servizi, la qualità delle politiche pubbliche e, più in generale, l’effettività dei diritti. Nel primo semestre del 2025 il prodotto interno lordo regionale registra una crescita dell’1 per cento rispetto all’anno precedente, con una dinamica superiore alla media nazionale. Si tratta di un dato che segnala una certa capacità di tenuta del sistema economico campano, sostenuta in particolare dal settore dei servizi e da alcune componenti dell’industria manifatturiera. Tra queste, il comparto farmaceutico continua a rappresentare uno dei principali fattori di crescita, confermando un posizionamento competitivo ormai consolidato a livello internazionale. Allo stesso tempo, il rapporto evidenzia come altri settori, tra cui l’automotive, stiano attraversando una fase di significativa contrazione, legata sia ai processi di transizione tecnologica sia alle trasformazioni delle catene globali del valore. Il quadro che emerge è quindi quello di una crescita selettiva e non omogenea, nella quale la dinamica espansiva di alcuni comparti non riesce a compensare pienamente le difficoltà di altri. Una crescita che, pur presente, non si distribuisce in modo uniforme né tra i settori produttivi né, soprattutto, tra le diverse componenti sociali. Uno degli ambiti nei quali tali trasformazioni risultano particolarmente evidenti è il settore delle costruzioni. Negli anni precedenti, il comparto edilizio aveva beneficiato in modo rilevante degli incentivi fiscali legati al Superbonus e ad altre misure di sostegno all’edilizia privata. La progressiva riduzione di tali strumenti ha determinato una contrazione del valore degli interventi edilizi agevolati rispetto al 2024 e una diminuzione delle ore lavorate nel settore. Questo ridimensionamento non rappresenta soltanto la fine di una fase congiunturale favorevole, ma segnala una vera e propria transizione strutturale del comparto. Il rapporto evidenzia infatti come, parallelamente alla riduzione dell’edilizia privata incentivata, stia emergendo con maggiore forza il ruolo degli investimenti pubblici. La spesa degli enti locali per opere pubbliche registra un incremento significativo e interessa ambiti strategici quali le infrastrutture urbane, l’edilizia scolastica e l’edilizia residenziale. Si tratta di un cambiamento di prospettiva che attribuisce un ruolo sempre più centrale alla capacità programmatoria e attuativa delle amministrazioni pubbliche. In questo contesto, la qualità dell’azione amministrativa diventa un fattore determinante non solo per la crescita economica, ma anche per la qualità della vita delle comunità locali. La capacità di trasformare le risorse disponibili in interventi concreti incide infatti direttamente sull’accesso ai servizi, sulla vivibilità degli spazi urbani e sulle opportunità di inclusione sociale. Il mercato del lavoro regionale mostra segnali di miglioramento, con un aumento dell’occupazione e una riduzione del tasso di disoccupazione. Tuttavia, la Campania continua a presentare livelli di disoccupazione sensibilmente più elevati rispetto alla media nazionale, evidenziando la persistenza di criticità strutturali. Anche il reddito disponibile delle famiglie registra una crescita moderata. Rimane tuttavia elevato il numero di nuclei che dipendono da strumenti di sostegno pubblico: il rapporto segnala infatti la presenza di oltre 160.000 famiglie beneficiarie dell’assegno di inclusione, dato che restituisce la dimensione di un’area di vulnerabilità economica e sociale ancora molto ampia. Questi dati non rappresentano soltanto indicatori economici, ma incidono direttamente sull’esercizio concreto di diritti fondamentali. La difficoltà di accesso a un lavoro stabile e a un reddito adeguato si riflette infatti sulla possibilità per molte persone di accedere a condizioni di vita dignitose, ai servizi essenziali e a un’abitazione adeguata. In questo senso, il lavoro non rappresenta soltanto un indicatore economico, ma una condizione essenziale per l’effettiva partecipazione alla vita sociale ed economica del Paese, in coerenza con quanto previsto dall’articolo 4 della Costituzione, che riconosce il diritto al lavoro e promuove le condizioni che lo rendano effettivo. La questione abitativa rappresenta, sotto questo profilo, uno degli snodi più rilevanti. La difficoltà di accesso a un alloggio adeguato costituisce uno degli ambiti nei quali le disuguaglianze economiche si traducono in modo più evidente in disuguaglianze sociali. La precarietà abitativa incide infatti sulla stabilità dei nuclei familiari, sui percorsi educativi e lavorativi e, più in generale, sulle possibilità di inclusione. Il diritto all’abitare, pur non essendo espressamente formulato come diritto autonomo nella Costituzione italiana, trova fondamento nei principi di tutela della dignità umana e di uguaglianza sostanziale sanciti dall’articolo 3, che impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. In questo contesto, le politiche abitative – e in particolare quelle relative all’edilizia residenziale pubblica – assumono un ruolo strategico nel contrasto alle disuguaglianze e nella promozione di condizioni di vita dignitose, contribuendo a rendere effettivi diritti che altrimenti rischierebbero di rimanere solo formali. Il rapporto della Banca d’Italia richiama inoltre l’attenzione sul persistente divario territoriale tra Mezzogiorno e resto del Paese. Tale divario non è soltanto economico, ma riguarda la qualità delle infrastrutture, l’accesso ai servizi e le opportunità offerte ai cittadini. In questa prospettiva, la questione territoriale assume anche una dimensione di equità e non discriminazione, ponendo il tema della garanzia di diritti uniformi sull’intero territorio nazionale. La possibilità di accedere a servizi essenziali, a opportunità lavorative e a condizioni abitative adeguate non dovrebbe infatti dipendere dal contesto geografico di appartenenza. Le implicazioni per le politiche pubbliche risultano quindi particolarmente rilevanti. Il rapporto evidenzia come lo sviluppo economico non possa essere considerato separatamente dalle condizioni sociali e come sia necessario un approccio integrato che tenga insieme crescita, inclusione e coesione territoriale. La capacità amministrativa delle istituzioni pubbliche rappresenta, in