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Sull’idea di socialismo che propone Abdullah Ocalan
Raccomandiamo la lettura integrale di questo articolo, di cui abbiamo riportato ampi stralci, dal sito occhisulmondo.info Ho avuto accesso al messaggio sulla Pace e il Socialismo che l’autore Abdullah Öcalan ha inviato dall’isola di Imrali, dove sconta pena in carcere dal 1999, e che è stato letto dall’ex prigioniero politico Veysi Aktaş alla “Conferenza internazionale sulla pace e la società democratica” che si è tenuta a Istanbul il 6 e 7 dicembre 2025, organizzata dal Partito per l’uguaglianza dei popoli e la democrazia. (Qui il link al documento) Il documento dell’autorevole leader comunista curdo delinea le basi della sua proposta di Confederalismo Democratico, che si configura come una nuova idea di socialismo e che tende a contrastare la barbarie della deriva bellicista, necrofila, suprematista e fascista che il capitalismo neoliberista in crisi permanente ha assunto formalmente e sostanzialmente dall’inizio del secolo XXI, dopo essersi imposto, sviluppato e strutturato nell’ultimo quarto del secolo passato. A partire dalla mia personale esperienza teorica e pratica da trent’anni, come attivista nei movimenti eco-politici e di agente in progetti di emancipazione economica comunitaria autogestionaria in America Latina, specificatamente nello Stato di Bahia in Brasile, devo confessare con grande umiltà che il messaggio del compagno Öcalan mi ha profondamente colpito, perché ha fatto risuonare in me il diapason di tonalità concettuali ben precise, riferite a interpretazioni storico-antropologiche, ontologiche ed epistemologiche fondamentali, necessarie a tracciare le basi per la costruzione di un nuovo paradigma, sia ideologico che bio-sociologico, in grado di superare l’attuale devastante status quo multisecolare planetario. Il primo importante richiamo ad un approccio più ampio della critica al capitalismo sorge squillante quando Öcalan ammonisce a considerarne la fonte genealogica non nella più recente Rivoluzione Industriale del XVI secolo, ma nel sistema di civiltà sviluppatosi fin da circa diecimila anni fa in quella che è considerata la culla dell’insediamento originario della specie Homo Sapiens, che successivamente è sopravvissuta all’estinzione delle altre quattro o cinque specie umane scoperte (finora); quella regione che va dal Mediterraneo al Medio Oriente e alla Bassa Mesopotamia, che è esattamente il passaggio, il centro e la congiunzione geografica tra i continenti europeo, asiatico e africano, origine primaria delle specie umane. Il “sistema di omicidio sociale” – come Öcalan definisce la più grande controrivoluzione della specie umana perpetrata nei confronti della precedente civiltà delle comunità claniche – si venne affermando a partire da massicce migrazioni invasive di popoli cacciatori provenienti da est e nord-est. Sulla base delle considerazioni espresse nel suo messaggio, credo che Öcalan non possa non essere stato influenzato dalle teorie e dalle ricerche storiche e antropologiche della scienziata Riane Eisler, descritte nel saggio “Il calice e la spada” pubblicato nel 1996 e seguenti. Lavori nei quali l’antropologa ci propone una teoria alternativa dell’evoluzione culturale sulla base di due modelli: quello androcratico, violento e autoritario (simboleggiato dalla spada), aggressivo, e quello mutuale e gilanico (il calice), accogliente, fondato sulla collaborazione tra i sessi, considerati di pari importanza anche se con diverso ruolo. Un approfondito studio accademico e sul campo nel quale – mostrando che la guerra tra gli uomini e tra i sessi non è determinata divinamente o biologicamente, e che il modello maschile/androcratico non è l’unica opzione sociale e culturale a nostra disposizione – l’autrice ha ricercato nel passato, anche archeologico, gli strumenti per contribuire a disegnare un futuro migliore e un destino di civiltà di tipo nuovo, che sappia resistere agli integralismi e alle barbarie, per una convivenza equa e pacifica di etnie e generi. Di fatto, Riane Eisler dimostra sulla base di ritrovamenti archeologici (dei quali i primi, risalenti alla civiltà micenea, furono realizzati nell’isola di Creta), che fino a circa 5/6mila anni prima di Cristo le società mediterranee erano basate su schemi comunitari matriarcali, pacifici, senza grandi differenze sociali e sull’adorazione di dee femminili, che erano entità che “davano la vita” (sulla falsariga della Pachamama – Madre Terra, tipica dei nativi dell’America del Sud), mentre successivamente sono intervenute contundenti invasioni di popoli cacciatori e violenti da nord che hanno via via trasformato le culture di tutti i popoli di quelle regioni, precedentemente pacifici e cooperanti, in società maschiliste, patriarcali, autoritarie e belliche. Öcalan esprime gli stessi dubbi che la teoria della Eisler tende a confermare rispetto al postulato dell’analisi marxiana secondo cui l’eventuale soluzione della contraddizione fondamentale Capitale/Lavoro sarebbe in grado automaticamente di esaurire la questione della contraddizione di genere Uomo/Donna, Maschile/Femminile, e – insieme ad essa presumibilmente – anche quella etnico-religiosa, tra società organizzate in grandi agglomerati tendenti alla vocazione competitiva individualistica e votati allo sviluppo esponenziale infinito e lineare, opposte a comunità meno aggressive, che praticano aggregazioni comunitarie minori, cicliche e integrate con l’ecosistema. Un altro passaggio fondamentale del messaggio di Abdullah Öcalan credo sia quello in cui si suggerisce di superare alcuni eccessi del materialismo dialettico classico, che percepiscono le contraddizioni come poli opposti destinati ad annullarsi a vicenda, ed invece intenderle come fenomeni sociali tendenziali ed evolutivi che si sostengono e si plasmano a vicenda. Nel suo messaggio Öcalan evidenzia appunto che “la contraddizione deve essere valutata non con una logica di annientamento, ma attraverso una prospettiva storica trasformativa”. Vorrei umilmente mettere in risalto che questa postura metodologica fonda la pedagogia basata sull’imprescindibile trasformazione del paradigma di potere gerarchico verticale/piramidale e del suo corollario economico lineare (che produce scarti infiniti che stanno distruggendo l’ecosistema planetario finito) utilizzato dall’homo sapiens negli ultimi 100 secoli; declinandolo in un nuovo paradigma di condivisione del potere orizzontale in rete, con la sua corrispettiva attuazione