Laicità attiva contro ogni integralismo religioso
Ci sono stati in questo ultimo periodo tre avvenimenti che hanno interessato le
religioni nel contesto del nostro Occidente che trovo estremamente gravi e
significativi.
Non molto tempo fa abbiamo visto sua maestà il presidente Trump nella sala ovale
in studiata posa ascetica mentre veniva benedetto dai membri di non so quale
setta religiosa. Si potrebbe pensare ad una delle solite buffonate a cui ci ha
abituati il titolare della Casa Bianca, se non fosse che a pochi giorni di
distanza una commissione, appositamente istituita dal presidente, ha sentenziato
che la separazione tra Stato e Chiesa è un errore giuridico (legal error),
dovuto ad una impropria lettura del primo emendamento, che in realtà voleva solo
negare la creazione di una Chiesa di Stato.
Secondo la nuova interpretazione va invece affermato il valore della religione
come bene comune che rafforza le virtù civiche, la democrazia e i diritti umani.
Si tratta in sostanza di una lettura che auspica di fatto l’uso strumentale
della religione dominante (quella riformata, nelle sue diverse accezioni) come
strumento autoritario di governo e di controllo e indirizzo politico e sociale.
Infine è di pochi giorni fa la notizia che in Svizzera la Fraternità San Pio X,
senza nessuna autorizzazione da parte del Vaticano, ha ordinato quattro nuovi
vescovi. Ricordiamo che la Fraternità affonda le proprie radici nell’opposizione
dei tradizionalisti, guidati in origine dall’arcivescovo francese Marcel
Lefebvre, alle riforme volute dal Concilio Vaticano II. Un modo di celare,
dietro la difesa delle vecchie liturgie, il desiderio di riproporre la Chiesa
cattolica come cuore pulsante del dominio globale dell’Occidente, sposandosi
oggi alla perfezione col sogno autoritario della nuova destra nostalgica e
xenofoba, soprattutto in ambito europeo.
Accanto a questi episodi di cronaca si possono ricordare alcuni fenomeni di
lunga durata che riguardano una forte radicalizzazione dei contenuti delle
appartenenze religiose. Ci riferiamo, per esempio, al fondamentalismo sempre più
estremo di molte chiese evangeliche (non tutte) che, tra le altre cose,
sostengono (anche con mezzi violenti): la proibizione assoluta dell’aborto,
anche in caso di stupro, incesto, pericolo di vita per la madre; l’identità di
genere limitata ai soli due sessi e alla famiglia tradizionale; un ruolo
riconosciuto alla religione nello spazio pubblico e nella scuola.
Alcune chiese riformate, e quella pentecostale per tutte, rappresentano oggi
un’arma fondamentale per la penetrazione politica e culturale degli Usa in
Sudamerica, dove sono da tempo in costante crescita, ma sono anche un supporto
decisivo per il sostegno ad Israele. Un paese che, guarda caso, ha come suo dato
caratteristico quel radicalismo religioso che ha portato alla pretesa
conversione della originaria religione ebraica verso il sionismo, quale idea
estrema del popolo eletto e della terra promessa a giustificazione del massacro
genocidario, perpetrato ormai da decenni nei confronti dei palestinesi.
Il problema purtroppo non riguarda soltanto il nostro Occidente: il mondo che,
non a caso, viene definito islamico, proprio a sottolineare l’appartenenza
religiosa come suo dato identificativo, tende a radicalizzare sempre più questa
sua identità, producendo anche Stati teocratici e terribili dittature.
Sia chiaro che l’obiettivo critico non sono le religioni in sé. Siamo tutti
perfettamente consapevoli del grande valore storico e progressivo che esse hanno
avuto in certi momenti e in determinati ambiti. Nessuno, inoltre, mette in
discussione il diritto di potere aderire un credo religioso, anche ostentandone
i simboli identitari, purché questo non divenga un obbligo per nessuno e non
leda la libertà di altri.
Il riconoscimento dei diritti altrui, tuttavia, non limita il mio diritto a
esprimermi sulle questioni di merito. Non si tratta tanto di cimentarsi in
giudizi di valore (ogni religione ha i suoi valori storicamente sedimentati),
quanto piuttosto di capire l’aspetto deleterio che ha sempre avuto nella storia
l’estremismo integralista di stampo religioso, e in particolare il male che esso
rappresenta nelle condizioni del presente.
Viviamo nel “villaggio globale” e la presenza dell’altro non può essere né
ignorata né cancellata. A differenza di quanto pensano le destre, entrare nella
mente, nei valori e nell’identità di chi è diverso da noi non è più soltanto una
opzione politica, ma una ineludibile necessità strutturale. Per fortuna però le
identità non sono più (o non dovrebbero essere) muri invalicabili. Ognuno di noi
rappresenta in qualche modo un essere originale, in quanto attraversato da
molteplici identità che ci hanno forgiato (etniche, religiose, di classe, di
genere, di riferimenti culturali, e anche di scelte personali). Siamo in
sostanza tutti soggetti intersezionali unici.
Perché questa molteplicità aperta e dinamica possa produrre i suoi migliori
frutti nella capacità di fare incontrare le diversità, credo sia necessario
recuperare il valore centrale della laicità attiva, intesa come apertura e
confronto, in quanto uno dei prodotti migliori della nostra tradizione
occidentale, e che ha anche originato l’affermarsi dei diritti e delle libertà.
(Senza naturalmente negare tutte le nefandezze di cui siamo stati capaci in giro
per il mondo, in termini di distruzioni, genocidi, sostituzioni etniche).
Al contrario gli estremismi e i fondamentalismi religiosi, ma io direi anche la
semplice ostentazione della propria identità religiosa (sebbene meno grave, e
spesso frutto solo della giusta esigenza di essere riconosciuti) sono mali che
ci allontanano e che vanno combattuti.
Credo invece fermamente che oltre i limiti del relativismo culturale, spesso
usato come la filosofia dell’ignavia di chi non vuole sporcarsi le mani,
l’impegno nella laicità debba rappresentare non solo una possibilità
esistenziale, ma anche uno strumento di lotta politica e di scelta esistenziale.
Antonio Minaldi