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L’importanza di riconoscere le vittorie dei popoli
RAÚL ZIBECHI HA SCRITTO UN ALTRO ARTICOLO SULLA PROTESTA CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DEI FIUMI IN BRASILE, SEGNALATA SU COMUNE IL 24 FEBBRAIO. NON SOLO PERCHÉ, IN UN TEMPO DI ANGOSCE, SI TRATTA DI UNA STRAORDINARIA VITTORIA DAL BASSO CONTRO UNA DELLE PIÙ GRANDI MULTINAZIONALI DEL MONDO, LA CARGILL, E CONTRO UN GOVERNO PROGRESSISTA COME QUELLO DI LULA, MA PERCHÉ, COME ALTRE VITTORIE DELLE COMUNITÀ INDIGENE E NERE VENGONO IGNORATE O SOTTOVALUTATE. DEL RESTO È STATA PRIMA DI TUTTO UNA LOTTA CONTRO IL CAPITALISMO, MA OGGI, SCRIVE ZIBECHI, LA TENSIONE ANTICAPITALISTA SI È RIFUGIATA NEI POPOLI DEL COLORE DELLA TERRA, NEI CONTADINI E NELLE PERIFERIE URBANE, COLORO CHE FANON DEFINIVA “I DANNATI DELLA TERRA”. INOLTRE, L’AZIONE DIRETTA DI QUELLE COMUNITÀ È STATA GUIDATA DA GIOVANI, CON UNA PARTECIPAZIONE FORTE DELLE DONNE: NONOSTANTE LE NEGAZIONI, LA SINISTRA È DIVENTATA OVUNQUE PATRIARCALE E ISTITUZIONALIZZATA. INFINE, È EVIDENTE CHE ANCHE MOLTI DI COLORO CHE PARLANO CONTINUAMENTE DI PENSIERO CRITICO FANNO ANCORA FATICA A GUARDARE OLTRE LO STATO, E NON SANNO RICONOSCERE CHI È CAPACE DI CAMBIARE IN PROFONDITÀ LE RELAZIONI SOCIALI Foto: @Tukuma_pataxo per APIB / Articulação dos Povos Indígenas do Brasil -------------------------------------------------------------------------------- Mi ha sempre colpito il fatto che qualsiasi sciopero dei lavoratori, da quelli che chiedono salari più alti a quelli che cercano di impedire una serrata, domini i titoli dei media progressisti e di sinistra, e a volte persino dei media mainstream, mentre le vittorie delle comunità indigene e nere vengono ignorate. Qualcosa di simile è accaduto di recente in Brasile, con l’impressionante mobilitazione di quattordici comunità lungo le rive del fiume Tapajós. Sono riuscite a impedire la privatizzazione di tre importanti fiumi amazzonici (il Tocantins, il Madeira e il Tapajós), dove erano previsti dragaggi e la costruzione di porti e terminal merci per trasformarli in corsi d’acqua. È stata una vittoria contro una delle più grandi multinazionali del mondo, la Cargill, e contro un governo progressista come quello di Lula da Silva. Dopo un accampamento durato un mese davanti al terminal della multinazionale, e dopo che erano state indette manifestazioni in tutte le principali città a sostegno delle comunità, il governo ha ritirato il decreto che autorizzava i lavori. A sostegno della popolazione, si sono mobilitati piccoli gruppi di solidarietà, ambientalisti, libertari, donne e giovani anticapitalisti e una vasta gamma di collettivi locali sparsi in tutto il paese, scarsamente coordinati e operanti al di fuori delle principali burocrazie sindacali, dei partiti politici e dei movimenti sociali più ampi. Vorrei offrire alcune riflessioni preliminari per spiegare sia l’assenza del sindacato centrale e del movimento dei lavoratori senza terra, sia la scarsa attenzione data a questa straordinaria lotta dai media di sinistra. Il primo punto è che si è trattato di una lotta contro il capitalismo, in prima linea, dove il sistema avanza con maggiore forza. La lotta contro il capitalismo non gode di grande sostegno al momento, forse perché la sinistra e i movimenti a essa affiliati cercano solo una posizione comoda all’interno del sistema, avendo abbandonato ogni desiderio di trascenderlo. In altre parole, la tensione anticapitalista si è rifugiata nei popoli del colore della terra, nei contadini e nelle periferie urbane, coloro che Fanon definiva “i dannati della terra”. Non sono ambientalisti in senso stretto, ma piuttosto lottano per la vita contro la morte, per evitare di scomparire come popoli inghiottiti dal progresso. Il secondo punto è che si tratta di popoli non bianchi, non urbani, non istituzionalizzati, non protetti da grandi burocrazie. Questo rivela la natura coloniale e razzista di quasi tutti i movimenti di sinistra e dei “grandi” movimenti. Alcuni hanno offerto solo una semplice nota di sostegno, quando sfamare e sostenere 600 persone per 33 giorni avrebbe richiesto un ampio movimento di solidarietà. Sono state le comunità stesse a sostenersi in quel periodo, utilizzando tutte le risorse necessarie per un accampamento di grandi dimensioni, lontano dalle loro case. Non dovrebbe sorprendere che la sinistra sia razzista, ma è esasperante che parli con eloquenza contro la destra e poi non riesca a mobilitare le sue enormi risorse per sostenere le lotte che cercano davvero di frenare il capitalismo. Una terza questione è legata all’azione diretta, guidata dai giovani, con una partecipazione particolarmente forte delle donne. Nonostante le loro negazioni, la sinistra è diventata profondamente patriarcale e istituzionalizzata. Idolatra leader come Lula e non trova modelli di riferimento tra la gente, perché quest’ultima è guidata dalla comunità e avversa all’individualismo, sebbene a volte alcuni imitino la leadership del sistema e cerchino di riprodurla. Il capitalismo è proprio questo: ha articolato razzismo e patriarcato per cinque secoli. Ciò che è doloroso è che così tante persone siano ingannate da questi esponenti della sinistra, da questi movimenti e da questi intellettuali che si sono integrati nel sistema ma mantengono un discorso “critico”. Si definiscono femministe e difensori del dissenso, ma lo fanno per rafforzare il dominio. Dovremmo concludere con un riferimento al pensiero critico. È così addomesticato che non riesce a guardare oltre lo Stato, dando priorità agli interessi nazionali rispetto all’oppressione di classe, colore della pelle e genere. È diventato parte del sistema, che lo usa per domare le lotte e reprimere la resistenza. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su Desinformemonos -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’importanza di riconoscere le vittorie dei popoli proviene da Comune-info.
