Tag - economia cinese

Quando il Partito legge Cai Fang: l’intelligenza artificiale entra nella dottrina cinese del lavoro
DAL LIBRO DELL’ECONOMISTA CAI FANG ALLE PAGINE DELLO XUEXI SHIBAO E DI QIUSHI: COME IL DIBATTITO ACCADEMICO SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E IL LAVORO SI STA TRASFORMANDO IN INDIRIZZO POLITICO PER IL QUINDICESIMO PIANO QUINQUENNALE CINESE. In Cina il dibattito sull’intelligenza artificiale e il lavoro non resta confinato ai convegni accademici o alle newsletter dei think tank. Passa, con una rapidità che in Occidente non ha equivalenti istituzionali, dentro i testi che orientano la linea del Partito. Il 19 giugno lo Xuexi Shibao, il giornale della Scuola centrale del Partito comunista cinese, il luogo dove si elaborano e si legittimano le dottrine ufficiali prima della loro discesa nell’apparato, ha pubblicato un intervento sulla risposta attiva all’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione. Lo stesso giorno il pezzo è stato rilanciato da Qiushi, la rivista teorica del Comitato centrale, la sede editoriale più autorevole per la formulazione della linea politica cinese. Non è un dettaglio redazionale: è la prova che un impianto concettuale nato in sede economico-accademica ha già superato la soglia della dottrina. Quell’impianto ha un nome e un autore riconoscibili. Cai Fang, già vicepresidente dell’Accademia cinese delle scienze sociali, accademico nella sezione riservata agli studiosi di rango più alto, presidente dell’Associazione cinese di economia del lavoro e voce di riferimento del China Finance 40 Forum, ha appena pubblicato per CITIC Press un libro dal titolo esplicito: Le nuove tendenze dell’occupazione cinese nell’epoca in cui l’intelligenza artificiale ne ristruttura il mercato. L’introduzione del volume, diffusa a febbraio sul blog ufficiale del CF40 e autorizzata dallo stesso autore per la circolazione internazionale, anticipa quasi parola per parola i temi ripresi quattro mesi dopo dallo Xuexi Shibao: la distinzione fra un primo tempo dell’automazione, nel quale il capitale umano più qualificato sostituisce quello meno qualificato mentre le macchine restano sullo sfondo, e un secondo tempo, quello dell’intelligenza artificiale generale, in cui il divario di competenze fra le persone smette semplicemente di contare perché la sostituzione riguarda ogni lavoro cognitivo indipendentemente dal livello. Ritorna, nel testo dottrinale di giugno, anche la proposta più radicale del libro: scollegare la crescita salariale dalla produttività individuale e la distruzione occupazionale dall’innovazione tecnologica, in modo che i guadagni di produttività non restino intrappolati nei settori più automatizzati ma vengano ridistribuiti verso quei lavori a bassa produttività e alta domanda, i cosiddetti impieghi di tipo Baumol, che Cai Fang individua come cuscinetto sociale del passaggio. C’è una differenza però che vale la pena isolare, perché è quella che rende interessante il confronto fra i due testi al di là della semplice continuità di contenuto. Il libro di Cai Fang si muove nel registro dell’ipotesi economica: propone scenari, richiama Friedman sul valore predittivo della teoria positiva, discute apertamente le insufficienze dei paradigmi economici correnti di fronte a un fenomeno che attraversa demografia, sociologia e filosofia insieme. Il testo dello Xuexi Shibao, pur riprendendo l’impalcatura concettuale, la traduce in un registro diverso: quello della pianificazione statale. Non discute se il capitale umano vada rifinanziato, stabilisce che la responsabilità di spesa per la formazione, tanto scolastica quanto permanente, debba restare prevalentemente pubblica lungo l’intero ciclo di vita. Non ipotizza una transizione verso una protezione sociale universale, la prescrive come direzione di riforma del sistema previdenziale, definito nel testo come rete di sicurezza di base e non più selettiva. E soprattutto colloca l’intera operazione dentro l’orizzonte pianificatorio del Quindicesimo Piano quinquennale, il periodo 2026-2030 che il libro stesso indica come finestra in cui il Terzo Plenum del ventesimo Comitato centrale ha già inserito la gestione delle