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La democrazia è dissenso
Non mi pare sia stato fatto un collegamento tra alcune recenti manifestazioni studentesche di protesta (Torino, 3 ottobre 2023 e Pisa 2 marzo 2024) e i fatti di Torino: l’aggressione a “La Stampa” (ingiustificabile) e la chiusura forzata del centro sociale Askatasuna che ha interrotto improvvidamente un processo positivo di democratizzazione del dissenso. Mi sembra evidente che in tutti e tre questi casi (come in altri precedenti: gli arresti dell’anarchico Tobia Imperato e quello della militante No Tav Dana Airola) sotto attacco è stato il diritto individuale e collettivo al dissenso con l’argomento largamente usato a destra e a sinistra che l’uso della forza e della violenza ingiustificata non è tollerabile. Un argomento usato contro le violenze presunte e reali dei manifestanti ma che impegna in primo luogo lo Stato e i suoi apparati[1]. Il buon democratico sa che è inaccettabile la violenza contro giovani disarmati che si è vista sia a Torino sia a Pisa, che non è giusto, non è logico, non è tollerabile l’accerchiamento di un ragazzino o la brutalità contro inermi studenti con i manganelli che si muovono, i caschi schermati che nascondono i volti di poliziotti chiamati a tutelare la sicurezza di tutti noi senza abusare del potere che gli viene conferito dallo Stato, che l’arma più efficace a cui può ricorrere la democrazia contro la rabbia giovanile e l’arma della parola. Come Norberto Bobbio afferma nel suo aureo libretto Il futuro della democrazia, se c’è un “criterio discriminante” tra la democrazia e il dispotismo, questo è “la maggiore o minore quantità di spazio riservato al dissenso”[2]. In uno stato democratico l’intervento giudiziario non può e non deve trasformarsi in  uno strumento per garantire l’ordine pubblico. La questione, infatti, non riguarda solo alcune frange isolate e estremiste ma investe direttamente il rapporto tra i conflitti sociali e la giurisdizione. In primo piano torna il grande tema della liceità e della legittimità del dissenso, che può essere manifestato sia attraverso la libera espressione delle opinioni personali sia riunendosi in associazioni legalmente riconosciute, sia promuovendo manifestazioni pubbliche più o meno di massa. Sta qui la differenza tra una democrazia costituzionale e una “democrazia giudiziaria”. Una libera democrazia è tale se fa vivere il dissenso. Quando il dissenso è lecito e legittimo secondo la teoria democratica? Come argomenta Norberto Bobbio in Il futuro della democrazia, il passaggio dallo stato di natura – che è uno stato polemico – allo stato civile – che è uno stato agonistico – non significa il passaggio da uno stato conflittuale a uno stato non conflittuale: la conflittualità non cessa, ciò che cambia è il modo in cui vengono risolti i conflitti. Il filosofo democratico non arriva a dire che la democrazia è “un sistema fondato non sul consenso ma sul dissenso”[3]. Tuttavia, sostiene, che “in un regime fondato sul consenso non imposto dall’alto, una qualche forma di dissenso è inevitabile, e che soltanto là dove il dissenso è libero di manifestarsi il consenso è reale, e che soltanto là dove il consenso è reale il sistema può dirsi a buon diritto democratico”[4]. Detto in breve, se nello stato polemico il dissenso può e deve essere controllato anche con la forza perché può manifestarsi in modo conflittuale e violento, nello stato agonistico – lo stato democratico è uno stato agonistico per definizione – il dissenso deve essere lasciato libero di esprimersi senza alcuna restrizione finché si esprime in modo conflittuale e nonviolento. Se poi ci si pone dal punto di vista della teoria della nonviolenza, lo stato nonviolento (e lo stato democratico è uno stato tendenzialmente nonviolento) si fonda sul dissenso e non sul consenso. La qualità di una buona democrazia si misura non dal grado del consenso ma da quello del dissenso. Il dissenso non è una manifestazione della vita democratica inevitabile e, come tale, consentita e da tollerare. Il dissenso è la via maestra per impedire il tralignamento della democrazia nell’autocrazia. L’aggiunta nonviolenta alla democrazia sta in una più ricca e variegata articolazione delle forme del dissenso individuale – il vegetarianesimo, il superamento del risentimento e della vendetta, la preghiera, la persuasione, il dialogo, l’esempio, il digiuno, la testimonianza, l’obiezione di coscienza, la non collaborazione – e del dissenso collettivo – la comunità nonviolenta, le marce, lo sciopero, il boicottaggio, il sabotaggio, la pubblicità delle iniziative, la disobbedienza civile. L’educazione al dissenso – l’educazione a dire consapevolmente di no – è “un elemento fondamentale dell’educazione civica, quando questa venga intesa non come una serie di obbedienze a ogni costo e a ogni autorità, ma come quella parte dell’educazione di sé e degli altri che ha lo scopo di preparare a partecipare nel modo meglio informato e più attivo alla complessa vita della comunità e al miglioramento continuo, senza violenza, delle sue strutture sociali e giuridiche”[5]. In una prospettiva nonviolenta la democrazia non è mai presupposta ma è sempre da verificare e, invece che il massimo consenso, lascia emergere il massimo dissenso[6].   [1] Nella parte filosofica riprendo l’articolo. Il valore del dissenso, che, per invito di Carmela Fortugno, ho scritto per il sito del CIDI-Torino, pubblicato il 30 marzo 2024 e introdotto con queste parole. “A distanza di un mese torniamo a occuparci delle proteste studentesche di Pisa e di Firenze con un testo scritto da Pietro Polito, direttore del Centro studi Piero Gobetti e filosofo della politica, il quale ci guida nell’analisi tra dissenso e democrazia a partire dal filosofo torinese Norberto Bobbio e ci propone l’educazione al dissenso nella prospettiva di Aldo Capitini”. Poi in “Volere la luna”, 4 aprile 2024, con il titolo Elogio del conflitto e del dissenso. [2] N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 1984, p. 53. [3] N. Bobbio, Il futuro della democrazia, cit., p. 53. [4] Ibidem. [5] A. Capitini, Le tecniche della nonviolenza (1967), edizioni dell’asino, Roma 2009, p. 136. [6] Sui rapporti tra consenso e dissenso vedi lo speciale Si, si, No, no, “Gutenberg” – “Avvenire”, 19 dicembre 2025, pp, 1-9. Pietro Polito
Spazio civico “ostruito” e diritti in caduta libera
Nei giorni scorsi presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati è stato presentato il risultato del monitoraggio sullo stato dello spazio civico in Italia nel 2025, alla luce del recente declassamento dell’Italia a “spazio civico ostruito” del Civicus Monitor 2025 (https://monitor.civicus.org/globalfindings_2025/)  e per illustrare le iniziative avviate dalla società civile a tutela delle libertà democratiche. Il rating di Civicus colloca l’Italia allo stesso livello di Paesi come l’Ungheria di Viktor Orbán e conferma un deterioramento strutturale delle libertà di espressione, manifestazione e associazione, aggravato dall’approvazione del Decreto Sicurezza, dalla criminalizzazione del dissenso e dai casi di sorveglianza illegale ai danni di giornalisti e attivisti. “Tra il 2024 e il 2025, si legge nell’Introduzione del Civic Pace Report 2025 Italy (ultimo aggiornamento novembre 2025), redatto da Erasmo Palazzotto e Greta Veresani, l’Italia ha registrato una preoccupante escalation di eventi che segnalano una crescente restrizione dello spazio civico e una vera e propria regressione democratica. Attiviste e attivisti impegnati nella difesa dei diritti umani, dell’ambiente, dei diritti LGBTQIA+, del diritto alla casa o della giustizia climatica sono stati oggetto di criminalizzazione, misure preventive e procedimenti giudiziari, in un clima politico sempre più repressivo. Parallelamente, nuovi provvedimenti normativi – come il cosiddetto Decreto Sicurezza – hanno ampliato gli strumenti a disposizione delle autorità per limitare la libertà di manifestare e reprimere il dissenso. A ciò si aggiunge l’uso crescente di tecnologie invasive, attività di sorveglianza e infiltrazioni, che hanno colpito in particolare giornalisti, attivisti e organizzazioni della società civile, aggravando ulteriormente il quadro”: https://www.arci.it/app/uploads/2024/10/Rapporto-2024_2025-Spazio-Civico_dic25_compressed.pdf. Anche il Report 2024-2025 di Amnesty International segnala per il nostro Paese nuovi episodi di tortura per mano del personale penitenziario, la violenza contro le donne, che resta a un livello pericolosamente alto e le tante persone che hanno continuato a essere vittime di razzismo e discriminazione, anche a opera di ufficiali statali. Il Rapporto sottolinea come l’Italia abbia tentato di inviare in Albania richiedenti asilo