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Il conflitto del linguaggio
Quando iniziò la mobilitazione universitaria nell’anno accademico 2008/09, Paolo Virno era da poco arrivato alla facoltà di Lettere dell’Università Roma 3. Chissà se sia stata solo una coincidenza che fino a quel momento, a differenza della Sapienza, omologa più barricadera, quella facoltà avesse conosciuto solo limitate esperienze di partecipazione studentesca. Quella tendenza si invertì di colpo: con il movimento dell’Onda l’allora facoltà di Lettere e Filosofia fu occupata, partecipò a manifestazioni e cortei, costruì seminari e convegni. Alla ricerca di una propria parola pubblica. Il nostro debutto in quello spazio fu con il Laboratorio Verlan, nel quale indagavamo il presente, anche grazie alla generosa prossimità di alcuni e alcune docenti. Virno non mancò l’appuntamento: nel convegno Dire, fare, pensare il presente partecipò con un intervento che condensava, per noi giovani alle prime armi con il suo pensiero, insidie e potenzialità del linguaggio. Che è come parlare delle insidie e delle potenzialità dell’agire politico. Oggi come allora Virno ci parla con la forza di una presenza catalizzatrice di idee, eventi, reti di relazioni. Oltre alla lucidità del suo pensiero, rimangono inconfondibili la corporeità della sua voce e i gesti che la accompagnavano. Come il migliore esecutore di atti linguistici, sapeva fare cose con le parole. Lo faceva e continua a farlo ancora. Per questo, come segno tangibile della sua presenza che ci pungola e della nostra gratitudine, proponiamo l’articolo che presentò al convegno Dire, fare, pensare il presente e che venne poi pubblicato negli atti. Vorrei dire alcune cose su linguaggio e politica. Le dirò facendo conto su quella tradizione di pensiero critico che è il marxismo rivoluzionario dell’operaismo italiano. Una tradizione che va dai “Quaderni Rossi” ai nostri giorni, e che dapprima ha provato a decifrare i misteri gloriosi della lotta di classe e dei rapporti di produzione negli anni della rivoluzione in Occidente (una rivoluzione fallita, direte: certo, ma se tenessimo conto solo delle rivoluzioni riuscite, non capiremmo granché della storia umana) e, più di recente, ha cercato di affrontare la crisi delle categorie politiche moderne. Questa tradizione offre una collocazione, ma non rassicura; incalza come un rimorso senza però offrire alcuna garanzia preliminare; lungi dal proteggere, spinge a rischiare. Così funzionano le tradizioni – quelle non burocratiche, quelle che non assomigliano a una eredità testamentaria cui si accede tramite un notaio. La tradizione dell’operaismo italiano, pur essendo costellata anche da piccinerie, vanità, diatribe bizantine, resta massimamente vitale. Vitale per quel che riguarda l’analisi sociale, l’elaborazione di una teoria politica che si lasci alle spalle la sovranità statale e, anche, la costruzione di una filosofia materialistica dalle spalle larghe, non marginale o ingenua. I marxisti-leninisti, chi li ricorda più? E, fuori dal museo delle cere, sentite ancora parlare dei gramsciani? Invece, che si tratti di interpretare la produzione postfordista o la crisi della forma-Stato, l’operaismo continua a offrire un punto di vista non banale, a funzionare come un segno di contraddizione. Qualche considerazione su linguaggio e politica, dunque. Per prima cosa, occorre sgombrare il campo da alcuni pregiudizi tenaci, simili a vere e proprie allucinazioni. Si sente ripetere come un mantra che il linguaggio è uno strumento di comunicazione. In una sola frase, due errori grandi una casa. Il primo: scambiare il linguaggio per uno “strumento”; il secondo: ritenere che la sua funzione principale sia la “comunicazione”. Il termine “strumento” si attaglia bene soltanto a ciò che noi stessi abbiamo fabbricato. Strumenti sono l’aratro, il computer, l’automobile, insomma tutto quel che può essere separato da noi, dal nostro modo di essere. La macchina, la posso parcheggiare: ma posso fare altrettanto col linguaggio? Il computer, mi capita di spegnerlo: ma quando mi capita di spegnere il linguaggio? Il punto è che la capacità di parlare è il tratto distintivo della nostra specie, di una forma di vita caratterizzata in lungo e in largo dalla storia e dalla politica. > L’altro errore è confondere il linguaggio con la