questo quadro, un fattore decisivo. La gestione degli investimenti, la programmazione degli interventi e la capacità di integrare politiche economiche e sociali costituiscono elementi centrali per il funzionamento del sistema territoriale. Il rapporto restituisce dunque non soltanto una fotografia dell’economia regionale, ma anche uno strumento di riflessione sulle trasformazioni sociali in atto e sulle responsabilità delle politiche pubbliche. La crescita economica, pur presente, non appare ancora sufficiente a garantire un miglioramento diffuso e omogeneo delle condizioni di vita. Per questo motivo, la qualità dello sviluppo non può essere misurata esclusivamente in termini di prodotto interno lordo, ma deve essere valutata anche nella capacità di tradursi in diritti effettivi, accesso ai servizi e condizioni di vita dignitose. In definitiva, i dati economici assumono un valore che va oltre la dimensione statistica, diventando uno strumento per comprendere le dinamiche sociali e per orientare scelte pubbliche capaci di incidere concretamente sulla vita delle persone, riducendo le disuguaglianze e rafforzando la coesione territoriale. Redazione Napoli
March 19, 2026
Pressenza
Cuba fra menzogne e propaganda
Osservate bene l’immagine sotto il titolo dell’articolo: questa è solo una parte dell’enorme galassia di piattaforme web, televisioni, radio, pagine social ecc. create e finanziate direttamente o indirettamente dagli Stati Uniti per diffondere nell’isola ed all’estero ogni tipo di menzogna e falsità contro Cuba e la sua rivoluzione. Il principale ente finanziatore di questo apparato è l’USAID, il paravento utilizzato dall’impero del male per mascherare i propri interventi nei Paesi stranieri, ma spesso i finanziamenti arrivano direttamente dal Dipartimento di Stato. In questo panorama di guerra mediatica uno in particolare, El Toque, è quello che si incarica di danneggiare maggiormente l’economia dell’isola; si tratta di un presunto sito di analisi economiche, ovviamente con base a Miami, dove ha sede la peggiore mafia anticubana, che ogni giorno, a sua discrezione, stabilisce il valore di cambio del peso cubano (CUP) nel mercato nero dell’isola, valore che non ha nulla a che vedere con il cambio ufficiale. Per fare un esempio fino allo scorso anno il cambio ufficiale era di 140/150 CUP per un euro e poco meno per un dollaro, quindi lo straniero che intendeva cambiare ad esempio 100 euro a Cuba si recava in una banca o in una Cadeca (casa de cambio) e riceveva 14.000 CUP; contemporaneamente però nelle strade si trovavano persone con le tasche gonfie di pesos cubani che offrivano un cambio molto, molto più alto, attorno ai 300/350 CUP per un euro/dollaro e quindi 30/35.000 CUP. Personalmente mi sono sempre rifiutato di cambiare euro nelle strade, perché questo significa inflazionare ulteriormente il già scarso valore della moneta cubana, ma questo scrupolo sono ben pochi a farselo e la maggioranza delle mie conoscenze mi ha sempre dato dello stupido; è possibile che io sia stupido, ma di sicuro non sarò mai complice. Quel valore di cambio al mercato nero lo stabilisce El Toque, obbedendo agli ordini dei finanziatori nordamericani, con il chiaro intento di deprezzare la moneta nazionale.  Vista la situazione il governo cubano, nel tentativo di estirpare questo chiarissimo disegno criminale, ha elevato il valore di cambio ufficiale portandolo attorno ai 530/540 CUP per un dollaro/euro, così da spazzare via qualunque tipo  di contrattazione illegale. Qualcuno vuole provare a indovinare cosa è accaduto? In meno di dodici ore El Toque ha pubblicato i nuovi importi da applicare al mercato nero, che in questo momento rasentano i 600 CUP per un dollaro/euro e non cessano di salire. Nella situazione del Paese non era cambiato nulla perché un vero portale di analisi economiche potesse esprimere valutazioni differenti da quelle del giorno prima; è quindi del tutto evidente che il compito di El Toque è unicamente quello di distruggere l’economia interna cubana. Un portale straniero che si arroga il diritto di stabilire quale debba essere il valore di cambio illegale della moneta di un’altra nazione: questo è El Toque. Occorre però porsi una domanda: El Toque può scrivere quello che vuole, ma se non ci fossero i cambiavalute illegali nelle strade rimarrebbe solo uno dei tanti portali anticubani. Dove vanno quindi questi cambiavalute illegali a riempirsi di pesos da offrire agli stranieri se lo stipendio di un lavoratore qui non supera i 10.000 CUP? E’ fin troppo evidente che si tratti di un traffico organizzato, diretto e finanziato da chi ha come unico scopo quello di causare il default economico del Paese, e chi sono gli unici a volere questo? Sempre loro, quelli che si trovano a 90 miglia a nord dell’Avana…. Tutti gli altri siti web ed organi di (dis)informazione di cui sopra hanno lo scopo di diffondere ogni sorta di falsità contro Cuba, alcune della quali risultano persino patetiche tali sono le assurdità che propinano e quindi dubito che abbiano molto seguito. L’ultima in ordine di tempo di questa montagna di menzogne è quella secondo la quale gli aiuti umanitari provenienti dal Messico giunti all’Avana circa una settimana fa sarebbero stati venduti dal governo cubano per ingrassare le tasche non si sa bene di quali e quanti politici…. Ve li mostro io, eccoli qui: Héctor, il “fratello” cubano che mi ospita, sua moglie e sua figlia ricevono regolarmente gli aiuti alimentari che vengono prontamente distribuiti dal governo alla popolazione tramite la “libreta” o “canasta basica”. Cos’è la libreta, o canasta basica? Nel mondo occidentale abituato alla mentalità capitalista questo è un concetto praticamente sconosciuto, mentre nella società socialista cubana è il fondamento della vita civile della nazione: lo Stato si fa carico di fornire ad ogni suo cittadino, qualunque sia il suo reddito, un’abitazione e una fornitura di alimenti di base secondo la composizione di ciascun nucleo familiare, per garantirne la sussistenza; senza dimenticare che a Cuba l’istruzione è universale e gratuita fino alla laurea ed egualmente universale e gratuita è la sanità. E’ sempre stato così dal giorno del trionfo della rivoluzione; la solidarietà sociale di questo straordinario popolo