salvati in mare, per far esaminare la loro richiesta fuori dal Paese e denuncia come in più occasioni la polizia abbia fatto ricorso a un uso eccessivo e non necessario della forza contro manifestanti e abbia limitato il diritto alla libertà di riunione pacifica. Amnesty sottolinea come circa il 10 % della popolazione viva in povertà assoluta e lancia l’allarme sui perduranti ostacoli all’aborto. Da ultimo, ricorda che a luglio, il cambiamento climatico indotto dalle attività umane ha causato un’ondata di calore estremo. Il Rapporto segnala, in particolare: le migliaia di detenuti che hanno sopportato condizioni di vita al di sotto degli standard in celle sovraffollate e fatiscenti e il crescente numero di suicidi tra i detenuti, che al 20 dicembre erano arrivati a 83 (ad aprile, alcune procuratrici hanno rivelato che 13 agenti penitenziari erano stati arrestati e otto sospesi per accuse di tortura e altre violazioni contro ragazzi trattenuti nel carcere minorile di Milano. Anche due ex direttrici del carcere sono state indagate per non aver impedito e denunciato gli abusi, che duravano da anni); le condizioni nei centri di rimpatrio per migranti che non hanno rispettato gli standard internazionali, con persone tenute in gabbie spoglie con mobili in cemento, strutture igieniche inadeguate e mancanza di attività significative; le novantacinque donne che sono state uccise in episodi di violenza domestica, 59 delle quali per mano di partner attuali o precedenti (a febbraio, il Comitato Cedaw ha espresso preoccupazione per l’“elevata diffusione della violenza di genere contro le donne” e la scarsa percentuale di denunce. Ha anche evidenziato il fatto che la definizione giuridica di stupro non fosse basata sul consenso); le circa 1.700 persone che sono morte in mare lungo la rotta del Mediterraneo centrale nel tentativo di raggiungere l’Europa. La maggior parte era partita dalla Libia e dalla Tunisia. “L’attuale panoramica delle misure e dei provvedimenti adottati dal governo Meloni, si legge nelle conclusioni del Rapporto, negli ambiti da noi monitorati, a tre anni dal suo insediamento, restituisce la fotografia di un governo che ha scelto la costante e progressiva adozione di leggi, politiche e misure tese a restringere lo spazio civico, erodere le libertà di espressione e associazione, prendere di mira organizzazioni solidali e identità marginalizzate. Un governo che ha polarizzato il dibattito pubblico sui temi relativi alla sicurezza pubblica, alla migrazione e alla crisi in Medio Oriente, che invece necessitano di spazi di dialogo e di confronto non solo con tutto lo spettro delle forze politiche rappresentate in Parlamento, ma anche con organizzazioni e associazioni della società civile. (… ) Nel campo delle misure in tema di pubblica sicurezza, con particolare riferimento al cosiddetto “decreto sicurezza”, il governo Meloni si è mostrato incurante dei rilievi presentati dall’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell’Osce, dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa e dai diversi relatori speciali delle Nazioni Unite; ma anche delle mobilitazioni di massa nelle piazze e dell’opposizione in Parlamento, dove il dibattito è stato troncato con un anomalo ricorso alla decretazione d’urgenza. Con una manovra che non si può che definire autoritaria, sono state inasprite le pene per diversi reati e sono state introdotte quattordici nuove fattispecie di illeciti”. Qui il Report “Il governo Meloni al giro di boa: lo stato di salute dei diritti umani  in Italia a tre anni dall’inizio della XIX legislatura”: https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2025/12/Amnesty-International-Italia-Il-Governo-Meloni-al-giro-di-boa.pdf.       Giovanni Caprio
Libertà di espressione: in Italia il dissenso è “ostruito”
L’Italia non è un Paese dove la società civile può operare con garanzie piene, bensì uno stato in cui il diritto di protesta, di associazione e di critica incontra ostacoli sistematici. È questo il verdetto severo – ma diciamo la verità, anche prevedibile – del rapporto annuale “Power Under Attack […] L'articolo Libertà di espressione: in Italia il dissenso è “ostruito” su Contropiano.
Macron propone una stretta sull’informazione. La UE vuole controllare i messaggi di tutti
Mentre in Italia il giornalismo mostra tutta la sua pochezza e, soprattutto, il suo asservimento, in merito alle polemiche intorno a Francesca Albanese e alla due giorni di mobilitazioni del 28 e 29 novembre, contro la finanziaria di guerra e per la Palestina libera, anche nel resto della UE la […] L'articolo Macron propone una stretta sull’informazione. La UE vuole controllare i messaggi di tutti su Contropiano.
Ddl Gasparri: hasbara e israelizzazione tra assimilazione delle coscienze e repressione del dissenso
PREMESSA Il disegno di legge Gasparri, ora in corso di esame al Senato, intitolato Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo, che equipara antisemitismo, antisionismo e critiche a Israele e commina pene detentive a coloro che, con parole e/o azioni, contravvengono a questa formulazione, è il frutto di una lunga storia che va tenuta presente per comprendere le modalità dell’attuale repressione nei confronti di coloro che, in Italia e nel mondo, manifestano la propria opposizione al genocidio, all’occupazione e all’apartheid in Palestina[1]. In estrema sintesi, si tratta di una controffensiva ideologica sionista, una hasbara[2], le cui radici risalgono alla perdita di credibilità e consenso internazionale del governo di Israele a metà degli anni Settanta, di cui fu espressione la risoluzione ONU 3379 del 1975 che dichiarò che “il sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale” [Levy]. La risoluzione 3379 fu poi abolita nel 1991, nel contesto delle trattative per gli accordi di Oslo, ma nel frattempo era cominciato il percorso di ridefinizione concettuale e linguistica dell’antisemitismo, e all’inizio degli anni Duemila il governo israeliano, in particolare il Ministero della Diaspora, si impegnò in una vera e propria “controffensiva coordinata contro l’antisemitismo”, soprattutto quello di matrice arabo islamica, con l’obiettivo di attivare azioni diplomatiche efficaci [Pisanty, 69]. Nel frattempo, nel 1998, era stata fondata l’IHRA, International Holocaust Remembrance Alliance, forum intergovernativo a cui aderiscono oggi 35 paesi, che diventerà l’organismo internazionalmente riconosciuto come la fonte legittima per la attuale definizione di antisemitismo. Nel 2000 la Dichiarazione del Forum di Stoccolma sull’Olocausto, “pianificato e realizzato dai nazisti”, impegnò la comunità internazionale a tenere viva la memoria della Shoah contro ogni negazionismo, a promuoverne lo studio e a commemorarne le vittime. LA DEFINIZIONE DI ANTISEMITISMO DELL’IHRA Circa quindici anni dopo, la responsabilità politica internazionale per la memoria dell’Olocausto sancita a Stoccolma si saldò idealmente con la nuova definizione di antisemitismo, e nel 2016 a Budapest, in una seduta plenaria dell’IHRA, venne approvata la “definizione operativa” non giuridicamente vincolante di antisemitismo: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto” [definizione IHRA]. Presentata come una definizione euristica di natura descrittiva, utile per identificare e monitorare il fenomeno dell’antisemitismo, dunque senza implicazioni giuridiche, tale definizione è evidentemente vaga e priva di logica perché si fonda sulla “percezione”, che è una funzione psichica (l’atto del prendere coscienza) e sull’odio, che è una emozione o sentimento. Le azioni, i comportamenti, sono concettualizzati come “manifestazioni verbali e fisiche” di un antisemitismo percettivo ed emotivo. Ne deriva la divaricazione tra l’“antisemitismo” così inteso e la “discriminazione antisemita”, che, come tutte le discriminazioni, è una azione concreta a svantaggio di gruppi sociali o persone, in questo caso gli ebrei, ed è ascrivibile all’antisemitismo storico. In altri termini, il nuovo antisemitismo consisterebbe in percezioni e sentimenti, o stereotipi e pregiudizi, che attengono alla sfera del pensiero e della coscienza individuale, difficili da misurare scientificamente e che di per sé non sono atti concreti di discriminazione. Non è la stessa cosa dire “stereotipo antisemita”, “pregiudizio antisemita” e “antisemitismo”. Come manifestazioni di tali percezioni e sentimenti, i comportamenti normalmente sanzionabili per legge, quali i danni alle cose o alle persone, diventano, da reati comuni, reati di antisemitismo. La vera e propria discriminazione antisemita come azione rivolta alla privazione di diritti per gli ebrei viene del tutto dimenticata e sostituita dal “nuovo antisemitismo”. In teoria non c’era bisogno di alcuna nuova