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“Io mi sento a casa quando”: ecco perché bisogna cambiare la narrazione sulle persone migranti
È il momento di cambiare la visione delle persone con fragilità o con background migratorio. È questo l’obiettivo di IMpatto Inclusivo, da perseguire attraverso una narrazione differente. Punto di partenza, un video dal titolo “Io mi sento a casa quando”. Quando si parla di migrazioni, la mente attiva subito dei pre-concetti, degli stereotipi e delle posizioni preconfezionate che, qualunque sia la propria posizione sul tema, generano una percezione distorta, che categorizza e limita milioni di esseri umani in un cliché finendo con il cancellare la loro identità. Se questo è vero in generale, lo è ancor di più in luoghi che spesso assurgono alle cronache. Un esempio è quello del confine di Ventimiglia, la provincia di Imperia, i flussi raccontati come emergenza, i volti che diventano simboli di dolore, di pericolo e che magari vengono strumentalizzati in un verso o nell’altro da questo o quel politico. Nel tempo queste rappresentazioni si sono sedimentate fino a trasformarsi in una lente stabile attraverso cui leggere ogni percorso individuale, ogni mondo interiore. Dentro questo paesaggio simbolico si colloca IMpatto Inclusivo, una rete di realtà del territorio nata nel quadro del programma Territori Inclusivi della Fondazione Compagnia di San Paolo. Per diciotto mesi il progetto ha lavorato su ambiti concreti come casa, lavoro, orientamento e benessere, costruendo percorsi di accompagnamento per persone con fragilità e background migratorio. Accanto alla dimensione operativa, la rete ha scelto di intervenire su un piano meno consueto nei progetti sociali: quello della narrazione. A coordinare IMpatto Inclusivo è Anna Fraioli, progettista sociale attiva da anni nella provincia di Imperia. Quando le chiedo cosa significhi cambiare narrazione, risponde così: «Significa lavorare per cambiare la visione delle persone con fragilità o con background migratorio nel nostro contesto». Il contesto è quello imperiese, fatto di piccoli centri e relazioni ravvicinate. Per Fraioli il punto è spostare lo sguardo dalla figura del “ragazzo che arriva col barcone” verso la persona nella sua interezza. Una persona con competenze, desideri, potenzialità, capace di contribuire alla vita collettiva. Nei primi mesi la rete ha attraversato un percorso di formazione e capacity building proprio su questo tema. Per il territorio si è trattato di un passaggio nuovo. Operatrici e operatori abituati a lavorare sull’inclusione hanno iniziato a interrogarsi sul linguaggio, sulle immagini utilizzate, sui sottintesi che accompagnano anche la comunicazione quotidiana. «È un processo difficile – racconta Fraioli – perché la narrazione è intrinseca in ognuno di noi». Anche chi opera con intenzioni di cura può scivolare in una distinzione implicita tra chi aiuta e chi viene aiutato. La sorpresa è arrivata proprio da questa presa di coscienza. «Ci siamo accorti che esiste questo pensiero stereotipato che crea una distinzione fra noi e loro». Da qui si è aperto un lavoro di riallineamento. La fragilità viene riconosciuta come una condizione che attraversa una fase della vita, mentre l’identità della persona resta più ampia, fatta di risorse, aspirazioni, capacità di generare valore per il territorio. Cambiare narrazione significa far emergere storie che normalmente non vengono raccontate e scegliere con attenzione il modo con cui farle conoscere Il tema della narrazione, in questo quadro, assume una dimensione politica nel senso più concreto del termine. La Fondazione Compagnia di San Paolo insiste su questo aspetto dentro Territori Inclusivi perché le politiche sociali agiscono dentro un immaginario collettivo già formato. Se quell’immaginario è rigido, ogni intervento rischia di essere percepito come concessione o come costo. Se l’immaginario si apre, le stesse azioni vengono lette come investimento comune. Lavorare sulle parole significa intervenire su quella infrastruttura invisibile che orienta le decisioni pubbliche e le relazioni quotidiane. Nel Ponente ligure questo passaggio assume un peso particolare. Il confine ha reso il territorio un luogo simbolico nel racconto nazionale