Tag - Bukele

La deriva autoritaria di Bukele, fedele alleato di Washington
Durante gli ultimi anni, El Salvador ha affrontato “un accelerato processo di concentrazione di potere ed erosione istituzionale, che ha trasformato il suo ordine democratico in un sistema autoritario di diritto e di fatto”. È quanto afferma nel suo rapporto il Gruppo internazionale di esperti per l’indagine sulle violazioni dei diritti umani nel contesto dello stato di emergenza in El Salvador (Gipes), presentato la scorsa settimana in Guatemala durante il 195° periodo di sessioni della Commissione interamericana per i diritti umani (Iachr). Secondo il corposo documento di circa 300 pagine “El Salvador al bivio: crimini di lesa umanità all’interno delle politiche di pubblica sicurezza”, fin dai primi mesi del suo insediamento (2019), l’istrionico presidente Nayib Bukele, fedele alleato di Washington, ha iniziato una tambureggiante offensiva per assicurarsi il controllo dell’apparato istituzionale. In poco tempo, il giovane premier si è garantito la maggioranza assoluta in parlamento, il controllo sugli organi giudiziari ed elettorali, la rieleggibilità presidenziale ad infinitum nonostante la Costituzione la proibisca. Ha inoltre stretto un forte sodalizio con esercito e polizia e con settori dell’oligarchia tradizionale, condividendo con loro i frutti della radicalizzazione e dell’inasprimento del modello neoliberista estrattivista. Magistrati e procuratore generale destituiti e sostituiti con funzionari fedeli, centinaia di giudici prepensionati perché non allineati con il nuovo corso, riforme e leggi, come quella di Agenti Stranieri, che spianano il cammino a un esercizio di potere senza limiti e che restringono la libertà d’associazione e l’indipendenza di organizzazioni sociali e mezzi di comunicazione, sono solo alcune delle mosse di Bukele per smantellare i contrappesi democratici e stabilire un modello di forte concentrazione del potere. L’ultimo tassello di questa strategia di distruzione dello stato di diritto è stata l’implementazione, esattamente quattro anni fa, dello stato d’eccezione a livello nazionale, durante il quale, spiega il rapporto, sono state arrestate più di 89 mila persone, molte di esse senza un mandato di cattura, né un’accusa formale circa la loro appartenenza alle due principali bande criminali (maras): MS-13 e Barrio 18. Dal 2022, il regime straordinario d’emergenza è stato rinnovato per più di 40 volte. Nonostante il tasso di omicidi si sia visibilmente ridotto negli ultimi anni, gli esperti del Gipes assicurano che ciò sarebbe avvenuto a scapito della violazione sistematica dei diritti umani, tra cui arresti e incarcerazioni arbitrarie, torture, centinaia di sparizioni forzate, di decessi in carcere, di persone in esilio, mancanza di assistenza legale e di informazioni sullo stato dei carcerati. Sul banco degli imputati la “mano dura” dello Stato salvadoregno e un modello repressivo che fanno delle leggi d’emergenza, della militarizzazione della pubblica sicurezza e della costruzione di mega-carceri, come il tenebroso Centro di Confinamento del Terrorismo (Cecot), il loro fiore all’occhiello. Nella giornata di martedì 17 marzo, il parlamento ha votato quasi all’unanimità una riforma costituzionale che introduce la pena dell’ergastolo per “assassini, stupratori e terroristi”. “Lo stato di eccezione (e la relativa sospensione dei diritti costituzionali) ha svuotato di contenuto le garanzie processuali, come il diritto alla difesa, la presunzione d’innocenza e l’accesso a una tutela giudiziaria effettiva. Le privazioni di libertà sono basate su profili discriminatori per vincolare le persone ai gruppi criminali, con il prolungamento a tempo indeterminato della custodia cautelare”, spiega il rapporto. Con la scusa di combattere la criminalità, Bukele ha trasformato uno ‘stato d’emergenza’ in una forma abituale d’amministrazione del Paese. “Il controllo assoluto del sistema giudiziario e l’approvazione di decine di decreti legislativi che hanno di fatto modificato la normativa in materia penale e di giustizia penale giovanile, hanno consolidato un quadro legale che permette la violazione grave, generalizzata e sistematica dei diritti fondamentali, come quello alla vita, al giusto processo, a non essere privati arbitrariamente della libertà, né sottoposti a tortura o ad altri trattamenti crudeli, inumani e degradanti”. Tutte queste violazioni, concludono i cinque giuristi che integrano il gruppo internazionale di