definizione per sanzionare comportamenti dannosi nei confronti di ebrei o anche discriminazioni antisemite nelle legislazioni nazionali. Il punto è che lo scopo ambiguo e recondito della definizione IHRA non era quello di combattere l’antisemitismo in quanto discriminazione, ma quello di silenziare le critiche al governo di Israele, equiparandole a espressioni di antisemitismo: “Le manifestazioni (di antisemitismo) possono avere come obiettivo lo Stato di Israele perché concepito come una collettività ebraica” [definizione IHRA]. Entra in gioco qui il concetto, anch’esso nuovo, di “Ebreo collettivo”, identificato con Israele e particolarmente caro al Likud, che era stato elaborato in parallelo a quello di “nuovo antisemitismo” per agganciare quest’ultimo all’antisemitismo storico [Pisanty, 67-80; Rossi, pp. 43-56]. Per chiarire le eventuali manifestazioni di antisemitismo, la definizione venne corredata dall’IHRA di undici esempi tra i quali sei riguardano esplicitamente lo Stato e il governo di Israele. Due di essi sono particolarmente eloquenti: “Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo”; “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti”. Rimandando al lavoro di Valentina Pisanty [pp. 88-100] per l’analisi e il commento puntuale di tali esempi, osserviamo che negli anni seguenti la definizione IHRA venne fatta propria da numerosi documenti internazionali tra cui la Risoluzione del Parlamento europeo (1 giugno 2017) che invitò gli Stati membri ad adottarla e applicarla, sull’esempio del Regno Unito e dell’Austria. Non mancarono forti controversie per le ambiguità della definizione e per il concreto pericolo di censura della vita culturale dei paesi che, come la Germania, la avessero applicata [Della Porta; Antisemitismo in Germania]. L’ADOZIONE ITALIANA DELLA DEFINIZIONE IHRA (2020) E LA PRIMA STRATEGIA NAZIONALE DI LOTTA ALL’ANTISEMITISMO (2021) Il governo italiano adottò ufficialmente la definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA il 17 gennaio 2020 (governo Conte II) nella forma di mozione o atto di indirizzo. Nel documento l’esplicita l’equiparazione di antisemitismo e antisionismo, “inteso quest’ultimo come rifiuto della legittimità dello Stato d’Israele”, si traduce, su richiesta del “Ministro israeliano della sicurezza pubblica e degli affari strategici Gilad Erdan”, nella stigmatizzazione antisemita del movimento BDS e dei suoi sostenitori (“tra cui organizzazioni politiche come Rifondazione Comunista e Comunisti italiani, sindacali come Fiom e Ong come «Un Ponte Per…» e Servizio civile internazionale”), ai quali la Camera si impegnò a non destinare finanziamenti pubblici [XVIII LEGISLATURA, Allegato B]. Colpisce, nella narrativa della mozione, che “tali fenomeni di odio antisemita appaiono come strettamente connessi anche con le recenti e le crescenti tensioni nella Striscia di Gaza”: a quel tempo erano sotto gli occhi del mondo le proteste della Grande Marcia del Ritorno, durate 86 settimane a partire dal 30 marzo 2018, con 234 morti palestinesi, e le denunce dell’ONU e delle organizzazioni umanitarie internazionali sull’impossibilità di vita dignitosa a Gaza. Ma, va notato, Gaza e le sue “tensioni” scompariranno del tutto nei successivi documenti  italiani sull’antisemitismo. L’anno seguente (2021) l’Italia si dotò della prima Strategia nazionale di lotta all’antisemitismo, frutto dell’elaborazione di un “Gruppo tecnico di lavoro per la ricognizione sulla definizione di antisemitismo approvata dall’IHRA” coordinato da Milena Santerini, docente universitaria di Pedagogia all’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano e deputata dal 2013 al 2018 nel gruppo Scelta civica di Mario Monti. Benché infarcita di assunti iperbolici e a tratti islamofobi ispirati dalla definizione IHRA e dalla ampia narrazione internazionale di sostegno, la Strategia Nazionale scriveva in premessa che: “Affrontare il tema dell’antisemitismo in Italia comporta la chiara assunzione di responsabilità per l’adozione delle leggi razziste del 1938 di stampo antisemita che hanno segnato una svolta nella storia del nostro Paese” [p. 6]. “Il picco dell’intolleranza” individuato dal Gruppo tecnico concerneva infatti gli attacchi fascisti sui social e l’aggressione di Forza Nuova alla senatrice Liliana Segre, avvenuti nel 2019, a seguito dei quali fu deciso di dotarla di una scorta [p. 9]. Pertanto l’ampliamento delle norme penali raccomandate a governo e parlamento dal Gruppo tecnico riguardava in primo luogo l’apologia del fascismo[3]. E ancora, sottolineava il Gruppo tecnico, i crimini d’odio erano prevalentemente hate speach sui social e dunque si trattava di “imporre ai gestori delle piattaforme social la rimozione dei contenuti d’odio (post, video, immagini)”. Nondimeno compariva, sulla base degli esempi dell’IHRA, l’equiparazione di antisemitismo, antisionismo e critiche politiche a Israele: il “nuovo antisemitismo” ha come “sfondo la demonizzazione di Israele e la delegittimazione della sua esistenza. In questo senso, l’antisemitismo può mascherarsi da antisionismo quando si oppone alla piena esistenza di Israele come nazione libera” [p. 16]. Questo argomento, discutibile e discusso, ma leit motiv della retorica dell’hasbara israeliana, si è rafforzato nella retorica dell’hasbara italiana fino all’attuale ddl Gasparri. LE LINEE GUIDA SUL CONTRASTO ALL’ANTISEMITISMO NELLA SCUOLA (2021) E L’ADOZIONE DELLA DEFINIZIONE IHRA DA PARTE DELL’ORDINE DEI GIORNALISTI (2023) A seguito di questa Strategia, il Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, indipendente nel governo Draghi, adottò, nel novembre 2021, le Linee guida sul contrasto all’antisemitismo nella scuola, che mantenevano tuttavia un orizzonte più ampio, in quanto consideravano “tutte le forme di razzismo e di discriminazione (…) insieme a tutto ciò che esclude, disprezza e discrimina ogni essere umano, ogni gruppo sociale, ogni minoranza” [p. 3]. Le radici dell’antisemitismo venivano rintracciate, come nella Strategia nazionale, nell’antigiudaismo di matrice cristiana e di matrice islamica, nel neonazismo, nel neofascismo e nel negazionismo della Shoah, nell’odio verso Israele come “Ebreo Collettivo”. Le indicazioni didattiche raccomandavano, piuttosto sorprendentemente, quello che nelle scuole da decenni veniva praticato, e basti ricordare la Giornata della memoria, i Treni della Memoria, le letture di Anna Frank, lo studio di Primo Levi. Nel giugno del 2023, proprio pochi mesi prima del fatidico 7 ottobre, furono Carlo Bartoli, presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, e Guido D’Ubaldo, presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio, a firmare ufficialmente la loro adesione alla definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA, cioè a decidere di autocensurarsi [De Monticelli]. Il fatto fu immediatamente esaltato nel seminario per giornalisti dal titolo 85 anni dalle leggi razziali: lotta all’antisemitismo nei media italiani (promosso dall’Ambasciata d’Israele in Italia, dall’Ordine dei Giornalisti, dalla Fondazione Museo della Shoah, dalla Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, CDEC, dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, UCEI, dalla Comunità Ebraica di Roma, CER, e trasmesso in diretta su Radio Radicale) [Tagliacozzo], ma per il resto passò quasi sotto silenzio, e può probabilmente essere letto come una delle ragioni dissimulate della continua hasbara dei media mainstream nazionali nei lunghi mesi di stragi e genocidio a Gaza. LA SECONDA STRATEGIA NAZIONALE PER LA LOTTA ALL’ANTISEMITISMO (2025) La strategia discorsiva del governo italiano sull’antisemitismo è decisamente cambiata nel 2025, con la nuova edizione della Strategia nazionale per la lotta all’antisemitismo, il cui Coordinatore nazionale, nominato nel gennaio 2024 dall’attuale governo, è il generale di corpo d’armata dei Carabinieri Pasquale Angelosanto, dal 2017 al 2023 comandante del Reparto Operativo Speciale dei Carabinieri (ROS) con competenze sulla criminalità organizzata e sul terrorismo. Nel nuovo documento l’hasbara italiana si fa evidente: sotto la direzione di un militare, viene eliminato ogni riferimento all’antisemitismo di stampo nazi-fascista, la stessa parola fascismo è espunta, mentre viene data grande enfasi all’aumento dei casi di antisemitismo, che consistono prevalentemente in insulti o diffamazioni personali o sui social e nella negazione della portata della Shoah. Compare invece la parola “sicurezza” riferita agli ebrei italiani, la cui “percezione di minaccia” sarebbe, secondo “i rappresentanti delle comunità e dell’associazionismo ebraici”, tale da impedire loro di esercitare le libertà individuali e la libertà di culto [p.19]. Senza voler entrare in una