economica circolare, che invece riproduce il naturale circuito biologico, basandosi sul riciclaggio della maggior parte della materia trasformata dall’uomo, in modo da ricondurre l’ineliminabile entropia a parametri sostenibili che ci permettano di affrontare ulteriori migliaia di anni di possibile salvaguardia della specie umana. […] Pertanto, in questo nuovo paradigma biologico e comunitario di rete, rivolto a superare la struttura gerarchica e piramidale delle relazioni sociali e che garantisce pari dignità a tutti i differenti soggetti (i nodi interdipendenti della trama), non c’è spazio per l’annientamento dell’avversario dialogico (la lotta di una classe che abbatte e prende il posto della borghesia). Perché in una rete, se ne distruggi una parte, sarai comunque costretto a ricucire lo strappo per evitare che l’intera trama biologica e sociale (della tela della vita), di cui tutti siamo parte, si disfi. E qui risaltano i concetti fondamentali del tabù della guerra, della pena di morte, dell’omicidio (e anche dell’ecocidio) e della vendetta (bandita e sublimata collettivamente in maniera catartica dall’ancestrale cultura tribale africana); paradossalmente anche nei confronti del male più doloroso e intollerabile. Allo stesso modo, in questo nuovo paradigma di relazioni economiche circolari non c’è spazio per la produzione di beni e strutture che non siano completamente riutilizzabili e riapprofittabili, una volta che eventualmente esauriscano i motivi per i quali sono stati realizzati. Nell’economia circolare non sono previsti scarti e rifiuti, né materiali e né sociali. Tenuto conto che, come ricorda il botanico Mancuso, nel 2021 per la prima volta dall’inizio dei tempi, il peso di tutte le costruzioni antropiche inorganiche realizzate (cemento, asfalto, plastiche, ecc.) ha superato la massa totale delle forme di vita esistenti sul nostro Pianeta Terra; non è più previsto correre verso il futuro se non si garantisce la socio-biodiversità. Come in un girotondo di mano data, in cui si agisce in comune e ci si prende cura di tutti gli elementi e degli esseri viventi che compongono la rete della totalità dell’ecosistema e della comunità. […] Anche la critica all’imprescindibile centralità dello Stato-Nazione da parte di Öcalan nel suo messaggio è sicuramente  un chiaro segnale della comprensione maturata in anni di esperienza rispetto alla gestione del potere a livello locale, poiché se essa non è distribuita capillarmente ai soggetti coinvolti in prima persona, non potrà mai raggiungere l’obiettivo di soddisfare adeguatamente la maggioranza del popolo. Quando il potere si esercita attraverso la delega esclusivamente in luoghi distanti, nella capitale e nelle metropoli dello Stato-Nazione, spesso non riesce ad interpretare e a determinare le politiche pubbliche appropriate di cui una specifica realtà locale ha veramente bisogno. Il concetto chiave quindi per una concreta strategia rivoluzionaria è il coinvolgimento popolare, cosciente e competente – espresso a livello comunitario, nella partecipazione collettiva confederata. Le grandi infrastrutture ed i servizi universali fondamentali come la fornitura dell’acqua, dell’elettricità, dei mezzi di comunicazione, dei trasporti, della sanità, dell’istruzione e della formazione permanente, della previdenza sociale, della sicurezza pubblica, della giustizia, della ricreazione e dello sport, della nettezza urbana e delle acque reflue, possono e debbono essere di proprietà pubblica statale e non privata. Ma non basta. Per non ingessare il tutto in una pachidermica burocrazia centralizzata, la loro gestione deve essere partecipata da un segmento significativo della società civile, dai propri utenti di tali servizi, dalle persone impegnate nelle organizzazioni dei movimenti popolari a livello comunitario ed in genere dai principali attori politico-economici attuanti nella comunità ad ogni livello; altrimenti – quando gestite esclusivamente dallo Stato-Nazione centrale – finiscono per riprodurre fatalmente i ricorrenti problemi legati al clientelismo, al nepotismo, alla corruzione, alle disfunzioni o all’abbandono della cosa pubblica. I sociologi calcolano che circa il 20% della popolazione in media nel mondo si occupi di politica e di problemi sociali. Una società effettivamente democratica, emancipata e avviata verso la costruzione del socialismo ha l’onere di ampliare costantemente questa percentuale, coinvolgendo settori sempre più ampi di cittadini e di persone che assumano ruoli di partecipazione nella gestione e definizione delle politiche pubbliche ed in generale che si occupino di politica. È necessario che il potere sia condiviso, che passi dall’essere oligarchico (qualsiasi partito, gruppo sociale o classe lo egemonizzi) ad un’ampiezza che si approssimi alla maggioranza della società. Solo così ha senso (e futuro) il nuovo socialismo e solo così esso potrà essere preservato da eventuali controrivoluzioni e restaurazioni. Naturalmente, per poter svolgere il proprio ruolo partecipativo, la popolazione deve poter acquisire coscienza e competenza. Coscienza, per non essere alienati e cooptati dalle pseudo-culture individualistiche, come ad esempio il consumismo, il narcisismo mediatico e la chimera dell’affermazione egoica attraverso l’imperativo delle prestazioni, che troncano l’auspicato passaggio esistenziale dall’Io al Noi attraverso l’empatia con l’altro da sé. Competenza, per poter esercitare adeguatamente il proprio potere di suggerimento, progettazione, decisione, accompagnamento e controllo delle politiche pubbliche messe in atto nella propria comunità di appartenenza e, per raggiungere tale obiettivo, possedere gli strumenti che permettano ai cittadini di saperle scegliere, approvare e difendere. E questo ovviamente postula la necessità di destinare parte significativa delle risorse pubbliche ad attività di formazione permanente durante tutto il percorso di vita delle persone. Un contributo in tal senso si trova anche nel “Saggio sul socialismo” ripubblicato aggiornato dal politico brasiliano Tarso Genro nel 2021, nel quale si riconosce come la vecchia identità operaia sia andata diluendosi, nella modernità industriale, in una accentuata frammentazione della struttura di classe tradizionale. E quindi, “per ricostruire il nuovo soggetto, prima ancora dell’ammodernato progetto socialista stesso, è necessaria una nuova vita pubblica organica, affinché la maggioranza dei lavoratori inizi a condividere nuove identità in un nuovo modo di convivenza, al di