Contro la Trinity of Power, la lotta del femminismo curdo per l’ecodemocrazia radicale. Intervista a Laura Corradi
Mentre nella confusione del mondo sorgono guerre tra diversi imperialismi, dal
2014, in un piccolo angolo di terra del Nord-Est siriano, nella regione del
Rojava, c’è in atto una rivoluzione di stampo ecosocialista ed ecofemminista che
si ispira alle teorie del confederalismo democratico[1] di Abdullah Öcalan[2],
leader politico curdo e fondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan
(PKK)[3]. Il confederalismo democratico curdo è diventato negli anni un esempio
politico e sociale per moltissimi militanti avendo come obiettivo la creazione
di un’ecodemocrazia radicale, la costruzione di una leadership femminista e
l’opposizione a patriarcato, capitalismo e Stato: una trinità di potere. Di
questo parliamo con Laura Corradi, sociologa ecofemminista, autrice di un
interessantissimo studio dal titolo “A Trinity of Power
‘Patriarchy/Capital/State’ in Gender Inequalities Intersectionality,
Decoloniality, Kurdish Women and Jineolojî” pubblicato a maggio 2026 sulla
prestigiosa rivista Inequalities. Journal of Critical Inequality Studies di Ca’
Foscari. Laura Corradi è un’attivista impegnata nei movimenti femministi, queer,
deep ecology, pacifisti, contro il razzismo, per la salute e i diritti sociali.
Ha insegnato Feminist Theory e Sociology of Sexualities all’Università di Santa
Cruz in California, dove ha appreso l’importanza del metodo intersezionale e
l’importanza di intersecare variabili di classe, genere, razza/etnia/cultura,
età, orientamenti sessuali, religione, status e diverse abilità, nella ricerca
sociologica. Da sempre svolge ricerca con un approccio decoloniale nelle
comunità etniche a basso reddito, tra rifugiati/e, tra le popolazioni indigene
in India, tra le comunità Maori in Nuova Zelanda e tra i Rom e Sinti in Europa,
prestando molta attenzione allo sviluppo dei femminismi indigeni. Tra le più
importanti studiose del confederalismo democratico in Rojava, del pensiero di
Abdullah Öcalan e del femminismo curdo, è autrice di libri, articoli scientifici
e divulgativi, è una grande sostenitrice dei processi di decolonizzazione delle
conoscenze e delle metodologie a partire dalle prospettive aborigene.
Attualmente è docente universitaria presso la Università della Calabria e si
occupa di Sociologia della Salute e dell’Ambiente, di Studi di Genere e Metodo
Intersezionale e di Genere e Scienza.
Come è nato il tuo recente studio e quanto tempo ha richiesto di approfondimento
e lavoro?
Conosco esuli del Kurdistan fin dagli anni ’80 quando ero una
studente-lavoratore a Padova – a quei tempi perseguitati da Saddam Hussein, che
nei loro confronti mise in atto una vera pulizia etnica, e sono sempre stata
solidale con i popoli bersaglio di genocidio, ieri come oggi. Ma ho iniziato a
studiare la questione curda nel 2014, quando in Rojava è stata approvata la
Carta del Contratto Sociale – una costituzione bellissima la cui lettura mi ha
entusiasmata. Era qualcosa di assolutamente nuovo. Per cui proposi alla
Direttrice di Leggendaria, Annamaria Crispino, lo spazio per un Inserto
‘Speciale Curde’ – che vide la luce nel 2016 (n. 116 della rivista) col titolo
“Jin Jiyan Azadi. Dove le donne vivono libere” per narrare l’esperienza
femminista delle donne nella Federazione Rojava. Intervistai la
costituzionalista Alessandra Algostino che analizzò il Contratto Sociale nelle
sue peculiarità, collegandolo alle Costituzioni della Terra che si affacciavano
al mondo in quel periodo. Oltre alla traduzione completa del contratto sociale,
l’inserto conteneva anche altri contributi: di ragazze che avevano visitato
Rojava in delegazione e dialogato con le organizzazioni delle donne; un articolo
di Alessia Drò e Viola Lo Moro sul femminismo anticapitalista delle curde; e
interviste raccolte da Radio Onda Rossa nel novembre 2014. ‘Speciale curde’
ottenne una grande diffusione e fu presentato in università, centri sociali,
librerie riscuotendo attenzione e ammirazione per questo popolo che stava
lottando contro l’Isis mentre costruiva una eco-democrazia diretta, con
leadership di genere. Il doppio apicale (un uomo e una donna per ogni carica
pubblica) sarebbe il minimo da fare anche qui – ovunque, nelle istituzioni come
nelle comunità – ma nel nostro Paese siamo ancora bloccate da moderatismi e
conflitti che favoriscono la frammentazione e rallentano in processi di
mutamento radicale.
Lei parla di una “trinity of power” composta da capitalismo, Stato e
patriarcato. Da dove deriva questa espressione? Quale ruolo sta giocando nel
nostro mondo contemporaneo, questa trinità di potere, nelle disuguaglianze di
genere e nelle disuguaglianze di classe?
