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Le prospettive per il monitoraggio dei traffici di armi nel porto di Genova
ALL’INCONTRO PUBBLICO IN SVOLGIMENTO NELLA SERATA DI MERCOLEDÌ 8 SETTEMBRE PROSSIMO PARTECIPA LA CONSIGLIERA COMUNALE PROMOTRICE DELL’ISTITUZIONE DELL’ENTE CITTADINO PREPOSTO ALLA VIGILANZA. L’INIZIATIVA È COORDINATA DA THE WEAPON WATCH E CALP DI GENOVA IN COLLABORAZIONE CON LA IV MARCIA MONDIALE PER LA PACE E LA NONVIOLENZA. Nell’occasione saranno illustrate le prospettive per la creazione dell’Osservatorio Consiliare permanente per la Trasparenza, la Sostenibilità Etica e la Sicurezza dei Lavoratori del Porto di Genova, ovvero del centro cittadino preposto alla sorveglianza dei trasporti e traffici d’armi, un ente di cui Genova sarebbe la prima città italiana a disporre. La sua realizzazione è stata pianificata accogliendo le istanze di molte associazioni cittadine, in particolare delle rappresentanze sindacali dei camalli, cioè degli addetti alla movimentazione delle merci dalle e sulle navi che approdano alle banchine della città ligure, da tanti anni impegnati al monitoraggio dei transiti di armi, materiali bellici e dual-use nel porto di Genova. Il 27 ottobre 2025 la consigliera comunale capogruppo di AVS, Francesca Ghio, eletta nel 2022 nella lista Europa Verde con Sansa e Linea Condivisa, aveva presentato una mozione per l’attuazione del progetto spiegando: “È doveroso che le istituzioni diano risposte concrete a tutti i cittadini scesi in piazza chiedendo di interrompere la deriva bellicista che ha infettato anche il porto di Genova, diventato protagonista di un’economia di guerra che va ripudiata, come ordina la Costituzione”. La proposta aveva raccolto molti consensi, tra cui del sindaco di Genova, Silvia Salis, e la commissione formata per istituire l’avanguardistico Osservatorio si è riunita per la prima volta il 15 luglio scorso. Si prevedeva che, dopo aver ascoltato i pareri degli esperti e dei referenti delle associazioni, tra cui Emergency, CALP e The Weapon Watch, i membri della commissione avrebbe deliberato sull’approvazione del testo elaborato allo scopo e nell’occasione presentato da Francesca Ghio precisando: “L’attacco normativo sono l’articolo 11 della Costituzione e le leggi vigenti in materia, ovvero in merito alla produzione, all’esportazione e al transito di armi nel territorio nazionale”. Carlo Tombola di The Weapon Watch aveva specificato i riferimenti giuridici, la Legge 185/1990, il Trattato internazionale sul commercio delle armi (Arms Trade Treaty – ATT) del 2013 e un precedente giuridico: “Una recente sentenza del TAR relativamente ai traffici nel porto di Ravenna ha sancito che cittadini e residenti hanno il right to know, il ‘diritto a sapere’, cosa transita e sbarca dove loro abitano. L’Osservatorio premetterà ai genovesi di disporre delle informazioni in mano agli enti competenti, ovvero autorità portuale, capitaneria e dogane, su queste questioni che li riguardano, ovvero su caratteristiche e destinazione dei materiali bellici che gli armatori trasportano e gli operatori del porto caricano sulle e scaricano dalle navi che attraccano a Genova”. Invece, i rappresentanti dei partiti di centro-destra (Fratelli d’Italia, Lega e Noi Moderati) hanno ostacolato la delibera chiedendo, e ottenendo, la sospensione anzi tempo della seduta poiché un rappresentante del CALP aveva protestato contro il loro ostruzionismo attuato accampando una serie di pretesti sull’iter procedurale della votazione. * 16.07.2026 – Il CALP reagisce alle tergiversazioni e viene accusato Dopo questa vicenda, l’attuazione del progetto dipende da molte questioni, che Francesca Ghio e i referenti di CALP e The Weapon Watch spiegheranno ai partecipanti dell’incontro pubblico in svolgimento nella serata di martedì 8 settembre, alle h 21, nel Circolo ARCI Barabini di Trasta (salita Ca’ dei Trenta 3 – cancello 5). Maddalena Brunasti
September 6, 2026
Pressenza
La seconda tappa del confronto: con i referenti di associazioni, comitati e partiti
A seguito del precedente, il Coordinamento Nazionale No Riarmo organizza l’incontro online a cui intervengono Michele Lucivero dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Rosa Siciliano, direttrice editoriale di Mosaico di pace, la rivista mensile promossa da Pax Christi Italia, Paolo Ferrero, direttore del periodico mensile “Su la testa. Argomenti per la rifondazione comunista” e Marta Collot, co-portavoce nazionale di Potere al Popolo. L’iniziativa li coinvolge, anche insieme ai rappresentanti di altre associazioni e altri comitati e partiti, per ragionare insieme sulle rispettive posizioni e proposte in merito a: * come costruire un movimento di massa unitario e plurale per l’Italia fuori della guerra e contro il riarmo; * come contribuire a dare al movimento contro la guerra e il riarmo una rappresentanza politica in Parlamento. Per intervenire: https://us02web.zoom.us/meeting/register/N–8wYzoRpW5gulhMzwb4w. Dopo l’iscrizione, si riceverà una e-mail di conferma con le informazioni necessarie per entrare nella riunione. Se non si riceve il link di iscrizione, segnalare il disguido a articolo11@art11.it. All’iniziativa svolta il 26 agosto scorso Andrea Catone ha spiegato le finalità del Coordinamento Nazionale NO Riarmo costituito l’anno scorso sull’onda della petizione contro il decreto di sostegno militare all’Ucraina: “L’incontro di oggi si iscrive nella nostra azione per dare vita a un movimento di massa contro la guerra, esaminare la possibilità di dargli rappresentanza politica in Parlamento e, a tal fine, costruire il massimo di unità possibile, nel massimo di chiarezza e determinazione. Riteniamo che Fuori l’Italia dalla guerra sia l’obiettivo realisticamente unificante su cui può convergere un reale movimento di massa, quanto mai necessario in questa situazione, non limitato a generose e coraggiose avanguardie”. “Fuori l’Italia dalla guerra è l’obiettivo immediato e la discriminante essenziale”, ha affermato Andrea Catone: > Nella situazione attuale, che vede ogni giorno, ogni ora l’escalation bellica > contro la Russia, alimentata sempre più massicciamente dalla UE e dal Regno > Unito che, pur fuori UE, è oggi il leader della strategia militare contro la > Russia, non sono ammissibili ambiguità o mezze misure: o si rivendica e si > agisce di conseguenza per l’immediata uscita dell’Italia dalla guerra, o si è > per la prosecuzione della guerra, a fianco dei guerrafondai, i quali in gran > parte si dichiarano fautori di “una pace giusta e duratura”, ottenibile a loro > dire con l’intensificazione della guerra alla Russia per indurla a trattative. > Questa strada ha portato in oltre 4 anni di guerra solo all’intensificazione e > alla escalation. > > Giorno dopo giorno la “guerra mondiale a pezzi” si amplia e si intensifica. I > pezzi di questa guerra si ricongiungono. Il governo Zelensky, che a fine > febbraio invocava l’aggressione militare di USA e Israele contro l’Iran, > fornisce supporto e tecnologie militari ai paesi arabi del Golfo alleati di > USA e Israele. > > Il carattere fondamentale di questa guerra mondiale è costituito, al di là > delle peculiarità delle diverse situazioni locali, dallo scontro tra > imperialismo occidentale – USA, NATO, UE, G7, Israele – volto a mantenere un > ordine mondiale basato sullo scambio ineguale, il neocolonialismo, lo > sfruttamento e il dominio economico-finanziario e politico-militare sul Sud > globale, con la pretesa di essere l’unica forma di libertà e democrazia al > mondo, da un lato, e, dall’altro, i Paesi che chiedono un diverso ordine > mondiale, economico-sociale e politico, basato su coesistenza pacifica, > rapporti paritari reciprocamente vantaggiosi, riconoscimento