fuori della logica del mercato capitalista. E questa condivisione deve essere necessariamente transterritoriale, di genere, culturale e multilingue. Si tratta della creazione di un movimento politico che contenga i germi di un nuovo modo di vivere, alla ricerca di nuove forme di articolazione economica, a partire da un programma minimo in cui le attività produttive – sociali e culturali – contribuiscano ad implementare una nuova esistenza in comune, nuove relazioni e nuovi modi di produrre, sia cibo sano che beni di base dell’industria necessari per una vita dignitosa”. Tali suggerimenti e proposte vengono concretizzandosi oggi in varie parti del mondo attraverso lo sviluppo di relazioni sociali e di lavoro in forma associativa e cooperativistica, alimentando il peculiare settore della “Economia Solidale” e della finanza etica. Questo specifico ambito di attuazione stimola altresì la necessità di avanzare nella sperimentazione di pratiche che contribuiscano a sviluppare forme sempre più efficienti di auto-organizzazione, che vengono portate avanti in varie esperienze concrete di comunità autogestite, come quelle dei zapatisti del Chiapas, dei curdi a Kobane, delle Comunas in Venezuela, dei Comitati di Difesa della Rivoluzione a Cuba o nelle scuole e cooperative agroecologiche dei Sem Terra brasiliani, maggiori produttori di riso bio del mondo. Come credo desideri suggerire Öcalan, le esperienze e le prerogative su menzionate sono le basi del paradigma comunitario democratico confederale, che potrà contribuire a farci superare lo stadio obsoleto degli Stati-Nazione verso forme di convivenza sociale e politica molto più avanzate ed emancipate, che possano permettere la sperimentazione di forme concrete di pace e socialismo e che ci distanzino anche culturalmente dalla fase delle rivoluzioni annientatrici ottocento e novecentesche, per transitare verso processi permanenti, ampiamente inclusivi e partecipati, di co-evoluzione che coinvolgano il più possibile delle socio-biodiversità in reti orizzontali e non gerarchiche. […] Redazione Italia
May 24, 2026
Pressenza
Nuova edizione di “S’Atobiu”, il festival della piccola editoria indipendente: incontri per raccontare mondi nuovi
L’edizione 2026 di “S’Atobiu”, “l’incontro” in lingua sarda, si svolgerà a Selargiu (CA)  dall’8 al 10 maggio e a Tertenia (OG – Ogliastra) dal 28 al 30 (sarà presente anche la casa  editrice Multimage e la redazione di  Pressenza.com (Pressenza Sardigna). Organizzato dall’associazione A.S.C.E. – Sardegna, il festival della piccola editoria indipendente proprone come tema “La terra e la memoria della terra”, che vuole unire la terra di Sardegna  alle terre nel mondo che subiscono ingiustizie, ma promuovono visioni di mondi possibili, come la Palestina, il Chiapas, il Kurdistan, attraverso le arti visive, il paesaggio e la poesia.  “S’Atobiu”, “l’incontro” in lingua sarda, è il festival della piccola editoria indipendente, nato nel novembre del 2022 dall’esigenza di costruire uno spazio di confronto e di riflessione su temi che spesso vengono lasciati al margine dall’informazione mainstream. Ma cosa è oggi “S’Atobiu”? È un’idea divenuta certezza. È una piazza di incontro, un crocicchio di anime. Un luogo di ritrovo capace di connettere il Cilento a Treviso, Roma a Brescia, l’Uruguay alla Sardegna, la Turchia a Reggio Calabria, Ginevra a Riace. È una trama tessuta a più mani e i nodi congiungono comunità e stringono relazioni. È il posto dove è stato possibile, durante questi anni chiacchierare con Raúl Zibechi o Mimmo Lucano, cenare con Maria De Biase o Tiziana Barillà, ritrovarci con personalità provenienti da varie parti e portatrici di varie esperienze, raccontare esperienze di vita comunitaria, di autogestione, di società matriarcali, di possibili vie alternative al capitalismo. Di idee talmente semplici da divenire pericolose. A “S’Atobiu” circola la libera informazione e fioriscono i libri, editi da case editrici indipendenti, che narrano una storia diversa. Raccontando di diritti, di uguaglianza e di pari dignità. Libri in cui si legge che la pace non si costruisce con le bombe, che si lotta solo per una giustizia sociale, per contrastare il potere degli uomini sulle donne, del più grande sul più piccolo, del più forte sul più debole. La cultura si mescola con la terra rendendola più fertile, la terra poi si mescola con la musica nutrendola di nuove sonorità. Dal 2024 lo sforzo organizzativo delle volontarie e dei volontari ha permesso di portare S’Atobiu in due località sarde: Tertenia e Selargius. In questa quinta edizione, che ha come tema generale: “La terra e la memoria della terra”, durante i due eventi parleremo, a Tertenia, delle esperienze locali, mentre a Selargius, volgeremo lo sguardo al di là del mare. Quindi a Selargius, l’8, 9 e 10 maggio ci confronteremo con Gianluca Carmosino della redazione di Comune (curatore del libro Gridare, fare, pensare mondi nuovi) su come sia possibile creare mondi altri. Rifletteremo insieme a Marco Santopadre sulla grande tragedia che ancora sta colpendo il popolo palestinese. Dialogheremo con le compagne e i compagni del Nodo Solidale e della rete Kurdistan sarda di utopie realizzate: il Confederalismo Democratico e lo Zapatismo. Presenteremo molte novità editoriali alla presenza di autori sardi come Carlo Bellisai e Alberto S. Secchi e continentali come Carlo Ruggiero, Gianluca Carmosino e Marco Santopadre. Impareremo anche a fare le maschere di cartapesta con Paola Demontis. E poi tanti momenti ludici con le artiste e gli artisti aderenti al movimento “Unione Artisti Libertari”. Mentre a Tertenia, il 29 e 30 maggio, un’attenzione particolare verrà dedicata alla storia, passata e presente, del territorio locale e isolano, ai diversi saperi e linguaggi che la abitano: dalla ricerca documentaristica al muralismo come mezzo di riflessione politica e collettiva, dalla panificazione alla poesia come pratiche di condivisione, dall’osservazione del paesaggio della nostra terra che cambia: dal punto di vista botanico da un lato, e dal punto di vista naturalistico-sociale-culturale, dall’altro, relativamente alla speculazione energetica attuale. Faremo tutto ciò e altro ancora in sintonia con quella che ormai possiamo definire “la nostra tradizione”. Asce, Associazione sarda contro l’emarginazione Redazione Sardigna
May 1, 2026
Pressenza
Oggi, primo giorno di primavera, cade il Newroz, capodanno curdo e iraniano, lo celebriamo così…