March 10, 2026
Comune-info
Giù le armi, Leonardo
QUELLO DEL 27 MARZO, PRESSO IL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA, È UN ATTO CHE INTERROGA NON SOLO UN GIUDICE, MA LA POLITICA ISTITUZIONALE, L’INTERA CLASSE INDUSTRIALE, ANCHE I LAVORATORI DELLA LEONARDO SPA, MULTINAZIONALE CONTROLLATA DALLA STATO ITALIANO NOTA PER LE SUE ARMI UTILIZZATE, TRA L’ALTRO, NEL GENOCIDIO A GAZA -------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Mentre la guerra, con l’unilaterale attacco all’Iran da parte di Israele e Usa in totale violazione del diritto internazionale, fa un drammatico salto di qualità, diventando dimensione pervasiva delle nostre vite e della nostra società, un piccolo ma importante granello di sabbia prova a incepparne gli ingranaggi. Si terrà il prossimo 27 marzo, presso il Tribunale civile di Roma, la prima udienza relativa all’atto di citazione notificato a Leonardo spa e allo Stato italiano da una cittadina palestinese, che nei bombardamenti contro Gaza ha perso tutta la propria famiglia, e dalle associazioni A Buon Diritto, Acli, Arci, AssoPace-Palestina, Attac Italia, Pax Christi e Un Ponte Per. Leonardo spa è un’azienda controllata dallo Stato italiano, che detiene il 30,2% delle azioni, mentre tra i soci privati figurano gli onnipresenti grandi fondi finanziari come Blackrock e Vanguard. Si tratta di una multinazionale con oltre 60mila dipendenti che operano in Italia (60%), in Gran Bretagna (15%), negli Stati Uniti (13%), in Polonia (5%), mentre il restante 7% opera nel resto del mondo (fra cui Israele). Con questo atto – un inedito che potrebbe costituire un importante precedente – si chiede che vengano dichiarati nulli i contratti stipulati da Leonardo Spa e sue controllate con lo Stato di Israele, relativamente alla vendita e alla fornitura di armi all’IDF, le forze armate dello Stato d’Israele. Israele, da decenni, è responsabile di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani, non solo a Gaza dove quanto compiuto è stato qualificato come genocidio dalla Corte Internazionale di Giustizia, ma in tutta la Cisgiordania e a Gerusalemme. Secondo quanto denunciato dalle associazioni ricorrenti, la vendita e la fornitura di armi a Israele da parte di Leonardo è in contrasto: con l’articolo 11 della Costituzione, perché Israele sistematicamente usa la guerra come strumento di oppressione nei confronti di un popolo – quello palestinese – e come strumento di risoluzione delle controversie internazionali; con la legge n. 185 del 1990, nella parte in cui vieta la vendita “a paesi le cui politiche sono in contrasto con i principi dell’articolo 11 della Costituzione” e “a paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali sui diritti umani, accertate dagli organi competenti delle Nazioni Unite”; con il Trattato sul Commercio delle Armi dell’ONU (ATT); con quanto previsto nei Codici Etici e negli strumenti di due diligence della stessa Leonardo. Mentre la guerra imperversa e i listini di borsa delle industrie degli armamenti salgono alle stelle, questo atto, portato avanti da una semplice dottoressa palestinese e da alcune associazioni della società civile, può apparire velleitario. Ma è un atto che interroga non solo un giudice che darà le pertinenti risposte, ma un’intera classe politica, che oggi non solo collabora alle violazioni del diritto internazionale, bensì vuole cambiare la legge 185/90 sul commercio delle armi, e un’intera classe industriale che, nonostante le oceaniche piazze per Gaza dello scorso autunno, continua a riconoscersi nelle agghiaccianti parole di Roberto Cingolani, scienziato e Ceo di Leonardo spa, quando dice: “Il mercato risponde bene quando ci sono più di sessanta conflitti nel mondo. Noi abbiamo fatto del nostro meglio per cogliere le opportunità”. “La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire” è una famosa frase di Albert Einstein, scienziato di ben altra levatura, non solo per gerarchia di meriti scientifici, ma per il suo profondo ancoraggio a quel “restiamo umani”, che accomuna quanti nelle piazze odierne combattono i re e le loro guerre. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su sito di Attac Italia e su il manifesto -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Giù le armi, Leonardo proviene da Comune-info.
March 9, 2026
Comune-info
Voi fate la guerra, noi la rivoluzione – di Rosella Simone
La chiamavano “diplomazia coercitiva”, i saltimbanchi della parola. Adesso iniziano capire che è guerra e si arrampicano sui vetri. La realtà si corrompe sotto le interpretazioni fantasiose dei commentatori affaticati a blandire chi vorrebbe proclamarsi il padrone del mondo: gli Stati uniti e i suoi soci feroci, Israele che vuole conquistare un suo piccolo [...]
March 6, 2026
Effimera
Trump, il glifosato come arma di guerra
UN NUOVO ORDINE ESECUTIVO DI TRUMP – APPROVATO MENTRE VENIVANO LUCIDATE LE BOMBE DA SCAGLIARE CONTRO BAMBINE E BAMBINI IN IRAN – HA DICHIARATO IL PESTICIDA GLIFOSATO E IL FOSFORO ELEMENTI DI SICUREZZA NAZIONALE. IL LORO ACCESSO E LA LORO PRODUZIONE SONO ORA UNA QUESTIONE MILITARE: DI FATTO VIENE GARANTITA LA CONTINUITÀ D’USO, MALGRADO SIANO PROLIFERATI GLI AUTOREVOLI STUDI CHE DIMOSTRANO I NUMEROSI RISCHI E DANNI CAUSATI DAL GLIFOSATO. LA MULTINAZIONALE BAYER RINGRAZIA pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Il 18 febbraio 2026, un nuovo ordine esecutivo di Trump ha dichiarato il pesticida glifosato e il fosforo – un componente cruciale dei fertilizzanti sintetici – elementi di sicurezza nazionale, trasformando così il loro accesso e la loro produzione in una questione militare e mirando a garantirne la continuità d’uso. Questo è un aspetto rilevante anche nel contesto dell’attacco imperialista all’America Latina con la rinnovata Dottrina Monroe. Questo provvedimento è stato concepito principalmente a beneficio della multinazionale Bayer, che ha dovuto affrontare forti critiche per l’uso di questo agrochimico e delle colture geneticamente modificate ad esso associate, fin da quando l’OMS lo ha dichiarato cancerogeno nel 2015. Bayer si è dedicata a denigrare e attaccare gli scienziati dell’OMS che hanno partecipato a quello studio, così come giornalisti e analisti critici, pagando allo stesso tempo scienziati per produrre studi che negassero l’elevato rischio del glifosato. Ciononostante, dal 2015 sono proliferati studi che dimostrano sempre più i rischi e i danni causati dal glifosato, come danni neurologici e danni al microbiota di esseri umani, animali domestici e api. Nel giugno 2025, un progetto che includeva una revisione completa di studi scientifici ha dimostrato che, anche alle dosi consentite da diverse normative, questo agrochimico è stato associato a molteplici forme di cancro (https://tinyurl.com/z7fyhefx). Un’altra battuta d’arresto per Bayer si è verificata nel dicembre 2025, quando è stato rivelato che una prestigiosa rivista scientifica aveva ritirato uno studio sul glifosato ampiamente citato dalle autorità di regolamentazione, a causa della parzialità e della mancanza di rigore degli autori, che erano stati anche pagati da Monsanto (https://tinyurl.com/243m2d5t). Bayer, l’attuale proprietaria di Monsanto, ha dovuto affrontare quasi 200.000 cause legali dal 2018 da parte di vittime di cancro legate all’uso del glifosato in agricoltura e giardinaggio. Le cause sostengono che Monsanto fosse a conoscenza dell’elevato rischio del glifosato, ma abbia nascosto i fatti e non abbia avvisato i consumatori sulle sue etichette, un fatto documentato in tribunale con migliaia di documenti presentati da diversi dei ricorrenti iniziali. Dopo aver perso diverse cause di alto profilo, Bayer ha raggiunto un accordo extragiudiziale con numerosi gruppi di ricorrenti, sostenendo costi per circa 12 miliardi di dollari fino al 2025. Decine di migliaia di cause legali rimangono pendenti e il numero continua a crescere. Nel dicembre 2025, Trump ha sostenuto Bayer davanti alla Corte Superiore di Giustizia, esortando la corte a sostenere la tesi di Bayer davanti alla Corte Suprema, secondo cui solo la legge federale può disciplinare l’agrochimico e che la possibilità di citare in giudizio le aziende sulla base delle leggi statali dovrebbe essere eliminata. Ciò è avvenuto perché l’agenzia federale EPA (Environmental Protection Agency) aveva dichiarato che i rischi del glifosato non erano gravi, contrariamente alle prove disponibili e grazie a rapporti discutibili con le aziende. Questa parzialità è stata denunciata da diverse organizzazioni, ma l’EPA non ha cambiato posizione. Le cause legali contro Bayer-Monsanto si basavano principalmente sulle normative degli Stati in cui vivono le vittime e sono state regolate dalle prove presentate nel caso. La manovra di Trump mira a impedire che vengano intentate nuove cause legali e a impedire che prove cruciali vengano prese in considerazione, non solo nel caso Bayer, ma potenzialmente in molti altri casi di aziende inquinanti (https://tinyurl.com/ytu7hec2). Il nuovo ordine sul glifosato è inoltre in contrasto con i principi del movimento Make America Healthy Again (MAHA), che include molte madri con famiglie affette da malattie croniche negli Stati Uniti ed è guidato da Robert F. Kennedy Jr., Segretario della Salute e dei Servizi Umani di Trump. L’ordine della scorsa settimana contraddice tutto ciò che MAHA ha dimostrato e quanto lo stesso Kennedy Jr. ha precedentemente affermato, nonostante abbia ora dichiarato il suo sostegno alla nuova politica. Ciò conferma ciò che molti critici hanno sottolineato su MAHA: si tratta di un cavallo di Troia per riconquistare al trumpismo milioni di persone affette da malattie croniche, intossicazione, obesità e altri problemi di salute. Per il Messico e l’America Latina, questo ordine esecutivo rappresenta anche una minaccia volta a bloccare o impedire iniziative volte a limitare e vietare il glifosato. È anche un ordine che impone agli interessi di Bayer e di altre multinazionali agroalimentari di avere la precedenza sulla salute e l’ambiente dei nostri Paesi, poiché sono considerati parte della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Un altro giro di vite per promuovere le palesi imposizioni imperialiste che caratterizzano questa fase del trumpismo. Insieme ad altre azioni violente e forum convocati dall’amministrazione Trump nel 2026 – come il forum sui minerali strategici e l’accordo Pax Silica (https://tinyurl.com/38wzu8p2) – Trump chiarisce che utilizzerà tutti i mezzi dello Stato, inclusa la forza militare, per promuovere gli interessi delle grandi aziende e degli individui più ricchi, che sono coloro che governano il suo Paese. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Trump, il glifosato come arma di guerra proviene da Comune-info.