esprime così la propria umanità. Chi ha qualche anno sulle spalle come me ricorderà (perché lo abbiamo studiato, non perché lo abbiamo vissuto) che anche in Italia esisteva qualcosa di simile, anche se non uguale, la famosa tessera annonaria istituita in piena Seconda Guerra Mondiale. Il sistema cubano di assegnazione delle abitazioni, della sussistenza alimentare e delle prestazioni sanitarie purtroppo negli ultimi anni ha subito gravi ridimensionamenti a causa del bloqueo, ma se andate a leggero quello che diffondono gli scrivani sotto dettatura che formano l’esercito mediatico dei servi dell’impero troverete scritto che no, il bloqueo non esiste, che è una invenzione del “regime” cubano, che la responsabilità della situazione dell’isola è da attribuire all’incapacità del governo di guidare il Paese, o che il sistema socialista è una sventura per il popolo cubano, che dovrebbe invece gettarsi fra le braccia amorevoli del capitalismo. Fortunatamente il 98% del popolo cubano sa benissimo come stanno realmente le cose, perché le vede e le vive, mentre il rimanente 2% sono i soliti “gusanos”, persone di scarse se non nulle conoscenze, molto facilmente manipolabili e quindi servi sciocchi dell’impero. Alcuni sono addirittura nostalgici della dittatura di Batista, quando L’Avana era la casa dei divertimenti di ricchi gangster e mafiosi newyorkesi e il Paese era spartito fra ricche oligarchie e grandi aziende nordamericane, mentre il popolo era solo carne da lavoro. Spessissimo qui mi capita di sentir ripetere una frase del Che pronunciata all’Università Alma Mater dell’Avana di fronte agli studenti e poi divenuta famosa: “No se puede confiar en el imperialismo ní tantito así, nada!”, ossia “Non ci si può fidare dell’imperialismo nemmeno un pochino, per niente!” Redazione Italia
March 19, 2026
Pressenza
INPS e Save the Children, stabile l’uso del congedo di paternità, ma differenze tra territori
Nel Nord vive il 59% dei padri che ne usufruiscono, mentre solo un quarto lo utilizza per intero. Marcate anche le differenze per contratto, tipo di impiego e territorio, con Nord-Est e Nord-Ovest che registrano più giorni fruiti rispetto al Sud e alle Isole. Nel 2024 l’utilizzo del congedo di paternità in Italia si conferma stabile, con oltre il 64% dei padri lavoratori dipendenti che ha beneficiato della misura. Dopo anni di progressiva crescita, il ritmo di aumento sembra essersi attenuato, lasciando apparire un quadro in cui la scelta di prendersi cura dei figli nei primi giorni di vita è diventata più diffusa, ma non ancora universalmente condivisa. Dalle elaborazioni fatte da Save the Children sui dati INPS emerge un profilo piuttosto delineato dei padri che usufruiscono del congedo: hanno tra i 35 e i 44 anni (52% nel complesso), un impiego stabile e a tempo pieno e nella maggior parte dei casi risiedono nel Nord del Paese (59% degli utilizzatori, 107.273 padri), mentre al Centro e al Sud vivono rispettivamente il 19% (34.130 padri) e il 22% (40.236). La tipologia contrattuale incide sensibilmente sulla durata effettiva del congedo: i lavoratori full time utilizzano mediamente quasi due giorni in più rispetto ai part time (+1,9 giorni), mentre chi ha un contratto a tempo indeterminato sfrutta mezza giornata in più rispetto a chi è assunto a termine (+0,5 giorni). Anche la posizione lavorativa fa la differenza, con impiegati e dirigenti che ricorrono al congedo circa un giorno in più rispetto ai lavoratori manuali, mentre livelli retributivi più elevati risultano associati a un uso più contenuto della misura. “I dati, sottolinea Save the Children,  mostrano che sempre più padri stanno compiendo un passo importante verso una maggiore condivisione delle responsabilità familiari, anche se persistono differenze legate al contesto lavorativo, economico e territoriale che continuano a influenzare questa possibilità. È necessario, pertanto, rafforzare strumenti che sostengano in maniera strutturale le famiglie, poiché le scelte che riguardano il tempo da dedicare ai figli incidono direttamente sul loro benessere e sulla qualità della loro crescita. Investire in misure più eque, inclusive e accessibili significa investire nel futuro dei bambini e delle bambine del nostro Paese”. Sul territorio, la presenza dei padri che usufruiscono del congedo continua a essere fortemente concentrata nelle regioni settentrionali, dove vivono circa tre utilizzatori su cinque (59% – 107.273 padri). Lombardia (38,2% degli utilizzatori del Nord), Veneto (18,9%) ed Emilia-Romagna (16,8%) sono le aree che ne raccolgono il numero più alto, seguite da Piemonte (13,5%), Trentino Alto-Adige (4,4%), Friuli-Venezia Giulia (4,1%), Liguria (3,8%) e Valle d’Aosta (0,3%). Mentre al Centro il Lazio (45% degli utilizzatori del Centro) e la Toscana (32,3%) rappresentano le regioni con la maggiore incidenza. Di seguito Marche (14,9%) e Umbria (7,8%). Nel Mezzogiorno, pur con una distribuzione meno uniforme, emergono Campania (28,5% degli utilizzatori del Sud), Puglia (21,7%) e Sicilia (21,6%) come i territori in cui risiede la maggior parte degli utilizzatori, seguite da Abruzzo (9,2%), Calabria (7,5%), Sardegna (6,8%), Basilicata (3,1%) e Molise (1,6%). Differenze significative riguardano anche il numero di giorni fruiti: i lavoratori del Nord-Est e del Nord-Ovest usano un numero di giorni di congedo maggiore rispetto a quelli del Centro (rispettivamente +0,52 e +0,43 giorni), mentre al Sud e nelle Isole la fruizione è inferiore (-0,38 e -0,36giorni). Nel complesso, sono 181.777 i padri che nel 2024 hanno utilizzato il congedo di paternità. Una cifra significativa, ma che invita a riflettere sulle condizioni che ancora rendono disomogeneo l’accesso a uno strumento fondamentale per il benessere dei bambini e per avanzare verso una più equa ripartizione del lavoro di cura. Purtroppo di recente la proposta sul congedo parentale paritario obbligatorio di Pd, M5s, Azione, Italia viva, Avs e +Europa è stato bocciato dalla maggioranza di centrodestra, con la motivazione che a parere della Ragioneria dello Stato non ci sono le coperture di circa tre miliardi di euro all’anno. E’ stata però bocciata anche la proposta di rinvio per cercare di recuperare congiuntamente (maggioranza e opposizione) le risorse necessarie. La