esperti, potrebbero costituire crimini di lesa umanità. Tra le raccomandazioni fatte allo Stato salvadoregno spicca il ristabilimento dello stato di diritto (fine dello stato d’eccezione, deroga delle riforme della legislazione processuale penale e delle leggi restrittive dello spazio civico, ristabilimento dell’indipendenza giudiziaria e dell’azione penale, smilitarizzazione della pubblica sicurezza), la rendicontazione delle violazioni commesse e la riparazione integrale per le vittime e i loro familiari. Come sua abitudine e modus operandi, il presidente salvadoregno ha reagito con veemenza alla presentazione del rapporto e ha sferrato un duro attacco dal suo account di X. “Sono giornalisti e personaggi delle ONG finanziati da Open Society che finalmente hanno gettato la maschera e ci chiedono di liberare i criminali. Alla fine non sono altro che studi legali internazionali dediti al crimine. Noi continueremo a priorizzare i diritti di chi subisce la violenza e non di quelli che la esercitano”. Per l’organizzazione salvadoregna Cristosal “il governo celebra i risultati dello stato d’eccezione sostenendo che il fine giustifica i mezzi. Questa formula è stata storicamente utilizzata per giustificare atrocità”. A inizio di marzo, l’organizzazione non governativa ha pubblicato il rapporto “Il prezzo di dissentire: criminalizzazione e persecuzione politica in El Salvador (2019-2025)”, in cui si documenta come la criminalizzazione penale si sia convertita nel principale strumento di persecuzione, evidenziando la strumentalizzazione del sistema di giustizia e l’attacco sistematico alle voci critiche. Tra le 245 vittime documentate figura la responsabile dell’Unità Anticorruzione di Cristosal, Ruth López, ancora in carcere. Fonte: Pagine Esteri Giorgio Trucchi
March 18, 2026
Pressenza
Bukele applaude l’attacco Usa al Venezuela
Tra i governi latinoamericani che hanno platealmente applaudito l’attacco militare Usa al Venezuela lo scorso 3 gennaio compare quello salvadoregno, la cui figura di maggior spicco è rappresentata dall’istrionico presidente Nayib Bukele. Il capo di Stato che nel suo account di X si denomina “philosopher king” o “il dittatore più geniale del mondo”, in pochi anni ha stravolto una nazione che con difficoltà cercava di ricostruire una propria identità, dopo decenni di dittature militari e una guerra civile che ha fatto più di 75 mila morti, con centinaia di massacri, migliaia di desaparecidos e milioni di sfollati. Chi conosce un po’ la storia della martoriata America Centrale (e Latina) e la metafora geopolitica del “cortile di casa”, introdotta dalla nefasta dottrina Monroe, sa che decenni di oppressione e di guerra contro-insurrezionale in El Salvador, con il sostegno politico, economico e soprattutto militare Usa, hanno portato milioni di persone a emigrare all’estero. Oltre 2,5 milioni di salvadoregni che vivono negli Stati Uniti non solo rappresentano oggi una colonna portante dell’economia del più piccolo dei Paesi latinoamericani, con circa 8,5 miliardi di dollari (24% del PIL) inviati nel 2024, ma anche una moneta di ricatto spesso usata dalle amministrazioni statunitensi per blandire quei governi che non si allineano coi loro interessi. Nonostante il presidente salvadoregno si vanti pubblicamente di avere un grande consenso, soprattutto tra i giovani, di avere promosso il bitcoin come valuta ufficiale, sistemato i conti pubblici e ridotto drasticamente gli indici di criminalità, Bukele resta una figura molto controversa, che però, paradossalmente, piace a certi settori del progressismo latinoamericano. Oltre a controllare in modo ferreo le istituzioni, mantenere un’alleanza strategica con esercito e polizia e attaccare sistematicamente tutto ciò che si frappone tra lui e i suoi progetti, il presidente salvadoregno da un lato alza la voce ed esige agli Stati Uniti libertà d’azione e il diritto di fare ciò che è necessario per raggiungere i suoi obiettivi, dall’altro non disdegna una relazione privilegiata con il conservatorismo statunitense più profondo. Fin dall’inizio del suo primo mandato presidenziale (2019), infatti, Bukele fu segnalato come il “niño mimado” (bambino viziato) di Trump, verso il quale ebbe parole affettuose definendolo “un presidente molto gentile e simpatico”. Nonostante molte decisioni del presidente salvadoregno abbiano fatto storcere il naso a Washington, come quella di defenestrare magistrati della Sala Costituzionale e farsi rieleggere nonostante la Carta Magna lo