March 5, 2026
Comune-info
La Cop 30 e la guerra alla natura
-------------------------------------------------------------------------------- Foto MST – Movimento dos Trabalhadores Sem Terra -------------------------------------------------------------------------------- Sono un vecchio medico ospedaliero, negli ultimi anni di attività anche medico di base. Nei primi anni Novanta, avendo collaborato per diversi anni con il NAGA, una importante associazione di volontariato di Milano, ancora molto attiva, che cura ogni giorno i migranti senza permesso di soggiorno, ho imparato tante cose sul percorso di “malattia” di ogni persona, che è anche un fatto sociale e culturale, cose che non mi avevano insegnato né insegnano all’Università. Essendo nato e vissuto a Milano fino alla pensione conoscevo ben poco di Madre Natura e dei suoi cicli: ho iniziato a imparare qualcosa dal 2004, quando abbiamo cominciato ad andare in Brasile, conoscendo il Movimento Senza Terra-MST e vivendo per lunghi periodi negli accampamenti dei suoi meravigliosi contadini, che occupano le terre incolte, per restare contadini e non essere espulsi nelle tremende favelas delle megalopoli del Brasile, dove vivono oltre 16 milioni di persone, e dove in gran parte comandano le bande mafiose, spesso in “buoni” rapporti con la polizia. Siamo tornati in Brasile sei volte e siamo andati a conoscere anche i contadini e i popoli di Bolivia, Cile, Argentina, Cuba e Honduras in America Latina, un continente ancora “sotto il tacco”, non solo degli Usa, ma di tutto il colonialismo europeo, che lo ha invaso e massacrato nel 1500 e continua a condizionarlo, con speculazioni sulla sua produzione di materie prime ed export. Da 28 anni siamo fuggiti da Milano e dalla sua aria velenosa, come quella di tutta la Pianura Padana, la terza area per maggior inquinamento dell’aria in UE, dopo Polonia e Repubblica Ceca. Viviamo in una città della Liguria, a pochi metri dal mare, tutti giorni vediamo il nostro splendido Mediterraneo soffrire, ancor più di tutti mari e Oceani, e maledirci per l’inquinamento e il surriscaldamento dell’acqua marina di origine antropica, che continua a danneggiare il fitoplancton e quindi la metabolizzazione della CO2, che produce Ossigeno. I Mari e gli Oceani ricoprono il 70% della superficie terrestre e con l’atmosfera, comandano e regolano tutti i cicli naturali e quindi anche la terra (che è solo il 30%) e i suoi abitanti. Da qualche anno non andiamo in Brasile, ma siamo sempre grandi Amigos di Via Campesina Inter-nazionale (un movimento mondiale di 200 milioni di piccoli contadini) e dei contadini brasiliani Senza Terra, che sono diminuiti di numero per l’offensiva spietata delle multinazionali mondiali dell’Agrobusiness, che li espellono dalla terra (l’urbanizzazione in Brasile è arrivata al 92%, come in Argentina) e continuano a deforestare, per coltivare prodotti per i mangimi, da esportare per gli allevamenti intensivi in Europa e Cina. Questi prodotti agricoli sono soprattutto la soia Ogm e Mais Ogm, coltivati in Brasile (e anche in Argentina), dove si utilizzano pesticidi proibiti in UE (atrazina, acefato, clorotalonil e clorpirifos, i quattro più usati, pesticidi venduti in Brasile, anche da aziende con sede in Ue. In Italia, dove finora è proibito fare coltivazioni Ogm, mangiamo, beati, questi prodotti, spesso ultra-processati, di animali nutriti nei nostri allevamenti intensivi con questi foraggi, coltivati con pesticidi proibiti in Ue, perché patogeni… D’altronde sulle etichette di questi prodotti è proibito scrivere cosa ha mangiato l’animale: la multinazionale tedesca Bayer, che produce enormi quantità di pesticidi, anche proibiti, e medicinali non vuole. Il mondo sulla Foce del Rio La COP 30 è in corso in Brasile, a Belem, alla Foce del Rio delle Amazzoni, 6.400 chilometri, il secondo fiume più lungo del mondo, dopo il Nilo. Tranne che su media specializzati, finora se ne è parlato poco sui “grandi” media. I movimenti mondiali, soprattutto quelli contadini ed ecologisti, prevedono che ne uscirà ben poco. Joao Pedro Stedile, uno dei fondatori e leader del MST, ha detto pubblicamente che la COP30 sarà una grande farsa, nonostante l’urgenza di affrontare la crisi climatica in aumento vertiginoso, sopra-tutto il surriscaldamento globale, con conseguenti desertificazione, crisi idriche, eventi estremi ecc. Si parla genericamente di crisi climatica e di transizione ecologica, ma in realtà siamo nel caos climatico: l’unica sola via è smettere di fare la guerra a Madre Natura ed eliminare l’utilizzo di carbonfossili e la conseguente emissione di gas serra. Gli impegni assunti nel 2015 da 196 paesi, con l’Accordo di Parigi alla COP21, per limitare l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2°C sono falliti, per “l’insufficienza degli stanziamenti finanziari, mentre 956 miliardi di dollari sono stati spesi dai governi nel 2023 in sussidi netti ai combustibili fossili. Le strategie di aumento della produzione dei 100 colossi mondiali del petrolio e del gas porterebbero le loro emissioni a superare di quasi tre volte i livelli compatibili con il limite degli 1,5°C. E tuttora le banche private investono nel fossile”. Re Petrolio continua a comandare, all’aumento delle Rinnovabili in molti paesi “ricchi” non corrisponde una diminuzione dei consumi di Petrolio e gas: ad esempio “in Italia nel terzo trimestre 2024, la produzione energetica da fonti rinnovabili è cresciuta dell’8%, ma accanto al calo del carbone, c’è stato un maggiore utilizzo di gas (+3%) e petrolio (+2,5%), con il primo in ripresa nella generazione elettrica e il secondo trainato dall’aumento della mobilità”. Abissali sono le differenze di consumi elettrici ed emissioni di CO2 tra i paesi ricchi e quelli del Sud del mondo, più che evidenti se confrontiamo i dati 2022 di Usa e Nigeria, due paesi con centinaia di milioni di abitanti: 1- Speranza vita: Usa Uomini 74 anni, Donne 80 anni, Nigeria Uomini 53 anni, Donne 54 2- Consumi elettrici/abitante: Usa12.393 kWh , Nigeria 144 kWh 3- Emissioni di CO2/ abitante: Usa 14,95 Ton., Nigeria 0,59 Tonnelate. Confrontiamo anche i dati 2022 del Brasile, una colonia fino al 1822, con 213 milioni di abitanti, grande 27 volte l’Italia (densità 25 abitanti per chilometro quadrato), e dell’Italia, 59 milioni abitanti (densità 195 ab. Kmq): 1- Speranza vita: Brasile Uomini 70 anni, Donne 76 anni, Italia Uomini 79 anni, Donne 86 2- Consumi elettrici/ab: Brasile 2710 kWh , Italia 4872 kWh 3- Emissioni di CO2/ab: Brasile 2,25 Ton., Italia 5,73 Ton. La “Cúpula dos Povos” A Belem (Stato del Parà), nei giorni scorsi si è svolta anche la Cupola dei Popoli, in parallelo alla riunione di COP30, organizzata dai movimenti dell’America Latina, compreso MST, a cui hanno partecipato 15 mila delegati di tutti i movimenti mondiali, per confrontarsi e sollecitare ai governi riuniti nella COP30 vere soluzioni, non quelle false come i Mercati del carbonio, la geoingegneria, il sequestro e stoccaggio del carbonio. Tutti i movimenti sono contro i crediti di carbonio, uno strumento finanziario, per cui un’entità, che non può ridurre direttamente le proprie emissioni, può acquistare il diritto a emettere CO2, compensando tale emissione attraverso investimenti in progetti che la riducono altrove. In un manifesto pubblicato alla vigilia della COP 30, 55 movimenti e organizzazioni di 14 paesi dell’America Latina e dei Caraibi si sono riuniti per respingere i mercati del carbonio e difendere i loro territori contro una valanga di progetti di compensazione del carbonio che sta causando danni in tutta la regione. Una nuova ricerca di Oxfam e del CARE Climate Justice Centre, pubblicata in ottobre rileva che per ogni 5 dollari ricevuti, i “paesi in via di sviluppo” ne restituiscono 7. A livello globale, quasi il 70% dei finanziamenti viene erogato sotto forma di prestiti anziché di sovvenzioni. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PAOLO CACCIARI: Il neoimperialismo del carbonio -------------------------------------------------------------------------------- Il petrolio di Lula La Cop30 è presieduta da Lula, presidente del Brasile, il cui governo, ha aderito all’Opec, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, nel febbraio 2025. Dopo cinque anni di battaglia tra Petrobras, l’industria petrolifera statale brasiliana, e Ibama, l’organismo di controllo ambientale, il governo Lula ha autorizzato il 20 ottobre 2025 l’esplorazione, ai fini di successive trivellazioni di 19 Blocchi alla Foce del Rio delle Amazzoni. “Il progetto prevede la perforazione di un pozzo esplorativo nel Blocco 59, un sito offshore a 500 chilometri dalla foce del Rio delle Amazzoni e a 160 chilometri dalla costa, ad una profondità di oltre 2.800 metri. L’area, nota come Margine equatoriale, è considerata una promettente nuova frontiera petrolifera, sull’onda delle grandi scoperte offshore operate nella vicina Guyana. Secondo Petrobras, le trivellazioni, inizieranno immediatamente e dureranno cinque mesi. È un progetto prioritario per Lula, che sostiene che le maggiori entrate derivanti dal petrolio saranno fondamentali per finanziare la transizione climatica del Brasile, un Paese che, pur essendo l’8° produttore mondiale di petrolio, ricava circa metà della sua energia da fonti rinnovabili”. “Mentre lo shale oil sta calando, a livello mondiale quello estratto con trivellazioni offshore da acque profonde (Deep Water) vedrà un’impennata del 60% entro il 2030. Per trovare giacimenti di petrolio e gas sotto il fondo marino, le compagnie energetiche usano cannoni ad aria compressa per creare mappe sismiche”. Dopo la fase di esplorazione l’ANP, l’agenzia Nazionale Petrolio brasiliana, ha già concesso alle industrie petrolífere Petrobras, ExxonMobil, Chevron e CNPC 19 blocchi per lo sfruttamento di petrolio e gas alla Foce del Rio Amazonas: dieci blocchi alla statale Petrobras e alla ExxonMobil, in un consorzio 50/50 gli altri 9 blocchi a un consorzio composto da Chevron (65%) e dalla statale cinese CNPC (35%), che nel frattempo ha dato il via a trivellazioni in acque ultra-profonde, fino 11 mila metri per la ricerca di petrolio e gas, per cercare di affrancarsi dal petrolio straniero. In Brasile il petrolio è ora il principale prodotto di esportazione, avendo superato la soia. Nel 2006 c’è stata in Brasile la prima estrazione di Petrolio PreSal, a profondità fino ai 7000 metri, sotto uno strato di sale spesso fino a 2.500 metri, ma nell’ultimo trimestre 2024 la produzione di è diminuita del 3,4%, per la necessità di più frequenti fermate per manutenzione dell’estrazione dai pozzi, ma il petrolio da Presal, estratto nei bacini di Santos e Campos, rappresenta ancora a novembre 2024 il 71,5 della produzione totale di petrolio in Brasile. Anche per questa crisi del Presal il governo punta ad estrazioni offshore a minor profondità e in altre località del mare. Inoltre è da tener presente che il Brasile produce Petrolio greggio da raffinare, ma ha solo 14 raffinerie (l’Italia ne ha 11), molte vecchie e con limitazioni tecnologiche per la lavorazione del petrolio Pre-sal, che è più leggero e richiede adattamenti. Il Brasile esporta attualmente il 52,1% della sua produzione di petrolio (dati 2024 INEEP (Istituto per gli Studi Strategici su Petrolio, Gas e Biocarburanti). Questo petrolio finisce per essere raffinato in altri paesi e una parte torna persino in Brasile come combustibile. La Cina importa il 50% del petrolio estratto dal Presal non raffinato. Il Brasile importa ancora fino al 25% del suo gasolio (con cui alimenta camion, trattori, autobus e macchinari agricoli) e il 10% della benzina che consuma. In Brasile non c’è una sovranità energetica. I colli di bottiglia nella raffinazione mostrano una contraddizione che grava pesantemente sulle tasche dei brasiliani, secondo i dati dell’OEC. È bene sapere che in Brasile la popolazione è costretta a viaggiare in bus e auto, i binari per trasporto di treni passeggeri sono solo 1.500 chilometri, rispetto ai 30.129 mila Km per trasporto merci dei quali solo 1121 elettrificati. È un bene che in Brasile nel 2024 ci sia stato una diminuzione delle emissioni di CO2 del 16,7%, secondo l’Osservatorio brasiliano sul clima, una rete di ONG ambientaliste, attribuita al successo del governo di Lula nella lotta alla deforestazione, ma le enormi contraddizioni di Lula stanno esplodendo. Lula ha sempre considerato il petrolio fondamentale per lo sviluppo del Paese e nell’ultimo anno l’ha difesa più volte dal essere considerata responsabile dell’aumento dei prezzi dei combustibili, ma nell’ultimo anno ha chiesto a Petrobras di non pensare solo agli azionisti. I movimenti contro il dominio del petrolio Nell’ultimo mese come Comitato Amigos MST Italia abbiamo chiesto al MST la sua posizione ufficiale in merito all’autorizzazione per le trivellazioni alla foce del Rio delle Amazzoni, concessa dal governo Lula, che include, per il 65% aziende americane (ExxonMobil e Chevron). Abbiamo scritto: “Il Brasile fa parte dei BRICS (che includono anche governi razzisti e autoritari, come Iran, India, Egitto, ecc.) permetterà agli Stati Uniti di massacrare il Mar del Pará (un oceano che, essendo il più forte, reagirà inevitabilmente, con conseguenze gravi e non del tutto prevedibili per i cambiamenti climatici e anche per la regione amazzonica), tutto questo alla vigilia della COP 30, che il governo Lula presiederà?”. Stedile ci ha risposto: ”Avete assolutamente ragione. In effetti, stiamo vivendo molte contraddizioni in ambito ambientale sotto il governo Lula… ma le forze del capitale sono più forti. Tutta Via Campesina, i movimenti ambientalisti mondiali e tutti movimenti brasiliani lottano e lotteranno contro questo ecocidio”. Anche la Commissione per l’Ecologia Integrale dei vescovi brasiliani ha preso una posizione durissima: “La Conferenza episcopale brasiliana (CNBB) condanna le trivellazioni petrolifere nel Margine equatoriale e mette in guardia dall’incoerenza del governo in materia di clima” CNBB ha ricordato che due anni fa, Papa Francesco, nella sua esortazione Laudato Deum sulla crisi climatica, avvertiva: «Le compagnie petrolifere e del gas hanno l’ambizione di realizzare nuovi progetti per espandere ulteriormente la loro produzione. (…) Ciò significherebbe esporre tutta l’umanità, specialmente i più poveri, ai peggiori impatti dei cambiamenti climatici» (LD 53)”. Vedremo come i movimenti riusciranno a incidere sulla COP 30 dei governi. La nostra lotta, senza guerra, continua, come ci hanno insegnato in America Latina. Ricordiamoci sempre le parole illuminanti di papa Bergoglio. ‘Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta, la Natura non perdona mai’, di certo non perché Madre Natura sia matrigna. Sono l’uomo e il patriarcato ad essere spesso patrigni. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La Cop 30 e la guerra alla natura proviene da Comune-info.