comunicazione. Non è così. Il > linguaggio è, innanzitutto, il modo in cui pensiamo e agiamo, è la matrice di > emozioni e affetti, è il nostro modo di stare al mondo, di orientarci in esso, > di trasformarlo. Dal punto di vista comunicativo, il nostro linguaggio è meno > efficace, meno preciso e più afflitto da ambiguità e colpi a vuoto, di quello > delle api. E poi: bisognerebbe tener conto che linguistico è anche silenzio > propriamente umano, la rinuncia o l’impedimento a comunicare. C’è una bella osservazione di… non ricordo bene, probabilmente di Gilles Deleuze: «Un pensiero che desidera e un desiderio che pensa: questo è l’uomo». Ebbene, la cosa interessante è che il linguaggio, ben prima di qualificare i desideri del pensiero, o i pensieri del desiderio, è ciò che determina l’intreccio indissolubile tra pensiero e desiderio, tra piano pulsionale e piano simbolico. Potremmo anche dire che il linguaggio ci rende naturalmente artificiali (o, se preferite, biologicamente storici). È la nostra natura di animali linguistici che ci spinge a trasformare i modi di produzione, a rovesciare i regimi politici, a riconoscere la verità di questa frase di Shakespeare: «Gentiluomini, la vita è breve. Se vivete, vivete per calpestare la testa dei re». Solo quando siamo molto artificiali, possiamo dirci davvero naturali. E viceversa: vivere in accordo con la propria natura significa, per noi, avere dimestichezza con il massimo di artificialità storico-culturale. Senza linguaggio non c’è politica. Ma proprio qui si profila un altro errore possibile, uno di quegli errori che fa venir voglia di interrompere la partita e tornare negli spogliatoi a farsi una doccia (il primo era, lo ricordo, l’idea che il linguaggio sia uno strumento di comunicazione). L’errore consiste nel credere che la politica sia uno dei tanti “giochi linguistici” che un vivente dotato di parola può giocare: ora mi dedico al gioco linguistico del lavoro scientifico, ora al gioco linguistico dei rapporti religiosi, ora quello della politica. (Uso il termine wittgensteiniano gioco in senso affine all’ordine simbolico, nell’accezione di Luisa Muraro più che di Lacan). Questo è completamente sbagliato: a renderci politici non è un certo specifico uso del linguaggio, ma il fatto stesso di avere linguaggio. Le due proverbiali definizioni di Aristotele – l’uomo è un animale che ha linguaggio, l’uomo è un animale politico – non sono soltanto imparentate tra loro, ma sono addirittura coestensive e intercambiabili. La coppia piacere/dolore è nota a tutti viventi, anche a quelli sprovvisti di linguaggio. La vita diventa politica quando, oltre questa prima coppia di contrari, si ha a che fare con le coppie utile/nocivo e giusto/ingiusto. Ma queste ulteriori polarità dipendono per intero da un pensiero colonizzato dal linguaggio, da un pensiero verbale. Va da sé che, come l’animale loquace può anche essere taciturno o afasico, così l’animale politico può anche prediligere la solitudine e l’inazione. Il comportamento impolitico è solo una possibilità difettiva della nostra linguisticità/politicità. A proposito di Aristotele: è sua la frase che poco fa ho attribuito a Deleuze («un desiderio che pensa, un pensiero che desidera: questo è l’uomo», Etica Nicomachea, VI). È stato un modo scherzoso di ricordare quanto poco tediosamente “aristotelico” sia Aristotele, e di quanto sia necessario leggerlo con occhi sgombri da pregiudizi. Quando si riflette sul rapporto tra linguaggio e politica, ci si imbatte ben presto nella nozione di “comune” (ne ha parlato Giacomo Marramao nella sua relazione). Per capire questa nozione, occorre opporla a quella di “universale”. Universale è, per esempio, la vista bifocale: la possiede ciascun individuo considerato separatamente. Comune è, invece, ciò che esiste soltanto a condizione di essere condiviso: una relazione, per esempio. Il linguaggio, proprio come l’aria che tutti respiriamo, è una risorsa comune della specie. È una prerogativa inconcepibile al di fuori della condivisione. Sotto il profilo politico, l’Universale è lo Stato, mentre il Comune è ciò che Marx ha chiamato general intellect, il “cervello sociale”, la cooperazione linguistica che oggi costituisce l’asse portante del processo produttivo. L’Universale, in quanto Stato, è un punto di arrivo verso cui, stando alla teoria politica moderna, convergono