Intervista a Zilan Diyar: in Kurdistan un nuovo diritto internazionale esiste giàOggi, in occasione del Newroz, il capodanno curdo, proponiamo l’intervento di Zilan Diyar, giornalista e attivista curda del Movimento di liberazione delle donne del Kurdistan, di Women Weaving the Future per il confederalismo mondiale delle donne e già di Jineoloji Europa. Il titolo dell’intervento è “La crisi del diritto internazionale e la proposta del confederalismo democratico”. Il Newroz è una festa molto importante per il popolo curdo. Si celebra la rinascita della vita in occasione dell’equinozio di primavera ma, come rivela il detto: «Berxwedan jihan e», non solo. È kurmanji, una delle lingue curde rimaste illegali per decenni, e significa «La resistenza è vita». Al Newroz così si celebra anche la lotta per la liberazione dall’oppressione coloniale e patriarcale, e si ricorda il sacrificio di tutte le persone che hanno dato la vita per questo. Ringraziamo Zilan Diyar e vi auguriamo quindi un buon ascolto, ma anche una buona fine dell’inverno e un buon inizio di un nuovo anno di resistenza. «La nostra formula per la Terza Guerra Mondiale è una: i confini statali per noi non sono importanti, ma all’interno di questi confini vogliamo difendere la nostra autonomia. È all’interno di questi confini che mettiamo in pratica i principi del nostro paradigma, come la libertà delle donne, l’amministrazione autonoma e il rafforzamento delle potenzialità locali, e diamo forza a tutte le differenze esistenti, di cultura, religione…» Zilan Diyar. A febbraio, a sostegno di Docenti per Gaza, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha lanciato una settimana di mobilitazione portando nelle classi il tema della crisi del diritto internazionale, sia come catastrofe che come opportunità. Questa intervista si inserisce in continuazione di quella linea di didattica collettiva volta a rivendicare il diritto costituzionale alla libertà d’insegnamento. L’intervento di Zilan Diyar porta la prospettiva del movimento curdo sui recenti fatti nel Kurdistan siriano e iraniano, su come quella che Zilan definisce Terza Guerra Mondiale si stia manifestando in Medio Oriente oggi e su come la proposta del confederalismo democratico possa rappresentare un’alternativa allo Stato-nazione in grado di relazionarsi dialetticamente con esso. Il confederalismo democratico creerebbe così spazi e esempi concreti di convivenza pacifica tra popoli ed etnie diverse all’interno dei confini degli stati. Ci sembrava interessante e importante interrogarci sulla crisi del diritto internazionale intesa non solo come punto d’arrivo e distruzione, ma anche come opportunità e possibilità di trasformazione. Abbiamo voluto intervistare una rappresentante del Movimento di liberazione del Kurdistan per avere un punto di vista anticoloniale di genere da parte di un movimento che ormai da vent’anni sviluppa concretamente un modo alternativo di organizzare e pensare la società, rispetto allo Stato-nazione occidentale. Speriamo quindi che possa essere un contributo interessante per docenti, studentesse e studenti e per tutte e tutti coloro che credono che la scuola pubblica sia un luogo di costruzione di una cultura di pace, di una cultura dei diritti universali, ma soprattutto un luogo di sviluppo del pensiero critico e di responsabilità nei confronti del mondo che ci circonda. «ALCUNE NOSTRE PROSPETTIVE CAMBIANO, ALTRE LE MANTENIAMO: NON È CHE SOLO DISTRUGGENDO PUOI COSTRUIRE QUALCOSA DI NUOVO» ZILAN DIYAR qui il video: Intervista Zilan Diyar Kurdistan nuovo diritto internazionale esiste Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
March 21, 2026
Pressenza
Per salvare il Rojava e il suo esperimento di democrazia diretta
In Sardegna, come anche da altre parti d’Italia, per esempio a Milano e a Roma, c’è chi si è ricordato della guerra in atto nel nord della Siria, ai confini con la Turchia, nella regione a maggioranza curda del Rojava, nuovamente nell’occhio del ciclone bellico. Lo fa cercando di penetrare la cortina del silenzio delle televisioni e della stragrande maggioranza della stampa e indicendo una manifestazione a Cagliari per il 14 febbraio. Una data che è anche quella della ricorrenza del complotto internazionale che portò alla cattura, da parte di agenti dei servizi turchi, del leader curdo Ocalan, nel 1999. La regione del Rojava, è amministrata autonomamente dal 2012, è stata capace di resistere ai miliziani dell’ISIS, durante la guerra civile siriana, per trovarsi di nuovo oggi sotto attacco, da parte di milizie jiadiste, coperte dal governo di Damasco. Al contempo sono schierati minacciosi i carri armati turchi, poco più a nord. Quel che si rischia è una possibile spartizione territoriale fra Turchia e Siria di quei territori, ma soprattutto è in grave pericolo la possibilità che il grande esperimento di autogoverno e di democrazia diretta agito dalla popolazione del Rojava possa essere soffocato nel sangue. I curdi pagano, come i palestinesi, il peccato di essere popolazioni d’intralcio al progetto statunitense di dare delega a Israele per la governance del medio oriente. Ma oltre a questo, risultano particolarmente scomodi a tutti i poteri forti, perché hanno dimostrato che una vasta regione può amministrarsi autonomamente, con un autogoverno dal basso, con l’equivalenza fra i generi, la convivenza interetnica ed interreligiosa ed il rispetto per la natura. Una società contro lo stato, come quelle di cui scriveva l’antropologo Pierre Clastres (1934-1977), analizzando le relazioni fra gli indios guaranì nel secolo scorso? In un certo senso si, anche se nel contesto della complessità contemporanea. Nel Rojava è in atto da almeno quindici anni un esperimento sociale e politico di grande portata: il confederalismo democratico. Un’idea che il leader curdo Abdullah Ocalan ha maturato durante la sua lunghissima prigionia, mutuandola almeno in parte dagli scritti dell’ecologista anarchico statunitense Murray Boockin (1921-2006), l’ideatore del municipalismo libertario. L’idea di base è quella di una fitta struttura partecipativa a rete, che coinvolga la popolazione nelle decisioni più importanti per l’intera comunità, coordinandosi territorialmente attraverso deleghe su mandato specifico, sempre revocabili dalle assemblee che le hanno generate. Un sistema non dall’alto verso il basso, ma dal basso verso l’alto. Un esperimento che, per un semplice umano sentimento, si dovrebbe studiare e implementare, non aggredire e bombardare. Ma così non è. L’Europa e l’Italia tacciono. La manifestazione in appoggio al popolo curdo e alla resistenza del Rojava inizierà a Cagliari in piazza Garibaldi alle ore 17.  Un’importante occasione per dire no alla politica del riarmo e per aiutare chi lotta e prova a sperimentare un modo di vivere migliore. foto di Redazione Sardigna Carlo Bellisai