analisi specifica di questo lungo documento, accenniamo alle cinque linee di azione strategica (con 22 obiettivi e 68 azioni) per il contrasto all’antisemitismo da attuare in stretta sinergia tra apparati dello Stato, Forze Armate, Forze dell’Ordine, associazioni e centri di documentazione ebraica: monitoraggio del fenomeno, formazione, cultura della memoria, garanzia di sicurezza delle comunità ebraiche, comunicazione e dimensione digitale. Al posto del fascismo, scomparso, emerge l’ordine pubblico, in quanto “in particolar modo a partire dal 7 ottobre 2023”, sembrano moltiplicarsi le “manifestazioni contro lo stato di Israele (…) espressioni di messaggi antisemiti o di inneggiamento al terrorismo. Ne sono esempi sventolii di bandiere di Hezbollah, inni ai leader di Hamas, denigrazione di figure simbolo della Shoah (come Anna Frank)” [p. 40]. Si ribadisce l’equivalenza tra antisemitismo e critiche allo Stato israeliano:  “Nel rispetto dei diritti costituzionali di libere manifestazioni e di espressioni del libero pensiero – ivi incluso il diritto di criticare le azioni del governo israeliano – appare evidente come dietro a posizioni antisioniste/anti-israeliane si celino atteggiamenti riconducibili all’antisemitismo”. Come si può evincere da queste brevi note, si tratta di una vera e propria hasbara, che per l’Italia prende forma attraverso la cancellazione di ogni riferimento alla responsabilità del fascismo e del neofascismo nella persecuzione razzista degli ebrei e negli episodi autenticamente antisemiti degli ultimi anni, che pure nel 2021 erano riconosciuti come tali dal Gruppo tecnico, e pertanto indicati come necessari destinatari di sanzione penale. Su questo sfondo assumono così un senso le stupefacenti parole della ministra Roccella, secondo cui le “gite” nei campi di concentramento sarebbero state «incoraggiate e valorizzate» perché avevano come bersaglio «una precisa area (storico-politica): il fascismo»”. Come ha scritto Carlo Greppi, il problema è l’antifascismo, non l’antisemitismo. Ma non basta. Per garantire la sicurezza delle comunità ebraiche, la quarta linea strategica prevede, alla azione 2.2., di “incrementare il presidio delle forze dell’Ordine, quando vengono preannunciate manifestazioni contro lo Stato di Israele, al fine di prevenire o contrastare espressioni antisemite o di incitamento all’odio e/o al terrorismo” [p. 41]. Infine, l’obiettivo 4 della stessa linea strategica si pone esplicitamente il fine di favorire la cooperazione nazionale e internazionale “tra i diversi attori coinvolti nella lotta al terrorismo (…) per condividere informazioni e coordinare le azioni” in particolare “tra gli apparati di intelligence, le forze di polizia e le strutture di sicurezza interna delle comunità ebraiche“. Si giunge a prevedere “tra le possibilità offerte dall’analisi di scenario (la) georeferenziazione grafica degli eventi al fine di localizzarli in maniera puntuale” [p. 25], così come è effettivamente accaduto nel settembre del 2025 da parte del Ministero israeliano per la Diaspora e la lotta all’antisemitismo, che ha schedato le piazze e i gruppi solidali con la Palestina [Rocco]. Considerando lo stretto legame tra le comunità ebraiche italiane e Tel Aviv, si intuisce il diretto intervento del governo israeliano nelle azioni di contrasto all’antisemitismo predisposte in Italia. Coordinata da un esponente delle Forze Armate, la vigente strategia italiana di lotta all’antisemitismo, dunque, riscrive la storia, collocando l’antisemitismo nell’alveo del terrorismo – sia quello internazionale di matrice islamica sia quello evocato nelle nostrane manifestazioni di piazza -, viene militarizzata e diventa una questione di ordine pubblico, adottando linguaggi e pratiche securitarie e rendendo protagoniste le Forze Armate, le Forze di polizia e le comunità ebraiche italiane nella repressione di idee, parole, scritti e manifestazioni di piazza. IL DISEGNO DI LEGGE 1627 DI CONTRASTO ALL’ANTISEMITISMO Sia la Strategia del 2021 sia quella del 2025 fanno riferimento all’art. 604 del codice penale come base normativa per estendere le pene in relazione al reato di antisemitismo. Ma nel 2021 tale estensione si riferiva, come già detto, prevalentemente alla apologia del fascismo e nel documento si metteva l’accento sul fatto che per i casi di “crimine simbolico” dettato dal pregiudizio fosse opportuna una pena “simbolica” di tipo riparativo. Nel 2025 il ricorso all’art. 604 viene esplicitato per i reati online e per “il contenimento e prevenzione dei sempre più frequenti episodi di odio e discriminazione antisemita” [pp. 41-42]. Non mi soffermo sul fatto che entrambe le Strategie nazionali dedichino ampio spazio alla formazione nelle scuole, su cui si erano espresse le Linee guida del Ministero dell’Istruzione nel 2021. La formazione è la sola altra indicazione che, insieme con il riferimento all’art. 604 del Codice penale, viene ripresa dalle Strategie nazionali nel ddl Gasparri, senatore di Forza Italia che, sia detto per inciso, nel 2000 dovette rispondere in Parlamento di commenti antisemiti comparsi sul suo sito “destra.it” [Risoluzione urgente]. Il breve testo di legge, composto di soli quattro articoli, adotta “l’integrale definizione operativa”[4] di antisemitismo dell’IHRA (art. 1), senza neppure riportarla, e la traduce in reato (art. 4), aggiungendo all’art. 604bis del Codice penale (Propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa), che prevede pene detentive fino a sei anni, “la propaganda, l’istigazione o l’incitamento (che) si fondano, in tutto o in parte, sull’ostilità, sull’avversione, sulla denigrazione, sulla discriminazione, sulla lotta o sulla violenza contro gli ebrei, i loro beni e pertinenze, anche di carattere religioso o culturale, nonché sulla negazione della Shoah o del diritto all’esistenza dello Stato di Israele o sulla sua distruzione”. Aggravante è considerato “l’uso, in qualsiasi forma, di segni, simboli, oggetti, immagini o riproduzioni che esprimano, direttamente o indirettamente, pregiudizio, odio, avversione, ostilità, lotta, discriminazione o violenza contro gli ebrei, la negazione della Shoah o del diritto all’esistenza dello Stato di Israele”. L’art. 2 del ddl prescrive corsi di formazione “specificamente dedicati allo studio della cultura ebraica e israeliana”, rivolti, non a caso, a docenti, militari, forze dell’ordine e magistrati. L’art. 3 individua nelle scuole e nelle università pericolosi semenzai di razzismo e antisemitismo, comminando sanzioni e provvedimenti disciplinari alle/i docenti che non li prevengano e segnalino. L’”antisemitismo”, equiparato all’antisionismo e alla critica a Israele, diventa così la clava per colpire i movimenti che nelle università e nelle scuole hanno manifestato un radicale dissenso nei due lunghi anni di guerra contro Gaza e di colonizzazione violenta e inarrestabile della Cisgiordania reclamando autodeterminazione, libertà e giustizia per il popolo palestinese. Dalla hasbara in versione italiana, cioè l’oscuramento delle responsabilità del fascismo, si passa alla vendetta e punizione, cioè alla israelizzazione, per coloro che sono scesi in piazza sventolando bandiere palestinesi, con slogan come: “Palestina libera dal fiume fino al mare”, che hanno occupato università e scuole, che stanno progettando didattica decoloniale. Già solo quello slogan o una carta geografica della Palestina su una t-shirt o su un cartello possono essere intesi come propaganda che nega il diritto all’esistenza di Israele o allude alla sua “distruzione”, dunque punibili per legge. Che oggi, come un tempo, gli eredi dei fascisti al governo, si schierino dalla parte del genocidio non stupisce. Oggi, come i loro omologhi di destra in Occidente, ne ottengono in cambio la cancellazione dalla narrazione e dal discorso pubblico delle responsabilità dei loro antenati politici nel genocidio perpetrato nei campi di distruzione nazista e l’accentuazione dell’enfasi su discorsi islamofobi che stigmatizzano le persone migranti. Possono così rivendicare, anche grazie a intellettuali e media mainstrem, un’immagine ripulita dall’antisemitismo che storicamente li connota e nel frattempo colpire la dissidenza e i gruppi di immigrati musulmani legittimando i discorsi di odio, razzismo e xenofobia che caratterizzano le loro politiche. LE PIAZZE D’AUTUNNO, LA REPRESSIONE DEL DISSENSO E GLI ANTICORPI COSTITUZIONALI Essendo stato presentato in Parlamento il 6 agosto 2025, il ddl non aveva ancora potuto tener conto dell’impatto delle manifestazioni di massa che hanno connotato l’”autunno caldo” italiano del 2025: i suoi obiettivi erano “i propal”, per due anni stigmatizzati come eversivi ed emarginati come minoranze antagoniste, e gli immigrati arabi, oggetto