tensioni occupazionali strutturali fra i compiti prioritari della politica del lavoro. Il libro fornisce anche la cornice statistica che giustifica l’urgenza dell’operazione. Cai Fang richiama l’indice di preparazione all’intelligenza artificiale del Fondo Monetario Internazionale, che colloca la Cina al trentunesimo posto mondiale, nettamente sopra la sua posizione nelle classifiche del reddito pro capite. Ma la disaggregazione dell’indice complica il quadro: quattordicesima nelle infrastrutture digitali, ventinovesima per integrazione economica e innovazione, la Cina crolla al trentasettesimo posto per le politiche di capitale umano e di mercato del lavoro e al quarantunesimo per regolazione ed etica. È questo squilibrio, fra capacità tecnologica avanzata e istituzioni del lavoro impreparate, a spiegare l’insistenza del testo di giugno sulla risposta pubblica coordinata: la Cina non teme di restare indietro nella corsa ai modelli, teme di restare indietro nella capacità di assorbire socialmente ciò che quei modelli producono. Il libro insiste anche su un terreno che la sintesi dottrinale riprende con minore evidenza ma che resta decisivo: il sistema dell’hukou, la registrazione di residenza che condiziona da decenni l’accesso ai servizi pubblici e la mobilità della forza lavoro. Cai Fang lo indica come uno dei blocchi istituzionali che, combinato con l’automazione, aggrava il disallineamento fra competenze richieste e disponibili, impedendo ai lavoratori spiazzati dall’intelligenza artificiale di spostarsi verso i settori dove la domanda di lavoro complementare alla tecnologia si sta formando. La riforma dell’hukou, che il libro indica come stallo da sbloccare per la mobilità sociale, è il punto in cui la tesi economica tocca il nervo più sensibile del sistema cinese, quello del controllo amministrativo della popolazione, e non è un caso che il testo di Xuexi Shibao, pur riprendendo quasi integralmente l’impianto sul capitale umano e sulla protezione universale, resti su questo punto molto più prudente del libro che lo ispira. Colpisce, leggendo i due testi in sequenza, anche la gestione della metafora con cui in Occidente si è raccontato l’emergere di DeepSeek all’inizio del 2025. Cai Fang respinge esplicitamente l’etichetta di «momento Sputnik» coniata dalla stampa occidentale, con il suo portato di competizione a somma zero ereditato dalla Guerra fredda, e le preferisce due immagini alternative: quella biblica di Davide contro Golia, letta come affermazione di un ethos di collaborazione aperta più che come vittoria di un singolo attore, e quella suggerita da un lettore in una lettera al Financial Times, il «momento Toyota», che paragona la strategia di DeepSeek all’efficienza produttiva giapponese piuttosto che alla corsa agli armamenti sovietico-americana. La scelta retorica non è mai neutra: sposta la narrazione dal registro geopolitico della sfida bilaterale a quello, più gestibile per Pechino, di un ecosistema tecnologico plurale in cui la competizione produce benefici diffusi anche per attori terzi. Per un osservatore europeo il punto non è stabilire se questo apparato dottrinale sia più efficace del disordine occidentale, fatto di rapporti del World Economic Forum, di dichiarazioni di venture capitalist come Marc Andreessen sulla crescita che si riversa automaticamente verso il basso, di policy paper che si susseguono senza mai tradursi in obblighi di spesa pubblica vincolanti. Cai Fang stesso tratta con sospetto esplicito quella retorica del trickle-down tecnologico, ricordando che i benefici della produttività non si distribuiscono da soli ma solo se lo consentono meccanismi istituzionali costruiti apposta. In Cina quella diffidenza verso l’automatismo del mercato, da posizione critica di un economista, sta diventando premessa di un piano di Stato che impegna risorse, tempi e responsabilità amministrative precise: trattare lo shock occupazionale dell’IA non come un effetto collaterale da correggere a posteriori, ma come un oggetto di pianificazione da governare in anticipo, con i rischi di rigidità e controllo narrativo che questo comporta, ma anche con una capacità di intervento strutturale che i sistemi