gli individui. Il Comune, in quanto linguaggio e general intellect, è invece una premessa, un punto di partenza che le singolarità hanno alle proprie spalle. L’Universale fa tutt’uno con la categoria politica del “popolo”, il Comune con la categoria politica della “moltitudine”. Il linguaggio è alla base della politica in genere, ma non indica certo quale sia la politica giusta. Non bisogna credere neanche per un istante che il linguaggio cospiri a favore della democrazia, della libertà, della concordia ecc. Su questo punto, sbaglia Habermas con la sua idea di una «intesa comunicativa». E sbaglia Chomsky, con la sua pretesa di dedurre un modello di società giusta da certe caratteristiche peculiari del linguaggio. Il linguaggio è sempre parte del problema, sempre terreno di battaglia, sempre posta in gioco. Mai si potrà trarre un programma politico dal modo di funzionare della nostra grammatica. Il linguaggio è, insieme, pericolo e riparo, «tromba di guerra» (Hobbes) e fonte di patti e compromessi. > Per concludere, un’ipotesi azzardata: forse il linguaggio, o meglio la lingua, > ci dà istruzioni sulla forma di una istituzione post-statale. Sulla forma di > possibili istituzioni non più vincolate al paradigma della sovranità, non sul > loro contenuto: quest’ultimo, com’è ovvio, è determinato dai conflitti e dai > rapporti di forza. Secondo Saussure, la lingua è una istituzione, anzi la matrice di tutte le altre istituzioni politiche, sociali, culturali. Ma la matrice, secondo Saussure, si distingue radicalmente dai suoi derivati. Il funzionamento della lingua è incomparabile a quello del diritto o dello Stato. Le analogie si rivelano ingannevoli. La trasformazione nel tempo del codice civile non ha niente da spartire con il mutamento consonantico o l’alterazione di certi valori lessicali. Lo scarto che separa l’«istituzione pura» (così Saussure chiama la lingua) dagli apparati socio-politici che ci sono familiari è molto istruttiva. La lingua è, insieme, più naturale e più storica di qualsiasi altra istituzione umana. Più naturale: a differenza della moda o dello Stato, essa ha il suo fondamento in «un organo speciale preparato dalla natura», ossia in quella disposizione biologica innata che è la facoltà di linguaggio. Più storica: mentre il matrimonio e il diritto si attagliano a certi dati di fatto naturali (desiderio sessuale e allevamento della prole, il primo; simmetria degli scambi e proporzionalità tra danno e risarcimento, il secondo), la lingua non è mai vincolata all’uno o all’altro ambito oggettuale, ma concerne l’intera esperienza di un animale “aperto al mondo”, dunque il possibile non meno del reale, l’ignoto proprio come l’abituale. La moda non è localizzabile in un’area cerebrale e però deve sempre rispettare le proporzioni del corpo umano. Tutt’al contrario, la lingua dipende da certe condizioni genetiche, ma ha un campo di applicazione illimitato (giacché essa stessa può dilatarlo sempre di nuovo). La lingua, rispecchiando la mancanza tipicamente umana di un ambiente circoscritto e prevedibile, è «priva di qualsiasi limite nei suoi procedimenti» (Saussure); ma è proprio la sua illimitata variabilità, ovvero la sua indipendenza da circostanze fattuali e dati naturali, a offrire una protezione efficace dai rischi connessi a quella mancanza. L’«istituzione pura», a un tempo la più naturale e la più storica, è anche, però, una istituzione insostanziale. È nota l’idea fissa di Saussure: nella lingua non vi è alcuna realtà positiva, dotata di autonoma consistenza, ma solo differenze e differenze tra differenze. Ogni termine è definito unicamente dalla sua «non coincidenza con il resto», dunque dall’opposizione o eterogeneità rispetto a tutti gli altri termini. Il valore di un elemento linguistico consiste nel suo differire dagli altri: x è qualcosa proprio e soltanto perché non è y né z né w ecc. L’«istituzione pura» non rappresenta alcuna forza o realtà già data, ma tutte le può significare grazie al rapporto negativo-differenziale che vige tra le sue componenti. > Ma ecco la domanda che mi sta a cuore: è concepibile una istituzione politica, > nell’accezione più rigorosa di questo aggettivo, che mutui la propria forma e > il proprio funzionamento dalla lingua? È concepibile una Repubblica > insostanziale, basata su differenze e differenze tra differenze, non > rappresentativa? Non so rispondere con sicurezza. Al pari di chiunque altro, anch’io diffido di cortocircuiti speculativi. Ritengo però che la crisi attuale della sovranità statale legittimi domande del genere, togliendo loro ogni sfumatura oziosa. Che l’autogoverno della moltitudine possa conformarsi direttamente alla linguisticità dell’uomo, bene, questo dovrebbe restare quanto meno un problema aperto. 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Il Niger sfida la multinazionale francese Orano sullo sfruttamento delle miniere di uranio
