Biella: “facciamo che fare” giustizia
Il Sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro è figlio di questa città, lo
stesso capoluogo della Provincia in cui abito. Posso dirvi il clima che si
respira: quello di una cittadina che spesso si trova all’onore delle cronache
per fatti o polemiche curiosi e poco edificanti.
Penso alla polemica con Zerocalcare per la serie Strappare lungo i bordi. Quale
l’offesa di cui si è macchiato il fumettista? Quella di aver dipinto Biella come
una città che ti mangia per il senso di vuoto che emana. Ma Zero Calcare ha solo
rappresentato ciò che gli hanno descritto amici e conoscenti: una città con
un’anima industriale importante ma decaduta, avvolta nella nebbia e con una vita
sociale che spesso sembra inesistente.
So però che non affrontare un fatto grave come quello su cui voglio scrivere è,
per la città dove “faccio che fare” molte delle mie attività, una rimozione
complice.
E allora vi racconto di Augusto Festa Bianchet. Nella notte tra il 22 e il 23
febbraio 2002, Augusto, che all’epoca aveva 51 anni, fu brutalmente pestato
mentre cercava riparo sotto i portici di Piazza Vittorio Veneto, nel cuore di
Biella. Non fu il freddo a ucciderlo, ma la violenza cieca di chi lo colpì
ripetutamente. Dopo il massacro, Augusto lottò tra la vita e la morte per oltre
tre settimane presso l’Ospedale degli Infermi. Il suo cuore smise di battere il
18 marzo.
Augusto era un uomo che aveva scelto di vivere ai margini, privo di beni
materiali ma non di dignità. La sua morte non fu un incidente, ma il risultato
di un’aggressione brutale che scosse la città, portando anni dopo alla proposta
di una lapide in suo onore come monito contro l’indifferenza e la barbarie.
Bene, a parte poche e cocciute persone che lo ricordano, la città l’ha rimosso.
E lo ha fatto per quel falso perbenismo che permette ai Delmastro di prosperare.
Mi riferisco alle spifferate su cui un sottosegretario alla Giustizia dovrebbe
essere riservato, ai silenzi se non all’omertà sugli spari a Capodanno e,
infine, alla controversa vicenda di una partecipazione societaria in un
ristorante romano con la figlia di un soggetto coinvolto in gravi vicende
giudiziarie.
Beh, Biella non è solo questa impunità e tristezza. È il posto dove è arrivata
per prima la rivoluzione industriale in Italia; la chiamavano la Manchester
italiana. È il posto dove fu firmato un accordo sindacale che parificava il
salario delle donne e degli uomini, ed era il 1943.
Non tutti i giovani scappano: ce ne sono a Biella che si occupano degli altri.
C’è chi, come la consigliera Sara Novaretti, ha portato il ricordo di Augusto
fin dentro l’aula del Consiglio Comunale, rompendo quel muro di silenzio
istituzionale che durava da troppo tempo. E poi è andata a pulire quella targa
sporca e dimenticata. Un gesto che dice: “Noi non dimentichiamo”.
C’è un terreno fertile per la solidarietà, il mutualismo e il volontariato; una
fitta rete di associazioni, produttori locali e fondazioni che sta costruendo un
futuro per questo territorio, integrando città, campagna e montagna.
Amici biellesi, smettiamo di farci ridicolizzare da personaggi dubbi, alziamo la
testa e riscattiamo questo territorio. Lo dice un biellese nato a Milano, venuto
in questo territorio per scelta e non per trovarci il luogo di sperimentazione
del nuovo autoritarismo italico.
Ettore Macchieraldo