della propaganda di “sostituzione etnica” e squalificati come “cultura della maranza”. Ma in settembre le scuole, dove appunto da decenni si legge il Diario di Anna Frank e si studia Primo Levi, i luoghi di lavoro, le organizzazioni politiche e sindacali, le molteplici associazioni e articolazioni della società civile, sono esplose in un’unica grande protesta, per denunciare nelle piazze i crimini dell’occupazione, dell’apartheid e del genocidio. Dunque non solo gruppi radicali di “propal”, ma un numero enorme di persone e gruppi, con presidi, cortei, blocchi di autostrade, porti e aeroporti, cene di solidarietà, spettacoli teatrali, mostre, conferenze, convegni, canzoni, libri, riviste, articoli, fotografie, post, reels, film e video dovrebbero essere accusati di reati di antisemitismo in quanto Israele, implicitamente o esplicitamente, viene considerato uno Stato genocidario e razzista, responsabile di crimini contro i diritti umani e il diritto internazionale che dovrebbero essere sottoposti al giudizio delle corti internazionali. Di fronte a una ampia parte del paese schierata contro le politiche di Israele, la approvazione del ddl Gasparri non può che passare attraverso la quotidiana esasperazione della polarizzazione, con continue esternazioni di politici e intellettuali amplificate dai media (come nel caso del convegno su La storia stravolta e il futuro da ricostruire), shitstorm sui social, e plurime intimidazioni di gruppi neofascisti presso le scuole, tra cui il recente e gravissimo episodio di aggressione al Liceo Einstein di Torino. Di fronte a una opposizione di massa, è evidente che il ddl ha sia uno scopo punitivo, mirato a colpire direttamente e selettivamente i gruppi e le/i militanti più impegnate/i, sia uno scopo intimidatorio, rivolto a coloro che, in particolare nelle scuole, nelle università e nei luoghi di cultura, interpretano criticamente la storia di Israele dalle sue origini a oggi. Nella sua stessa sbrigativa formulazione, il ddl mostra dunque intenti che, come in altri paesi europei, poco hanno a che fare con il contrasto all’antisemitismo, e che mirano piuttosto alla repressione del dissenso, al silenziamento delle piazze e alla censura culturale. Nella Germania studiata da Donatella Della Porta, l’uso repressivo della definizione IHRA è stato, con le parole di Nancy Fraser, citate dalla stessa Della Porta, “un modo per mettere a tacere le persone con il pretesto di difendere gli ebrei” [Della Porta, 39]: intellettuali, artisti, accademici progressisti sono stati messi al bando per le loro critiche a Israele nonostante fossero notoriamente impegnati contro il razzismo e alcuni fossero ebrei con storie familiari di Olocausto. E non a tutti è noto che la nuova legge tedesca sulla cittadinanza (2024) impone a chi la richiede “di dichiarare la propria fede nel diritto d’esistenza d’Israele” [Pisanty, 23]. Anche nel Regno Unito, dove la definizione IHRA è stata adottata nel 2016, e dove alle università è stato imposto di adottarla nel 2020, l’impatto ha comportato la limitazione del pensiero critico, della libertà accademica di ricerca e insegnamento e della possibilità di affrontare scientificamente temi legati alla storia di Israele e della Palestina. Infatti nei 40 casi di antisemitismo denunciati dal 2017 al 2022 le accuse sono state considerate prive di fondamento (a parte due casi non ancora passati in giudicato nel 2023) e non hanno portato a sanzioni disciplinari, ma “esiste un rischio molto concreto che questo clima induca docenti e studenti all’autocensura preventiva” [Ferrara degli Uberti]. Il ddl presenta tuttavia evidenti profili di incostituzionalità, in quanto lesivo del “diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” (art. 21 della Costituzione), e, anche se il governo ha i voti in Parlamento per farlo approvare, e la Corte costituzionale ha tempi lunghi di intervento, questo rimane un argomento decisivo su cui fare leva per mobilitare l’opinione pubblica e l’opposizione politica. In altri termini, la Costituzione rappresenta ancora un forte anticorpo democratico a garanzia della libertà di espressione. Inoltre, allo stato attuale della ricerca, non risulta che altri paesi europei abbiano approvato leggi organiche come quella proposta in Italia per rendere punibile penalmente il reato di antisemitismo. Come già accennato, nei singoli stati (Gran Bretagna, Francia, Germania, Austria) sono state bensì intraprese diverse “vie legali” per rendere efficace la definizione IHRA attraverso misure restrittive e censure alle critiche a Israele, ma a livello europeo, in particolare presso la Commissione e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), permangono riserve in merito alla violazione della libertà di espressione di tali misure [Corsalini]. ISRAELIZZAZIONE DELLA SOCIETÀ O PALESTINIZZAZIONE DEL MONDO Conculcare la libertà di pensiero, di parola e di espressione, criminalizzare arbitrariamente civili per idee e opinioni, infliggere pene detentive sproporzionate, mettere sotto controllo ideologico la scuola e la società, attribuire ai militari funzioni di natura politica e di controllo sociale come presupposti ed esiti della “lotta all’antisemitismo”, sono tutte pratiche tipiche che si osservano nell’occupazione in Palestina, forme di israelizzazione della società, insieme con l’hasbara che manipola la realtà in modo strumentale e mira ad assimilare le percezioni e le emozioni, cioè le coscienze. Significativo che anche il documento di Rearm Europe, all’art. 164, ritenga necessario “sviluppare una comprensione condivisa e un allineamento delle percezioni delle minacce in tutta Europa e (…) creare una nozione globale di difesa europea”. La politica di assimilazione delle coscienze, di “allineamento delle percezioni”, è comune a ogni hasbara, sia quella militarista sia quella sionista. Con l’espressione “israelizzazione della società”, concetto da verificare e sviluppare in campo scientifico, abbiamo voluto qui indicare non solo il controllo militare del territorio e della società, ma, in sintesi, l’insieme delle tecniche di governo che si avvalgono di precise forme di sorveglianza tecnologica e repressione, di separazione, espropriazione, espulsione e persecuzione di gruppi sociali, di riconfigurazione degli spazi e delle infrastrutture, di cancellazione culturale, di narrazione strumentale e di delegittimazione politica di gruppi dissenzienti, che sono evidenti anche nella nostra società. La sociologa brasiliana Berenice Bento usa invece l’espressione “palestinizzazione del mondo”, introdotta dal regista palestinese Elia Suleiman, per indicare, sulla scorta di Achille Mbembe, la forma di necropotere collaudata in Palestina, ma estesa al mondo, cioè “il processo articolato a livello globale in cui la violenza contro i movimenti sociali è direttamente ispirata dalla colonizzazione israeliana”. La stessa autrice introduce però anche un altro significato della “palestinizzazione del mondo”, e con questo vogliamo concludere: “Se Israele è il laboratorio della morte, esiste un contro-movimento, ispirato dalla resistenza palestinese, in cui pulsa e pulsa il desiderio di vita. Ispirati dal popolo palestinese, anche noi stiamo palestinizzando il mondo, perché abbiamo imparato che lotta e vita sono sinonimi, sono termini intercambiabili. La questione palestinese è diventata un fatto sociale e politico globale ineludibile” [Bento]. FONTI Sito dell’IHRA: https://holocaustremembrance.com/ Definizione di antisemitismo dell’IHRA con esempi, https://holocaustremembrance.com/resources/la-definizione-di-antisemitismo-dellalleanza-internazionale-per-la-memoria-dellolocausto Dichiarazione del Foro Internazionale Di Stoccolma sull’Olocausto, gennaio 2000, https://archivio.pubblica.istruzione.it/shoah-itfitalia/allegati/stoccolma_it.pdf Combating anti-semitism.European Parliament resolution of 1 June 2017 on combating anti-Semitism, https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-8-2017-0243_EN.pdf XVIII LEGISLATURA, Allegato B, Seduta di Venerdì 17 gennaio 2020, ATTI DI INDIRIZZO, https://www.camera.it/leg18/410?idSeduta=290&tipo=atti_indirizzo_controllo Strategia nazionale di lotta all’antisemitismo. Presidenza del Consiglio. Gruppo tecnico di lavoro per la ricognizione sulla definizione di antisemitismo approvata dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance). Rapporto finale, 2021, https://www.governo.it/sites/governo.it/files/documenti/documenti/Presidenza/NoAntisemitismo/StrategiaNazionale/StrategiaNazionaleLottaAntisemitismo_def.pdf Linee guida sul contrasto all’antisemitismo nella scuola, novembre 2021. Ministero dell’Istruzione. Testo elaborato dal Comitato paritetico MI-PdCM- UCEI sotto la guida della Coordinatrice Nazionale per la lotta all’antisemitismo nell’ambito del Protocollo tra MI, Coordinatrice e UCEI, https://www.mim.gov.it/documents/20182/6740601/Linee+guida+antisemitismo.pdf Strategia nazionale per la lotta all’antisemitismo, Presidenza del Consiglio dei Ministri. Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo. Edizione 2025, https://www.governo.it/sites/governo.it/files/documenti/documenti/Presidenza/NoAntisemitismo/StrategiaNazionale/Strategia_Nazionale_2025-IT.pdf Disegno di legge n. 1627, Senato della Repubblica. Legislatura 19°, https://www.senato.it/show-doc?leg=19&tipodoc=DDLPRES&id=1473422&idoggetto=0&part=ddlpres_ddlpres1-articolato_articolato1 Risoluzione del Parlamento europeo del 2 aprile 2025 sull’attuazione della politica di sicurezza e di difesa comune – relazione annuale 2024, https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-10-2025-0058_IT.html Informativa urgente del Governo sull’aggressione al professor Luis Marsiglia, Camera dei Deputati, Seduta n. 777 del 26/9/2000, https://legislature.camera.it/_dati/leg13/lavori/stenografici/sed777/s020.htm BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA Antisemitismo in Germania. Accolta una norma controversa, 8 novembre 2024,  https://www.rsi.ch/info/mondo/Antisemitismo-in-Germania-accolta-una-norma-controversa–2342436.html Berenice Bento, Palestinização do mundo, https://berenicebento.com/2024/05/palestinizacao-do-mundo/ Matteo Corsalini, Pensiero e retropensiero. Limiti e legittimità della critica antisionismo al vaglio della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, in “Stato, Chiese e pluralismo confessionale”, Rivista telematica, fascicolo n. 18 del 2023, https://riviste.unimi.it/index.php/statoechiese/article/view/22278 Roberta De Monticelli, Su Israele l’Ordine dei Giornalisti si autocensura, 15/7/2023, https://www.assopacepalestina.org/2023/07/15/su-israele-lordine-dei-giornalisti-si-autocensura/ Donatella Della Porta, Guerra all’antisemitismo? Il panico morale come strumento di repressione politica, Altreconomia, Milano, 2024. Carlotta Ferrara degli Uberti, Antisemitismo, la definizione dell’Ihra limita il pensiero critico, 14 settembre 2023, https://ilmanifesto.it/antisemitismo-la-definizione-dellihra-limita-il-pensiero-critico Carlo Greppi, Gite ad Auschwitz. Roccella e gli scheletri nell’armadio, “il Manifesto”, 13 ottobre 2023, https://ilmanifesto.it/roccella-e-gli-scheletri-nellarmadio Gideon Levy, Stracciare le prove: così Israele mantiene l’impunità globale, 23 Giugno 2022; https://www.assopacepalestina.org/2022/06/23/stracciare-le-prove-cosi-israele-mantiene-limpunita-globale/ Valentina Pisanty, Antisemita. Una parola in ostaggio, Giunti, Firenze, 2025. Federico Rocco, Israele scheda le piazze e le organizzazioni solidali con la Palestina in Italia, “Contropiano”, 25 settembre 2025, https://contropiano.org/news/politica-news/2025/09/25/israele-scheda-le-piazze-e-le-organizzazioni-solidali-con-la-palestina-in-italia-0186980 Amedeo Rossi, Antisemitismo e antisionismo. Usi e abusi, Edizioni Q, Roma, 2025. Sarah Tagliacozzo, I giornalisti e l’antisemitismo nei media italiani, 21-06-2023, https://www.shalom.it/italia/i-giornalisti-e-la-antisemitismo-nei-media-italiani-b1132491/ -------------------------------------------------------------------------------- [1] Non ci si riferisce qui alla lunga storia dell’antisemitismo, del sionismo e dell’antisionismo, ma a quella della definizione del “nuovo antisemitismo” degli ultimi decenni. Storicamente, con antisemitismo si intende una forma di razzismo: la discriminazione storica e l’esclusione degli ebrei, la privazione del diritto ad avere dei diritti (Hannah Arendt), che ha portato al loro genocidio nei campi di sterminio nazisti. Con sionismo si intende solitamente il movimento, nato in reazione all’antisemitismo, fondato nel 1897 da Theodor Herzl (1860-1904), con il progetto di costituzione di uno Stato nazionale ebraico in Palestina espropriandone ed espellendone i palestinesi (“una terra senza popolo per un popolo senza terra”). L’antisionismo si contrappone all’esclusione sionista, a sua volta razzista, dei palestinesi dal diritto ad avere dei diritti, ed è quindi antirazzista. [2] Con hasbara si intende la propaganda israeliana e la sofisticata attività di pubbliche relazioni mirata a legittimare a livello internazionale le politiche di Israele e diffondere una immagine positiva del paese. [3] Si suggeriva infatti di: “Ampliare l’ambito di rilevanza penale e le misure sanzionatorie delle condotte di apologia del fascismo. Sanzionare sia la propaganda attiva diretta dei contenuti del partito fascista o nazionalsocialista (produzione, distribuzione, diffusione o vendita di materiale propagandistico, immagini, oggettistica, gadgets, simboli) sia i comportamenti pubblici (simboli e gestualità)”, p. 20. [4] Con “integrale definizione operativa” si intende che sono adottati anche gli undici esempi, come confermato nel testo di presentazione del disegno di legge: “Il presente disegno di legge (…) è finalizzato ad adottare legislativamente la definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA, declinando, sulla scia delle esemplificazioni formulate dalla stessa organizzazione, una serie di manifestazioni di antisemitismo che si traducono in fattispecie di reato punibili a norma della legislazione vigente”. Silvestrini, Ddl GasparriDownload Maria Teresa Silvestrini, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e Scuola per la pace Torino e Piemonte
Genocidio palestinese e dissenso in Italia: le piazze per la Palestina sono scenario di repressione?
Dal boicottaggio dei consumi alle manifestazioni di piazza: cresce in Italia il movimento di solidarietà con il popolo palestinese, mentre si moltiplicano episodi di repressione e dibattiti sulla libertà di espressione. Nel nostro paese stiamo assistendo a imponenti manifestazioni contro l’occupazione israeliana e il genocidio palestinese, attraverso l’attraversamento fisico dello spazio pubblico (presidi di piazza e cortei nelle strade) e anche mediante altri strumenti, come il boicottaggio dei consumi e delle strutture considerate coinvolte nelle violazioni dei diritti umani. Il tema “Palestina” attraversa le nostre coscienze: a partire da un moto di empatia umana, le posizioni di tante e tanti diventano politiche, poiché non piangiamo solo le persone uccise e, soprattutto, i tanti bambini, ma iniziamo a reclamare giustizia per il popolo palestinese e rispetto del diritto internazionale. Il che, tradotto in parole semplici, significa condannare l’intero progetto sionista e le azioni atroci che gli organi governativi che oggi lo portano avanti stanno perpetrando ai danni del popolo palestinese. Forse non sempre si è consapevoli di questo, ma è di questo che si tratta: quando scendiamo in piazza per la Palestina oppure acquistiamo Gaza Cola invece di Coca-Cola, lo facciamo per condannare il genocidio ma anche, necessariamente, per combatterne i presupposti. Vi è un nesso storico tra ciò che è accaduto cento anni fa con l’insediamento dei primi coloni attraverso il “primo aliyah”, “il primo ritorno”, cioè l’immigrazione dei primi coloni sionisti che avvenne tra il 1882 e il 1903, portando migliaia di ebrei in Palestina, e ciò che accade oggi con il colonialismo di insediamento iniziato nel 1948 in Cisgiordania, che ha portato sempre più persone a comprimersi dentro lo spazio della Striscia di Gaza per sfuggire all’apartheid e alla violenta sottrazione delle terre e del diritto di abitarle in modo dignitoso e sicuro. Senza infilarci in complicate ricostruzioni storiche, salta all’occhio che il fulcro della questione sia sempre la terra: la terra dei padri ma, soprattutto, la terra dei figli e per i figli. Il sionismo getta le basi per un’economia giorno dopo giorno sempre più fiorente, fuori e dentro Israele, e sempre più strettamente legata, purtroppo, anche alle operazioni militari. Uno sviluppo basato su un modello di investimento neoliberale, che ha consentito alle aziende israeliane di diventare dei colossi mondiali in alcuni settori; un esempio eclatante è il caso di TEVA, azienda farmaceutica che più volte ha dimostrato di non attenersi ad alcuna regola di controllo sulla produzione dei farmaci né sul divieto di fare cartello per imporre i propri prodotti al mercato. Il suo profilo etico (per quanto dichiarino i suoi siti ufficiali) è ampiamente compromesso dalle sanzioni dell’Unione Europea, che nell’ottobre del 2024 l’ha multata per 462 milioni di euro per concorrenza sleale e abuso di posizione dominante. Inoltre, di recente, la multinazionale sembra essere coinvolta, insieme ad altre realtà, in gravissime azioni contrarie al codice etico sanitario: “Rapporti inquietanti suggeriscono che il Ministero della Salute