Venerdì 19 dicembre 2025 è stata aperta un’indagine presso il tribunale di Parigi contro lo Stato del Niger con l’accusa di vendita illegale di uranio proveniente dalla miniera di Arlit, nel nord del Paese. Questa miniera stata gestita per anni dalla multinazionale francese dell’energia nucleare Orano (ex Areva), che ha beneficiato di accordi vantaggiosi con i precedenti governi nigerini. Per decenni, Orano ha ottenuto enormi quantità di uranio a prezzi bassi per poi rivenderlo in tutto il mondo a prezzi di mercato con margini di profitto considerevoli. Nel corso degli anni è emerso un paradosso: mentre l’uranio del Niger illumina e alimenta numerose città in tutto il mondo, il Paese rimane povero e la sua popolazione soffre della mancanza di servizi essenziali come l’elettricità, il cibo, l’assistenza sanitaria e l’istruzione. Nel luglio 2023, massicce manifestazioni popolari in Niger hanno deposto l’ex presidente Bazoum e portato al potere il Consiglio nazionale per la salvaguardia della patria. Nel settembre dello stesso anno, il Niger, insieme al Mali e al Burkina Faso, ha fondato l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), che è stata poi trasformata nella Confederazione del Sahel nel luglio 2024. L’Alleanza è stata originariamente creata per contenere le incursioni di Al Qaeda e dello Stato Islamico, organizzazioni terroristiche la cui creazione è ora pubblicamente collegata a interessi multinazionali, tra cui la destabilizzazione dell’Africa e il mantenimento dei suoi popoli in uno stato di arretratezza al fine di beneficiare delle sue ricchezze a basso costo. Da allora, il Niger ha attuato varie misure per recuperare le proprie risorse nazionali. Con il sostegno dei membri della confederazione, ha chiuso pacificamente le basi militari della NATO sul proprio territorio e ha ripristinato la sovranità del popolo nigerino sulle risorse del Paese. Nel giugno 2025, a seguito di una revisione dei contratti, lo Stato del Niger ha nazionalizzato la miniera di Arlit, annullando gli accordi stipulati con le precedenti autorità, considerandoli “unilaterali e svantaggiosi per gli interessi del popolo nigerino”. La multinazionale Orano sta ora tentando di denunciare questa decisione come un furto ai suoi danni da parte del Niger. Il Niger risponde attraverso il suo presidente, Abdourahmane Tiani: “Abbiamo ripreso il nostro uranio e lo abbiamo restituito alla nazione. Ora appartiene al popolo del Niger. Questa ricchezza è nostra, non di qualcun altro, quindi non chiederemo il permesso a nessuno per venderla”. La preoccupazione per i pericoli dell’energia nucleare civile e militare sottolineata dagli ambientalisti è legittima quanto la necessità di passare a fonti energetiche pulite. In questo caso, la questione riguarda i 430 reattori nucleari già in funzione in tutto il mondo e non se il Burkina Faso (o qualsiasi altro paese emergente) abbia il diritto etico di costruire una propria centrale nucleare per soddisfare i bisogni fondamentali della sua popolazione. Dopo secoli di saccheggi coloniali, sta crescendo la consapevolezza tra i popoli emergenti del Sud del mondo, che oggi rappresentano l’85% dell’umanità. Riusciranno i popoli dei paesi della NATO a emanciparsi dalle proprie élite guerrafondaie, ad accettare il nuovo mondo multipolare e a stabilire nuove relazioni reciproche con i popoli emergenti? Toni Antonucci
Convegno | Anni di guerra: menzogne, verità, scintille – di Effimera
Effimera.org organizza per il 15 novembre 2025, al C.S. Cantiere a Milano, Viale Monterosa, 84, un convegno dal titolo: ANNI DI GUERRA: MENZOGNE, VERITÀ, SCINTILLE. L’incontro si terrà a partire dalle 10 sino alle 19. Pubblichiamo il documento di indizione che illustra i temi che verranno trattati e i nomi dei relatori e delle [...]