November 18, 2025
Comune-info
Le prime 200 multinazionali e noi
C’È CHI SOSTIENE CHE IL RAPPORTO CURATO DA FRANCESCA ALBANESE, IN CUI ACCUSA OLTRE 60 MULTINAZIONALI DI TRARRE PROFITTO DAL GENOCIDIO A GAZA E DALL’OCCUPAZIONE DI ALTRI TERRITORI PALESTINESI, SIA UN PUNTO DI NON RITORNO. QUEL RAPPORTO ANDREBBE RILETTO INSIEME ALL’ARTICOLO IL CAPITALISMO È SINONIMO DI CRIMINALITÀ DI RAÚL ZIBECHI, CHE SPIEGA COME E PERCHÉ OVUNQUE LE PERSONE COMUNI CHE VIVONO AI PIANI BASSI DELLA SOCIETÀ SIANO DIVENTATE UN OSTACOLO ALL’INFINITA ACCUMULAZIONE DI CAPITALE, MA SOPRATTUTTO INSIEME ALLA NUOVA EDIZIONE DI TOP 200, IL RAPPORTO IL CENTRO NUOVO MODELLO DI SVILUPPO DEDICA ALLE PRIME 200 MULTINAZIONALI DEL MONDO. TOP 200 INCLUDE DIVERSI APPROFONDIMENTI (UNO, AD ESEMPIO, SULL’INVADENZA DEL MERCATO IN AMBITO SCOLASTICO) MA SI CONCLUDE CON DUE SORPRENDENTI SCHEDE: LA PRIMA SULLA GRANDE RESISTENZA PROMOSSA DAI CITTADINI CONSUMATORI FRANCESI CONTRO TESLA E LA SECONDA SUL CONFLITTO APERTO DAL FONDO NORVEGESE CONTRO CATERPILLAR E ALCUNE BANCHE ISRAELIANE. A DIMOSTRAZIONE CHE ANCHE LE POTENZE, LE PIÙ FORTI, POSSONO ESSERE COMBATTUTE. I DOMINANTI, IN FONDO, DIPENDONO SEMPRE DAI DOMINATI Roma, 4 ottobre. Foto di BDS Italia -------------------------------------------------------------------------------- A settembre è uscita la nuova edizione di Top 200, il rapporto che il Centro Nuovo Modello di Sviluppo dedica alle prime 200 multinazionali del mondo classificate secondo il criterio del fatturato. L’attenzione verso le Top 200 deriva dal fatto che molte di loro hanno più potere di molti stati. Nel rapporto sono utilizzati due metodi per confrontare il potere economico fra nazioni e multinazionali. Un primo metodo consiste nel mettere a confronto i fatturati con i Pil nazionali, ossia la ricchezza complessiva prodotta nei singoli paesi. Secondo questa metodica scopriamo che nel 2024 fra i primi cento posti siedono 42 multinazionali, precisando che la prima, ossia Walmart; compare al 23° posto, appena dopo Taiwan. Il quadro cambia radicalmente se anziché in base al Prodotto Interno Lordo, elenchiamo gli stati in base agli introiti governativi. Rappresentazione più reale perché basata su criteri più omogenei. Osservando questi dati, fra i primi cento posti siedono ben 67 multinazionali, con la prima multinazionale che compare al 13° posto, prima dell’Australia. Oltre al fatturato, il Rapporto fornisce il numero dei dipendenti e i profitti realizzati da ogni multinazionale. Complessivamente nel 2024 le Top 200 hanno fatturato oltre 28mila miliardi di dollari, una grandezza corrispondente al 25% del Pil mondiale. Quanto ai profitti sono ammontati a 2mila miliardi di dollari, praticamente il doppio di quelli realizzati dieci anni fa. Oltre ai dati statistici relativi alle Top 200, il Rapporto offre anche degli approfondimenti su tematiche di particolare rilevanza economica e sociale. E se qualche anno fa ai occupò della presenza dei privati nella sanità, quest’anno si concentra sull’invadenza del mercato in ambito scolastico. Secondo l’Unesco in tutto il mondo 350 milioni di ragazzi frequentano scuole non statali, con l’incidenza più grande nella scuola per l’infanzia. In Italia la legge permette la gestione di scuole da parte di soggetti privati, ma le distingue in paritarie e non paritarie a seconda che possano rilasciare o meno certificati riconosciuti. La maggior parte delle scuole paritarie sono gestite da strutture cattoliche per un totale di 515.135 alunni, pari al 66% di tutti gli allievi presenti nelle scuole paritarie. Si stima che la restante quota sia distribuita per il 14% nelle scuole per l’infanzia gestite dagli enti locali e un altro 20% nelle scuole paritarie gestite da altri enti privati come cooperative, fondazioni, associazioni, ma anche società commerciali. Oltre che nella scuola primaria e secondaria, l’istruzione privata è presente anche a livello universitario. Lo stato italiano riconosce 29 università private di cui 9 attive solo per via telematica. Fra le principali università private compaiono la Bocconi posseduta dalla fondazione di famiglia, la Luiss posseduta da varie realtà imprenditoriali fra cui Confindustria, l’università Cattolica posseduta da varie istituzioni ecclesiastiche. Complessivamente in Italia le università private accolgono il 20% degli studenti universitari, ma in termini di gettito assorbono il 45% delle tasse pagate dagli studenti. Un altro tema affrontato nel Rapporto si riferisce al piano di riarmo intrapreso dall’Unione Europea. In ossequio ai consigli forniti da Mario Draghi, il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato un regolamento per mettere a disposizione degli stati membri prestiti agevolati, per complessivi 150 miliardi di euro, da utilizzarsi nel 2025 per il rafforzamento dell’industria bellica. Draghi sostiene che il rilancio dell’industria bellica fa bene a tutta l’economia perché fa crescere l’occupazione, ma Greenpeace ha dimostrato che altri settori creano molti più posti dell’industria militare. Di fatto le risorse impiegate per rafforzare gli eserciti e l’industria bellica europea sono sottratte alla soluzione degli innumerevoli problemi sociali e ambientali presenti nel nostro continente. Ciò nonostante la Commissione Europea auspica che in cinque anni la spesa bellica aumenti di 800 miliardi di euro. Complessivamente nell’Unione Europea il numero di imprese presenti nel settore bellico si aggira attorno a 2mila unità, ma le prime 10 si aggiudicano da sole metà del fatturato. Ed è triste constare che le più grandi sono partecipate in maniera consistente dai governi. Il governo italiano, ad esempio possiede il 30% di Leonardo e il 71% di Fincantieri per il tramite di Cassa Depositi e Prestiti. Il rapporto contiene una mappa relativa alla proprietà delle prime 10 imprese belliche europee, dalla quale emerge che il governo francese è il più coinvolto con le imprese di armi essendo presente nella proprietà di Airbus, Safran, Thales e viarie altre. Il rapporto contiene anche altri approfondimenti fra cui uno relativo all’espandersi delle plutocrazie nel mondo. Ossia la presa di potere politico da parte dei magnati dell’economia come mostra la conquista della Presidenza da parte di Trump negli Stati Uniti. Il rapporto contiene una mappa del mondo in cui sono riportati altri 35 casi di plutocrazie disseminate nei cinque continenti. Le ultime schede si riferiscono a iniziative di resistenza nei confronti delle multinazionali. Due in particolare: quella intrapresa dai cittadini consumatori francesi contro Tesla per le esternazioni fasciste da parte del suo amministratore delegato Elon Musk e quella intrapresa dal Fondo Norvegese contro Caterpillar e altre banche israeliane per la loro collaborazione con l’oppressione del popolo Palestinese. A dimostrazione che anche le potenze le più forti possono essere combattute. -------------------------------------------------------------------------------- Il rapporto è reperibile QUI -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le prime 200 multinazionali e noi proviene da Comune-info.