israeliano avrebbe permesso a grandi aziende farmaceutiche nazionali di testare prodotti sui prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Questa affermazione, fatta dalla professoressa Nadera Shalhoub-Kevorkian e da Mohammad Baraka, capo dell’Alto Comitato di Follow-up per gli Arabi in Israele, solleva serie preoccupazioni etiche. Nel 1997, l’ex politica israeliana Dalia Itzik riferì che oltre 5.000 test erano stati eseguiti su questi prigionieri. Inoltre, storicamente, le autorità israeliane restituiscono sempre con grande ritardo i corpi dei prigionieri deceduti e questo alimenterebbe i sospetti di sperimentazioni mediche.” Fonte: BDS Italia. TEVA, ancora, effettua forniture dirette all’esercito israeliano e finanzia campagne di immagine a sostegno delle azioni belliche a Gaza. Per tutti questi motivi, BDS, il movimento globale per i diritti del popolo palestinese, è attivo da vari anni con una campagna massiva contro TEVA. A tal proposito è bene precisare cosa dice BDS: il boicottaggio combatte la complicità, non l’appartenenza. Può sembrare una precisazione banale, ma è meglio non dare spazio ad equivoci. È necessario farlo perché il terreno si fa sempre più scivoloso. In Italia, il 6 agosto scorso, è stato presentato un disegno di legge (S.1627, cosiddetto disegno di legge “Gasparri”) che si ispira, con molta approssimazione, alla definizione di antisemitismo adottata dalla “International Holocaust Remembrance Alliance” il 26 maggio 2016: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto.” Ma l’aspetto innovativo portato nella proposta è un salto, quasi un volo pindarico, di associazione dell’antisemitismo all’antisionismo, nesso che (ci correggano i giuristi) non esiste nel testo della definizione adottata da IHRA. Le domande sono tante. Chi scrive immagina che, tra le persone giuste che attraversano le comunità ebraiche europee e tra le componenti sane della società israeliana, vi sia ampio dibattito per capire come la definizione dell’IHRA possa e debba essere aggiornata alla luce delle recenti accuse mosse dalla Corte Penale di Giustizia e degli avvenimenti storici. Lo testimonia il fatto che il noto storico israeliano Ilan Pappé ha pubblicato un libro che si chiama La fine di Israele e che delinea proprio come la spaccatura interna rispetto al progetto sionista sarà la motivazione del suo annientamento. I fatti sembrano confermare questa visione dello studioso, che forse, ad alcuni, era potuta sembrare poco fondata poiché proiettata in un futuro troppo lontano. È di oggi la notizia della presenza in piazza a Gerusalemme di “una massiccia protesta che ha scosso la città, con la partecipazione di circa duecentomila ebrei ultraortodossi che hanno protestato contro la leva obbligatoria nell’esercito israeliano. Lo riporta il quotidiano Ynet, sottolineando il grande impatto della protesta che ha coinvolto una fetta significativa della comunità haredi locale. La manifestazione, denominata la ‘Marcia di un milione di uomini’, ha purtroppo registrato un tragico incidente: la morte di un ragazzo di 15 anni.” Altro quesito: è necessario un rafforzamento dei dispositivi di legge che puniscono l’antisemitismo nel nostro paese, in tutte le sue forme? Sì, certamente. Purtroppo, la scarsa o distorta conoscenza dei fatti storici porta tutt’oggi ancora troppe persone ad avere una percezione strisciante degli ebrei, considerati, nel pensiero di molti, come entità lobbistica. È ovvio che tale percezione, come tutte le azioni da essa generate, vada contrastata duramente. Ma allo stesso modo, se vogliamo restare in una posizione di correttezza etica e di efficacia giuridica, sono necessarie condanne di tutti i tipi di razzismo ben radicati nel nostro paese: vale per il razzismo anti-nero, l’antiziganismo, l’islamofobia, il razzismo antipalestinese, per tutti i giudizi negativi preconcetti basati su stereotipi riguardo a un gruppo etnico o razziale. Se la vediamo da questa prospettiva, individuando nell’antisionismo, d’emblée, una moderna manifestazione di antisemitismo, il progetto di legge pare promuovere una criminalizzazione del dissenso contro Israele, colpendo anche chi protesta per il riconoscimento dei diritti dei palestinesi e per l’affermazione della giustizia internazionale. È così? C’è chi, nel mondo dei giuristi democratici, solleva dubbi di incostituzionalità qualora la proposta venisse approvata dalle Camere. E ancora, la proposta si alimenta della deriva reazionaria che una sempre più poderosa parte della società civile sta denunciando, con particolare riguardo al modo con cui le forze dell’ordine agiscono nei confronti degli attivisti e delle attiviste per la Palestina? Fatto sta che, in tutta la penisola, da Milano a Torino, poi a Roma e infine a Napoli, si sono registrati episodi di violenza delle forze dell’ordine contro gli attivisti. Nel capoluogo partenopeo, in particolare, a seguito di una contestazione alla presenza di TEVA alla fiera PharmaExpò alla Mostra d’Oltremare, ci sono stati tre arresti. Dalle ricostruzioni della dinamica, effettuate grazie ai tanti video condivisi da parte di persone presenti, anche non direttamente coinvolte nella protesta, vi sarebbe stato un accanimento di alcuni agenti della Polizia e della Guardia di Finanza, che hanno accerchiato un gruppetto di venti attivisti che si stavano pacificamente avviando all’uscita dalla Mostra, dopo aver aperto uno striscione, minacciandoli e malmenandoli. Dopo tre giorni di detenzione, i fermi sono stati annullati senza che venisse convalidata la richiesta di arresti domiciliari mossa dal PM: solo obbligo di firma per gli attivisti, secondo il GIP. Una mitigazione della pena dovuta all’accertamento degli eventi che presenta una verità più vicina alla versione dei manifestanti che a quella della Questura? I fatti andranno accertati nelle sedi opportune. È però lecita una domanda: c’è reale possibilità di manifestare per una causa giusta come l’immediata sospensione della pulizia etnica dei palestinesi? Oppure, quando si toccano obiettivi sensibili economici (quelli che, tra l’altro, ha individuato la rapporteur delle Nazioni Unite per il popolo palestinese, Francesca Albanese, nei suoi due ultimi rapporti come base per le complicità con il genocidio “ongoing” da parte di imprese presenti in sessantatré Stati, tra cui l’Italia), si rischia di impattare con forme di repressione? * Storia degli insediamenti israeliani in Palestina – Vatican News * Colonialismo e apartheid in Israele – BDS Italia * Proteste in Israele: circa 200mila ultraortodossi in piazza, morto un ragazzo – Alanews * Disegno di legge S.1627 – Senato della Repubblica * DDL “antisemitismo”: il piano Gasparri tra università e propaganda – Domani * Napoli: fermi e abusi della polizia durante la protesta contro l’azienda israeliana TEVA – SiCobas * Scarcerati gli attivisti per la Palestina arrestati a Napoli – Rai News Campania * Rapporto ONU sul genocidio palestinese – Il Fatto Quotidiano   Nives Monda
Amnesty: gli USA impiegano l’IA per repressione del dissenso ed espulsioni di massa
L’accusa diretta al governo statunitense proviene da Amnesty International, l’organizzazione internazionale per i diritti umani: negli Stati Uniti, le autorità starebbero impiegando sistemi automatizzati basati sull’intelligenza artificiale per controllare e reprimere il dissenso sociale. Gli strumenti impiegati sono, in particolare, Babel X, prodotto da Babel Street, e Immigration OS, prodotto da Palantir. Nel mirino delle autorità sono finite soprattutto le proteste a sostegno della Palestina: secondo Amnesty, infatti, il controllo ha il fine di inserire gli studenti pro-palestinesi nel programma Catturare e Revocare, che prevede la revoca dei visti a chi prende parte a manifestazioni a favore della Palestina. Ad essere controllati sono anche persone migranti e richiedenti asilo. Le prove del monitoraggio di massa provengono dall’esame di documenti pubblici come quelli del Dipartimento per la Sicurezza interna, bandi di assegnazione e altri. Il programma Babel X, riporta Amnesty, verrebbe impiegato per «valuta le “emozioni” e le probabili intenzioni delle persone utenti basandosi sul loro comportamento online». In questo modo, vengono identificati «contenuti collegati al “terrorismo”», che le autorità possono poi impiegare per decidere se revocare o meno i visti. Babel X è infatti in grado di «accogliere rapidamente una serie di dati relativi a una persona, come nome e cognome, indirizzo di posta elettronica o numero di telefono; può avere accesso ai suoi post sui social media, al suo indirizzo IP, al suo curriculum professionale e ai codici univoci di identificazione per le app di annunci pubblicitari in modo da localizzare il dispositivo». Per quanto riguarda Palantir, il