February 12, 2026
Pressenza
Chiapas e Rojava: rallegrarsi delle luci che brillano nell’oscurità
«Ho percorso oltre 11.000 chilometri per essere qui con voi. Perché? Sono stato attirato qui da una luce che brilla nell’oscurità. La luce di Öcalan e del Movimento di liberazione curdo. Una luce di speranza. Speranza contro l’oscurità del mondo…». È cominciato così lo splendido intervento di John Holloway alla Conferenza internazionale sulla pace e la società democratica, promossa a Istanbul, il 6 e 7 dicembre, dal DEM, il partito curdo che sostiene Öcalan e l’attuale processo di pace. Una due giorni, secondo alcuni forse troppo concentrata sulla riforma dello Stato e poco su quello che Öcalan chiama “confederalismo democratico”. Ma il movimento curdo è oggi attraversato, tra inevitabili contraddizioni da comprendere e rispettare, da almeno due grandi questioni: il desiderio di una vera pace, dopo migliaia di morti e dopo oltre trent’anni di carcere per tantissimi prigionieri politici; la determinazione a realizzare una trasformazione profonda della società, una società organizzata non con le logiche tradizionali dello stato ma su base comunitaria (“confederalismo democratico”). Di certo, il movimento curdo, come quello zapatista e migliaia di altri gruppi nel mondo, è “un movimento molto speciale che brilla di una luce speciale, la luce della dignità, della rabbia della dignità contro l’oscurità…” Ho percorso oltre 11.000 chilometri per essere qui con voi. Perché? Sono stato attirato qui da una luce che brilla nell’oscurità. Una luce così brillante che può essere vista a oltre 11.000 chilometri di distanza. La luce di Öcalan e del Movimento di liberazione curdo. Una luce di speranza. Speranza contro l’oscurità del mondo. Contro l’oscurità di un mondo così crudele che lo stato turco ha tenuto un uomo in isolamento in prigione per più di venticinque anni, semplicemente perché ha dedicato la sua vita a lottare per la libertà: lo stato turco si porta addosso la vergogna internazionale per ogni giorno che viene tenuto in prigione. Un mondo così crudele che può sopportare mentre lo stato israeliano uccide e uccide e uccide e uccide bambini, donne e uomini palestinesi. Un mondo governato dal denaro dove ogni aspetto della vita è plasmato dal desiderio di aumentare il denaro, di generare profitto. Un mondo che si sta distruggendo, un mondo in cui noi umani abbiamo fatto della nostra stessa estinzione un pericolo reale e urgente. Un mondo in cui il denaro non ha mai manifestato il suo potere in modo così forte e volgare. Il mondo di oggi è un posto molto, molto buio. Ecco perché è così importante rallegrarsi delle luci che brillano nell’oscurità, dei movimenti che vanno nella direzione opposta, contro il crudele dominio del denaro. Per me, in questo momento, ci sono due grandi luci nel cielo. Una è il Movimento di liberazione curdo, l’altra è il movimento zapatista in Messico. Ma se guardiamo più da vicino, vediamo che ci sono migliaia, probabilmente milioni di gruppi che spingono in direzioni simili. Stiamo tutti cercando di creare una luce contro l’oscurità, stiamo tutti cercando di reclamare il mondo, il nostro mondo, dal dominio omicida del denaro, per riprendercelo prima che sia troppo tardi. Ecco perché il movimento curdo e il movimento zapatista sono così importanti per noi che non siamo né curdi né indigeni: perché la loro forza e le loro idee ci danno il coraggio di continuare a lottare per un mondo basato sul riconoscimento della dignità umana. Non sto dicendo che questi movimenti siano perfetti: come ogni movimento, hanno le loro contraddizioni e le loro tensioni interne. Ma hanno almeno cinque caratteristiche centrali nell’attuale flusso globale di resistenza e ribellione: sono anticapitaliste, antistataliste, antipatriarcali, antiecocide e antinazionaliste. Innanzitutto, anticapitaliste, in opposizione al dominio del capitale, espresso in modo più evidente nel dominio del denaro. Capitale è il nome che diamo a una forma di coesione sociale in cui le relazioni sociali si stabiliscono attraverso lo scambio di merci, cioè essenzialmente attraverso il denaro, una forma di coesione sociale che si basa necessariamente sullo sfruttamento della stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Questa forma di coesione sociale genera una dinamica violenta che ci sta distruggendo. L’unico modo per superare questa dinamica di distruzione è sviluppare, contro il capitale, una diversa forma di coesione sociale, una comunizzazione, un’unione che sia comunitaria. Sia il movimento curdo che gli zapatisti hanno sviluppato questa comunizzazione in larga misura nella loro pratica. In secondo luogo, anti-stataliste. Lo stato, come forma di organizzazione, non potrà mai essere nostro. A differenza del comune, esclude le persone affidando le decisioni a un numero selezionato di persone. È legato all’accumulazione di capitale. Inoltre, lo stato, qualsiasi stato, è profondamente razzista, semplicemente perché si basa sulla discriminazione tra i suoi cittadini e il resto della popolazione mondiale. Cosa questo significhi in termini di violenza quotidiana e omicidi di massa sta diventando sempre più chiaro. Lo stato è una forma violenta di organizzazione, mentre il comune non lo è. Lo stato è un dire, un comandare, mentre il comune è un dibattere, un discutere e un giungere a una conclusione condivisa. Lo stato, come forma organizzativa, porta alla guerra, il comune alla pace. Una pace significativa deve essere costruita sulla trasformazione sociale. In terzo luogo, anti-patriarcale. Ôcalan ha ragione quando dice che la schiavitù delle donne è la schiavitù più antica del mondo. Sia il Movimento di liberazione curdo che gli Zapatisti hanno posto la trasformazione del ruolo delle donne nella società al centro della loro lotta. Senza di essa non può esserci libertà. Ciò significa la trasformazione radicale del nostro modo di vivere e di relazionarci gli uni con gli altri, la creazione di un mondo basato sul reciproco riconoscimento della dignità di tutte le persone. In quarto luogo, anti-ecocida. Il capitalismo è profondamente ecocida, basato sulla distruzione e sullo sfruttamento di altre forme di vita e di tutta la natura che ci circonda ed è essenziale per il nostro benessere e per la