L’Africa deve guardarsi dentro, non indietro
SOUMAILA DIAWARA, RIFUGIATO MALIANO E ATTIVISTA POLITICO, RACCONTA IL SUO DRAMMATICO VIAGGIO VERSO L’EUROPA E ANALIZZA LE FERITE ANCORA APERTE DEL COLONIALISMO E LE NUOVE FORME DI DOMINIO CHE OPPRIMONO L’AFRICA. NEL SUO NUOVO LIBRO L’AFRICA MARTORIATA, DENUNCIA LE RESPONSABILITÀ ESTERNE MA ANCHE QUELLE INTERNE, INVITANDO A UN RISVEGLIO POLITICO E CULTURALE AFRICANO. A cura di Marco Trovato Soumaila Diawara, originario del Mali, è scrittore, attivista politico e rifugiato. Cresciuto a Bamako, si è formato nei movimenti studenteschi dell’opposizione democratica. Dopo il golpe militare del 2012 è stato costretto a fuggire. Ha attraversato il deserto e il Mediterraneo, arrivando in Italia nel 2014. Un viaggio, a tratti drammatico: «Una notte il nostro gommone è naufragato. Eravamo in 120, solo in 30 ci siamo salvati. Io sono rimasto in mare per più di un’ora prima di raggiungere la costa. Ho visto persone morire, essere uccise, ho vissuto l’inferno dei centri di detenzione in Libia». Dopo il memoir Le cicatrici del porto sicuro, firma ora un nuovo libro: L’Africa martoriata (Abra Books 2025, 318 pp. 20 €), un saggio appassionato e rigoroso sulle ferite del colonialismo europeo e sulle nuove forme di dominio che ancora gravano sul continente africano. Il suo libro parte da una riflessione storica: perché è così importante guardare al passato per capire l’Africa di oggi? È fondamentale perché non si può costruire un futuro solido senza analizzare a fondo gli errori del passato, non solo quelli dei colonizzatori, ma anche quelli compiuti dagli africani stessi. La politica africana spesso continua a essere ostaggio di logiche neocoloniali, talvolta rafforzate proprio da leader locali corrotti, che restano tra i principali responsabili del mancato progresso. Serve una vera assunzione di responsabilità da parte di tutti, africani in primis, per costruire una politica più libera, democratica e rivolta ai bisogni reali delle persone. E una maggiore stabilità in Africa non è solo nell’interesse degli africani: è un vantaggio per il mondo intero. Quali sono le eredità più gravi che il colonialismo ha lasciato in Africa? Le più evidenti sono le strutture di potere autoritarie che persistono in molti Paesi. In Togo, per esempio, la stessa famiglia è al potere da decenni. In Gabon i Bongo si sono tramandati il governo per tre generazioni. Ma ci sono anche eredità economiche pesanti, come i debiti contratti durante l’epoca coloniale che ancora oggi strangolano gli Stati africani. Si tratta di debiti imposti da potenze europee, spesso tra governi e banche dello stesso Paese colonizzatore, e che oggi ostacolano seriamente lo sviluppo africano.  Lei analizza i diversi modelli di colonialismo: chi si è macchiato delle responsabilità più gravi? Il Belgio, senza dubbio. È assurdo pensare che un Paese così piccolo, che all’epoca della Conferenza di Berlino nemmeno era una grande potenza, abbia potuto compiere atrocità tanto gravi nel solo Congo. Parliamo di oltre 10 milioni di morti – forse anche 20 secondo alcuni storici – e di mutilazioni inflitte ai bambini per punire i genitori che non raccoglievano abbastanza caucciù. Poi ci sono le violenze italiane in Etiopia, come l’uso di gas contro i civili; l’Italia ha avuto una parte oscura e violenta nel suo colonialismo, e minimizzarla è un errore storico e morale. Senza dimenticare il genocidio dei Nama e Herero in Namibia da parte dei tedeschi. Storie spesso ignorate, ma che parlano chiaro. Dopo oltre 60 anni dalle indipendenze, non è comodo per alcuni governi africani continuare a dare la colpa al colonialismo per i problemi attuali? Concordo. Alcuni regimi, al potere da decenni, continuano a usare il colonialismo come scusa per giustificare il proprio fallimento. Ma se la Francia, ad esempio, non è più presente in Mali e i problemi restano, significa che dobbiamo guardarci dentro. Non si può denunciare l’imperialismo occidentale e poi sottomettersi a quello di altre potenze come la Russia o la Cina. L’Africa deve uscire da questa logica di dipendenza, smettere di aggrapparsi al vittimismo e avviare una profonda pulizia interna. Solo così potremo costruire un’autentica