proposta prevedeva di estendere a cinque mesi il congedo di paternità (attualmente è di 10 giorni), di renderlo obbligatorio e retribuirlo al 100% per entrambi i genitori, senza possibilità di trasferirlo da uno all’altro. In particolare, il padre avrebbe potuto “spalmare” il congedo su 18 mesi successivi. La norma si sarebbe applicata non solo ai dipendenti, ma anche ad autonomi e liberi professionisti. Una norma che avrebbe contribuito a disinnescare ogni fattore di discriminazione (se entrambi i genitori possono fruire di identico congedo le lavoratrici madri saranno meno discriminate rispetto ai padri) e avrebbe fatto fare un altro passo in avanti sul terreno della piena parità tra donne e uomini, superando la cultura patriarcale ancora troppo radicata nel nostro Paese. L’INPS con l’ultimo Rendiconto di parità di genere ha ancora una volta certificato un divario occupazionale di quasi 18 punti tra uomini e donne (52,5% contro 70,4%), un gap salariale medio di circa il 20% (con punte oltre il 30% in alcuni settori) e una persistente segregazione nei ruoli apicali. Insomma, le donne rappresentano il 64% del part-time, sopportano la quota maggiore di lavoro a tempo parziale involontario e le pensioni femminili risultano inferiori di oltre il 20%, con scarti ancora più ampi nelle prestazioni di vecchiaia. Qui per approfondire diritti e tutele dei papà: https://www.savethechildren.it/blog-notizie/paternita-lavoro-diritti-tutele-padri Giovanni Caprio
March 19, 2026
Pressenza
Europa, dicono le organizzazioni sociali e ambientaliste: “Le politiche climatiche sono la difesa dalla crisi energetica”
In vista del Consiglio europeo Forum Disuguaglianze Diversità, Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente, Transport & Environment e WWF Italia si rivolgono al governo italiano affinchè l’Europa, a causa della guerra in Medio oriente non favorisca le energie fossili attraverso la deregolamentazione e lasciando così margine a gas e petrolio che creano insicurezza e instabilità e accrescono una crisi climatica che accresce povertà e diseguaglianze_ SEGUE COMUNICATO Il Governo italiano, invece di chiedere la sospensione dell’ETS e promuovere la deregolamentazione ambientale, dovrebbe difendere davvero l’interesse nazionale e la sicurezza dei cittadini, non fare favori ai combustibili fossili, veri responsabili della ennesima crisi energetica, delle tensioni mondiali e della volatilità dei prezzi. Colpire l’ETS (Emission Trading Scheme) o fare marcia indietro su elementi fondamentali del quadro climatico dell’UE non farebbe altro che indebolire la risposta dell’Europa alla crisi.  Al contrario, i soldi dell’ETS vanno usati bene, cioè per accelerare la transizione energetica, porre fine alla dipendenza dai combustibili fossili, mantenere la rotta del Green Deal europeo e contrastare strutturalmente la povertà energetica: questo l’appello di numerose organizzazioni ambientaliste italiane (Forum Disuguaglianze Diversità, Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente, Transport & Environment e WWF Italia) ai Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europa che si riuniscono domani e dopodomani a Bruxelles. L’Europa è fortemente dipendente dai combustibili fossili importati, costosi e rischiosi. Il crescente ricorso al GNL dopo la crisi del 2022 ha sostituito una dipendenza dai combustibili fossili con un’altra, dinamiche geopolitiche con altre. L’Europa e l’Italia devono mobilitare ingenti investimenti nel risparmio energetico, nelle energie rinnovabili, nelle reti, nello stoccaggio e nell’elettrificazione per proteggere le famiglie e le imprese da ulteriori shock dei prezzi dell’energia. Ed è proprio dall’ETS che potranno venire una parte dei fondi necessari a sostenere la transizione, se non continueranno a essere usati per il ripiano di bilanci e a perdersi in mille rivoli, come ha dimostrato un rapporto della think tank indipendente sul clima Ecco[1] : dei 18 miliardi generati dal meccanismo “chi inquina paga” della UE, solo il 9% (1,6 miliardi) sono andati effettivamente a sostenere le politiche climatiche. Eppure, le energie rinnovabili hanno già superato i combustibili fossili nella produzione di energia elettrica dell’UE, e forse questo è il vero problema delle compagnie Oil & Gas e di coloro che vogliono favorire la produzione di energia elettrica con le centrali termoelettriche per così minare tutto il meccanismo ETS.  Eppure, i vantaggi per le aziende e i cittadini europei sarebbero enormi: con il risparmio energetico, le energie rinnovabili, l’elettrificazione, gli accumuli e le reti, l’Europa potrà sempre più fare affidamento su abbondanti energie rinnovabili di produzione interna. Le rinnovabili sono l’unica strada affinché l’Europa possa diventare indipendente e immune da shock esterni provocati da crisi e guerre, spesso causata dalla stessa corsa scriteriata ai combustibili fossili e al nucleare, pericoloso, estremamente costoso e comunque con tempi lunghissimi”. Nell’immediato, le associazioni ambientaliste e sociali propongono di ridurre le imposte sull’elettricità e riformare il sistema per fornire davvero sollievo alle famiglie e alle imprese in tutta Europa. Secondo le ONG, anche la spinta alla deregolamentazione che sta attualmente monopolizzando il dibattito politico europeo si basa su una falsa narrativa creata ad arte: l’applicazione della legislazione ambientale esistente genererebbe un risparmio economico annuo di 180 miliardi di euro, mentre il costo dell’inazione climatica potrebbe raggiungere i 5,6 trilioni di euro in Europa nei prossimi 30 anni. Per le ONG ambientali e sociali occorre garantire che la “semplificazione” normativa non indebolisca le protezioni ambientali, climatiche o sociali. Il vero ostacolo alla competitività non sono regole chiare e rigorose, ma l’inerzia politica dei governi e delle istituzioni europee che procedono troppo lentamente nell’attuazione degli accordi esistenti. Occorre anche riorientare l’agenda della competitività verso investimenti su larga scala nella transizione verde, con nuovi strumenti di finanziamento pubblico a livello UE. Essenziale, anche per la sicurezza energetica, accelerare l’uscita dell’Europa dai combustibili fossili. L’elettrificazione basata sulle energie