‘Trinity of Power’ è una espressione che propongo nel mio lavoro, per
sintetizzare la complessa relazione tra patriarcato, capitale e stato –
magistralmente analizzata dal leader curdo Abdullah Ocalan, incarcerato da 27
anni in un’isola della Turchia. I suoi scritti mi ricordano molto Antonio
Gramsci – che ho imparato a conoscere fin da piccola, grazie a mia nonna. Se
penso alle difficoltà di avere solo un libro alla volta, di essere privato di
penna o matita per interi periodi, di non poter comunicare con l’esterno … mi
rendo conto che il valore del suo lavoro è superlativo. Nel suo ultimo libro
‘Sociologia della libertà’, Ocalan va alle radici delle oppressioni e sostiene
(come altri/e studiosi/e) la tesi per cui le prime forme di patriarcato,
capitale e Stato si manifestarono 5000 anni fa, con la sedentarizzazione e la
possibilità di accumulare.
Il saggio cerca di collegare le innovative proposte politiche del Movimento
delle donne curde sul confederalismo democratico e la Jineolojî
(gineologia, “Scienza delle donne”). Cosa è la gineologia e qual è il suo
rapporto con il femminismo curdo? La gineologia – parafrasando la critica alla
“scienza patriarcale e maschilista occidentale” di Vandana Shiva – può essere un
“nuovo paradigma di scienza”?
Nel mio saggio sintetizzo il lavoro di Ocalan, collegandolo con le proposte
politiche del movimento delle donne curde, dal confederalismo mondiale delle
donne alla Jineoloji (scienza delle donne) una grande operazione di riscrittura
delle scienze dal punto di vista delle donne, a partire da ciò che ancora
sopravvive nella vita quotidiana, nelle varie discipline, nelle pratiche delle
donne. Da più parti è considerato un ‘nuovo paradigma’ nella costruzione della
conoscenza, ha molto in comune con l’esperienza dei femminismi intersezionali e
decoloniali, ma come spiego nel saggio, loro vanno oltre il femminismo …. Infine
nell’ultima parte del mio lavoro traccio un ponte fra le epistemologie pratiche
indigene e questa esperienza curda così vicina a noi. Curda e non solo, perchè
coinvolge siriani, ezedi, turcomanni, arabi, armeni – tutte le etnie presenti
nel luogo – in una forma di confederalismo democratico che potrebbe essere la
soluzione per i conflitti in medio-oriente, e che ricalca le alleanze indigene
delle 5 Nations, un tema che ho affrontato in tre saggi su Jacobin Italia.
Questo lavoro pubblicato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia sta avendo
successo perchè guarda a possibili soluzioni e mi piacerebbe tradurlo in
italiano – se durante l’estate ce la faccio – credo potrebbe essere un
contributo al dibattito attuale nel nostro paese.
All’interno del saggio/studio ‘Trinity of Power’ lei usa il
termine ecodemocrazia radicale. Di cosa si tratta e perchè è la forma di
organizzazione politica auspicabile di una società che si pretende “orizzontale”
e democratica?
In Rojava – nelle Amministrazioni Autonome del nord-est della Siria – si stanno
sperimentando forme di eco-democrazia radicale in maniera partecipata
ridefinendo bisogni, produzione, riproduzione, cooperazione; utilizzando
processi decisionali che coinvolgono tutt*, senza i quali sarebbe impossibile
pensare alla costruzione di eco-agricoltura ed eco-industria senza un consensus
forte. Ma la radicalità della loro democrazia sta anche nell’impegno a generare
eco-società ove non alberghino maschilità tossiche, razzismo, abilismo, etc. Il
lavoro delle curde nella educazione in generale – e degli uomini in particolare
– ci dà un grande esempio.
Nella seconda parte del saggio lei parla di intersectional decolonization of
knowledge (“decolonizzazione intersezionale della conoscenza”), sottolineando
come la messa in discussione del colonialismo storico sia un punto di partenza
fondamentale per ripensare oggi un mondo dal basso. La direzione è verso la
condivisione dei saperi e il rifiuto di ogni mentalità estrattiva?
Non solo. Nella decolonizzazione intersezionale dei saperi si mette in atto uno
smontaggio profondo ….non si tratta solo di condividere i saperi che esistono
rifiutando che vengano male utilizzati – per fini estrattivi e distruttivi – ma
si tratta di capire come la conoscenza che ci insegnano come “neutrale” sia
l’espressione delle idee e degli interessi di una trinità di poteri –
patriarcato, capitale, stato – che si è generata nel corso di millenni, con il
passaggio dai matriarcati alle prime città-Stato. Nel mio corso di Genere e
Scienza, alla Università della Calabria, cerchiamo di decostruire la matrice di
ciò che sappiamo, decodificandone l’origine e gli sviluppi in maniera
intersezionale. Come ci insegna la sociologa della scienza Sandra Harding, una
pioniera della epistemologia femminista, il sapere dominante esprime una
supremazia di genere, di classe, e coloniale. Senza una azione critica nei
confronti della scienza continueremo ad accettare passivamente qualsiasi
tecnologia – anche inutile e dannosa – magari in nome del “progresso”. La
costruzione di un sapere liberato può darsi in un percorso di trasformazione
sociale dal basso, orientato al benessere della gente e non al profitto, alla
competizione, alla guerra. Tale percorso non può vedere le donne, le popolazioni
neo-colonizzate e le comunità indigene, come soggetti subalterni ma come agenti
attive e consapevoli del futuro.