October 7, 2025
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Come Eni vuole prendersi gli influencer italiani
-------------------------------------------------------------------------------- Alcuni screenshot dalle pagine Instagram e TikTok di Plenitude -------------------------------------------------------------------------------- Una popolare pagina Instagram italiana pubblica un carosello, cioè un post composto da più immagini. La notizia al centro del contenuto social è il nuovo record segnato nel 2024 dall’installazione di energia eolica e fotovoltaica, ma i toni del post sono inusuali. Sole e vento «non bastano per la transizione energetica – scrive la pagina, e – il gas e alcune fossili restano indispensabili». Per i divulgatori dietro il profilo, la soluzione sta nella «neutralità tecnologica». Si tratta del principio, da tempo dibattuto nella politica europea, per cui dovrebbe essere il mercato a decidere quali soluzioni tecnologiche siano più adatte a portare avanti la transizione ecologica, e non gli Stati. I partiti della destra e dell’ultradestra hanno fatto della neutralità tecnologica una battaglia simbolo all’interno delle istituzioni comunitarie, e anche le aziende dell’oil&gas ne parlano diffusamente. E proprio a queste ultime dobbiamo guardare per capire il post da cui siamo partiti. L’ultima slide rivela infatti il vero scopo della pubblicazione: promuovere MINDS, un master organizzato dalla multinazionale italiana Eni assieme al Politecnico di Torino. Plenitude Creator Bootcamp: la scuola per influencer di Eni La collaborazione tra la pagine Instagram in questione – Data Pizza, 226mila follower – ed Eni è correttamente segnalata e assolutamente lecita. Il tema dei legami tra una delle più grandi aziende del nostro Paese e l’universo dei content creator italiani, però, merita attenzione. Da anni Eni, anche tramite la sua controllata Plenitude, investe molto sulle collaborazioni con personaggi famosi sui social e pagine dedicate alla divulgazione. L’attore Paolo Ruffini (1,9 milioni di follower su Instagram), la travel blogger Manuela Vitulli (168mila follower), il gamer Jody Checchetto (282mila follower) sono solo alcune delle celebrità online che hanno prestato la loro immagine all’azienda. Andrea Perticaroli e Christian Cardamone, meglio noti come @iwouldbeandrea e @nonsonokristiano, sono diventati di fatto i volti di Plenitude su TikTok. Un’investimento sui social che si combina alla pubblicità tradizionale e alle sponsorship dei grandi eventi – il Festival di Sanremo e la Seria A su tutte, ma anche grandi occasioni straniere come la Vuelta di Spagna recentemente conclusa. L’ultima novità in questo scenario è che l’azienda con sede a San Donato Milanese ha fatto un passo ulteriore nel mondo della comunicazione online. Proponendosi come punto di riferimento per chi vuole fare carriera su nuovi media. Ha avuto inizio il 15 settembre a Milano, da quanto si apprende sul sito della multinazionale, il Plenitude Creator Bootcamp. Si tratta di «un programma di formazione pensato per aspiranti content creator». Chiunque tra i 20 e i 40 anni con un profilo Instagram o TikTok attivo ha potuto candidarsi per partecipare a questa scuola. L’obiettivo è «consolidare ulteriormente il dialogo con le nuove generazioni attraverso i loro linguaggi». L’idea, insomma, sarebbe quella di creare una nuova generazione di influencer sui temi dell’energia e dell’ambiente. Una generazione la cui formazione passi dalla principale impresa dell’oil&gas italiana. Tante emissioni e poca transizione: il futuro secondo Eni «Fin dalla nascita qualche anno fa, Eni ha sempre cercato di promuovere Plenitude con una strategia di marketing ben precisa: associare l’azienda dal logo verde agli eventi più amati dalle persone e più lontani dall’immaginario fossile, come il Festival di Sanremo o le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. E sempre con il fine di ripulire la propria immagine e presentarsi come qualcosa di familiare, quotidiano e amichevole, ora Plenitude utilizza la voce dei content creator sui social media, come nella sua ultima accattivante iniziativa» ,dice a Valori.it Federico Spadini, campaigner clima di Greenpeace Italia. Da tempo le associazioni e i movimenti ecologisti accusano Eni di greenwashing. Ovvero, la pratica per cui delle aziende impegnate in settori inquinanti ripuliscono la loro immagine pubblica con piccole iniziative verdi o con campagne di marketing dal sapore ecologista. Un’accusa esplosa da quando la controllata Eni Gas&Luce ha cambiato nome in Plenitude: un rebranding volto proprio a mettere in evidenza l’impegno ambientale dell’azienda. Greenwashing e strategia social: così Eni punta sugli influencer Eni è il primo emettitore italiano, e il suo core business è l’estrazione e vendita di idrocarburi. Si tratta di un’azienda privata, ma i principali azionisti sono pubblici: ministero dell’Economia e delle Finanze e Cassa Depositi e Prestiti. Secondo le ong Greenpeace e Recommon, Eni da sola nel 2021 ha prodotto 456 Mt CO2eq. Cioè più dell’Italia nel suo complesso. Secondo uno studio di Reclaim Finance,  gli attuali piani aziendali prevedono  che la produzione di idrocarburi sarà superiore del 70% rispetto al livello richiesto dagli scenari di riduzione delle emissioni “Net Zero Emission” dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. Sempre secondo le ong, al 2021 ad ogni euro che ENI investe in fossili corrispondono sette centesimi in rinnovabili. Non sappiamo se questo genere di dati vengano discussi durante la formazione che l’azienda del cane a sei zampe offre alla nuova generazione di content creator. «Il business di Eni si basa per la stragrande maggioranza su gas fossile e petrolio, principali cause della crisi climatica», dice ancora Spadini. «Insomma, di verde e amichevole Plenitude ha solo il logo, il resto è una grande copertura per continuare a emettere gas serra e a fare profitti sulle spalle delle persone e del Pianeta». -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Valori.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Come Eni vuole prendersi gli influencer italiani proviene da Comune-info.