nostra stessa vita. Per sopravvivere, dobbiamo recuperare e sviluppare un rapporto armonioso con la natura. Anche questa è una caratteristica centrale del movimento curdo, di quello zapatista e di migliaia di altri movimenti in tutto il mondo. E in quinto luogo, anti-nazionalista. Questo è importante perché il nazionalismo è sia l’aspetto più violento dell’oppressione capitalista quotidiana, sia la forza che più di ogni altra ha contribuito a spezzare le lotte popolari per un mondo migliore. Sia gli Zapatisti che il movimento curdo hanno proclamato il loro anti-nazionalismo. Gli zapatisti hanno da tempo abbandonato l’idea di liberazione nazionale e proclamano che “la lotta per l’umanità è globale… la lotta per l’umanità è in ogni luogo e in ogni momento”. E Öcalan esprime magnificamente il suo rifiuto non solo del nazionalismo, ma di qualsiasi forma di identitarismo quando afferma: “La libertà nel vero senso della parola è la trascendenza della distinzione tra noi e gli altri”. La sua grande luce splende nel cielo scuro, ecco perché ho viaggiato per 11.000 chilometri. Ma cosa ho trovato? Persone molto simpatiche, certo, ma, con la notevole eccezione della lettera di Öcalan, ieri non si è praticamente parlato di anticapitalismo, antistatalismo, antipatriarcato, antiecocidio, antinazionalismo. Posso rispettare i movimenti catalano, basco e irlandese, e comprendo persino l’interesse per la trasformazione del Sudafrica dalla brutalità dell’apartheid a una delle società più violente, corrotte e inique del mondo. Ma questi non sono i movimenti di radicale trasformazione sociale che entusiasmano le persone in tutto il mondo come sta facendo il movimento curdo. Tutti ieri hanno parlato di pace, ma come un accordo legale, non come un processo di trasformazione sociale[1]. Quindi mi restano due opzioni. Una è tornare a casa e dire: “Bella gente, ma è stato tutto un errore, questa non è la luce che mi aspettavo di vedere. Abbandoniamo il nostro gruppo di lettura su Öcalan e il corso che ho intenzione di tenere insieme ad Azize Aslan e Sergio Tischler su “Comune contro lo Stato: Curdi e Zapatisti”. Ma non posso farlo. Quello che ho letto e sentito sul Rojava, quello che ho letto su Öcalan, il mio coinvolgimento con l’Accademia Curda di Scienze Sociali di Eindhoven, in Olanda: tutte queste cose non me lo permetteranno. L’altra possibilità è rivelare la mia vera identità. Contrariamente alle apparenze, non sono un professore, sono davvero una fata madrina. Credo che gli organizzatori lo abbiano capito quando mi hanno invitato. Come fata madrina invitata a una conferenza, ho l’obbligo di esprimere un desiderio per il movimento che mi ha invitata. E il mio augurio è questo: in tutti i difficili, dettagliati e importanti negoziati che si stanno svolgendo con lo Stato turco, che sostengo pienamente, desidero che non vi deradicalizziate, che non dimentichiate mai quanto siete speciali, che comprendiate che per noi che viviamo in Messico e in tutto il mondo, il movimento curdo è un movimento molto speciale che brilla di una luce speciale, la luce della dignità, della rabbia della dignità contro l’oscurità. Per questo ho volato via mare e via terra fino a Istanbul. Per questo, sono venuto a esprimere il mio entusiastico sostegno a Öcalan, al Movimento di Liberazione Curdo e al processo di pace. -------------------------------------------------------------------------------- Intervento nel secondo giorno della Conferenza internazionale sulla pace e la società democratica, Istanbul, 6/7 dicembre 2025, organizzata dal DEM, il partito curdo che sostiene Öcalan e l’attuale processo di pace. [1] Il primo giorno della conferenza, sono stati presentati interventi sul processo di pace in Catalogna, Paesi Baschi, Irlanda e Sudafrica. Comune-info
December 27, 2025
Pressenza
La rivoluzione in Rojava e la Siria del dopo Assad
L’esperienza rivoluzionaria che da più di dieci anni con fatica si sta realizzando in Siria del Nord e dell’Est oggi deve confrontarsi con la nuova realtà politica di Hayat Tahrir al-Sham (HTS, Unione di Liberazione del Levante) che dall’otto dicembre 2024 ha preso il potere a Damasco. La fine del regime dispotico e sanguinario del Partito Ba’th siriano (Ḥizb al-baʿṯ al-ʿarabī al-ištirākī), a guida incontrastata della famiglia Assad, è stata accolta con gioia dalla popolazione della Siria del Nord e dell’Est. Hafez Assad, il padre di Bashar, prese il potere in Siria con un colpo di stato nel 1970. La corruzione e la repressione sono state alla base del potere del Ba’th in Siria, trasformando il paese in una cleptocrazia e in una dittatura spietata. Il culto della personalità, prima di Hafez e poi di Bashar, è stato imposto in modo dispotico ai siriani. Come è stata imposta l’arabizzazione di tutto il paese, nonostante in Siria siano presenti numerose etnie non arabe e diverse comunità religiose (curdi, armeni, assiri, turkmeni e circassi, sunniti, sciiti, alawiti, cristiani, drusi, ezidi e altri siriani). Pur di rimanere al potere, gli Assad, hanno esercitato una durissima repressione contro ogni dissenso, usando anche le armi pesanti e i bombardamenti aerei contro le manifestazioni popolari che chiedevano una svolta democratica in Siria. La repressione ha colpito centinaia di migliaia di persone tra oppositori, ribelli e dissidenti, aprendo la strada alla guerra civile che ha insanguinato la Siria per quasi quindici anni. Il dissolvimento in soli otto giorni del regime Baathista apre però tantissimi interrogativi sul futuro dell’intero Medio Oriente. Appare chiaro come la caduta del regime di Damasco sia stata orchestrata da un intenso lavoro fra le intelligence delle potenze geostrategiche (in primo luogo Stati Uniti e Russia) e delle potenze locali (Arabia Saudita, Qatar, Iran, Israele, Turchia), con il beneplacito dell’Unione Europea, che con nonchalance hanno sdoganato i jihadisti tagliagole dell’HTS, eredi di al-Nuṣra e del Daesh (ISIS), e il loro leader Ahmed al-Sharah/al-Jolan quali portatori della democrazia in quella terra martoriata. Dopo la dissoluzione del regime degli Assad, il governo turco ha iniziato una dura campagna militare spingendo le milizie jihadiste del cosiddetto Esercito Nazionale Siriano (SNA) contro i territori controllati dall’Autorità Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell’Est (DAANES). L’SNA, foraggiato e diretto dalla Turchia, già dal dicembre scorso ha intrapreso un massiccio attacco contro i territori autonomi della Siria del Nord e dell’Est spingendosi fino alle sponde