affidati alla sola iniziativa privata faticano a replicare. Resta un limite che vale la pena nominare, ed è lo stesso che Cai Fang segnala quando invita a superare i modelli causali semplificati dell’economia tradizionale: un impianto nato come dibattito accademico plurale, con margini di incertezza dichiarati esplicitamente nel testo di origine, quando passa attraverso Xuexi Shibao e Qiushi si consolida in una linea unica che tende a occupare per intero lo spazio pubblico del ragionamento su lavoro e intelligenza artificiale in Cina. Le ipotesi che il libro invita a rimuovere dal discorso politico, dalla fiducia acritica nel trickle-down alla teoria del cambiamento tecnologico indotto dalla scarsità dei fattori, diventano nella versione dottrinale non più ipotesi da verificare ma premesse acquisite di una linea di azione statale. È il prezzo che il sistema cinese paga per la propria velocità di traduzione dall’idea alla pianificazione: la stessa rapidità che trasforma in poche settimane un’introduzione di libro in indirizzo di Piano quinquennale toglie spazio a quella dialettica fra ipotesi concorrenti che il libro, nella sua parte più originale, chiedeva di preservare. Se la traduzione istituzionale del Piano quinquennale seguirà davvero l’indirizzo tracciato da questi due testi, la Cina offrirà nei prossimi anni un caso di osservazione raro: un esperimento naturale su quale architettura statale assorbe meglio la ristrutturazione del lavoro imposta dall’intelligenza artificiale, indipendentemente dal giudizio politico che si dia sul sistema che lo produce. E offrirà, insieme, una verifica indiretta di quanto quella stessa rapidità decisionale sia compatibile, nel tempo, con la correggibilità dell’errore che una risposta a un fenomeno ancora così incerto dovrebbe potersi permettere. Fonti * Introduzione al libro *New Trends in China’s Employment: How Artificial Intelligence Is Reshaping the Labour Market* (traduzione autorizzata in inglese, *East is Read*) * China Finance 40 Forum (CF40) – sito ufficiale * CITIC Press – casa editrice del volume *New Trends in China’s Employment: How Artificial Intelligence Is Reshaping the Labour Market* Francesco Russo
July 22, 2026
Pressenza
L’economia cinese vola nonostante i dazi USA
Nonostante i dazi imposti da Donald Trump alla Cina e il conseguente calo delle esportazioni verso gli USA, l’economia del gigante asiatico ha registrato nel 2025 risultati record, contrariamente alle aspettative. Il surplus commerciale dell’anno appena trascorso, infatti, ha raggiunto la cifra eccezionale di 1.189 miliardi di dollari, con le esportazioni salite del 5,5% annuo e le importazioni stabili. Sebbene l’export verso gli USA sia diminuito a doppia cifra durante l’anno, il Dragone ha incrementato le spedizioni verso altri mercati, aumentando lo squilibrio commerciale con i principali partner, tra cui l’UE. Un risultato dovuto anche al successo della BRI (Belt and Road Initiative), l’ambizioso progetto infrastrutturale per incrementare le connessioni commerciali e politiche, lanciato dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013. Secondo He Yongqian, portavoce del Ministero del Commercio cinese (MOFCOM), infatti, gli scambi commerciali con i paesi partner della BRI rappresentano il 51,9% del totale. Solo nel mese di dicembre, il surplus commerciale di Pechino si è attestato a livello globale a 114,1 miliardi, con l’export a +6,6% e l’import a +5,7%. La portavoce del ministero del commercio cinese ha anche evidenziato che i partner commerciali della Cina sono aumentati: il Dragone, infatti, ha esteso le sue importazioni ed esportazioni a oltre 190 Paesi e regioni. Il funzionario cinese ha inoltre sottolineato che lo slancio innovativo nella nazione asiatica ha continuato a rafforzarsi: le esportazioni di prodotti meccanici ed elettronici sono cresciute del 9%, con una quota che ha superato per la prima volta il 60%. La competitività internazionale dei “prodotti verdi” e a basse emissioni di carbonio è migliorata notevolmente, mentre nuovi modelli di business come l’e-commerce transfrontaliero si stanno affermando rapidamente. I risultati dell’economia cinese sono il frutto di una