della pluralità > di storie, culture, sistemi politici ed economici delle diverse civiltà. È ciò > che viene sintetizzato spesso nella formula dello scontro tra mondo unipolare > e mondo multipolare. > > La guerra è oggi la questione principale e prioritaria che abbiamo di fronte. > Non una questione tra le tante, ma la questione delle questioni. > > La guerra sovradetermina tutte le altre questioni, dalla politica economica, > che si indirizza sempre più verso il riarmo a detrimento della spesa sociale, > alla militarizzazione delle menti, delle scuole e della società. > > Oggi si richiede una fondamentale scelta di campo. > > Insieme con le manifestazioni di indignazione, protesta e condanna del > genocidio, occorre operare politicamente per ottenere risultati concreti, > trasformando la protesta in rivendicazione politica determinata, puntuale, > chiara e non ambigua. Come cittadini poniamo al parlamento e al governo del > nostro Paese una richiesta precisa che si esprime nello slogan: Fuori l’Italia > dalla guerra!. Interruzione immediata di ogni sostegno economico, militare, > politico, diplomatico all’Ucraina nella guerra contro la Russia. Interruzione > di ogni rapporto politico-diplomatico, militare, economico-finanziario con lo > stato genocida e terrorista di Israele. Nessun sostegno all’aggressione di USA > e Israele contro l’Iran, rifiuto di aderire alle sanzioni illegali imposte > dagli USA. Nessun sostegno alle aggressioni USA, economiche e militari ai > Paesi dell’America Latina per rimettere sotto il loro tallone di ferro i > movimenti di emancipazione, dal Venezuela a Cuba, assediata da un embargo > pluridecennale. > > Il Coordinamento nazionale NORIARMO lavora, nel massimo di cooperazione e > dialogo costruttivo con gli altri coordinamenti, comitati, associazioni, per > dar vita a un movimento unitario e plurale che abbia come obiettivo > discriminante e unificante, senza ambiguità o mezze misure, quello del Fuori > l’Italia dalla guerra!. > > Su questo siamo impegnati a lavorare proponendo e costruendo > comitati/coordinamenti unitari nei territori. Il radicamento territoriale è > fondamentale per lo sviluppo di un movimento di massa reale. I comitati > territoriali possono dar vita ad iniziative locali – manifestazioni, presidi, > ecc. – che possono convergere in giornate nazionali di mobilitazione contro la > guerra. > > Proprio perché ci poniamo sul terreno della lotta politica concreta contro la > guerra, non possiamo ignorare il terreno della rappresentanza politica nel > parlamento nazionale poiché, anche se è in atto da anni l’attacco alla > centralità del Parlamento stabilita dalla Costituzione antifascista del > 1948, è lì che si decidono ancora le cose. > > Per questo, non possiamo non porci la questione delle prossime elezioni > politiche. > > In merito alla questione fondamentale della guerra, constatiamo che vi è qui > un falso bipolarismo. In sede italiana e nelle votazioni del parlamento > europeo il Partito democratico ha approvato tutte le mozioni di sostegno > militare, economico, politico, ideologico all’Ucraina contro la Russia. Sulla > questione fondamentale della guerra contro la Russia le posizioni di PD e FdI > convergono. Si può notare anzi che nei grandi media vicini al PD prevale una > posizione più oltranzista di quella della leader di FdI, che nell’ultimo > incontro dei “Volenterosi”, ha rifiutato formalmente l’invio di militari e di > missili in Ucraina. > > Occorre fare della questione della guerra il tema principale della campagna > elettorale, quello su cui si devono misurare effettivamente le forze in campo. > > Come operiamo per la costruzione di un movimento di massa reale e unitario, > senza ambiguità, per l’Italia fuori della guerra, così auspichiamo la > costruzione di un ampio schieramento di forze – unitario e plurale – che possa > dare al nostro Paese una rappresentanza politica al movimento contro la > guerra. > > Le direttrici di fondo del suo programma da cui discendono fondamentali scelte > di politica economica, sociale, culturale si possono individuare nei due > pilastri della Costituzione antifascista di democrazia economico-sociale del > 1948, col suo fondamentale articolo 11, e della fuoriuscita dell’Italia dalla > guerra e dal sistema di guerra. > > Ci auguriamo che questi incontri con rappresentanti di associazioni, partiti, > comitati, movimenti che si schierano contro la guerra possano favorire la > costruzione di una coalizione di forze politiche, sociali, sindacali, > culturali sulla base di questi due fondamentali pilastri. Oggi i poteri > finanziari e militari dell’imperialismo stanno spingendo il mondo verso la > catastrofe. Oggi abbiamo l’imperativo morale oltre che politico di fermarli, > dotandoci degli strumenti più adeguati allo scopo. Diretta in streaming sul canale https://www.youtube.com/@ComitatoArticolo11 Redazione Italia
September 6, 2026
Pressenza
Ricchiuti (Pax Christi Italia) a Schlein (PD): «La politica agisca per la pace»
Nella lettera aperta pubblicata il 22 agosto scorso il presidente del movimento pacifista cattolico esorta la segretaria del partito e i politici italiani: «Una coalizione progressista
dovrebbe prendere le distanze dal riarmo». Pax Christi Italia venne fondata nel 1954 “per desiderio di Mons. Montini della Segreteria di Stato Vaticana”, il futuro papa Paolo VI. Al suo primo presidente, Mons. Rossi, sono succeduti dal 1959 Mons. Castellano e dal 1968 Mons. Bettazzi“, che nel 1976 scrisse al segretario del PCI (Partito Comunista Italiano), Enrico Berlinguer. “ PREPARARE LA PACE, NON LA GUERRA” A cinquant’anni dalla storica Lettera aperta di monsignor Luigi Bettazzi a Enrico Berlinguer, monsignor Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia, si rivolge alla segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, con una nuova Lettera aperta, pubblicata da Avvenire. Lettera che per la verità si rivolge anche a quanti, segretari di partito e parlamentari, nelle diverse forze politiche vogliano contribuire a riflessioni e decisioni che costruiscano concretamente percorsi di pace. Il punto di partenza è l’articolo 11 della Costituzione: se l’Italia «ripudia la guerra», quali conseguenze concrete deve avere oggi questo principio nelle politiche di difesa e sicurezza dell’Italia e dell’Europa? Monsignor Ricchiuti pone alla leader del PD alcune domande precise: una coalizione democratica e progressista * può prendere le distanze dalle politiche di riarmo? * può investire con maggiore decisione nella diplomazia, nella prevenzione dei conflitti, nei corpi civili di pace e nella difesa non armata e nonviolenta? * è disposta a sostenere la proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione del Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta? La lettera richiama anche una delle emergenze più nuove e inquietanti: l’impiego dell’intelligenza artificiale nei sistemi d’arma. Da qui la richiesta di una legislazione europea e internazionale vincolante che impedisca di delegare alle macchine decisioni sulla vita e sulla morte. Non una polemica di parte, dunque, ma l’invito ad aprire un confronto politico: è possibile sottrarsi alla falsa alternativa tra riarmo e resa? Cinquant’anni dopo Bettazzi, la domanda torna alla politica con parole nuove, ma con la stessa radicalità: «Se vogliamo la pace, dobbiamo preparare la pace: con la politica, la diplomazia, il diritto, la giustizia e la nonviolenza».   https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/la-politica-agisca-per-la-pace-lettera-aperta-del-presidente-di-pax-christi-a-elly-schlein_112204   Pax Christi Italia
August 24, 2026
Pressenza
Il comunicato congiunto ANPI Nazionale – UCEI, un cedimento inconsapevole al sionismo?