September 18, 2025
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Perché la Silicon Valley sostiene Trump
-------------------------------------------------------------------------------- Apple park, Silicon Valley (California). Foto unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Nei racconti della Silicon Valley scritti da sé medesima, tutti disponibili in rete o in libreria, si legge di un capitalismo eccezionale, guidato da uomini fuori dal comune. E di un ambiente di lavoro magnifico, dove l’alienazione è pregata di accomodarsi fuori della porta. Ma i volti sempre sorridenti, gli spazi condivisi e gli edifici a emissione zero nascondono due zone d’ombra. La prima è l’estrattivismo nei confronti di persone e territori. Nel 2023 in Kenya, per fare solo uno dei tanti esempi possibili, OpenAI fa ripulire i suoi modelli d’intelligenza artificiale a migliaia di “schiavi del clic”, impiegati in turni massacranti a meno di due dollari l’ora. L’estrazione forzosa di risorse opera anche sull’ambiente. Mentre enormi quantità d’acqua ed energia vengono consumate nei centri di calcolo necessari all’intelligenza artificiale, le cryptomonete, oggetto dell’amore maniacale dei tecno-capitalisti, bruciano nel solo 2023 tanta energia quanto l’intera Australia nello stesso periodo di tempo. La seconda zona oscura è la composizione demografica della dirigenza. Le donne rappresentano il 50,9% della popolazione totale degli Stati Uniti, gli ispanici il 19,5% e gli afroamericani il 13%. Nella Silicon Valley i tre gruppi occupano, rispettivamente, l’8,8%, l’1,6% e meno dell’1% di tutte le posizioni direttive. La Silicon Valley non è solo un posto dove persone, tecnologia e ricchezza sono straordinarie. È anche il luogo dove questa eccezionalità viene trasformata in buona novella. Peter Thiel, fondatore di PayPal e Palantir, è il tecno-capitalista più impegnato nel diffondere il Vangelo che sale dalla valle. Lo fa con esemplare chiarezza in un saggio del 2009, The Education of a Libertarian, in cui rivendica per sé, in quanto capitalista, una libertà assoluta. Essere liberi è la precondizione per raggiungere obiettivi più alti: sfuggire agli apparati fiscali, sconfiggere il collettivismo, battere l’ideologia dell’inevitabilità della morte. Ma Thiel aggiunge: “Non credo più che la libertà e la democrazia siano compatibili”. Non sopporta, in altri termini, che in democrazia esistano regole valide per tutti, poveri cristi o ricchi a palate che siano. L’ideologia della libertà assoluta del capitalista si accorda alla perfezione con il secondo punto dell’ideologia di Thiel, il capitalismo come sistema che non conosce limiti. Il nemico numero uno del capitale senza confini è l’ambientalismo, più pericoloso perfino della Sharia e del comunismo. Il simbolo di un possibile futuro autoritario diventa così Greta Thunberg, secondo Thiel l’Anticristo del nostro tempo. È l’idea stessa di bene comune, su cui si basa l’ambientalismo, a farne il primo nemico del capitalismo. Quest’ultimo non può tollerare l’esistenza di ricchezze che non appartengono agli individui ma alle comunità che vivono sui territori. Nel caso dell’aria che respiriamo e dell’acqua dei mari e dei fiumi, è la collettività di tutte e tutti noi abitanti della Terra ad esserne proprietaria. Nel suo odio per l’ambientalismo, Thiel si muove nel solco di Ayn Rand (1905-1982), teorica del capitalismo assoluto: il legame sociale è schiavitù perché l’unico rapporto possibile fra l’individuo e il mondo è la proprietà. Ma se possono esistere solo proprietari isolati, il principio dell’ambiente come casa comune, che nessun privato ha il diritto di possedere, non può che innervosire gli ideologi della libertà totale del capitalismo. Nel contesto appena delineato, la Silicon Valley fa propria l’auto-rappresentazione dei capitalisti come la migliore classe dirigente possibile, perché frutto di una selezione naturale. È un’idea con una tradizione lunga oltre un secolo. Andrew Carnegie, il più importante industriale dell’acciaio negli Stati Uniti di fine Ottocento, la spiega così: “Anche se la legge [della competizione] può a volte risultare dura per l’individuo, rappresenta la cosa migliore per la razza perché assicura la sopravvivenza dei migliori in ogni settore”. I dirigenti prodotti dal capitalismo sono i più capaci perché escono vincenti dalla corsa al possesso di beni e denaro: il migliore non è Van Gogh, ma il mercante che riesce a venderne i quadri. In quanto superiori a tutti nell’accumulare ricchezza, i capitalisti non ne sbagliano una. A sentire Alex Karp, amministratore delegato di Palantir, “Se qualcuno fa un sacco di soldi con qualcosa, allora deve aver ragione”. Posizioni come quelle appena descritte spiegano il sostegno a Donald Trump da parte di Silicon Valley in occasione delle elezioni presidenziali dello scorso novembre. Il passaggio al trumpismo dei tecno-capitalisti consente la pratica del capitalismo alla Thiel, libero da qualsiasi limite. Se la crescita del capitale oggi si scontra col riscaldamento del pianeta, Silicon Valley non può che riconoscersi con entusiasmo nel negazionismo climatico della presente amministrazione repubblicana. In secondo luogo, schierandosi con Trump, Silicon Valley salda il suo elitismo, fondato sul dominio della tecnologia, con quello basato sul genere e/o il colore della pelle, con il sessismo e il razzismo, in perfetta coerenza con la composizione demografica della sua dirigenza. Il tecno-capitalismo si arruola così nel conflitto del secolo, la guerra del Nord contro il Sud, combattuta nelle banlieux parigine come nei campi di concentramento per immigrati, nei quartieri ispanici delle metropoli statunitensi come nelle strade di Gaza. Un’oligarchia di ultraricchi cafoni, quella che noleggia Venezia per un matrimonio, pretende di dominare il mondo. Ma non può agire da classe dirigente perché è incapace di affrontare i problemi della collettività. Salta allora sul carro del fascismo. Starà alla nostra Resistenza impedire che il presente stato delle cose si cristallizzi in un mondo neofeudale, con un’aristocrazia di tecno-miliardari esenti dal fisco al comando, un clero di informatici a gestire il sapere e una massa di servi a tenere in piedi la baracca. -------------------------------------------------------------------------------- Originariamente pubblicato su Officina Primo Maggio -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Perché la Silicon Valley sostiene Trump proviene da Comune-info.
September 17, 2025
Comune-info
L’economia del genocidio e le aziende tecnologiche
LO STRAORDINARIO E NON SCONTATO ABBRACCIO DI SOLIDARIETÀ DAL BASSO A FRANCESCA ALBANESE, NEL MIRINO DELLE SANZIONI USA MA DA TEMPO MINACCIATA DI MORTE PER LE SUE POSIZIONI IN DIFESA DEI PALESTINESI, RISCHIA DI METTERE IN OMBRA IL SUO RAPPORTO IN CUI ACCUSA OLTRE SESSANTA MULTINAZIONALI DI TRARRE PROFITTO DAL GENOCIDIO A GAZA E DALL’OCCUPAZIONE DI ALTRI TERRITORI PALESTINESI. SILVIA RIBEIRO IN QUESTO ARTICOLO RICORDA I CONTENUTI DI QUEL RAPPORTO, CITA LE MAGGIORI IMPRESE DENUNCIATE (COME LOCKHEED, MARTIN, CHEVRON, BP, VOLVO, CATERPILLAR, MA ANCHE BOOKING.COM E AIRBNB CHE AFFITTANO CASE NEI TERRITORI OCCUPATI E OVVIAMENTE AZIENDE TECNOLOGICHE COME IBM, MICROSOFT, GOOGLE, AMAZON) E SPIEGA PERCHÉ UN GIORNO POTREBBE ESSERE RICORDATO COME UN PUNTO DI NON RITORNO Foto Casa Bettola Reggio Emilia -------------------------------------------------------------------------------- Il 3 luglio, la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite (ONU) sui Territori Palestinesi Occupati, Francesca Albanese, ha presentato un rapporto intitolato “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, in cui accusa oltre sessanta multinazionali di trarre profitto dal genocidio a Gaza e dall’occupazione di altri territori palestinesi (From economy of occupation to economy of genocide). Menziona le più grandi aziende tecnologiche globali; società dedite al settore bellico, come Lockheed Martin; compagnie petrolifere come Chevron e BP; Volvo, Hyundai, Caterpillar e altre aziende che gestiscono macchinari specificamente progettati per il trasporto, la demolizione e la costruzione nelle aree occupate; Booking.com e Airbnb, che affittano case nei territori occupati; nonché trasportatori, banche, aziende agroalimentari e altri. Indica anche università e istituti accademici che stanno approfittando del disastro per avviare progetti sperimentali, molti dei quali finanziati dal programma Horizon dell’Unione Europea. “Mentre la vita a Gaza viene distrutta e la Cisgiordania è sottoposta a crescenti attacchi, questo rapporto mostra perché il genocidio israeliano continua: perché è redditizio per molti”, dice il rapporto. Le aziende hanno realizzato profitti record fornendo al Paese grandi volumi di armi e altri materiali “per attaccare una popolazione civile praticamente indifesa“. Per le aziende, l’attrattiva non è solo monetaria e di profitto; la guerra di Israele contro la Palestina è servita anche come “banco di prova, senza responsabilità o supervisione”, soprattutto per nuove armi e tecnologie. Sia l’industria bellica che le più grandi aziende tecnologiche globali, tra cui IBM, Microsoft, Google, Amazon, Palantir e Hewlett Packard, hanno sfruttato il genocidio per compiere un salto altamente redditizio nella sperimentazione di prodotti per uso militare. Dal 2024, Microsoft è anche partner strategico di Palantir, un’azienda di software specializzata in strumenti di intelligenza artificiale per scopi militari, forze dell’ordine, sorveglianza e simili. Palantir ha contratti con le forze armate, la polizia e le autorità per l’immigrazione statunitensi, ad esempio, per il tracciamento dei migranti. Nel 2024, ha firmato un contratto strategico con il ministero della Difesa israeliano a supporto dei suoi “sforzi bellici”, un fatto di cui si vanta pubblicamente. Dal 2021, Amazon e Alphabet (proprietaria di Google) si sono aggiudicate un importante contratto con l’esercito israeliano per la fornitura di servizi di archiviazione e utilizzo di database di grandi dimensioni nei loro cloud computing. Questo progetto con l’esercito israeliano è stato criticato dai dipendenti di entrambe le società fin dal momento della firma, ma ciò non ha impedito loro di proseguire con il redditizio progetto, fornendo un’ampia gamma di servizi derivanti dall’utilizzo delle loro piattaforme Azure e Cloud. Rapporti investigativi hanno rivelato che l’esercito israeliano ha utilizzato almeno tre diversi programmi di intelligenza artificiale (Lavender, Gospel e Where is Daddy) per tracciare, monitorare e attaccare i palestinesi, moltiplicando il numero e la velocità dei bombardamenti a Gaza, con impatti devastanti sulla popolazione civile. Non avrebbero potuto farlo senza la collaborazione di Amazon, Google e Microsoft (Inteligencia artificial y genocidio real). Un’altra azienda che ha collaborato attivamente con la guerra, ancor prima di ottenere l’autorizzazione ufficiale a intervenire, è Starlink, la società di internet satellitare di SpaceX, la società di Elon Musk. Questo è stato rivelato, come esempio da seguire, in un webinar per investitori organizzato dal ministero della Difesa israeliano nel maggio 2025, intitolato “Perché i venture capitalist scommettono sulla tecnologia della difesa”. L’evento ha esaltato le possibilità di profitto derivanti dalle attuali politiche di guerra di Israele (Wired). Il ruolo chiave che le grandi aziende tecnologiche stanno svolgendo nel promuovere forme più perverse di guerra, repressione, sorveglianza e controllo è inevitabile. Molte di loro hanno recentemente modificato la loro dichiarazione di “non guerra” per le loro tecnologie. Per ora, il rapporto esorta gli Stati a imporre embarghi e sanzioni su tutto il commercio di armi e altre attività che contribuiscono al genocidio, e la Corte Penale Internazionale a indagare e perseguire i dirigenti delle aziende coinvolte per la loro partecipazione a crimini internazionali. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada (e qui con l’autorizzazione dell’autrice, traduzione di Comune). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MIMMO LUCANO: > Complici di un genocidio in diretta -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’economia del genocidio e le aziende tecnologiche proviene da Comune-info.