strategia ben precisa formulata dal Partito comunista cinese , il quale intende fare del Dragone un Paese autosufficiente, capace di produrre tutto internamente in modo da ridurre al minimo ogni tipo di dipendenza dall’estero. A questo si aggiunge, come anticipato, l’estensione del commercio grazie alla BRI e all’instaurazione di buoni rapporti politici e commerciali con gran parte delle nazioni euroasiatiche. Grazie a un’economia pianificata e a un insieme di sussidi e agevolazioni, la Cina sta riuscendo nell’impresa di espandere la sua produzione interna, rendendola sempre più competitiva a livello globale. Questo quadro economico rischia di creare però anche un problema di sovrapproduzione, motivo per cui Pechino esporta sempre di più beni all’estero. In questo contesto, le esportazioni verso il sud-est asiatico sono cruciali, in quanto – secondo alcuni analisti – permetterebbero alla Cina di aggirare i dazi di Trump: nazioni come la Thailandia o il Vietnam sono usati, infatti, come Paesi intermedi dai quali le merci cinesi vengono poi spedite negli Stati Uniti. Non è un caso che, come riporta il Financial Times (FT), il surplus della Cina con la regione del sud-est asiatico sia stato di 245 miliardi di dollari per i primi 11 mesi del 2025, ben al di sopra dei 191 miliardi di dollari registrati per l’intero anno del 2024. Ma il sud-est asiatico non è l’unica regione verso cui il Dragone ha aumentato le sue esportazioni: altri mercati importanti sono l’Africa, l’UE e l’America latina. Nel dettaglio, il surplus con l’Africa relativo ai primi 11 mesi del 2025 è aumentato di 27 miliardi di dollari rispetto ai dati del 2024 per l’intero anno, guidato da Nigeria, Liberia ed Egitto. Il surplus con l’Ue, invece, è aumentato di quasi 20 miliardi e quello con l’America latina di 20 miliardi. Allo stesso tempo, il surplus commerciale con gli Stati Uniti è diminuito di oltre 100 miliardi nel 2025 rispetto al totale del 2024. Se, dunque, da un lato, i dazi di Trump hanno avuto effetto nel ridurre il deficit commerciale con Pechino, dall’altro, hanno contribuito a creare nuovi mercati spostando il polo commerciale verso il sud-est asiatico e incrementando gli scambi con Ue e America latina. Analizzando i settori da cui deriva maggiormente l’eccedenza commerciale, al primo posto troviamo quello automobilistico: in quest’ambito l’avanzo è aumentato di 22 miliardi di dollari nei primi 10 mesi del 2025 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, portando il suo totale a 66 miliardi di dollari. Al secondo posto c’è la produzione di batterie, ambito nel quale il Dragone ha registrato un’eccedenza commerciale di 64 miliardi di dollari nel primi dieci mesi del 2025. Cosa che ha anche permesso un impulso ai veicoli elettrici a livello nazionale, trasformando i principali produttori di auto elettriche del paese come BYD in nomi conosciuti a livello mondiale. La rapida espansione del commercio cinese e la sua sovrapproduzione, unitamente ai prezzi competitivi di Pechino, stanno suscitando seria preoccupazione nei Paesi occidentali e da parte del FMI (Fondo monetario internazionale): a dicembre la direttrice del Fondo, Kristalina Georgieva, ha affermato che «Come seconda economia del mondo, la Cina è troppo grande per creare tanta crescita tramite le esportazioni, e continuare a dipendere da una crescita generata dalle esportazioni rischia di aumentare le tensioni commerciali globali». I Paesi occidentali, in particolare europei, non hanno ancora trovato una strategia commerciale efficace e continuano a dipendere eccessivamente dalle importazioni estere, senza sviluppare un piano economico interno per risollevare il crollo della produzione industriale. Da parte sua, la Cina ha dichiarato che intensificherà gli sforzi per promuovere lo sviluppo integrato del commercio e degli investimenti e per sviluppare nuovi motori di crescita anche nel 2026. Giorgia Audiello Laureata in Economia e gestione dei beni culturali presso l’Università Cattolica di Milano. Si occupa principalmente di geopolitica ed economia con particolare attenzione alle dinamiche internazionali e alle relazioni di potere globali. L'Indipendente
January 17, 2026
Pressenza