rinnovabili, l’efficienza, la gestione della domanda e l’integrazione della rete sono le uniche vie credibili verso la sicurezza energetica e la stabilità dei prezzi. Ciò deve andare di pari passo con la stabilità normativa e delle regole di mercato, compreso un prezzo del carbonio forte e prevedibile. Occorre infine riconoscere il costo economico dell’inazione sulla vita delle persone, su natura, clima e salute: i 12 miliardi di euro che tutti gli attuali “pacchetti omnibus” sostengono di risparmiare sono irrisori rispetto ai costi dei danni climatici, che graveranno sui bilanci pubblici e su cittadini e imprese. Per le organizzazioni ambientaliste e sociali, il Governo italiano, anziché irresponsabilmente chiedere la sospensione dell’ETS e promuovere una pericolosa deregolamentazione ambientale, deve tutelare l’interesse nazionale e la sicurezza dei cittadini, rafforzando politiche climatiche ambiziose, accelerando la transizione energetica e riducendo strutturalmente la dipendenza da gas e petrolio. [1] QUANTI SONO E COME VENGONO USATI I PROVENTI DELL’ETS HTTPS://ECCOCLIMATE.ORG/IT/PROVENTI-ETS-IN-ITALIA-UTILIZZATO-SOLO-IL-9-DELLE-RISORSE/ IN ITALIA – ECCO Redazione Italia
March 19, 2026
Pressenza
Cuba, splendide spiagge deserte per il crollo del turismo
Il 16 marzo 2026, ultimo giorno della mia permanenza a Trinidad, avrei dovuto fermarmi in questo splendida cittadina altri quattro giorni, ma il giorno 21 in un orario imprecisato è previsto l’arrivo della Flotilla Nuestra America alla bahía dell’Avana, avvenimento al quale non posso assolutamente mancare. Essendo i trasporti molto limitati il bus di domani è l’ultimo trasferimento utile del quale possa usufruire. Oggi quindi ho voluto visitare quella che universalmente viene descritta come una delle perle più preziose dei Caraibi, la penisola di Playa Ancón…. La penisola era facilmente raggiungibile con qualunque mezzo pubblico o privato, in quanto dista solo una dozzina di chilometri dal centro di Trinidad, ma purtroppo oggi non è più così, perché la carenza di combustibili che il maledetto bloqueo porta con sé rende molto difficile e costoso effettuare qualsiasi spostamento, anche quelli su brevi distanze come questo. Playa Ancón mantiene quanto promette: il mare cristallino, la spiaggia di sabbia finissima e la natura silvestre che le fa da anfiteatro sono di una bellezza straordinaria. E’ chiaramente un luogo dalla grandissima attrazione turistica, ma nonostante ciò le strutture nelle immediate vicinanze dell’arenile non sono assolutamente invasive; ci sono alcuni chioschi all’ombra della splendida vegetazione nei quali è possibile trovare frutta tropicale di ogni sorta e pranzi tipici, soprattutto a base di pesce, mentre per godere di questo sole e di questo mare unici al mondo si bastano i caratteristici ripari realizzati con foglie di palma. Lungo tutta la penisola alle spalle di questa che sembra una cartolina illustrata si trovano solo tre splendide e discrete strutture alberghiere armoniosamente inserite nel paesaggio, che dimostrano quanta attenzione e rispetto vengono riservati ai territori. Cuba non ha mai permesso nessun tipo di speculazione edilizia selvaggia perché le sue bellezze naturali sono la sua ricchezza e proteggerle a ogni costo dallo sfruttamento indiscriminato è il primo impegno di questo stupendo Paese. Si potrebbe parlare di un angolo di paradiso, che l’impero del male non si è fatto scrupolo di trasformare in inferno. Venendo qui oggi si tocca con mano quanto malvagio, perfido, crudele e cinico sia il bloqueo: questo luogo da sogno dovrebbe accogliere ogni giorno ospiti provenienti da ogni latitudine e contemporaneamente dare lavoro a centinaia di lavoratori di questo settore, così come tutte le “casas particulares”, ossia le normali abitazioni civili, appositamente normate ed adattate, che ai cubani è consentito utilizzare come B&B. Ebbene, tutto questo oggi è completamente paralizzato. Con il divieto per i cittadini statunitensi di recarsi sull’isola, il diniego del visto di ingresso negli Stati Uniti per ogni persona che abbia viaggiato a Cuba e l’attuale blocco delle forniture di combustibile, Trump è riuscito a imporre l’ennesimo giro di vite all’ultima forma di ingresso di valuta nell’isola; dopo decenni trascorsi ad impedire le transazioni commerciali con qualsiasi istituto bancario, cosa che inevitabilmente ha compromesso importazioni ed esportazioni, ora con la paralisi del settore turistico l’economia cubana subisce l’ennesimo affronto. Soffermarmi a scrutare questi splendidi luoghi praticamente deserti, i lettini prendisole in attesa di un ospite che non arriverà, l’assenza della festante moltitudine colorata di ospiti ai chioschi desolatamente chiusi mi infonde una tristezza infinita, ma ma soprattutto rabbia, perché tutti sanno chi sia il responsabile di tutto questo. Il paventato terrorismo, o l’assurda “inusuale minaccia contro gli Stati Uniti”, sono solo i più recenti pretesti per portare a termine la loro opera di distruzione. Fanno così da sempre e chi lo nega dovrebbe studiarsi la storia di Paesi come il Vietnam, l’Iraq, la Libia e recentemente il Venezuela e l’Iran per capire l’osceno metodo a stelle e strisce. Denunciare l’imperialismo non è vuota retorica, è guardare il male assoluto negli occhi.         Redazione Italia
March 18, 2026
Pressenza
Leonardo acquisisce la britannica Becrypt: parte la scalata al settore cyber