coinvolgimento con gli apparati di sicurezza e di intelligence statunitensi e israeliani è appurato (l’azienda fornisce a Israele i software necessari per portare a termine la propria campagna genocidiaria a Gaza). Il suo prodotto Immigration OS, versione aggiornata di programmi precedentemente esistenti, viene impiegato dall’ICE sin dal 2014, spiega Amnesty. Esso permette di «creare un archivio elettronico, che organizza e collega tutte le notizie e i documenti associati a una particolare indagine [su un caso di immigrazione], in modo che possano essere consultati da uno specifico luogo». Entrambe gli strumenti sono fondamentali per portare avanti la politica di repressione delle proteste studentesche a favore della Palestina e di espulsione di massa di tutti i migranti “irregolari” messa in atto dall’attuale amministrazione Trump. In questo contesto sono divenuti celebri casi come quello di Mahmoud Khalil, neolaureato alla Columbia University (che, insieme ad Harvard ed altre univestià statunitensi, è finita nel mirino del governo nel contesto delle proteste contro il genocidio a Gaza) e titolare di un permesso di residenza permanente negli USA, arrestato nel suo appartamento dagli agenti della ICE in quanto portavoce delle proteste per la Palestina. Il suo permesso, come quello di tanti altri studenti, è stato successivamente revocato. Come sottolineato da Erika Guevara, alta direttrice delle ricerche e delle campagne di Amnesty, «sistemi come Babel X e Immigration Os hanno un ruolo fondamentale nel rendere possibile l’attuazione delle politiche repressive dell’amministrazione USA, facilitando decisioni rapide e automatizzate che hanno già causato espulsioni di massa a un ritmo senza precedenti, che non consentono un livello adeguato di procedure eque e che mettono significativamente in pericolo i diritti umani di tutte le persone immigrate, anche delle studenti e degli studenti che non sono cittadini USA». Guevara ha definito la situazione «profondamente preoccupante», in quanto «queste tecnologie consentono alle autorità di rintracciare rapidamente e prendere di mira studenti e altri gruppi marginalizzati con una velocità e un’ampiezza senza precedenti. Ne derivano arresti illegali ed espulsioni di massa, un clima di paura e un effetto raggelante ancora più diffuso tra le comunità migranti e tra le studenti e gli studenti internazionali nelle scuole e nei campus universitari». L'Indipendente
La risposta del Viminale sugli agenti infiltrati in Potere al Popolo non regge
Cinque agenti infiltrati nei collettivi e nelle assemblee del partito per mesi senza copertura giudiziaria. Mentre il governo minimizza, cresce la denuncia: sorveglianza politica e violazione delle libertà costituzionali. Dopo oltre un mese di assoluto silenzio, il Viminale ha accennato una risposta all’interpellanza urgente presentata dal Movimento 5 Stelle; il Sottosegretario all’Interno Emanuele Prisco ha negato che vi sia stata qualsiasi infiltrazione in partiti o movimenti politici. «I cinque giovani poliziotti che hanno attraversato le assemblee di Potere al Popolo», ha riportato, «erano semplicemente studenti regolarmente iscritti all’università, operanti con le loro vere generalità» e si limitavano a «partecipare a manifestazioni pubbliche di collettivi con connotazioni estremistiche che avevano mostrato crescente aggressività». Una puntualizzazione che tuttavia, lungi dal chiudere il caso, apre molte altre crepe e conferma la situazione gravissima nata a partire dall’inchiesta di Fanpage.it. Grazie ai documenti raccolti dal giornalista Antonio Musella, è venuto alla luce che i cinque agenti del 223° corso hanno agito per almeno otto mesi – da ottobre 2024 a maggio 2025 – fra Napoli, Milano, Bologna e Roma, inserendosi nei movimenti studenteschi Cambiare Rotta e CAU e, attraverso questi, nella vita interna di Potere al Popolo: chat organizzative, riunioni e perfino all’assemblea nazionale del partito. «Il governo ha ammesso l’operazione, ma sta minimizzando», spiega Giuliano Granato, portavoce nazionale di Potere al Popolo. «Hanno spiato un partito che si presenta alle elezioni: vogliamo sapere chi l’ha ordinata e perché. Cinque poliziotti, tutti trasferiti all’antiterrorismo nello stesso periodo, sono finiti solo nei due collettivi legati a noi. Nel Paese esistono centinaia di realtà studentesche: possibile che l’allerta ordine pubblico riguardasse soltanto le nostre?». La linea del Viminale Nel suo intervento in aula, Prisco ha dipinto un quadro di crescente conflittualità: «12 mila manifestazioni nel 2024, con turbative dell’ordine pubblico nel 2 % dei casi. In questo contesto sono maturati livelli crescenti di tensione», da cui la decisione «ordinaria, prevista dalla legge 121/1981» di potenziare l’attività informativa della Direzione centrale della Polizia di prevenzione. «Nessuna operazione sotto copertura, nessuna identità falsa. Ogni agente, anche libero dal servizio, ha l’obbligo di segnalare reati alle autorità. Si è trattato solo dell’adempimento dei propri compiti istituzionali, nel pieno rispetto della legge». La risposta di Potere al Popolo Per i soggetti coinvolti la ricostruzione non regge. «Ci eravamo quasi abituati alla favola dei poliziotti innamorati delle militanti; adesso ci dicono che erano studenti modello mossi da preoccupazioni di sicurezza nazionale», ironizza Granato. «Peccato che abbiano partecipato, abbiamo anche le prove, a momenti privati del partito, chat organizzative, riunioni e perfino all’assemblea nazionale, non a semplici iniziative pubbliche». Anche Matteo Giardiello, membro dell’esecutivo nazionale di Potere al Popolo, commenta duramente: «Ci dobbiamo aspettare che più aumenta il dissenso e più il governo porterà avanti pratiche antidemocratiche per fermarlo? Ci dobbiamo aspettare di essere sempre di più spiati solo e soltanto perché proviamo a opporci a quello che sta avvenendo? Vogliamo dire chiaramente che, se il dissenso è reato, noi siamo colpevoli». «Sorvegliare il dissenso non è compito dei servizi» Potere al Popolo ha lanciato un appello pubblico, firmato da oltre 2.000 persone nelle prime 24 ore, che denuncia l’operazione come una grave lesione delle libertà costituzionali: «L’assenza di una cornice giudiziaria e la natura prolungata e sistematica di queste attività disegna un profilo allarmante: non si tratterebbe di operazioni a scopo investigativo, ma di sorveglianza politica preventiva», si legge nel testo. Il documento ricorda che la libertà di associazione e partecipazione politica non è «un privilegio», ma un diritto inalienabile sancito dalla Costituzione. Il silenzio delle autorità, si denuncia, «è inaccettabile e pericoloso». Nell’appello si legge inoltre: «In una democrazia, il dissenso politico non è materia per i servizi di sicurezza. Nessuna forza dell’ordine dovrebbe infiltrarsi in un partito senza un preciso fondamento giuridico». Il timore, condiviso anche da altri intellettuali e sigle, è che l’approvazione del nuovo decreto sicurezza imponga agli atenei di consegnare dati su studenti e gruppi ritenuti “pericolosi” per la sicurezza nazionale, trasformando le università da luoghi di libertà intellettuale in snodi di controllo. Fra i primi firmatari figurano Carlo Rovelli, Zerocalcare, Mimmo Lucano, Andrea Segre, Fabrizio Barca, Luigi De Magistris, Vauro, Vera Gheno, Elena Granaglia, e decine di accademici, giuristi, attivisti, sindacalisti e parlamentari. Il movimento chiede che Meloni e Piantedosi riferiscano in Parlamento, chiariscano «chi ha autorizzato l’operazione» e pongano limiti chiari all’uso degli apparati di sicurezza contro chi esercita legittimamente il dissenso. Dalle aule ai telefoni: il filo che porta a Graphite Il caso degli agenti‑studenti si intreccia, anche temporalmente, con un’altra vicenda rimasta senza risposta: l’uso dello spyware Graphite (Paragon Solutions) sui telefoni del direttore di Fanpage Francesco Cancellato, di Ciro Pellegrino e di Roberto D’Agostino. Meta e Apple hanno certificato gli attacchi, ma nessuna autorità italiana ha chiarito chi li abbia commissionati. Degli episodi che, letti parallelamente, restituiscono l’immagine di una sorveglianza particolare dello Stato verso redazioni, attivisti e collettivi. Il Ministro Piantedosi si era detto “pronto a riferire” in aula già a fine giugno. Da allora nulla è cambiato, se non la versione ufficiale: da “agenti innamorati” a “studenti zelanti”. Nel frattempo, cinque poliziotti restano iscritti a corsi universitari, i collettivi continuano a protestare sotto i rettorati e un partito politico attende di sapere perché è finito, di fatto, in un dossier di pubblica sicurezza. Rimane ancora senza risposta la domanda: “Chi ha ordinato tutto questo e per quale motivo?”   Emiliano Palpacelli