dell’Eufrate. Le Forze Democratiche Siriane (SDF), hanno fermato lungo l’Eufrate l’offensiva delle SNA diretta alla conquista di Kobane, città simbolo della resistenza ai tagliagole dell’ISIS. La popolazione della Siria del Nord e dell’Est si è sollevata dando pieno appoggio alle milizie popolari rivoluzionarie e contribuendo in modo essenziale a difendere la diga di Teshrin, dove sono giunte migliaia di persone, famiglie intere che hanno offerto i propri corpi per respingere l’orda reazionaria del SNA. Tantissimi i morti sotto i bombardamenti, ma l’avanzata delle milizie Jihādiste filo-turche è stata fermata. La diga di Teshrin sull’Eufrate è divenuta il nuovo simbolo della resistenza in Rojava per la difesa delle conquiste del Confederalismo Democratico. Mentre le SDF fermavano l’offensiva dell’SNA i rappresentanti dell’Autorità Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell’Est (DAANES) hanno cercato un dialogo costruttivo con i nuovi governanti di Damasco nel tentativo di andare verso la costruzione di una nuova Siria democratica e confederale. Ma i messaggi arrivati da Damasco non sono confortanti. Dopo le dichiarazioni Jihādiste di Ahmed al-Sharah in vista della riscrittura della carta costituzionale, il governo sunnita di Damasco ha scatenato le forze di sicurezza nella Siria dell’Ovest dove sono stati compiuti atti di efferata violenza contro la popolazione alawita (di osservanza sciita). Più di 1.400 i civili alawiti sono stati uccisi, soprattutto nelle provincie di Latakia e Tartus. A controbilanciare il centralismo di Damasco a fine aprile a Qamishlo, nella Siria del Nord Est, oltre 400 delegati provenienti da diverse parti del Kurdistan e della Siria hanno partecipato alla Conferenza sull’unità curda e la posizione comune in Rojava. La Conferenza ha rilanciato la centralità del progetto del Rojava, tra pluralismo, autodeterminazione e ruolo centrale delle donne nel futuro democratico della Siria. L’incontro ha reso centrale l’esperienza rivoluzionaria del Rojava, reclamando il diritto all’esistenza e alla partecipazione nella nuova Siria post Baathista. La partecipazione ampia delle organizzazioni delle donne ha ribadito come la questione della parità di genere attraversi ogni livello del dibattito curdo, definendo una pratica politica in cui l’autodeterminazione si intreccia a una riformulazione radicale dei rapporti di potere. In Siria del Nord e dell’Est, la liberazione delle donne non rappresenta un segmento separato, ma il centro propulsivo di un immaginario condiviso. La Conferenza ha approvato il documento finale che auspica l’unificazione delle regioni curde sotto l’egida federale siriana, come unità politica e amministrativa integrata, e che contiene disposizioni chiave sia sullo Stato nazionale siriano che sull’entità nazionale curda. Viene ribadito che la Siria è una regione con una molteplicità di nazionalità, culture, religioni e sette; la sua costituzione deve garantire i diritti di tutte le componenti presenti in Siria (Arabi, Curdi, Siriaci, Assiri, Circassi, Turcomanni, Alawiti, Drusi, ezidi e Cristiani). Lo Stato deve rispettare i diritti umani e il principio di cittadinanza paritaria. Il sistema di governo della Siria dove essere basato sul pluralismo politico, il trasferimento pacifico del potere, la separazione dei poteri e l’inclusione di consigli regionali all’interno di un quadro di decentralizzazione. Si deve adottare la decentralizzazione, garantendo una distribuzione equa dell’autorità e della ricchezza. Lo Stato dovrà essere neutrale verso le religioni e le credenze, garantendo la libertà di pratica religiosa e riconoscendo ufficialmente la fede ezida. L’identità nazionale unificata deve rispettare la specificità delle diversità. Ci deve essere la garanzia dell’uguaglianza di genere e della rappresentanza delle donne in tutte le istituzioni. Tutela dei diritti dei bambini. Garanzia al ritorno sicuro degli sfollati, nelle aree curde e in tutta la Siria. L’Assemblea costituente dovrà essere sotto patrocinio internazionale, con rappresentanti di tutte le componenti siriane, per redigere principi democratici e formare un governo rappresentativo di tutta la Siria con pieni poteri esecutivi. Deve valere la facoltà di esprimersi ed essere educati nella propria lingua madre e di praticare la propria cultura come diritto di tutte le comunità. Dev’essere legittimata la proclamazione dell’8 marzo come Giornata Nazionale delle Donne. Le aree curde devono essere unificate in un’unità politico-amministrativa all’interno di una Siria federale con il riconoscimento del popolo curdo come popolo autoctono in Siria, garantendo i propri diritti politici, culturali e amministrativi. La lingua curda va riconosciuta come lingua ufficiale accanto all’arabo con garanzia del suo insegnamento e apprendimento. Vanno abolite tutte le politiche, procedure e leggi eccezionali applicate contro i curdi, risarcendo i danneggiati da tali discriminazioni, ripristinando lo status precedente di queste aree e annullando gli accordi segreti e pubblici che minano la sovranità siriana e l’esistenza curda. Va restituita la cittadinanza siriana ai curdi, a cui era stata sottratta durante il censimento eccezionale del 1962, e avviata la risoluzione dello status dei curdi non registrati. Va promosso lo sviluppo delle infrastrutture nelle aree curde con l’allocazione di una quota delle risorse pubbliche per lo sviluppo e la ricostruzione, affrontando la marginalizzazione e il deliberato abbandono subiti nelle fasi precedenti. La risposta del governo di Damasco non si è fatta attendere, già il 27 aprile esso ha ribadito la difesa strenua della propria architettura centralista e islamista. Nel mirino del governo il sostegno riaffermato durante la Conferenza di Qamishlo a un modello di governance decentralizzato e pluralista che la presidenza siriana ha definito una minaccia all’unità nazionale e un tentativo unilaterale di imporre nuovi equilibri nel Nord-Est del Paese. Mentre è stato accolto in modo positivo l’appello di Öcalan del 27 febbraio per la pace e la democrazia, viene sottolineato che fino a quando non ci saranno garanzie valide per il rispetto delle conquiste del Confederalismo Democratico in Siria le milizie popolari SDF e YPG non deporranno le armi e che le YPJ, strutture di difesa delle donne, non disarmeranno in nessun caso.     Renato Franzitta
May 20, 2025
Pressenza
Per la libertà di Ocalan e per una soluzione politica in Kurdistan