Ho aspettato un po’ di tempo prima di scrivere questo articolo, ma vedendo i vari comunicati stampa dei circoli locali ANPI di tutta Italia, ho deciso che forse era giusto riportare ed esprimere il mio dissenso verso questa presa di posizione. Il 28 luglio 2026 l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) pubblica sul suo sito un comunicato stampa congiunto con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI) in cui si afferma che “UCEI e ANPI hanno registrato significativi punti di convergenza” tra cui: “- il valore attuale dell’antifascismo come fondamento della Costituzione italiana – la condanna di qualsiasi atto di violenza, ovunque abbia origine, e di qualsiasi forma di razzismo e discriminazione senza distinzione di sesso, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (art. 3 Cost.) – il ribadito riconoscimento del ruolo dei combattenti ebrei nella Resistenza e della Brigata Ebraica nella lotta italiana al nazifascismo – la riconferma del diritto della componente ebraica alla partecipazione in sicurezza alle celebrazioni del 25 aprile contrastando scelte e comportamenti divisivi di qualsiasi natura e da qualsiasi parte – l’impegno in generale ad abbassare i toni del confronto pubblico e la volontà di affrontare tramite il confronto diretto anche le questioni su cui divergono – l’interesse ad avviare un percorso congiunto in vista dell’organizzazione del prossimo 25 aprile 2027 e di ogni altra scadenza memoriale.” L’antifascismo nell’attualità ha un significato preciso: opporsi al genocidio e alle guerre imperialiste che mettono a rischio i popoli del mondo. Rifiutare nei cortei del 25 aprile la presenza delle bandiere di uno Stato che ha le mani lorde di sangue non è “alzare i toni”, è parte del “restare umani” e dei principi della Resistenza. Il richiamo all’articolo 3 della nostra Costituzione è sicuramente importante e basilare ed è sempre stato uno dei più importanti per l’ANPI, insieme all’art. 11 che recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” Questo cozza con il palese sostegno incondizionato espresso dall’UCEI verso Israele. L’UCEI riconosce la centralità dello Stato d’Israele per l’identità ebraica contemporanea e promuove attivamente i rapporti e la conoscenza della realtà israeliana in Italia. Nelle sue linee istituzionali e nei comunicati ufficiali, l’ente tutela il diritto di Israele a esistere e a difendersi, pur svolgendo primariamente un ruolo di coordinamento culturale, religioso e sociale per gli ebrei italiani; riconosce il legame imprescindibile tra l’ebraismo contemporaneo e lo Stato d’Israele; sostiene pubblicamente il diritto alla sicurezza e all’esistenza di Israele, specialmente nei momenti di crisi e conflitto; e mai in questi anni si è espressa in condanna al genocidio del popolo gazawi da parte d’Israele, non condividendo l’uso del termine “genocidio”  e minimizzando ciò che sta accadendo. Questo, di per sè sarebbe una violazione a priori di uno dei punti del comunicato stampa congiunto che riconosce come base l’art. 3 della Costituzione e “la condanna di qualsiasi atto di violenza, ovunque abbia origine”, anche se sarebbe bene che, in un contesto così difficile, si contestualizzassero le dinamiche di oppresso-oppressore e le condizioni di violenza istituzionalizzata e sistematica che portano inevitabilmente ad atti di resistenza. Infatti non dobbiamo dimenticare che più volte membri dell’UCEI hanno espresso posizioni belliciste sulla difesa a tutti i costi di Israele, postulando – cosa che invece non hanno fatto altri membri appartenenti a comunità ebraiche – che Israele sia il “popolo oppresso”, continuando a negare che sia Israele a occupare terre non sue e che stia agendo un sistema d’apartheid razzista e coloniale nei confronti del popolo palestinese. Il Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni – membro della Consulta Rabbinica, l’organo composto dai Rabbini Capo che si interfaccia con il Consiglio dell’UCEI per questioni di carattere generale, spirituale e culturale – ha più volte ribadito posizioni belliciste dichiarando apertamente come Israele stia combattendo una “guerra giusta” contro il male, giustificandola persino con principi talmudici della tradizione ebraica. In una lettera a La Repubblica del 27 ottobre 2023 Di Segni ha scritto: “le guerre sono sempre un’offesa alla dignità umana, comportano morte e distruzione, e certamente vanno evitate, ma quando è in gioco la propria esistenza davanti a un nemico irriducibile l’alternativa pacifista è discutibile anche moralmente. (…) Qualche volta qualcuno deve essere sconfitto, solo lui e per sempre”. Questa è la visione rabbinica dominante all’interno dell’ebraismo sul “male”: è “male” colui che è contro di me ed io, che sono il “buono”, per difendermi posso usare il male contro di lui. Un’interpretazione che si sposa perfettamente con il sionismo d’estrema destra di Netanyahu, giustificato su basi religiose: per i sionisti è una guerra della “Luce” (loro) contro “l’Oscurità” (i palestinesi), postulata dalla convinzione di essere quella “Luce”. Per quanto – a differenza di altre visioni strettamente pacifiste e nonviolente – la normativa ebraica (Halakhà) ammetta il ricorso alle armi quando la sopravvivenza di una vita umana (Pikuach nefesh) o di un intero popolo è sotto attacco, in realtà il Talmud è chiaro a riguardo: “Se qualcuno viene per ucciderti, prova a ucciderlo tu prima che lui uccida te” (Talmud babilonese, trattato Sanhedrin 72a), ovvero se una persona arriva con l’intento certo di toglierti la vita, tu hai il pieno diritto di difenderti e neutralizzare la minaccia per salvare te stesso, riconoscendo la necessità e la giustizia della difesa attiva di fronte a un’aggressione mortale. La strumentalizzazione sionista di questo famoso principio del Talmud, che esprime la legge naturale e morale della legittima difesa, ha fatto sì questo principio non si possa però applicare a chi oppresso (popolo palestinese), ma a chi opprime, come in questo caso Israele. Inoltre, il comunicato si promette di promuovere “riconoscimento del ruolo dei combattenti ebrei nella Resistenza e della Brigata Ebraica nella lotta italiana al nazifascismo” senza evidentemente conoscere la storia. La presenza della Brigata Ebraica alle manifestazioni del 25 aprile non è solo contestata per il suo appoggio all’Entità sionista di Israele negando la resistenza del popolo palestinese, ma anche perchè è controversa la storia del suo ruolo nella resistenza antifascista partigiana. La Brigata Ebraica non è (è bene ricordarlo) una vera brigata partigiana, ma un corpo che faceva parte dell’esercito inglese e che come tale rispondeva all’autorità britannica