L’azienda bellica Leonardo SpA sta finalizzando l’acquisizione della britannica Becrypt, attiva nel campo della cybersecurity e fornitrice stabile di tecnologie sia per gli ambienti governativi che per aziende leader nelle supply chain di competenza. Il processo dovrebbe essere completato entro il mese di giugno dell’anno corrente. L’operazione non è un elemento isolato, ma fa seguito a tutta una serie di acquisizioni effettuate da Leonardo, in Europa, nel comparto.[1] Queste sono parte di una strategia di sviluppo industriale che prevede il rafforzamento di Leonardo nella cybersecurity europea e, a nostro parere, sono finalizzate non tanto ad aumentare il fatturato (che per Leonardo, a livello di ordinativi commerciali, proviene essenzialmente dall’aeronautica militare e, in collaborazione con Fincantieri, dalla cantieristica navale) quanto a estendere il controllo dell’azienda sull’intera filiera della Difesa. Non è più possibile, infatti, mantenere una posizione di leadership nel settore bellico senza occuparsi di tutti i principali elementi che lo compongono. Il settore militare europeo è attualmente molto frammentato per diverse ragioni e, fra queste, vi è sicuramente l’esistenza di aziende appartenenti a differenti Stati membri dell’UE che concorrono fra di loro a livello commerciale. Il che dà luogo a produzioni belliche “duplicato” per la vendita al miglior offerente, ad acquisti disaggregati perché effettuati dai vari Paesi membri in maniera indipendente l’uno dall’altro (cd. “domanda disaggregata”, che produce un aumento dei costi) e, probabilmente, anche a pressioni di tipo lobbystico sui propri rispettivi governi nazionali per adeguare la legislazione ai desiderata della singola azienda campione nazionale (cd. riduzione dei “costi di conformità” alla legislazione esistente, che sono i costi che l’impresa deve sostenere per adeguarsi alla normativa nazionale di riferimento, la quale varia da Paese a Paese). Non per niente Roberto Cingolani, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Leonardo, ha dichiarato: «Quest’ultima acquisizione in UK segna un ulteriore tappa nella strategia di Leonardo volta a costruire in Europa una sicurezza cyber resiliente e sovrana che superi la frammentazione tecnologica attuale».[2] Sulla stessa linea il Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, secondo cui «È necessario definire in ambito Nato, con l’Unione europea, strategie comuni che rafforzino la resilienza democratica e cognitiva e promuovano risposte coordinate agli attacchi».[3] Il rafforzamento di Leonardo UK è un passaggio rilevante: questa costola della grande azienda italiana a controllo pubblico ha un ottimo posizionamento commerciale sia con il Governo britannico che con la NATO, essendo inserita come fornitrice in diversi programmi governativi e internazionali. Tuttavia, in linea con quel che abbiamo detto essere il core-business dell’azienda, Leonardo UK è relativamente più importante come fornitrice di beni militari nel settore aerospaziale e di componenti tecnologiche. Becrypt, pur non essendo una grande impresa (ha poco più di cento dipendenti), è invece meglio posizionata come fornitrice commerciale di sistemi per la cybersecurity e, pertanto, la sua acquisizione da parte di Leonardo potrebbe rafforzare considerevolmente il ruolo-chiave di quest’ultima nel panorama della Difesa britannica. Tra l’altro Becrypt ha fatto registrare circa un +30% di ricavi sia nel 2024 che nel 2025. Attualmente Leonardo UK ha una sola sede operativa per lo sviluppo di elementi per la cyber sicurezza – situata nella città di Lincoln, nel nord-est dell’Inghilterra – e, con Becrypt, acquisirebbe alcuni laboratori di ricerca e uffici tecnici londinesi. Inoltre Leonardo UK è ufficialmente certificata dal National Cyber Security Centre’s Cyber Security Consultancy framework del Regno Unito come consulente per la cybersecurity, ma Becrypt è certificata come fornitrice informatica: con l’unione delle due, pertanto, Leonardo UK si assicurerebbe una posizione privilegiata nei confronti della concorrenza – ad esempio quella della francese Thales, con cui pure la Leonardo italiana collabora stabilmente nel campo della comunicazione via satelliti a orbita bassa, il settore in cui è attiva Starlink di Elon Musk.[4] Dal punto di vista tecnico la cybersecurity di Leonardo UK è basata sul modello “Zero trust”, per il quale la rete informatica (aziendale o di una pubblica istituzione) viene segmentata, per impedire un hackeraggio che coinvolga l’intero sistema, ed è richiesta un’autenticazione dell’utente basata sul ruolo ricoperto. La Zero trust è un elemento importante perché funzionale a ogni tipo di amministrazione societaria – anche di pubblico Ministero, come detto. E in effetti esiste una norma RRF (il dispositivo europeo da cui si è originato il PNRR italiano) per la quale «andranno introdotte specifiche norme finalizzate a imporre all’amministrazione una motivazione anticipata e rafforzata che dia conto delle ragioni del mancato ricorso al mercato»,[5] ossia: per ricorrere a risorse interne anziché al mercato (appalti ed esternalizzazioni, consulenze…), il pubblico dovrà fornire adeguate giustificazioni, anche di carattere economico. È chiaro, dunque, che l’acquisto di Becrypt consentirà a Leonardo UK di accedere a un mercato più vasto di quello puramente militare e acquisire, così, una posizione di maggiore importanza relativamente all’intera Pubblica Amministrazione britannica. Federico Giusti, Emiliano Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università [1] Le aziende acquisite sono: Axiomatics (Svezia), SSH Communication (Finlandia) e Arbit (Danimarca). [2] Leonardo, Comunicato Stampa: Leonardo continua a rafforzarsi nella cybersecurity con l’acquisizione di Becrypt in UK, 11 Marzo 2026. [3] A. Carli, Dall’esercito cyber a un centro per il contrasto alla guerra informativa, ecco il piano Crosetto contro le minacce ibride, «il Sole 24 Ore», 13 Novembre 2025. [4] Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Accordo Starlink. Giù la MUSKera, 18 Gennaio 2025, https://sinistrainrete.info/politica-italiana/29701-emiliano-gentili-e-federico-giusti-accordo-starlink-giu-la-muskera.html?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook. [5] PNRR #NextGenerationItalia, pp. 80-81. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
March 18, 2026
Pressenza
Cuba: Sulle recenti decisioni per l’economia nazionale, vedere gli alberi, vedere la foresta
Julio Carranza Valdés Con questo testo intendo fare un breve commento sulle recenti misure annunciate dal governo come cambiamenti necessari all’attuale modello economico di Cuba. Sono state aggiunte diverse decisioni allo scopo di contribuire ad una via d’uscita dall’attuale crisi economica che il paese sta vivendo, aggravata dalla maggiore pressione esercitata dall’attuale governo degli Stati […]
“Chi inquina paga” e deve continuare a farlo. L’Italia sbaglia con lo stop all’Ets: è un errore per clima, salute, economia
In vent’anni, nei settori coperti dall’Emissions Trading System (in sigla Ets) — centrali elettriche, acciaierie, cementifici, raffinerie, aviazione, trasporto marittimo — le emissioni di anidride carbonica sono calate del 50% rispetto al 2005. Nessun’altra politica climatica europea può vantare un risultato simile. Dal 1 ottobre 2023 l’Europa ha iniziato ad applicare un prezzo del carbonio anche alle importazioni da paesi che non hanno standard ambientali equivalenti: così le aziende cinesi o americane che esportano in Europa non possono più competere semplicemente scaricando i costi dell’inquinamento sull’ambiente. La proposta italiana di sospendere gli Ets è invece nella traiettoria dell’amministrazione Trump: un ritiro dagli impegni ambientali presentato erroneamente come tutela dell’industria nazionale. Otto paesi europei — Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia, Spagna, Svezia e Paesi Bassi — hanno già risposto con un documento congiunto in cui ribadiscono che l’Ets non è negoziabile. Anche per tutelare la salute pubblica: meno polveri sottili, ossidi di azoto, composti chimici che entrano nei polmoni e nel sangue equivalgono a meno malattie respiratorie, meno infarti, meno morti premature_   Da quasi vent’anni l’Europa ha in tasca uno strumento scomodo ma efficace per combattere l’inquinamento industriale: l’Ets (acronimo di Emissions Trading System), il mercato europeo del carbonio. Funziona, costa alle imprese, e qualcuno vorrebbe fermarlo. L’Italia ha formalmente chiesto a Bruxelles di sospenderlo. Sarebbe un errore — e non solo per il clima.   Una regola semplice: chi inquina paga  L’Emissions Trading System nasce nel 2005 con un’idea di fondo elementare: se inquinare ha un costo reale per la società, allora chi inquina dovrebbe pagarlo. Non la collettività, non le generazioni future. Chi inquina, oggi. Il meccanismo funziona come un mercato. L’Unione Europea fissa ogni anno un limite massimo alle emissioni di Co₂ nei settori più inquinanti — centrali elettriche, acciaierie, cementifici, raffinerie, aviazione, trasporto marittimo. Quel limite viene tradotto in quote: ogni quota vale il diritto di emettere una tonnellata di anidride carbonica. Le aziende le ricevono o le comprano all’asta.   La proposta italiana: un passo indietro Eppure, nonostante questi risultati, il governo italiano ha chiesto a Bruxelles di sospendere temporaneamente l’Ets. La motivazione è quella che si sente spesso in questi anni: il prezzo del carbonio è troppo alto, pesa sulle imprese energivore, mette a rischio la competitività europea rispetto a Cina e Stati Uniti. È una posizione che suona pragmatica. Ma è fragile, e molti partner europei lo hanno detto chiaramente   Il clima non aspetta Sospendere l’Ets non sarebbe una pausa tecnica. Sarebbe togliere il freno a mano a un processo di inquinamento che stava rallentando. Negli ultimi anni molte imprese europee hanno investito miliardi per ridurre le proprie emissioni: pannelli solari sui capannoni, forni più efficienti, nuovi processi produttivi, tecnologie per catturare la Co₂. Queste scelte non sono state filantropiche: sono state dettate dal fatto che inquinare costava sempre di più. Se quel segnale economico sparisce, anche temporaneamente, molte di queste decisioni vengono rimesse in discussione.   Un problema di salute pubblica C’è poi una dimensione che nel dibattito economico spesso scompare: la salute delle persone. Le emissioni industriali non sono solo Co₂. Portano con sé polveri sottili, ossidi di azoto, composti chimici che entrano nei polmoni e nel sangue. Nelle aree industrializzate d’Europa, il miglioramento della qualità dell’aria degli ultimi vent’anni ha significato meno malattie respiratorie, meno infarti, meno morti premature.   L’economia che non torna Chi vuole sospendere l’Ets lo fa in nome della competitività. Ma l’argomento regge poco all’analisi. Il prezzo del carbonio non è una tassa inventata dai burocrati di Bruxelles. È il tentativo — imperfetto, certo, ma fondato — di mettere un prezzo su un danno reale. Senza di esso, le imprese più inquinanti godono di un vantaggio competitivo sleale: scaricano i costi dell’inquinamento sulla società e producono come se quei costi non esistessero. È un sussidio implicito all’inquinamento, pagato da tutti.   La corsa alle tecnologie pulite: chi arriva dopo, perde C’è infine un argomento che nel dibattito italiano è quasi assente, ma che forse è il più importante di tutti: la competizione tecnologica globale. Negli ultimi anni Cina, Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud hanno investito centinaia di miliardi nelle tecnologie della transizione energetica: batterie, idrogeno verde, solare di nuova generazione, acciaio a zero emissioni, cattura del carbonio. Non lo fanno per generosità: lo fanno perché sanno che chi domina quelle tecnologie dominerà i mercati industriali del prossimo mezzo secolo.   “Chi inquina paga”: non si può tornare indietro La questione al centro di questo dibattito è, in fondo, molto semplice: chi deve pagare il costo dell’inquinamento? Il principio “chi inquina paga” non è un’invenzione degli ambientalisti. È un principio economico elementare: chi provoca un danno deve risponderne. Rinunciarci significa accumulare un debito — ambientale, sanitario, tecnologico — che qualcun altro pagherà al posto nostro. Di solito, chi ha meno potere di difendersi. L’Ets può essere migliorato. Si può lavorare per renderlo più equo tra settori e tra paesi, per affiancarlo con politiche industriali e sociali che sostengano le imprese e i lavoratori nella transizione. Ma sospenderlo non è una soluzione: è un rinvio che costa.   AURELIO ANGELINI È SOCIOLOGO DELL’AMBIENTE E DEL TERRITORIO PUBBLICHIAMO LA VERSIONE RIDOTTA DEL CONTRIBUTO SOTTO INDICATO Redazione Italia
March 17, 2026
Pressenza
Comunità energetiche in Europa: un sogno per ora svanito
La prospettiva di una rivoluzione energetica a livello locale si allontana a causa di ostacoli tecnici e giuridici. A dimostrarlo è una nuova relazione della Corte dei conti europea. Mediante la diffusione e l’implementazione delle comunità energetiche, i cittadini, le autorità locali e le piccole imprese in tutta l’UE avrebbero dovuto produrre, gestire, condividere e consumare sempre più energia autoprodotta. Quasi un decennio dopo che queste ambizioni sono state enunciate, però, la Corte traccia un quadro non entusiasmante: i progressi sono ben al di sotto delle aspettative. Un obiettivo a livello UE prevedeva che in ogni comune di più di 10˙000 abitanti ci fosse almeno una comunità energetica rinnovabile entro il 2025. La Commissione europea non ha ancora comunicato se tale obiettivo sia stato raggiunto, ma i dati raccolti dagli auditor della Corte mostrano che l’UE è ampiamente al di sotto del target:  in meno del 10 % dei comuni con più di 10˙000 abitanti in Polonia, Italia e Romania l’UE ha riscontrato la presenza di una comunità energetica. In media, l’UE ha raggiunto il 27 % circa del proprio obiettivo. È fuor di dubbio che le definizioni poco chiare dell’UE hanno creato confusione su cosa si intenda esattamente per comunità energetica, come debba essere costituita, come si possa condividere l’energia prodotta e vendere quella in eccesso. Questa vaghezza giuridica dissuade i cittadini dal partecipare e, in ultima analisi, ostacola la creazione di comunità energetiche. Questo vale soprattutto per i condomini, in cui abita circa metà della popolazione dell’UE, dove la prospettiva di aggiungere un’ulteriore entità giuridica alle associazioni di proprietari create per gestire gli edifici viene considerato un ulteriore livello di burocrazia. Inoltre, i ritardi o i rifiuti a connettere nuovi impianti dovuti alla congestione della rete rallentano lo sviluppo delle comunità energetiche. Parte del problema è che le curve di produzione e consumo naturalmente non corrispondono: i pannelli solari producono il massimo dell’energia elettrica verso mezzogiorno mentre il picco di domanda delle famiglie si colloca la mattina presto o la sera. “In Polonia e Italia – si legge nella Relazione – nel gennaio 2025, le comunità energetiche contribuivano a circa lo 0,1 % della capacità di produzione di energia solare e allo 0,01 % della capacità di produzione di energia eolica. Il loro contributo era maggiore nei Paesi Bassi (1,5 % e 3,2 %). L’energia combinata di queste comunità potrebbe alimentare una grande città nei Paesi Bassi e una piccola città in Polonia o Italia. In Romania, l’unica comunità energetica non produce energia elettrica”. Per quanto riguarda l’Italia, nel proprio PNEC (Piano Nazionale per l’Energia e il Clima), il nostro Paese faceva riferimento ad una misura del dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF) da 2,2 miliardi di euro relativa all’autoconsumo collettivo e alle comunità energetiche rinnovabili nei comuni con meno di 5 000 abitanti, con l’obiettivo di sviluppare una capacità di energia rinnovabile di almeno 2 GW entro il 2026. Tuttavia, tale misura non è in linea con l’obiettivo dell’UE, che è rivolto ai comuni con più di 10 000 abitanti, e non stabilisce un target per il numero di comunità. Nel luglio 2025, l’Italia ha esteso questo obiettivo dell’RRF (RRF sta per Recovery and Resilience Facility, ed è il principale strumento finanziario del programma NextGenerationEU, creato dall’UE) ai comuni con popolazione fino a 50˙000 abitanti. La Corte osserva che nessuno degli Stati membri controllati monitora i progressi compiuti a livello nazionale verso il conseguimento dell’obiettivo dell’UE abbinando comunità energetiche e comuni. La Polonia e l’Italia tengono un registro, verificano che le comunità soddisfino i requisiti giuridici nazionali e aggiornano il registro settimanalmente o annualmente. Nei Paesi Bassi, HIER12 aggiorna annualmente un inventario delle cooperative energetiche, verificandone lo statuto e lo stato di attività. La Romania non ha istituito alcun sistema per registrare o fare un inventario delle comunità. Inoltre, né i Paesi Bassi né la Polonia hanno emanato orientamenti che chiariscano se le cooperative istituite non in base alle definizioni dell’UE, vadano registrate allo stesso modo. Anche se la Commissione ha fornito agli Stati membri alcuni orientamenti sulla registrazione delle comunità energetiche, questi non si concentravano a sufficienza sugli elementi chiave necessari per un monitoraggio a livello dell’UE (ad esempio, se le comunità energetiche fossero basate su fonti rinnovabili). Tuttavia, la Relazione non manca di sottolineare come le comunità energetiche siano cresciute rapidamente, dell’80 % e del 75 % rispettivamente in Polonia e Italia, nel periodo gennaio-giugno 2025. Il numero di cooperative è rimasto relativamente stabile nei Paesi Bassi (688 nel 2023 e 702 nel 2024; i dati per il 2025 non sono ancora disponibili) in quanto era già alto, ed è rimasto invariato in Romania (una comunità energetica). “Questa crescita dinamica – si legge nella Relazione – offre prospettive positive per un ulteriore sviluppo delle comunità energetiche. Sebbene non sia possibile stabilire un nesso causale diretto, gli incentivi finanziari in Polonia (come i ridotti oneri di rete) e le misure adottate in Italia (tra cui le sovvenzioni dell’RRF, norme operative, migliori orientamenti, registrazione facilitata, ammissibilità estesa e l’ampliamento delle zone di condivisione dell’energia) hanno probabilmente contribuito alla crescita delle comunità energetiche”. Anche il recepimento delle direttive dell’UE in materia è incompleto: stando alle verifiche svolte dalla Commissione sul recepimento, dei quattro Stati membri sottoposti ad audit solo l’Italia aveva dimostrato di aver recepito tutti gli articoli sulle comunità energetiche di entrambe le direttive a luglio 2025. Il recepimento incompleto o tardivo non solo compromette l’intento legislativo delle direttive, ma genera incertezza nei portatori di interessi che intendono partecipare o avviare iniziative di comunità energetiche. In tema di Comunità energetiche la Corte raccomanda, in definitiva, regole più chiare, maggiori incentivi ai cittadini e alle famiglie vulnerabili e un sostegno più efficace per lo sviluppo di soluzioni di accumulo di energia. “Mentre l’UE corre per raggiungere gli obiettivi in materia di clima ed energia, le comunità energetiche guidate dai cittadini restano una idea allettante, un ideale teorico ma difficile da attuare nella pratica – ha sottolineato João Leão, Membro della Corte responsabile dell’audit – L’UE deve ora rimuovere gli ostacoli giuridici e le difficoltà tecniche per farle funzionare efficacemente sul terreno”. Giovanni Caprio
March 17, 2026
Pressenza