delle migrazioni. Intervenire qui sulla narrazione significa misurarsi con immagini forti e radicate. La rete ha scelto di farlo a partire dall’esperienza concreta delle persone, cercando di tenere insieme dimensione materiale e dimensione culturale. Il video “Io mi sento a casa quando”, realizzato al termine dei diciotto mesi di progetto, raccoglie questa traiettoria. Le testimonianze mostrano storie diverse che convergono su elementi comuni: casa, lavoro, famiglia, benessere mentale, integrazione nel territorio. «Ognuno ha la sua storia e il suo background – spiega Fraioli – ma mettendole vicine sono molto simili». Il bisogno di stabilità come individuo nel mondo attraversa chi arriva da altri Paesi e chi vive da sempre nella provincia di Imperia. Il lavoro sulla narrazione si intreccia anche con la comunicazione verso l’esterno, soprattutto nel rapporto con gli enti pubblici. Qui la sperimentazione è solo all’inizio. Tradurre un cambio di sguardo in pratiche istituzionali richiede continuità e coerenza. La narrazione orienta le priorità, definisce le categorie con cui si leggono i fenomeni, incide sulle scelte. Tutte le esperienze coinvolte in IMpatto Inclusivo indicano che la realtà è più articolata rispetto alla rappresentazione polarizzata che domina nel dibattito pubblico. Le persone cercano condizioni di vita dignitose, relazioni significative, possibilità di partecipazione. La rete ha lavorato su questi ambiti in modo integrato, costruendo connessioni che tengono insieme servizi, accompagnamento e riconoscimento reciproco. Cambiare narrazione significa allora far emergere storie che normalmente non vengono raccontate e scegliere con attenzione il modo con cui farle conoscere. Significa far emergere punti di contatto che permettono a chi ascolta di riconoscersi. In quel riconoscimento si gioca una parte della coesione sociale a cui mira Territori Inclusivi. Come abbiamo riassunto alla fine del video che accompagna questo articolo, “la casa non è un luogo. È qualcosa che costruiamo insieme”. E allora costruiamola questa casa, mattone dopo mattone. Italia che Cambia
March 11, 2026
Pressenza
Impatto Inclusivo: nel Ponente ligure le storie che il confine non racconta
Nel Ponente ligure la migrazione è una presenza quotidiana, spesso invisibile. Impatto Inclusivo nasce per rispondere ai bisogni concreti di persone migranti e fragili, ma anche per cambiare lo sguardo con cui il territorio si racconta.   Vivo nel Ponente ligure, non lontano da Imperia e da Ventimiglia, eppure quando sento parlare di migranti respinti al confine, di situazioni di disagio, di caporalato, ho spesso la sensazione di non conoscere davvero il mio territorio, né le vite che lo attraversano. Come se tutto questo accadesse altrove, pur avvenendo a pochi chilometri da casa.   Per questo, quando mi sono trovato a raccontare Impatto Inclusivo, un progetto promosso all’interno del bando Territori Inclusivi, sono stato contento di poter finalmente toccare con mano – almeno assaggiare – una parte di questo mondo. A farmi da guida sono state Anna Fraioli, coordinatrice del progetto, la sua collega Giorgia Saglietto e Giuliana Checa, parte della rete di Impatto Inclusivo, che mi hanno accompagnato alla scoperta di scuole di italiano per migranti, panifici di montagna, centri di accoglienza straordinaria, progetti artistici, residenziali e di inclusione diffusi tra costa ed entroterra. Impatto Inclusivo nasce circa diciotto mesi fa da un’esigenza semplice e insieme ambiziosa: dare risposte concrete a giovani migranti e persone con fragilità che vivono nella provincia di Imperia. «Ci siamo incontrati come enti – racconta Anna Fraioli – e abbiamo deciso di sviluppare una progettazione che seguisse i vari ambiti della vita. Quelli che aiutano davvero le persone a vivere bene». Supporto alla persona e al benessere psicologico, casa, lavoro, contrasto alla povertà estrema, spazi di socialità: interventi solo apparentemente slegati tra loro ma in realtà parti di un ecosistema pensato per accompagnare le persone nella loro quotidianità. La rete che sostiene il progetto è composta da sedici enti, di cui due pubblici. Coordinarli non è stato semplice, ma proprio da questa complessità è nato qualcosa di nuovo. «La cosa più bella – dice Fraioli – è stata vedere nascere scambi reali tra enti che prima non collaboravano. Hanno iniziato a organizzare insieme giornate di gioco, laboratori di informatica, attività di panificazione. Hanno fatto rete, davvero». Un lavoro che ha superato i confini dei centri principali, come Imperia e Sanremo, arrivando anche nei borghi dell’entroterra portando attività e relazioni dove spesso non arrivano. Un ruolo centrale lo hanno avuto gli sportelli MigraPoint di Imperia e Sanremo, luoghi riconosciuti come punti di orientamento e aiuto: supporto burocratico, accompagnamento al lavoro, consulenze psicologiche individuali e di gruppo, laboratori di arteterapia. Tutte iniziative gratuite, pensate per abbattere barriere e facilitare l’accesso ai servizi essenziali. Un evento di Impatto Inclusivo a Villa Nobel a Sanremo Un’iniziativa parallela altrettanto interessante è quella del Ludobus, lanciata dalla cooperativa L’Ancora e dall’associazione Ludo Ergo Sum. Si tratta di un pulmino che contiene tanti giochi creati a mano dagli operatori degli enti – giochi di legno, da tavolo e altri oggetti ludici. Il Ludobus gira per strade e piazze dei paesini dell’entroterra e dell’area costieri a fare giochi: il mezzo si parcheggia e gli operatori e le operatrici si mettono in piazza, tirano fuori il materiale e fanno giornate libere di gioco. L’iniziativa è partita diversi anni fa ed è stata inclusa nel progetto da maggio 2023. Ma Impatto Inclusivo non si limita a rispondere ai bisogni materiali. Lavora anche e forse soprattutto sull’immaginario. «L’immigrazione non è solo una questione negativa», racconta Marco Moraglia, coordinatore del CAS per l’Associazione Centro Ascolto Caritas di Sanremo. «Queste persone hanno volti, storie, percorsi. Noi, lavorando nei centri di accoglienza, vediamo una rinascita che fuori non si racconta mai». Nel Ponente ligure il confine è una presenza costante. Ventimiglia resta una ferita aperta: persone bloccate, respinte, in transito continuo. Molte arrivano nei centri di accoglienza dopo aver perso riferimenti culturali, linguistici, affettivi. «È come arrivare da Marte», spiega Moraglia. «Ricostruirsi da adulti, senza la propria lingua, la propria musica, le proprie relazioni, è qualcosa di difficilissimo». Da qui l’importanza di un lavoro quotidiano di mediazione culturale, fatto di vicinanza, ascolto, accompagnamento e… musica! Tra i progetti attivati infatti ce n’è anche uno che mette al centro il canto e la musica, sviluppato insieme ad A.N.F.F.A.S. Imperia. La musica non è stato un caso isolato. All’interno di Impatto Inclusivo, uno degli strumenti più potenti è l’uso dell’arte come linguaggio universale. Nei percorsi di arteterapia rivolti ai ragazzi richiedenti asilo, il disegno, l’argilla, la costruzione manuale hanno permesso di far emergere emozioni e traumi senza passare dalle parole. «È il modo più immediato per liberare ciò che hanno dentro», racconta Moraglia. Da quei lavori sono nate mostre, incontri nelle scuole, momenti di confronto con bambini e ragazzi italiani, in cui i quadri diventavano il punto di partenza per raccontare storie e vite. La sensibilizzazione è forse il lascito più politico del progetto. Eventi come quello ospitato a Villa Nobel, a Sanremo, hanno cambiato la narrazione consueta: non conferenze “sui migranti”, ma spazi condivisi, belli, partecipati. «Eravamo quasi trecento persone – ricorda Moraglia –, metà italiane e metà migranti. Apparentemente due mondi lontani, in realtà una comunità che si riconosce». A volte però il senso di un lavoro emerge nei dettagli. Come quando una ragazza nigeriana, accolta anni prima dal centro, torna con un metro da sarta in mano per prendere le misure agli operatori: sta per sposarsi e vuole confezionare a tutti lo stesso abito per il matrimonio. Un gesto semplice, carico di significato. Una casa ricostruita, una rete che tiene. Raccontare Impatto Inclusivo significa allora raccontare un territorio che prova a guardarsi senza scorciatoie, mettendo al centro relazioni, dignità e possibilità. E forse, per chi vive qui, significa anche iniziare a conoscere davvero le vite che lo attraversano. Articolo realizzato con il contributo di Campo delle Fragole.   Italia che Cambia
January 22, 2026
Pressenza