e non al CLN. La Brigata Ebraica infatti non nasce all’interno del movimento della Resistenza italiana, ma bensì nacque nel 1944 su impulso dell’Agenzia Ebraica per Israele (chiamata anche Sochnut (agenzia) o JAFI, dall’acronimo inglese Jewish Agency for Israel), che era il prodromo dello Stato d’Israele. La Brigata Ebraica rappresenta il contributo militare degli ebrei coloni e Yishuv di Palestina nella Seconda Guerra Mondiale i quali rimasero inattivi fino a praticamente la fine del conflitto, lasciando che si consumasse l’orrore della guerra e della Shoah, senza intervenire. Dopo decine di milioni di morti, si mobilitarono solo quando vi fu concretamente la possibilità di costituire lo stato d’Israele e per farlo serviva partecipare alla guerra. Per questo venne mandato un numero simbolico di uomini ad arruolarsi nelle fila dell’esercito inglese. Non è un caso che la bandiera della Brigata Ebraica sia quella dello Stato d’Israele. Costoro arrivarono al fronte quando la guerra stava finendo, dopo la liberazione del campo di Auschwitz. Pur non facendo quasi nulla per contribuire alla fine del nazismo, si intestarono la vittoria e la memoria limitandosi ad inseguire i tedeschi in ritirata, combattendo per un mese. L’obiettivo della Brigata ebraica non era lottare per la libertà e salvare le vite (nemmeno degli ebrei), ma favorire la nascita dello Stato d’Israele. Nel libro La Brigata ebraica. Una storia controversa, dal 1944 a oggi di Alberto Fazolo, con prefazione di Moni Ovadia (editore 4Punte), viene spiegato molto bene ogni singolo passaggio storico. Altro punto del comunicato, che sta facendo discutere i circoli ANPI in tutta Italia, è la tutela del “diritto della componente ebraica alla partecipazione in sicurezza alle celebrazioni del 25 aprile” contrastando “comportamenti divisivi di qualsiasi natura”. Una posizione che sarebbe condivisibile, se non si ignorassero i fatti del 25 aprile 2026, dove la Brigata Ebraica si è presentata, violando ogni accordo preso in sede preventiva all’effettuazione del corteo, con bandiere israeliane e immagini inneggianti a Trump, Netanyahu e con le bandiere di Forza Italia che si era unita al gruppo inneggiante  – o, forse peggio, negante – il genocidio del popolo palestinese, oltretutto con la pretesa di essere capofila del corteo. Un comportamento chiaramente provocatorio che non è sfociato in incidenti soltanto grazie al buon senso messo in campo dai militanti dell’ANPI. Il comportamento avuto dalla Brigata Ebraica è stato antitetico ai principi del 25 aprile: il 25 aprile è contrario alle guerre, alle aggressioni nei confronti dei popoli, al razzismo e al nazionalismo. Molti circoli ANPI hanno preso posizione, contestando apertamente il comunicato congiunto tra Anpi e Ucei sulle manifestazioni passate e future del 25 aprile. In particolare molti circoli Anpi si sono indignati – giustamente – quando già successivamente alla firma del comunicato di “pacificazione”, gli ambienti sionisti milanesi aggregatisi intorno alla Brigata Ebraica sono andati subito all’attacco presentando una denuncia pesantissima contro ignoti, riferendosi ai manifestanti che il 25 aprile scorso a Milano avevano sbarrato la strada allo spezzone con le bandiere di Israele. Insomma un segnale tutt’altro che in sintonia con lo spirito pacificatore del comunicato congiunto e una conferma in più che nessuna mediazione è possibile con i circoli sionisti che sostengono apertamente l’occupazione dei Territori Palestinesi e il genocidio del popolo palestinese. A fronte di tutto questo, il contenuto del comunicato congiunto ANPI-UCEI è insufficiente a garantire un dialogo chiaro con le Associazioni Ebraiche apertamente sostenitrici del sionismo e dell’entità sionista di Israele. Come ci insegna la storia e l’operato politico di Nelson Mandela, prima si pone fine all’apartheid e poi si avviano i processi di riconciliazione per riscrivere una nuova storia insieme. Penso, inoltre, che si sarebbe dovuto aspettare un periodo più adatto a favorire un confronto con le sezioni, essendo nel bel mezzo do un genocidio raccontato in streaming commesso proprio dall’entità che queste associazioni intendono sostenere. Pur riconoscendo la volontà di dialogo espressa dalla nostra Associazione (come del resto nella nostra tradizione e nei nostri principi), l’importanza dell’antifascismo come base comune da cui partire, e non dimenticando i fatti che hanno portato alla necessità di un dialogo atto a garantire in futuro uno svolgimento pacifico e condiviso con le Comunità Ebraiche della festa del 25 aprile, credo che tutto il resto sia alquanto discutibile, non nell’intento del comunicato ma per le tempistiche con cui è stato concepito (senza un coinvolgimento dei circoli e delle basi) e nei contenuti stessi. Se da un lato si vuole puntare sui punti di convergenza, dall’altro non si possono sottolineare delle falle evidenti. Questo comunicato non sembra quindi espressione chiara di un dialogo, ma un cedimento inconsapevole verso qualcuno che un dialogo pacifico e democratico non lo vuole avere, ma che ha l’intento di esercitare ed ampliare la propria influenza con l’arte della persuasione allargando la cerchia di consenso. Non dimentichiamoci delle radici tossiche, razziste, nazionaliste e colonialiste del sionismo; non dimentichiamoci che antisionismo non è assolutamente antisemitismo; non dimentichiamoci che l’ebraismo è cosa ben diversa dal sionismo; non dimentichiamoci che ci sono infinite comunità di ebrei anti-sionisti, critici del genocidio a Gaza, dell’occupazione belligerante israeliana delle terre palestinesi e dell’apartheid bianca, razzista e coloniale israeliana verso i palestinesi e le minoranza arabe. Verso queste comunità ebraiche anti-sioniste, perseguitate da Israele, dobbiamo avere solidarietà e sostegno, non dimenticando che non siamo obbligati a mostrare solidarietà laddove non c’è condivisione di valori comuni appigliandoci ad astrazioni. Come ha sottolineato il comunicato della Sez. ANPI “Orlando Orlandi Posti” III municipio Roma in dissenso al comunicato ANPI nazionale -UCEI: “La presenza degli ebrei ostili all’occupazione ed al genocidio è sempre stata gradita e richiesta nei cortei del 25 aprile. Discorso differente per una comunità ebraica filo-sionista che non ha mai dichiarato la propria ostilità verso il governo israeliano ed il suo ripudio verso il genocidio. Per quanto ci riguarda, gli “ebrei contro l’occupazione” saranno, come è sempre stato in passato, benvoluti nei cortei e parte degli stessi; i sionisti invece, che professano ideali di sterminio e conducono azioni vergognose verso il popolo palestinese, saranno sempre respinti.” Il comunicato congiunto ANPI-UCEI resta un documento ambiguo che ha lasciato allibita la base militante e chi vive il 25 aprile in prima fila, sfilando nei cortei e lavorando per costruire ogni anno la Festa della Liberazione, che in questi anni ha visto protagonista la causa palestinese, in sostegno all’autodeterminazione dei popoli, al diritto di resistenza di fronte ad una esasperante e disperata oppressione ed alla liberazione di tutti i popoli oppressi.   