vietasse, Bukele rappresenta per le amministrazioni statunitensi un elemento importante di continuità. “L’obiettivo di Washington è stato chiaro fin dall’inizio: investire su chi avesse le potenzialità per annientare definitivamente qualsiasi opzione e progetto progressista e di sinistra nel Paese”, spiega a Pagine Esteri l’economista e analista politico César Villalona. Ha iniziato con l’ex guerriglia del Fronte Farabundo Martí per la Liberazione Nazionale (Fmln), convertita dopo gli Accordi di Pace del 1992 in opzione politica e proseguito poi colpendo qualsiasi entità organizzata che puzzasse di “comunismo”. “Gli Stati Uniti non improvvisano e sanno perfettamente chi garantirà i loro interessi. Bukele è ideologicamente di destra, ultrareazionario e controrivoluzionario, alleato delle principali famiglie oligarchiche salvadoregne. Ha accentrato potere politico ed economico ed è il socio perfetto per gli Usa”, continua Villalona. Appena assunta la presidenza ruppe relazioni diplomatiche con il Venezuela di Maduro e chiuse i progetti sociali avviati dalle amministrazioni del Fmln con Cuba. Poi andò oltre usando autoritarismo e forza bruta per “voltare pagina”, cancellare la memoria storica nelle nuove generazioni e disputare il potere economico alle élite tradizionali e il capitale simbolico di coscienza e conoscenza a università, sindacati, movimenti sociali e popolari. “Ha arrestato dirigenti popolari, eliminate organizzazioni, resi acefali più di 400 sindacati. Ha chiuso programmi sociali e centri culturali, licenziato migliaia di dipendenti pubblici, deriso gli accordi di pace che posero fine alla guerra civile, privatizzato servizi e portato il Paese sull’orlo della bancarotta”, segnala l’economista. Per la lotta contro la criminalità, i salvadoregni vivono da quasi quattro anni sotto stato di eccezione e sospensione dei diritti costituzionali e sono state imprigionate più di 85 mila persone in carceri di massima sicurezza. Secondo l’organizzazione Socorro Jurídico Humanitario sono quasi 430 i detenuti deceduti in queste carceri dal 2022. In questo scenario non devono quindi stupire i ripetuti attacchi portati al governo Maduro, le posizioni intransigenti adottate sul Venezuela nei vari fori multilaterali e nemmeno l’accordo stretto con l’amministrazione Trump, per rinchiudere centinaia di venezuelani deportati nel tenebroso Centro di Confinamento del Terrorismo (Cecot). Nel luglio dello scorso anno, poi, El Salvador, Stati Uniti e Venezuela accordarono la liberazione di 252 prigionieri rinchiusi nel carcere speciale, a cambio di quella di 10 cittadini statunitensi e vari presunti detenuti politici venezuelani. In perfetta continuità con tutto ciò, durante la sessione straordinaria dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa), la rappresentante di El Salvador ha giustificato l’attacco armato contro il Venezuela e il sequestro del suo presidente costituzionale e della deputata, nonché coniuge di Maduro, Cilia Flores. “In Venezuela vige una dittatura consolidata che ha distrutto l’istituzionalità, ha espulso 7 milioni di persone e ha convertito le istituzioni in una piattaforma per il crimine organizzato multinazionale. La cattura di Maduro è la conseguenza più logica per un regime autoritario che ha distrutto la democrazia”, ha detto Wendy Acevedo. Parallelamente, dal suo account di X, Bukele ha sbeffeggiato il senatore democratico Chris Van Hollen per avere denunciato che l’attacco al Venezuela rappresentava “un atto di guerra illegale per rimpiazzare Maduro e appropriarsi del petrolio per i suoi (di Trump) amici multimilionari”. “Per gli Usa Bukele rappresenta una pedina fondamentale sullo scacchiere latinoamericano. È incomprensibile che certi settori della sinistra latinoamericana e non solo, lo vedano come un antimperialista”, conclude Villalona. Contro il sostegno alla politica espansionista e interventista degli Stati Uniti in America Latina, in particolare in Venezuela, si è espresso anche il Blocco di resistenza e ribellione popolare (Brp) che ha condannato l’atteggiamento “servile e arrendevole” della rappresentanza salvadoregna all’Osa. “Questa posizione non rappresenta gli interessi del popolo salvadoregno, bensì riafferma l’allineamento del regime con la politica guerrafondaia di Washington (…). Così si trasforma in complice dell’aggressione imperialista, tradendo la storica vocazione antimperialista e solidale del nostro popolo”. Fonte: Pagine Esteri Giorgio Trucchi
January 14, 2026
Pressenza