L’appello del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan del 27 febbraio per “la pace e una società democratica” rappresenta il nono tentativo di cessate il fuoco unilaterale da parte curda, in questo modo il PKK ha dato un ulteriore tangibile segno dell’impegno da parte curda per la pace e la democrazia. Già nel 2015 la trattativa per la pace sembrava fosse arrivata ad un punto significativo e che la liberazione di Öcalan potesse essere imminente. Ciò che accadde dopo le elezioni del giugno 2015, quando il partito HDP ottenne 13,12% e conquistò 80 seggi al Parlamento di Ankara, è sotto gli occhi di tutti: una violenta e sanguinosa ondata bellica scatenata dal regime di Erdogan contro le popolazioni curde in Turchia, Siria e Iraq del nord. Interi villaggi distrutti, quartieri storici delle città curde rasi al suolo, migliaia di arresti fra curdi sospettati di essere membri del PKK e fra i militanti del partito HDP, fra cui il segretario nazionale Demirtas, centinaia di morti. L’offensiva turca contro il movimento democratico curdo fu estesa oltre i confini della Turchia, con una feroce campagna che ha investito il Rojava rivoluzionario, iniziata con l’attacco ad Afrin e a tutta la Siria del Nord e dell’Est. Le formazioni jihadiste eterodirette da Ankara operarono una crudele pulizia etnica nei territori occidentali del Rojava espellendone le popolazioni stanziali. Sebbene i colloqui con il regime di Ankara continuino, la condizione minima per la deposizione delle armi da parte delle milizie popolari curde ha come presupposto irrinunciabile la possibilità di indire il Congresso straordinario del PKK con la presenza fisica del suo leader storico Abdullah Öcalan e la liberazione di tutti i detenuti politici, compreso il leader dell’HDP Selahattin Demirtaş. Attualmente non si registra una reale risposta del governo turco all’appello di Öcalan e al cessate il fuoco unilaterale del PKK. Di contro assistiamo alla deriva autoritaria del governo turco che si evidenzia con un’ondata di arresti di sindaci, giornalisti, avvocati e attivisti per la pace in tutta la Turchia. L’arresto il 19 marzo 2025 del sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu – volto di spicco del Partito Popolare Repubblicano e candidato in pectore del CHP alle elezioni presidenziali turche del 2028 dopo la vittoria alle primarie del partito kemalista – con l’accusa di corruzione, estorsione, riciclaggio di denaro, turbativa d’asta e collaborazione con il PKK, ha reso ancora più evidente la svolta sicuritaria del governo di Ankara. Questo sviluppo alimenta una profonda sfiducia nei confronti delle dichiarazioni politiche che parlano dell’inizio di un periodo di pace. Inoltre, l’esercito turco continua ad attaccare le posizioni delle forze guerrigliere del PKK, e sono riemerse accuse sull’uso di armi chimiche. Mentre il PKK propone il cessate il fuoco su tutti i fronti, il governo di Erdogan, dopo la dissoluzione del regime siriano degli Assad, spinge le milizie jihadiste del cosiddetto Esercito Nazionale Siriano (SNA) contro i territori controllati dall’Autorità Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell’Est (DAANES). L’SNA, foraggiato e diretto dalla Turchia, partendo dal distretto di Idlib, distretto da anni nelle mani dei jihadisti, già dal dicembre scorso ha intrapreso un massiccio attacco contro i territori autonomi della Siria del Nord e dell’Est spingendosi dal Nord Ovest siriano fino alle sponde dell’Eufrate. Le Forze Democratiche Siriane (SDF), guidate dalle Unità di Protezione Popolare (YPG), hanno fermato lungo le sponde dell’Eufrate l’offensiva delle SNA, diretta alla conquista di Kobane, città simbolo della resistenza ai tagliagole jihadisti dell’ISIS. Per difendere le conquiste rivoluzionarie del Confederalismo Democratico la popolazione della Siria del Nord e dell’Est si è sollevata dando pieno appoggio alle milizie popolari rivoluzionarie. A difendere la diga di Teshrin sono giunte migliaia di persone, famiglie intere che hanno offerto i propri corpi per respingere l’orda reazionaria del SNA. Tantissimi i morti sotto i bombardamenti, ma l’avanzata delle milizie jihadiste filoturche è stata fermata. La diga di Teshrin sull’Eufrate è divenuta il nuovo simbolo della resistenza in Rojava. L’alleanza fra le varie componenti della società siriana (curdi, arabi, armeni, assiri, turkmeni e circassi, sunniti, sciiti, alawiti, cristiani, drusi, ezidi e altri siriani) realizzata in Siria del Nord e dell’Est si sta consolidando. L’iniziale simpatia di alcuni combattenti arabi delle SDF a Raqqa e a Deir ez-Zor (località a maggioranza araba) verso l’attuale governo a guida HTS si è presto esaurita dopo le dichiarazioni jihadiste di Ahmed al-Sharah in vista della riscrittura della carta costituzionale e dopo i massacri contro le popolazioni alawite nella Siria dell’ovest. Poco dopo aver rovesciato il regime di Assad, il governo apertamente sunnita di al-Sharaa aveva pubblicamente garantito la libertà di culto alle minoranze religiose del Paese, ma nonostante questa dichiarazione dagli apparenti contorni pacifisti, gli scontri tra le forze di sicurezza di Damasco e gli alawiti (di osservanza sciita) hanno portato a massacri indiscriminati anche di civili. Più di 1.400 i civili sono stati uccisi, inclusi centinaia di giustiziati dalle forze di sicurezza siriane concentrate soprattutto nelle provincie di Latakia e Tartus, nell’ovest della Siria. Sfruttando le debolezze del l’attuale regime di Damasco il DAANES ha stretto contatti con la comunità drusa, con la comunità alawita e con varie comunità arabe in tutta la Siria. In questo quadro è stato deciso di istituire accademie al di fuori della Siria del nord e dell’Est per diffondere i principi del Confederalismo Democratico e per costruire una nuova Siria democratica, confederale e rispettosa di tutte le etnie presenti. Su richiesta delle donne delle varie zone del Paese si stanno costruendo corpi delle YPJ (Unità di Protezione delle Donne) per l’autodifesa, specialmente dopo l’impostazione islamista e autoritaria della nuova Siria a guida HTS. Mentre si accoglie in modo positivo l’appello di Öcalan del 27 febbraio per la pace, si sottolinea che fino a quando non ci saranno garanzie valide per il rispetto delle conquiste del Confederalismo Democratico, per il rispetto delle minoranze religiose ed etniche, per il rispetto delle donne in Siria le milizie popolari SDF e YPG non deporranno le armi e che le YPJ non disarmeranno in nessun caso, essendo essenziali per la difesa delle donne. Renato Franzitta
April 29, 2025
Pressenza