Ulteriori info: https://contropiano.org/news/politica-news/2026/08/03/nessun-cedimento-e-possibile-con-i-sionisti-rivolta-dei-circoli-dellanpi-sul-comunicato-congiunto-con-lucei-0197567 > Respingiamo come inaccettabile Il comunicato congiunto Anpi-Ucei https://contropiano.org/news/politica-news/2026/08/13/i-non-detti-del-comunicato-anpi-ucei-0197774 https://contropiano.org/news/politica-news/2026/07/30/la-capitolazione-dellanpi-verso-il-sionismo-a-milano-la-brigata-ebraica-ne-approfitta-subito-0197448 https://contropiano.org/news/politica-news/2026/08/10/disappunto-e-contrarieta-dellanpi-roma-per-laccordo-con-i-sionisti-0197689 > In risposta all’incontro nazionale tra ANPI e UCEI   Lorenzo Poli
August 16, 2026
Pressenza
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: conoscerla serve a difenderci
Recentemente viene citata spesso, purtroppo soprattutto nel segnalare le violazioni. In questi giorni l’ONU ha divulgato la fotografia che mostra alcuni manoscritti elaborati tra il 1945 e il 1948 e un video che spiega come è stata concepita e scritta. “Redatta da rappresentanti delle nazioni con diverse formazioni giuridiche e culturali, provenienti da tutte le regioni del mondo – evidenzia l’ONU nella pagina online in cui sono raccolti i materiali documentali e informativi – ha stabilito, per la prima volta, i diritti umani fondamentali da tutelare universalmente”. Composto dal preambolo, che specifica il contesto storico e le finalità del proclama, presupposti cui fa riferimento la Carta (Statuto) dell’ONU promulgata due anni prima, nel 1946, e sintetizza i principi etici e giuridici enunciati, e da 30 articoli che precisano i diritti individuali, civili, politici, economici, sociali e culturali riconosciuti a ciascuna persona, nessuna esclusa, e della cui tutela, o violazione, sono responsabili tutti gli Stati e ogni loro governo e istituzione, il testo è stato tradotto in 555 lingue nazionali, idiomi etnici e dialetti ed è disponibile anche nell’audio-lettura in italiano. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani fu approvata dall’Assemblea Generale con la delibera della Risoluzione A/RES/217(III)[A], votata il 10 dicembre 1948. Ad esprimersi a favore furono 48 degli allora 58 stati-membri dell’ONU: Afghanistan, Argentina, Australia, Belgio, Birmania (Myanmar), Bolivia, Brasile, Canada, Cile, Cina, Colombia, Costa Rica, Cuba, Danimarca, Ecuador, Egitto, El Salvador, Etiopia, Filippine, Francia, Grecia, Guatemala, Haiti, India, Iran, Iraq, Islanda, Libano, Liberia, Lussemburgo, Messico, Nicaragua, Norvegia, Nuova Zelanda, Olanda, Pakistan, Panama, Paraguay, Perù, Regno Unito (Gran Bretagna), Repubblica Dominicana, Siam, Siria, Svezia, Turchia, Uruguay, Venezuela e USA. Delle altre 10 delegazioni, due – Honduras e Yemen – non parteciparono alla riunione ed 8 – Arabia Saudita, Bielorussia, Cecoslovacchia, Yugoslavia, Polonia, Sud Africa, Ucraina e URSS – si pronunciarono con l’astensione. In Italia, la cui ammissione all’ONU venne decretata il 14 dicembre 1955 e ratificata con la Legge n° 848 del 17 agosto 1957 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il seguente 25 settembre, il rispetto dei diritti umani enunciati nella Dichiarazione Universale è prioritario e cogente: nell’Articolo 11 della Costituzione, in vigore dal 1° gennaio 1948, è espressamente indicato che lo Stato italiano “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo” e di recente, nel 2018, nell’introduzione al testo ufficiale della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani edito a cura dell’Ufficio comunicazione istituzionale e dell’Ufficio delle informazioni parlamentari, dell’archivio e delle pubblicazioni del Senato è stato ribadito che “Le norme che compongono la Dichiarazione sono ormai considerate, dal punto di vista sostanziale, come principi generali del diritto internazionale e come tali vincolanti per tutti i soggetti di tale ordinamento”. Maddalena Brunasti
August 10, 2026
Pressenza
Da Oppenheimer a Ulisse: il diritto internazionale che non ha retto al peso della bomba
OTTANTUNO ANNI DOPO HIROSHIMA, TRA ARMI NUCLEARI, GAZA E CRISI DELLE NAZIONI UNITE, IL CINEMA DI CHRISTOPHER NOLAN INTERROGA LA CAPACITÀ DEL DIRITTO DI CONTENERE LA FORZA. Ottantuno anni dopo Hiroshima, il modo più utile di guardare ai due ultimi film di Christopher Nolan non è chiedersi se L’Odissea sia un buon prequel o un buon sequel di Oppenheimer. È chiedersi perché, messi uno accanto all’altro, restituiscano la stessa domanda irrisolta: cosa succede quando l’ingegno umano supera la capacità del diritto di contenerlo, e a chi tocca oggi quella domanda. Oppenheimer guarda il fungo atomico nel deserto del New Mexico e riconosce di essere diventato, con le parole della Bhagavad Gita, morte e distruttore di mondi. L’Ulisse di Nolan, tornato da una guerra vinta con l’inganno del cavallo, si scopre distruttore non di un nemico ma di una civiltà intera. Ma qui il film smette di essere una metafora universale sulla tecnica e diventa, come ha notato lo studioso di letteratura Riccardo Capoferro, qualcosa di molto più preciso. Non è un caso, ha scritto Capoferro, che i greci di questa Odissea parlino un inglese americano colloquiale, che restino tali anche quando interpretati da attori inglesi, che a dare corpo a un Ulisse malinconico e tormentato sia un divo diventato icona proprio interpretando un soldato americano. Sono soldati americani travestiti da greci, e la loro Troia bruciata è la messa in scena del tramonto violento di una potenza bellicista ed espansionista che, rompendo le regole fragili pensate per contenerla, scatena il caos che poi attribuisce a un nemico immaginario: «i popoli del mare siamo noi», per usare le parole con cui Capoferro riassume il cortocircuito del film. HIROSHIMA E IL RITARDO DEL DIRITTO Quando la bomba vera, non quella del film, esplode a Los Alamos nel luglio del 1945, non esiste ancora nessuna architettura di diritto internazionale pensata per un’arma capace di cancellare una città in un lampo. La Carta delle Nazioni Unite, firmata poche settimane prima a San Francisco, parla ancora il linguaggio della guerra convenzionale che l’umanità aveva appena finito di combattere, ed entrerà in vigore solo in autunno. È lo schema che si ripete ogni volta che una tecnica nuova supera la capacità delle istituzioni di anticiparla: lo vediamo oggi con l’intelligenza artificiale, dove la corsa del legislatore europeo a inseguire sistemi che cambiano più in fretta di qualunque regolamento resta, non a caso, la cifra dell’intero dibattito sull’AI Act. Con la bomba atomica, però, quello scarto ha avuto un peso diverso, perché la posta in gioco non era la regolazione di un mercato ma la sopravvivenza della specie, e perché quel ritardo, una volta colmato sulla carta con l’articolo 11 della Costituzione italiana e con la Carta delle Nazioni Unite, avrebbe dovuto chiudersi per sempre. Il punto di questo articolo è che non si è mai davvero chiuso. DALL’IRAQ A GAZA C’è, nella lettura di Capoferro, un secondo livello che merita di essere sviluppato. L’Odisseo di Nolan, osserva ancora Capoferro, è un soldato stanco che non sa più leggere i contesti in cui si muove, incapace di distinguere tra il nemico reale e quello che la propria disgregazione interna gli fa vedere ovunque. È la stessa cecità, sostiene Capoferro, degli Stati Uniti in Iraq, dove sciogliere l’esercito di Saddam Hussein ha contribuito a far nascere l’Isis: la potenza che, credendo di eliminare una minaccia, ne genera una nuova, e attribuisce a un nemico esterno il caos che ha prodotto da sé. Non è un dettaglio da critica cinematografica. È la struttura stessa attraverso cui una potenza egemone racconta le conseguenze delle proprie scelte come se fossero fatalità esterne, sottraendole così a qualunque valutazione, anche giuridica. IL DIRITTO DEL PIÙ FORTE Letta così, la domanda che il film pone non riguarda l’umanità in astratto. Riguarda un soggetto storico riconoscibile, e riguarda il diritto internazionale che quel soggetto ha contribuito a scrivere e che oggi, con la stessa mano, sta smontando. È il tema al centro di un libro uscito proprio in queste settimane, Il diritto del più forte, del giurista Luigi Daniele (Laterza, 2026), che ricostruisce come Stati Uniti e Israele abbiano condotto negli ultimi due anni quello che Daniele chiama, senza mezzi termini, «un nuovo paradigma di violenza destituente, sia armata sia politica» contro l’ordine giuridico internazionale e le Nazioni Unite. Non un’infrazione isolata alle regole, ma un attacco alla loro stessa esistenza come vincolo per chi ha la forza di ignorarle. Se un simile paradigma si è affermato tra il 2023 e il 2025, come sostiene Daniele, l’Occidente non è rimasto spettatore ma ha scelto un campo, ed è la stessa scelta di campo che rende oggi minacciate le strutture giuridiche fondamentali delle democrazie. QUANDO LE SENTENZE NON BASTANO Non è una tesi che nasce nel vuoto istituzionale. Nel 2024 il Sudafrica ha portato Israele davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia accusandolo di violare la Convenzione sul genocidio a Gaza, e la Corte ha adottato più volte misure cautelari, riconoscendo il rischio plausibile di violazioni irreparabili dei diritti tutelati dalla Convenzione, senza che questo abbia inciso sulla condotta delle parti coinvolte né sull’appoggio militare e diplomatico che gli Stati Uniti hanno continuato a garantire. Un provvedimento della più alta giurisdizione delle Nazioni Unite reso, di fatto, ininfluente da chi quella giurisdizione dovrebbe considerare vincolante. È precisamente lo scenario che rende concreta, e non solo teorica, la tesi di un diritto internazionale sistematicamente esautorato dalla propria funzione. Ed è lo stesso disallineamento, su scala diversa, che riguarda l’arma nucleare: già nel 1996 la Corte, chiamata a pronunciarsi sulla liceità della minaccia o dell’uso delle armi nucleari, aveva riconosciuto che un simile uso sarebbe generalmente contrario ai principi del diritto internazionale umanitario, senza poter escludere in modo assoluto casi estremi di legittima difesa; un’ambiguità che i nove Stati dotati di arsenali nucleari continuano a sfruttare, ventinove anni dopo, per considerarsi al di fuori di qualunque vincolo effettivo. L’ARTICOLO 11 E IL FUTURO DEL DIRITTO Questo cambia il senso da dare al ripudio della guerra scritto nell’articolo 11 della nostra Costituzione. Nato dieci mesi dopo Hiroshima e Nagasaki, in un’architettura internazionale che si stava ancora formando attorno alla neonata Carta delle Nazioni Unite, quel principio non è mai stato accompagnato dalla sottoscrizione italiana del Trattato ONU per la proibizione delle armi nucleari, aperto alla firma nel 2017 ed entrato in vigore nel 2021. Per decenni si è potuto leggere quell’assenza come inerzia, come un ritardo nel tradurre in adesione concreta un principio già scritto, in attesa che gli Stati dotati di arsenali nucleari trovassero la via per un disarmo negoziato. Oggi, alla luce di quello che Daniele documenta e che la vicenda della Corte dell’Aia conferma, l’assenza pesa diversamente: non manca solo la firma dell’Italia su un trattato, manca un fronte occidentale disposto a difendere l’architettura giuridica che quel trattato presuppone, nel momento stesso in cui i suoi alleati più stretti la stanno smantellando pezzo per pezzo, a partire da Gaza, dove il genocidio commesso con armi americane apre, come ha ricordato lo storico Omer Bartov, la strada a nuove violenze. IL SEQUEL CHE NON VORREMMO VEDERE Ulisse, nel film di Nolan, riconosce di aver spezzato i legami fragili che tengono insieme gli uomini, e che bruciare le mura di Troia significava bruciare il mondo intero. È la stessa ammissione, spostata di ottant’anni, che il diritto internazionale sembra oggi incapace di pronunciare con altrettanta chiarezza, perché a doverla pronunciare sarebbero proprio i soggetti che quel diritto lo stanno svuotando dall’interno. Se davvero, come scriveva Pasquale Pugliese commentando lo stesso film, dobbiamo temere un sequel che non sarà cinematografico, la domanda non è più soltanto se il diritto arriverà in tempo, come non arrivò in tempo per Hiroshima. È se qualcuno, tra chi ha oggi il potere di applicarlo, abbia ancora una qualunque intenzione di lasciarlo arrivare, o se il compito di tenerlo in vita sia ormai affidato soltanto a chi lo invoca dal basso, senza il potere di farlo rispettare. Fonti * Luigi Daniele, Il diritto del più forte. La distruzione dell’ordine internazionale, Laterza, 2026 — pagina ufficiale dell’editore. Il diritto del più forte – Laterza * Corte Internazionale di Giustizia, South Africa v. Israel, misure cautelari del 26 gennaio 2024 — fonte ufficiale della Corte. South Africa v. Israel – ICJ, provisional measures * Corte Internazionale di Giustizia, ordinanza del 28 marzo 2024 — ulteriore provvedimento sulle misure cautelari. Order of 28 March 2024 – ICJ * Corte Internazionale di Giustizia, Legality of the Threat or Use of Nuclear Weapons, parere consultivo dell’8 luglio 1996 — pagina ufficiale. Legality of the Threat or Use of Nuclear Weapons – ICJ * Riccardo Capoferro, post pubblico, 6 agosto 2026. Francesco Russo