sovranità africana. Lei parla anche delle nuove forme di dominio economico: cosa pensa del ruolo di Cina e Russia nel continente africano? La forma è cambiata, ma la sostanza resta. Il neocolonialismo oggi si presenta in modo più subdolo. La Cina costruisce strade, scuole, ospedali… ma spesso si tratta di infrastrutture pensate solo per collegare le miniere ai porti, non per migliorare la vita delle persone. La Russia, invece, funge da braccio armato, in Mali o nella Repubblica Centrafricana. Si parla tanto di cacciare i francesi, ma domani potremmo fare lo stesso con i russi? Dubito. Le nuove potenze fanno i propri interessi. L’Africa deve imparare a scegliere i partner in base al rispetto e alla reciprocità, non all’ideologia o alla convenienza del momento. Chi sono, oggi, i leader africani più credibili nella lotta per l’indipendenza economica e politica del continente? Purtroppo sono pochi. Spesso ci si illude su certe figure: il ruandese Kagame, per esempio, è visto come un panafricanista, ma in realtà destabilizza il Congo e ne sfrutta le risorse. Uno dei pochi che mi sembra stia davvero tentando di cambiare le cose, nel rispetto dei diritti umani, è Bassirou Diomaye Faye in Senegal. Ha condannato le repressioni e tende la mano ai giovani. Si può rompere con il colonialismo senza chiudere ogni dialogo con l’Europa. Serve equilibrio, non populismo. In Mali oggi governa una giunta militare. È una risposta alla corruzione dei governi precedenti o un nuovo problema? È un problema peggiore. I militari al potere hanno favorito una nuova élite, fatta di giovani legati alla giunta che improvvisamente sono diventati miliardari. È la fotocopia del regime di Moussa Traoré. Chiunque osi criticare viene messo a tacere, arrestato, perseguitato. I veri opinion leader sono spariti dalla scena pubblica. È un sistema autoritario, senza trasparenza né libertà. Cosa pensa del Piano Mattei promosso dal governo italiano? L’idea originale di Enrico Mattei negli anni ’50 era interessante, ma oggi quel piano non è più attuale. L’Africa non è quella degli anni ’50, la popolazione è triplicata, le sfide sono nuove. Parlare di sviluppo con 5 o 10 miliardi è pura propaganda. È un piano pensato più per garantire accesso alle risorse africane che per creare un vero partenariato. Servirebbe qualcosa di profondamente diverso. In Italia si parla spesso dell’Africa come minaccia, come origine di un’invasione migratoria. Cosa pensa quando sente queste narrazioni? Mi indigno. Sono narrazioni costruite ad arte per seminare paura. Gli africani in Italia sono una minima parte della popolazione migrante. Parlare di invasione è falso. Inoltre, lo stesso governo che si lamenta della migrazione irregolare chiede 500.000 lavoratori africani regolari. Allora perché non partire da chi è già qui? Regolarizzarli, formarli, insegnare loro la lingua, integrarli? È assurdo giocare sulla pelle delle persone solo per qualche voto in più. Lei è passato anche dalla Libia. Cosa ha pensato della liberazione del generale Osama al-Masri? Una vergogna. Quest’uomo è responsabile di stupri, torture, schiavitù. Ha fatto costruire un aeroporto privato con la manodopera dei migranti che lui chiamava “i suoi schiavi”. Il governo italiano lo ha accolto con onori, perdendo un’occasione storica per affermare i valori del diritto internazionale. È una sconfitta morale, oltre che politica. In molti Paesi africani stanno nascendo movimenti giovanili che protestano. Cosa chiedono? Ce la faranno a cambiare davvero le cose? Chiedono diritti, istruzione accessibile, lavoro, trasparenza. Vogliono concorsi pubblici senza raccomandazioni, tasse universitarie più basse, meno corruzione. Forse non ce la faranno subito, ma stanno già muovendo le coscienze. I governi non possono arrestarli tutti. E anche l’Occidente dovrebbe capire con chi collaborare: con i popoli, non con chi li opprime.  Spesso si dice che l’Africa non ha futuro. Lei cosa risponde? L’Africa sorprenderà ancora. La sua forza viene dalla sofferenza, ma anche da una nuova consapevolezza. I giovani sanno che il cambiamento non verrà da fuori. Hanno le capacità, la volontà e la forza per costruirsi un futuro. Non bisogna più guardare agli africani come a soggetti passivi. Chi lo fa alimenta il pensiero neocoloniale. Guardiamo a Ghana, Botswana, Sudafrica: l’Africa può farcela, e il suo riscatto sarà anche una chance per l’Europa.   Africa Rivista