July 12, 2025
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L’oligarchia tecnologica in 100 giorni
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- L’esperimento dei giganti della tecnologia di baciare l’anello di Trump non è andato come previsto. Nei primi cento giorni della sua amministrazione, le mega-corporazioni ora chiamate “Le magnifiche sette” (Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet – proprietaria di Google-, Meta, Nvidia e Tesla) hanno subito perdite significative del valore delle loro azioni, dovute principalmente alle politiche di Trump di imporre dazi ovunque, in particolar modo sulla Cina. È stato inoltre evidenziato che la Cina è all’avanguardia in molti aspetti della produzione tecnologica, anche rispetto a queste aziende globali. Secondo gli analisti di The Economist, le perdite delle cinque mega-piattaforme Alphabet, Amazon, Apple, Meta e Microsoft, insieme a quelle di Nvidia, sono state pari a 2,3 trilioni di dollari in capitalizzazione di mercato, una media del 14 percento da quando Trump è entrato in carica (The Economist 29/04/25, Big tech has a big Trump problem). Nonostante ciò, al 1° maggio 2025, restano le sette aziende più grandi al mondo per capitalizzazione di mercato e i loro proprietari o amministratori sono tra i dieci uomini più ricchi del pianeta. L’amministrazione Trump non è riuscita a impedire il proseguimento delle cause antitrust iniziate durante l’amministrazione Biden: Google è stata condannata due volte nell’ultimo anno, l’ultima delle quali il 17 aprile 2025, per il suo monopolio nella pubblicità digitale e nella ricerca su Internet. Meta, la proprietaria di Facebook, è stata nuovamente processata questo mese per una causa antitrust derivante dalle acquisizioni di Instagram e WhatsApp del 2012 e del 2014. Le agenzie antitrust statunitensi stanno inoltre facendo causa ad Amazon e Apple e hanno in corso indagini su Microsoft e Nvidia. Nel frattempo, questo mese l’Unione Europea ha multato Apple e Meta per 700 milioni di euro per aver violato il Digital Markets Act. Finora, le cause antitrust intraprese contro di loro non hanno avuto alcun impatto significativo sul loro ferreo potere oligopolistico, proprio perché hanno un grande potere di manipolazione e manovra. Hanno accumulato ingenti fondi che consentono loro di assorbire le perdite e di mantenere un ruolo chiave nell’economia globale per il controllo digitale sia nelle industrie che nella stessa amministrazione di molti governi. I processi servono almeno a dare pubblica testimonianza di tale potere. Anche Tesla, l’azienda di auto elettriche di Elon Musk, soprannominato il “co-presidente non eletto”, ha subito gravi perdite, ma è utile ricordare che le azioni di questa azienda sono state gonfiate dalle aspettative create dall’elezione di Trump. Tuttavia, Musk, dopo aver eliminato decine di migliaia di posti di lavoro negli Stati Uniti e aver danneggiato gravemente le istituzioni educative, sanitarie e ambientali del Paese, resta l’uomo più ricco del mondo. In parte perché altre sue aziende, come SpaceX, la società di impianti cerebrali Neuralink e la startup di intelligenza artificiale XAI, hanno beneficiato di nuovi finanziamenti. La scorsa settimana Musk ha detto che dedicherà meno tempo agli impegni governativi e tornerà a concentrarsi sulle sue aziende. Grazie al suo incarico di direttore del Dipartimento per l’efficienza governativa, ha avuto accesso a una vasta quantità di informazioni digitali riservate sulle attività e sulla situazione economica di individui, settori e istituzioni. Tesla e Nvidia sono le aziende che hanno perso più valore in borsa negli ultimi mesi: la prima a causa dei dazi sui materiali necessari alla produzione delle automobili, dato che gran parte della catena di montaggio si trova fuori dagli Stati Uniti. La seconda, per diversi fattori concomitanti: la nicchia specifica di Nvidia è la vendita di chip essenziali per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale (IA), il grande sogno dei titani della tecnologia di far progredire tutti i settori e l’amministrazione di qualsiasi cosa, persino dei governi. È diventato un collo di bottiglia nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, ma la maggior parte dei suoi chip viene prodotta a Taiwan. Le azioni di Nvidia sono crollate anche quando la Cina ha lanciato DeepSeek, un’app simile a ChatGPT sei volte più economica da produrre e che non si basa sui chip Nvidia. Nell’aprile 2025, la Cina ha vietato a Nvidia (come rappresaglia per i dazi) di vendere i suoi chip di intelligenza artificiale in Cina, il che, secondo l’azienda, significa una perdita di 5,5 miliardi di dollari. Tutte le principali aziende tecnologiche sono state colpite dai dazi di Trump, in particolare dal dazio del 145 percento sulla Cina. Apple, i cui telefoni e computer sono prodotti per quattro quinti in Cina, è riuscita a negoziare con Trump per esentare i suoi telefoni e computer dai dazi doganali. Tim Cook, amministratore delegato dell’azienda, ha detto che la produzione in Cina è da tempo diffusa non per la manodopera a basso costo, ma perché il Paese dispone di personale centinaia di volte più qualificato in ingegneria e altre competenze sofisticate rispetto agli Stati Uniti. I giganti della tecnologia, globalisti per “natura”, senza dubbio non apprezzano alcune delle politiche di Trump. Ciononostante mantengono una distanza “cordiale”, sperando in un sostegno contro qualsiasi regolamentazione o limitazione delle loro attività e dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, che comporta impatti politici, sociali e ambientali dannosi e richiede elevate quantità di acqua, energia e altre risorse. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada e qui con il consenso dell’autrice (traduzione di Comune). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI CHRIS CARLSSON: > Lavoro, sicurezza e intelligenza artificiale -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’oligarchia tecnologica in 100 giorni proviene da Comune-info.
May 3, 2025
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