August 7, 2026
Pressenza
Terra, acqua e pace
A GESUALDO, NELLA STESSA NAVATA E A DUE GIORNI DI DISTANZA, UN FOTOREPORTER DI GAZA E LA COSTITUZIONE ITALIANA. TREDICESIMA EDIZIONE DI SAPERI & SAPORI In latino sapere significava avere sapore. Solo per estensione, poi, arrivò a significare avere discernimento: il sapiente era, in origine, colui che assaggia. Saperi e sapori sono la stessa parola separata dai secoli e una manifestazione di paese lo ricorda, nel proprio nome, da tredici anni. Quest’anno, a Gesualdo, a quelle due parole se n’è aggiunta una terza. Il simbolo dell’edizione non è una colomba e nemmeno una bandiera: è un piede scuro con, al centro, il cerchio arcobaleno della pace, accompagnato da due frasi che si completano: Ogni pace comincia da un passo e La pace comincia da noi. Il piede è la parte del corpo che tocca terra e porta il peso, ed è insieme l’organo dell’andare e quello del calpestare, dato che con lo stesso piede ci si avvicina a qualcuno e si schiaccia qualcos’altro. Non c’è nulla di angelico in un piede, ed è per questo che funziona: siamo abituati a un’iconografia della pace che vola, che è bianca e che non ha corpo. Si conosce con la lingua e si conosce con i piedi. In entrambi i casi bisogna avvicinarsi abbastanza da poter essere cambiati da ciò che si incontra. RIMUOVERE GLI OSTACOLI Domenica 2 agosto, alle sette di sera, la Chiesa di San Nicola ha ospitato l’ultimo appuntamento culturale del festival: la presentazione di Attuare la Costituzione. Oltre gli ostacoli e gli abusi del potere di Luigi de Magistris, con i saluti del sindaco Domenico Forgione e la moderazione di Antonio De Feo, in diretta su CRT Radio. Sulla locandina, sotto il titolo, una riga che vale come programma: la pace si costruisce anche attraverso i diritti. De Magistris ha richiamato il compito che il secondo comma dell’articolo 3 assegna alla Repubblica: quello di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Rimuovere è un verbo di fatica fisica e presuppone qualcuno che si avvicini abbastanza all’ostacolo da poterlo spostare. Anche questo è un passo. L’articolo 11, quello per cui l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, non è una dichiarazione di buone intenzioni ma un vincolo e, come tutti i vincoli scritti, vale quanto la nostra disponibilità a farlo valere. LA STESSA NAVATA, DUE SERE PRIMA Perché in quella navata, quarantotto ore prima, era successo qualcosa che dà alla parola diritti un peso diverso. Venerdì 31 luglio si era aperto il festival con il convegno Un passo verso la pace. Alhassan Selmi, giornalista e fotoreporter palestinese di Gaza, insignito del Premio Internazionale Colomba d’Oro per la Pace dell’Archivio Disarmo, era lì di persona, con la kefiah sulla spalla, davanti a una platea che ascoltava in silenzio, accanto alle illustrazioni di Marcella Biancaforte della mostra Be My Voice. Un diario per Gaza. Nell’ottobre del 2025 le Colombe d’Oro erano state consegnate in Campidoglio a tre giovani giornalisti gazawi: Aya Ashour, Fatena Mohanna e Alhassan Selmi. Soltanto la prima poté essere presente. Agli altri due non fu concessa l’autorizzazione a lasciare Gaza e ricevettero un premio per la pace senza poter compiere il passo che li separava da chi glielo consegnava. Chi venerdì sera era in quella chiesa stava dunque guardando un passo che, per mesi, qualcuno aveva impedito. Non un’immagine della pace, ma un uomo arrivato fin lì con le scarpe consumate, che avrebbe potuto benissimo non arrivarci mai. Fuori, a poche decine di metri, c’erano i concerti, trenta stand enogastronomici e più di cento espositori. QUELLO CHE NON SI PUÒ RECINTARE Terra, acqua, aria. Sono i beni che non si comprano, non si recintano e non si bombardano senza che qualcuno perda la vita, e sono esattamente ciò che una guerra toglie per primo: la terra da coltivare, l’acqua da bere, l’aria da respirare. Un festival che mette insieme i sapori di un territorio e la testimonianza di chi quei tre beni li ha visti distruggere non sta accostando due cose lontane: ne sta nominando una sola. Ora le luci arcobaleno sui palazzi si sono spente e il borgo riprenderà il ritmo di un paese dell’Irpinia interna. Resta una chiesa che, in tre giorni, ha ospitato Gaza e la Costituzione, e la domanda che il piede lascia a chi lo ha guardato. Fonti * Associazione Kaos * Archivio Disarmo – Premio Colomba d’Oro per la Pace * PaperFIRST – “Attuare la Costituzione” di Luigi de Magistris * Comune di Gesualdo Saperi & Sapori, XIII edizione, “Peace”. Gesualdo (AV), 31 luglio – 2 agosto 2026. Associazione Kaos, con il patrocinio del Comune di Gesualdo. Stefania De Giovanni
August 3, 2026
Pressenza
700 militari italiani nel Golfo Persico: così il governo ha aggirato il Parlamento
Per mesi agli italiani è stata raccontata solo una parte della storia. Nelle deliberazioni sul Decreto Missioni e nelle comunicazioni del Ministero della Difesa, la presenza italiana nel Golfo Persico è stata descritta come un’attività di assistenza e protezione del personale e dei cittadini italiani presenti nell’area. Oggi, però, il quadro che emerge è molto diverso e apre una questione politica e istituzionale che non può essere ignorata. Secondo le informazioni disponibili, l’Italia ha schierato fino a 700 militari tra Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. Il Ministero della Difesa conferma una Task Force Air composta da circa 400 militari dell’Aeronautica, con caccia Eurofighter, un velivolo radar, sistemi anti-drone e sistemi di difesa aerea. A questo dispositivo si aggiungerebbe, secondo altre fonti, un contingente terrestre di circa 300 militari dislocato negli stessi Paesi del Golfo. Nel complesso, non si tratta di una presenza simbolica né di un semplice supporto logistico, ma di uno dei più consistenti schieramenti militari italiani degli ultimi anni in una delle aree più instabili e militarizzate del pianeta. Ma il punto centrale non è soltanto questo. La questione più grave riguarda il modo in cui il Parlamento è stato chiamato a pronunciarsi. Le Camere non hanno mai discusso apertamente né votato uno schieramento di queste dimensioni. Hanno autorizzato missioni descritte con formule generiche, senza che l’effettiva consistenza del contingente e il suo ruolo operativo diventassero oggetto di un confronto politico trasparente. Secondo il ministro Guido Crosetto tutta la documentazione era a disposizione del Parlamento, ma questa spiegazione lascia aperta una domanda semplice: se le informazioni erano davvero così chiare, perché cittadini, mezzi d’informazione e gran parte degli stessi parlamentari hanno compreso la reale portata della missione solo mesi dopo, grazie alle ricostruzioni giornalistiche? È qui che si concentra il problema. Una democrazia parlamentare non vive soltanto del rispetto formale delle procedure. Il Parlamento può esercitare davvero il proprio ruolo solo se viene messo nelle condizioni di deliberare con piena consapevolezza. Se una decisione destinata a incidere sulla politica estera, sulla sicurezza nazionale e sul possibile coinvolgimento dell’Italia in un teatro di guerra viene presentata con formule che ne attenuano la reale portata, il controllo democratico perde gran parte del suo significato. E tutto questo avviene mentre il Medio Oriente attraversa una delle fasi più drammatiche degli ultimi decenni. Il genocidio a Gaza, le tensioni tra Israele e Iran, gli attacchi alle rotte commerciali e il crescente riarmo della regione rendono il Golfo uno dei punti più pericolosi del pianeta. In questo contesto, rafforzare la presenza militare italiana con caccia, sistemi radar e difese antiaeree rappresenta una scelta politica di enorme rilevanza, che avrebbe dovuto essere sottoposta a un confronto parlamentare pieno, esplicito e trasparente. C’è poi un altro aspetto che riguarda direttamente la vita quotidiana degli italiani. Ogni aumento della tensione nel Golfo si riflette sul prezzo dell’energia. Crescono il costo del petrolio, del gas, dei carburanti e, di conseguenza, le bollette e il costo della vita. Intanto continuano ad aumentare le risorse destinate alla spesa militare, mentre sanità, scuola, trasporto pubblico e welfare continuano a fare i conti con finanziamenti insufficienti. Resta infine il nodo costituzionale. L’articolo 11 della Costituzione non è una formula di principio né una dichiarazione simbolica. È uno dei cardini della Repubblica e stabilisce che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Proprio per questo il modo in cui il governo ha portato questa decisione in Parlamento assume un significato che va ben oltre il profilo procedurale. Se il dispiegamento di un dispositivo militare fino a 700 uomini, con caccia, sistemi radar e difesa antiaerea nel cuore della più grave area di crisi internazionale fosse stato ritenuto pienamente coerente con l’articolo 11, non ci sarebbe stato alcun motivo di attenuarne la portata attraverso formule generiche di “assistenza”, “supporto” e “tutela”. Il fatto stesso che si sia scelto di rappresentare la missione in termini così riduttivi dimostra quanto fosse difficile sostenerne apertamente la compatibilità con il principio costituzionale del ripudio della guerra. Il governo deve tornare immediatamente in Parlamento, non per chiedere una sanatoria politica di una decisione già assunta, ma per assumersene fino in fondo la responsabilità davanti al Paese. Deve spiegare perché abbia scelto di rappresentare una missione di questa portata attraverso formule che ne attenuavano la reale natura e riconoscere che il Parlamento è stato chiamato a deliberare senza essere posto nelle condizioni di valutare pienamente la scelta che stava autorizzando. Ma soprattutto il governo deve trarne le conseguenze politiche: interrompere ogni ulteriore coinvolgimento militare dell’Italia nell’area e disporre il rientro del contingente. Una decisione che contrasta con il principio del ripudio della guerra sancito dall’articolo 11 della Costituzione non può essere semplicemente riproposta con una diversa procedura parlamentare. Deve essere rimossa. Perché quando sono in gioco la pace e la guerra, la trasparenza non è un dettaglio procedurale. È la condizione minima perché il Parlamento possa esercitare il proprio ruolo e i cittadini possano giudicare consapevolmente le scelte compiute in loro nome. Ma la trasparenza, da sola, non basta. Se per ottenere un’autorizzazione parlamentare è necessario attenuare o mascherare la reale portata di una missione militare, il problema non è soltanto il metodo. È la scelta politica stessa. E quando quella scelta si pone in contrasto con il principio del ripudio della guerra sancito dall’articolo 11, non è sufficiente correggere la procedura: occorre cambiare la decisione. Giovanni Barbera
July 31, 2026
Pressenza
Una Repubblica per la pace e l’inclusione
Come ogni anno il 2 giugno, la festa della Repubblica, è l’occasione per riflettere sul percorso che ha portato l’Italia fuori dalla guerra e dal fascismo verso la democrazia. Gli ottant’anni del referendum costituzionale sono un’opportunità ulteriore che ci porta a ribadire una volta di più come il 2 giugno debba essere una festa di popolo e non delle forze armate. La parata militare, ancorché accompagnata da rappresentanze della società civile, tradisce lo spirito e la lettera della Costituzione della Repubblica che è “fondata sul lavoro” (art 1) che è “ripudia la guerra” (art. 11). È tempo di mettere al centro del nostro sistema democratico le cittadine e i cittadini che “hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione” (art. 3) di alcuna natura non solo per il tempo di una parata o di una festa, ma per la costruzione di una società libera e democratica. Nel tragico scenario internazionale di guerre e violenze è tempo di dare alla società la sicurezza del tempo di pace senza corsa al riarmo, necessaria premessa di nuove guerre, ma con il frutto del lavoro di ciascuna e ciascuno rivolto al benessere collettivo. Anche per questo ci siamo fatti promotori con altre realtà della società civile di una proposta di legge di iniziativa popolare per la Difesa civile non armata e nonviolenta. Pensiamo a una difesa che non crei nemici immaginari, ma che protegga contro l’ignoranza, l’esclusione, lo sfruttamento, l’offesa alla dignità, all’ambiente e alla diversità. Come associazione interconfessionale per la pace, il CIPAX esprime la propria gioia per la ricchezza della diversità delle fedi presenti in Italia. Questa diversità non costituisce alcuna minaccia, ma una straordinaria occasione per condividere valori, spiritualità, momenti di incontro finalizzati a una società più libera e inclusiva. CIPAX, centro interconfessionale per la pace – APS Via Ostiense, 152B– 00154 Roma segreteria@cipax-roma.it www.cipax-roma.it www.facebook.com/CIPAX   Redazione Italia
June 2, 2026
Pressenza
La Repubblica in armi
La Costituzione ripudia la guerra, la politica celebra gli eserciti. Tra guerre, riarmo e genocidi, il 2 giugno viene piegato a celebrazione della forza militare. La Repubblica nata dalla Resistenza …