Recentemente lei, per questo originale saggio, ha ricevuto un premio di livello
mondiale dal World Congress of Women Studies, tenutosi in Thailandia, per il
miglior lavoro svolto nell’ambito degli studi di genere. Secondo lei, perchè
l’importanza dei suoi studi viene riconosciuta “ai margini” del mondo e non
viene premiata nell’ambito accademico europeo? Crede che sia un problema di
autoreferenzialità accademica o di un incancrenito eurocentrismo duro da
sciogliersi?
Ho presentato solo una parte di questo saggio al Congresso Mondiale degli Studi
delle Donne a Chiang Mai, nell’ambito di un lavoro su Genere e Scienza: “Dalla
critica della scienza in Sandra Harding alla Jineoloji – Scienza delle donne
curde”. Non mi aspettavo davvero tanto interesse; in Italia sono abituata a non
ricevere riconoscimenti per il mio lavoro, anzi. Pensa che l’ultima volta che
sono stata bocciata ad un concorso per prof ordinaria, nelle motivazioni c’era
scritto che ho “una prospettiva ecofemminista”, che faccio “ricerca militante” e
che rigetto in blocco il “neoliberismo, dominazione maschile e colonialismo”,
come fosse un peccato. Devo dire che non è solo l’eurocentrismo: se guardiamo
alla accademia italiana ancora così ancien regime, in maniera intersezionale,
possiamo notare quanto pesino il classismo, l’eteropatriarcato (sia nelle sue
forme moleste che in quelle moraliste) e le relazioni di potere … purtroppo
anche tra donne. L’individualismo, la competizione e la sfiducia sono alla base
della mancanza di alleanze serie fra donne nell’università italiana – un ambito
che conosco da oltre 40 anni. Speriamo che le cose cambino con le future
generazioni: la lezione delle curde, le accademie delle donne, le norme di
comportamento (non criticare mai una donna davanti agli uomini, non parlare alle
sue spalle, offri una critica amorevole …) forse potranno essere raccolte dalle
ragazze di oggi e dare frutti domani.
[1] Confederalismo democratico, basato sulle teorie di Abdullah Öcalan ed edotto
dall’ecofilosofo Murray Bookchin, è una forma di organizzazione politica che
rigetta lo Stato-Nazione e si fonda su tre pilastri: democrazia diretta (dal
basso), parità di genere ed ecologia sociale.
[2] È stato imprigionato nel 1999 dopo essere stato arrestato in Kenya dai
servizi segreti turchi con la collaborazione di governi stranieri come Israele e
Stati Uniti. È stato condannato all’ergastolo per reati quali “tradimento” e
“separatismo” e per dieci anni è stato l’unico prigioniero dell’isola-prigione
di Imrali. Il suo totale isolamento per 23 ore al giorno e i continui rifiuti di
visitarlo sono stati denunciati in molte occasioni dalle organizzazioni per i
diritti umani, rendendo la sua liberazione una causa inscindibile del popolo
curdo.
[3]Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) ha annunciato ufficialmente il
proprio scioglimento e la fine della lotta armata contro lo Stato turco a maggio
2025. La storica decisione, che ha chiuso quasi 50 anni di conflitto, è stata
formalizzata a seguito di un congresso basato sulle direttive dello storico
leader Abdullah Öcalan.
Fonti:
https://bodypolitics.noblogs.org/
Laura Corradi, “A Trinity of Power ‘Patriarchy/Capital/State’ in Gender
Inequalities Intersectionality, Decoloniality, Kurdish Women and Jineolojî”,
Inequalities. Journal of Critical Inequality Studies, Ca’ Foscari, Maggio 2026
https://edizionicafoscari.unive.it/en/edizioni4/riviste/inequalities/2026/3/
“Speciale Jin Jiyan Azadì – Dove le donne vivono libere. L’esperienza femminista
delle donne curde nella Federazione Rojava” in Leggendaria N. 116, maggio 2016,
pp. 43-56.
https://bodypolitics.noblogs.org/files/2015/08/Speciale-Jin-Jiyan-Azadì-femminismo-curdo.pdf
Carta del Contratto Sociale del Rojava
https://www.eleuthera.it/files/materiali/carta%20del%20rojava.pdf
Lorenzo Poli