Verona, 1-3 maggio 2025: Fomento, tre giornate di critica radicale
Nelle tre giornate di questa seconda edizione di “Fomento – tre giornate di critica radicale” sono stati posti vari argomenti, vari interrogativi all’attenzione del numeroso  pubblico, fra cui studenti, studentesse e anche giovani insegnanti, tra cui: quale scuola? Quale classe (composizione sociale)? Quale casa?  Quale sovranità? Quale pace? Quale banlieue? Il primo argomento affrontato nella giornata inaugurale è stato: Quale scuola? Tra diseducazione e disciplinamento: «L’aziendalizzazione della scuola sta progressivamente soffocando la didattica, trasformandola in strumento di indottrinamento per educare alla subalternità. A partire dalla riforma Berlinguer, l’istruzione pubblica è stata gradualmente smantellata e piegata alle logiche del mercato del lavoro, andando a compromettere la formazione del pensiero critico collettivo per rispondere alle esigenze del sistema di produzione. O, quando necessario, per preparare alla guerra. A quale società sta dando forma la scuola neoliberista?». Tre sono stati i relatori. Ha iniziato, in collegamento video, il regista Federico Greco, presentando alcuni frammenti del suo ultimo film, in via di definizione, intitolato D’Istruzione pubblica, cioè dell’istruzione pubblica, ma anche sulla distruzione della scuola pubblica.  Il regista ha iniziato dicendo che «la scuola deve essere un momento, protetto dalla costituzione, in cui   ci si lascia andare alle proprie predisposizioni intellettuali gratuitamente, nel senso di non stare a conoscere, apprendere, con un obiettivo, tanto meno l’obiettivo di una futura professione, ma conoscere ed apprendere per il solo fatto in sè. Cioè per una conoscenza gratuita».  Secondo il regista a partire dal 1997/99, con la riforma Bassanini-Berlinguer è stata accolta la richiesta della Tavola Rotonda Europea degli Industriali (ERT) per cui la scuola «doveva essere trasformata da scuola delle conoscenze a scuola delle competenze: l’aziendalizzazione della scuola, processo rafforzato da ulteriori riforme succedutesi nel tempo». La scuola è diventata, come ha affermato il filosofo argentino Miguel Benasayag, citato dal regista, «uno strumento neoliberista che vuole creare un nuovo essere umano: individualista, atomizzato, competitivo. Incapace di mettere in discussione lo status quo». Il secondo intervento è stato quello della Prof.ssa Marina Boscaino, insegnante, giornalista Portavoce nazionale del Comitato per il ritiro di ogni autonomia differenziata. La docente, da subito, ha ricordato quanto la scuola della Carta Costituzionale (art.3, 9, 33 e 34) configuri una scuola emancipante, laica, pluralista ed inclusiva e quanto questo sia cambiato a partire dalla costituzione nel 1983 dell’ERT  (tavola Rotonda Europea degli industriali) forum che riuniva e riunisce amministratori delegati e presidenti di importanti società multinazionali europee, coprendo un’ampia gamma di settori industriali e tecnologici. L’industria e il neoliberalismo, capendo «l’importanza strategica vitale della formazione e dell’educazione per la competitività europea» incominciarono a premere per avvicinare la scuola ai bisogni dell’impresa, «a un rinnovamento accelerato dei sistemi di insegnamento e dei loro programmi». Si coniuga cosi, ha continuato la professoressa, una normativa che intenzionalmente destruttura la scuola della Costituzione, marginalizza gli organi collegiali, standardizza, comprime libertà di insegnamento e di apprendimento, irreggimenta, sostituisce competenze al sapere emancipante, avvia precocemente al lavoro decontrattualizzato, precario, insicuro, prepara il campo all’affermazione dei propri miti: oggi la guerra. Ultimo relatore è stato il Prof. Giovanni Ceriani, che ha presentato le motivazioni per cui nel 2023 si è sentita l’urgenza di costituire l’Osservatorio veronese Scuola e Pnrr, «strumento capace di convogliare, raccogliere e definire tutte le varie parti di una vera e propria macro-Riforma della scuola, passata sottotraccia, in maniera assolutamente invisibile data la frammentarietà degli interventi. Questa frammentarietà e tecnicità non ha permesso di cogliere la dimensione d’insieme e quindi il nuovo modello di scuola, di fatto delineato da uno spregiudicato interventismo innovazionista». A fronte della spinta ideologica e materiale, data un’enorme erogazione di soldi – i soldi del Pnrr – , il professore ha affermato che sono state accettate tutte le progettualità stabilite “d’ufficio”: fossero dispositivi informatici, corsi di formazione, nuove sperimentazioni curriculari, nuove figure di docenza, nuove idee di docenza. Quasi un obbligo morale ad accettare tutto. Una grande monetizzazione dei diritti, o meglio una grande monetizzazione della sottrazione di democrazia e diritti. Questa macro riforma della Scuola del Pnrr è il terzo tempo di uno scivolamento continuo verso il «completo allineamento della scuola al mercato, alle aziende e ai valori e linguaggi lì egemoni. Processo di mercificazione e de-costituzionalizzazione della scuola stessa che, invece di essere promotrice di cittadinanza, si sta ritrovando sempre più orientata nel suo essere produttrice e addestratrice di capitale umano, di risorse umane. Insomma di forza lavoro da un lato e di clienti consumatori dall’altro». Miria Pericolosi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Verona
Messico, Sheinbaum risponde a Trump: “La nostra sovranità non è in vendita”
La decisa risposta di Sheinbaum a Trump sull’invio di truppe statunitensi in Messico La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha sottolineato sabato che non consentirà lo schieramento di truppe statunitensi sul territorio messicano. Le dichiarazioni arrivano in risposta a un articolo del Wall Street Journal che ha rivelato i dettagli di una telefonata di metà aprile con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in cui quest’ultimo ha lasciato intendere che le truppe statunitensi sarebbero entrate in Messico per combattere il narcotraffico. “Ieri, un quotidiano statunitense, il Wall Street Journal , ha riportato che il presidente Trump, nelle sue telefonate, mi ha detto che era importante che l’esercito degli Stati Uniti entrasse in Messico per aiutarci nella lotta al narcotraffico. E sapete cosa gli ho risposto: ‘No, presidente Trump, il territorio è inviolabile, la sovranità è inviolabile, la sovranità non è in vendita, la sovranità è amata e difesa’” – ha dichiarato Sheinbaum durante l’inaugurazione dell’Università del Benessere nello stato del Messico. “Possiamo condividere le informazioni, ma non accetteremo mai la presenza dell’esercito degli Stati Uniti sul nostro territorio “, ha affermato, aggiungendo di essere disposta a “collaborare e cooperare”, ma che non permetterà la “subordinazione” della nazione. “Il Messico è un Paese libero, indipendente e sovrano. Questo è ciò che vuole il popolo messicano, ed è ciò che il Presidente della Repubblica difende sempre “, ha aggiunto. Come alternativa alla presenza militare, Sheinbaum ha affermato che gli Stati Uniti potrebbero intervenire controllando il flusso di armi nel territorio messicano. Riguardo a questa proposta, ha affermato che aveva già avuto un esito positivo, poiché il giorno prima Trump “aveva emesso un ordine affinché fossero predisposti tutti gli strumenti necessari per impedire che armi provenienti dagli Stati Uniti entrassero nel nostro Paese”. Il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato pubblicamente che il suo Paese è pronto ad adottare misure unilaterali se le autorità messicane non riusciranno a smantellare i cartelli. “Il Messico ha una paura terribile dei cartelli”, ha dichiarato in un’intervista alla Fox News , poco dopo la sua comunicazione diretta con Sheinbaum a metà aprile. “Vogliamo aiutarla. Vogliamo aiutare il Messico, perché non si può governare un paese così. Semplicemente non si può”, ha sostenuto. (Con informazioni da RT in spagnolo ) https://www.youtube.com/watch?v=-UPLncECa3o Fonte: http://www.cubadebate.cu/noticias/2025/05/03/contundente-respuesta-de- sheinbaum-a-trump-sobre-el-envio-de-militares-de-eeuu-a-mexico-video/ Traduzione: italiacuba.it Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba