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2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: “Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova…” di Lorenzo Guadagnucci
La rassegna della letteratura politica, economica e sociologica fiorita a cavallo tra il XX e il XXI secolo, custodita negli scaffali della memoria e delle biblioteche personali, non costituisce un semplice esercizio di nostalgia per una stagione di mobilitazione giovanile. Al contrario, essa rappresenta l’archeologia di un’alternativa possibile, un compendio di analisi strutturali che la storia successiva ha drammaticamente e tragicamente validato. L’autore di questo breve ma intenso trattato dal titolo provocatorio, Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova, è Lorenzo Guadagnucci che ha vissuto sulla propria pelle i tragici eventi susseguiti in concomitanza del G8 di Genova e che molto amichevolmente mi ha fatto dono della sua opera, come una sorta di passaggio ancora valido e vivido di consegne di pace. L’autore inizia il suo saggio con un’ampia panoramica di analisi sociali e geopolitiche. A 25 anni dal G8 di Genova del luglio 2001, lo slogan “Un altro mondo è possibile” si ripresenta al dibattito contemporaneo spogliato di ogni ingenuità utopica, rivelandosi come una diagnosi precoce, lucida e straordinariamente accurata delle contraddizioni che oggi consumano il pianeta e tutto il sistema al collasso, parlando letteralmente. La liquidazione di quell’esperienza da parte delle élite politiche, accademiche e giornalistiche mainstream, che all’epoca la liquidarono come un fenomeno transitorio o irrazionale, si rivela oggi come un meccanismo di rimozione deliberata, necessario a giustificare la persistenza di un modello che ha progressivamente eroso le basi stesse della convivenza civile, della democrazia e della sostenibilità ambientale. Insomma di un “Altro mondo possibile” e necessario. I testi di autori come Naomi Klein, con la sua critica al potere dei grandi marchi e alle privatizzazioni, e Joseph Stiglitz, premio Nobel che analizzò dall’interno i fallimenti delle istituzioni finanziarie globali e internazionali, avevano già allora individuato nella globalizzazione neoliberista e nella deregolamentazione selvaggia i germi di una instabilità sistemica insanabile e di una crisi a trecentosessanta gradi davvero insormontabile. La successiva transizione verso quello che è stato definito “finanzcapitalismo” ha confermato come la preminenza dell’economia speculativa sulla produzione reale, sui diritti del lavoro e sullo stato sociale non avrebbe condotto al benessere diffuso promesso dai teorici del libero mercato, bensì a una polarizzazione e accumulazione della ricchezza senza precedenti storici e con squallide conseguenze. In questo contesto, le riflessioni di Susan George e Francesco Gesualdi sulla cancellazione del debito dei paesi in via di sviluppo e sulle asimmetrie del commercio globale non erano rivendicazioni puramente etiche o assistenziali, ma rigorose decostruzioni di un sistema di trasferimento forzato di risorse che perpetuava la dipendenza neocoloniale e la sua abiezione neoliberista a discapito della pace tanto auspicata (e in effetti fattibile, tutt’altro che utopica) da noi attivisti altermondialisti. Questa costellazione di pensatori illuminati, arricchita dallo sguardo acuto, ecologista e a tratti poetico di intellettuali provenienti dai vari Sud del mondo – come Vandana Shiva nelle sue battaglie per la sovranità alimentare, Eduardo Galeano e il subcomandante Marcos – aveva compreso con largo anticipo che la crisi sociale e la crisi ecologica erano due facce della medesima medaglia. L’illusione capitalistica di una crescita economica infinita, basata sull’estrazione illimitata di risorse in un pianeta geograficamente e biologicamente finito, veniva denunciata come un vicolo cieco. Vent’anni fa la decrescita e i modelli di sviluppo alternativi venivano derisi come nostalgie pre-industriali; oggi, di fronte a un surriscaldamento fuori controllo, e ai cosiddetti cambiamenti e dissesti climatici e ambientali, alla perdita di biodiversità e all’esaurimento delle risorse idriche e del suolo, quelle tesi rappresentano l’unica base scientifica e politica per la sopravvivenza delle specie terrestri, vegetale, animale e umana. Allo stato attuale, in un panorama globale segnato da un degrado morale, etico, civile e politico che ha pochi precedenti nella storia recente dell’Occidente, l’attualità di quel pensiero critico, illuminato e alternativo, contro il bieco sistema dominante, emerge per contrasto. La crisi esistenziale contemporanea, caratterizzata da una profonda depressione collettiva che investe l’idea stessa di futuro, è il risultato diretto del rifiuto sistematico di accogliere quelle istanze di cambiamento radicale dello status quo, del degradato sistema imperante. Il ritorno della guerra come strumento ordinario, accettato e quasi normalizzato per la risoluzione delle controversie internazionali, rappresenta il fallimento più vistoso dell’ordine mondiale emerso dal crollo del muro di Berlino, che vede noi tutti, l’umanità intera, sul crinale del baratro nucleare e in preda all’ecatombe dell’escalation militarista incontrollata e esponenziale, rendendoci ancor più fragili e vulnerabili. Un ordine globale che ha preferito militarizzare i siti strategici e imposto di nuclearizzare le frontiere e investire nel complesso militare-industriale-fossile e nella deterrenza nucleare piuttosto che affrontare le radici sociali e ambientali dei conflitti su larga scala. Allo stesso modo, l’impianto teorico dedicato allo studio delle istituzioni e del controllo sociale conserva una spaventosa valenza interpretativa. Le analisi sociologiche e politologiche sui corpi di polizia e sulle metamorfosi della gestione dell’ordine pubblico, sviluppate da studiosi come Donatella della Porta e Salvatore Palidda a partire dai tragici fatti della scuola Diaz e di via Tolemaide, non riguardavano solo la cronaca di quei giorni, ma una aberrante attualità. Esse anticipavano la progressiva contrazione degli spazi di dissenso democratico e alternativo e la criminalizzazione dei movimenti sociali a cui assistiamo ancora e soprattutto oggi, nei contesti di azione nonviolenta attuali, dove le risposte penali e poliziesche sostituiscono sistematicamente la mediazione politica e la presunta risoluzione dei bisogni sociali. In conclusione, la ricchissima produzione teorica e militante del movimento altermondialista non ha fallito nella sua capacità di interpretare il mondo, ma è stata travolta da una restaurazione neoliberista e politica ed economica globale che ha preferito guidare l’umanità verso il collasso ecologico e bellico piuttosto che mettere in discussione i propri privilegi e i propri dogmi più retrivi di una visione del mondo altamente superegoica, deviata e criminale. Rileggere oggi quei testi e richiamare alla mente i giorni di Genova significa riconoscere che lo slogan di venticinque anni fa non era una formula retorica, ma un avvertimento veritiero aperto e vivo tra noi attivisti che ancora crediamo nel movimento del rinnovamento della nuova e alternativa dimensione planetaria e universale della pace. Un altro mondo non è solo storicamente e materialmente possibile, ma rimane l’unico imperativo etico e politico e morale irrinunciabile se si vuole restituire un senso al concetto di dignità umana e garantire un futuro alle generazioni che verranno. -------------------------------------------------------------------------------- (NdR) Chiedo scusa se vi parlo di Genova. 25 tesi sull’irruzione del movimento globale, la sua repressione, la sua attualità di Lorenzo Guadagnucci (Ed. Altreconomia, 240 pag. € 18) verrà presentato oggi, 16 luglio, a Piazza Rostagno con Vittorio Agnoletto e Enrico Zucca. Modera Antonio Bruno. GLI ALTRI APPUNTAMENTI GENOVESI DI OGGI – a Palazzo Ducale, Sala del Minor Consiglio (h 15.00-19.00): i vari incontri curati da Fair e The Weapon Watch in tema di: 1) Il mondo tra guerre permanenti e riarmo globale; 2) L’intreccio perverso tra finanza, fabbricanti d’armi, politica; – Piazza Rostagno, h 18, presentazione del libro Divieto di protestare di Annalisa Camilli in dialogo con Pietro Barabino; –  Giardini Luzzati, 20.30, C’era una volta la guerra, spettacolo teatrale di Patrizia Pasqui con Mario Spallino promosso da Emergency, con CALP e The Weapon Watch. E anche a Torino inizia oggi al Comala, Corso Francesco Ferrucci 65/a la due giorni organizzata dal Coordinamento Antifascista Torino secondo il programma descritto qui e qui. Laura Tussi Centro Sereno Regis
July 16, 2026
Pressenza
Apartheid globale: le migrazioni, la classe e la razza in un libro di Gennaro Avallone
Pochi mesi fa DeriveApprodi pubblica “Libertà di movimento. Nessuna persona deve morire di frontiere”, di Gennaro Avallone sociologo dell’Università di Salerno. Un libro che si dipana tra il pensiero dell’autore e alcune interviste che vengono inserite per intero nel testo, a costruire un discorso collettivo (Margherita Grazioli nella presentazione del […] L'articolo Apartheid globale: le migrazioni, la classe e la razza in un libro di Gennaro Avallone su Contropiano.
July 5, 2026
Contropiano
Scoprire “Le interviste dimenticate di Hitler (1923-1940)”, nel nuovo libro edito da Lindau
Questo venerdì 29 maggio, edizioni Lindau nella collana I Leoni, ha pubblicato il libro intitolato “Le interviste dimenticate di Hitler (1923-1940)”, con la traduzione di Aldo Piccato. L’autore del libro, Éric Branca, è giornalista e saggista francese, ed è stato a lungo redattore e direttore a «Valeurs Actuelles». Questi inoltre è specialista di storia contemporanea e delle relazioni internazionali, ed ha pubblicato numerosi studi sul nazismo, la politica francese e la diplomazia del XX secolo. Nella sinossi del libro possiamo leggere: “Le sedici interviste contenute in questo volume – molte delle quali mai più ripubblicate – furono quelle attraverso cui Adolf Hitler costruì abilmente la propria immagine presso la stampa francese, inglese e americana nel periodo compreso tra il 1923 e il 1940. Attraverso un lavoro storico rigoroso, Éric Branca dimostra come il Führer seppe manipolare giornalisti, opinion leader e l’opinione pubblica dei paesi coinvolti nel secondo conflitto mondiale, sfruttando ambiguità, mezze promesse e un uso precoce dello «storytelling» politico. Per quanto diversi, gli autori delle interviste – importanti firme delle testate più lette –, erano tutti accomunati, in varia misura, dalla stessa miopia: «Poiché temevano la guerra, volevano credere, e soprattutto far credere ai loro lettori, che Hitler dicesse la verità quando difendeva la pace. E, errore ancor più grave, evitarono di porgli le domande a cui non voleva rispondere».  Il volume offre un punto di vista unico sulle responsabilità della stampa dell’epoca, sull’illusione pacifista e sulla progressiva cecità con cui l’Europa accolse la minaccia nazista. Un libro indispensabile per chi vuole capire dall’interno il funzionamento della propaganda e gli errori che favorirono l’ascesa del III Reich”.  Si tratta sicuramente di un libro da leggere e da recuperare, non solo per gli storici, gli studiosi o gli appassionati ma per tutti. Infatti questo libro, attraverso le sue interviste, può farci riflettere anche sull’attualità e può quindi essere un’utile strumento al giorno d’oggi, per aiutarci a capire e comprendere come leader politici, anche all’interno dell’ordinamento democratico, siano in grado di manipolare sia i giornalisti che l’opinione pubblica mondiale. Ricordiamoci che Hitler venne eletto cancelliere all’interno di una democrazia, e che oggi i pericoli possono essere sicuramente maggiori per via dei social e delle nuove tecnologie. Ci troviamo di fronte dunque a un libro prezioso, da far leggere anche negli istituti di scuola superiore e nelle università.  Andrea Vitello
June 1, 2026
Pressenza
Pia Pera. Scrivere il giardino per (ri)scrivere il mondo
In una lunga recensione a L’arcipelago di Longo Maï (Baldini & Castoldi, 2000), Goffredo Fofi definisce Pia Pera uno «strano personaggio delle nostre lettere» (“Lo straniero”, 13/14, 2001, p.2 6). Traduttrice dell’Onegin di Puskin (Venezia, Marsilio, 1996) e di … Leggi tutto L'articolo Pia Pera. Scrivere il giardino per (ri)scrivere il mondo sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Dal fiume al mare, liberi e inclusivi
Dal fiume al mare, uno slogan che può avere diverse interpretazioni sia per i palestinesi che  per gli israeliani. Può essere foriero di esclusivismi, oppure di liberazione per entrambi i popoli. Una alternativa alla ormai vuota retorica dei “ due Stati”, improponibile di fronte a ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre e all’annessione della Cisgiordania. Può significare la condivisione di un territorio martoriato da decenni di occupazione colonialista, di guerre e stragi, da parte dei due popoli inevitabilmente destinati a vivere insieme, del resto come avveniva un tempo, prima che il virus nazionalista, sionista, sotto l’incalzare di pogrom, persecuzioni e poi la Shoah, contaminasse una civiltà assiale, una cultura universalista, plurale.  “Dal fiume al mare” è il titolo della bella autobiografia di Widad Tamimi, pubblicata recentemente da Feltrinelli. L’autrice è figlia di una madre americana di origine ebraica, e di un padre palestinese nato a Hebron nel 1948, contemporaneamente alla nascita dello Stato di Israele, vittima anche lui della Nakba, profugo ad Amman e poi nel 1967, dopo la “Guerra dei sei giorni”, emigrato a Milano, città dove  da anni è apprezzato pediatra, nonché presidente della comunità palestinese della Lombardia, e  a Milano è nata Widad nel 1981. Widad si definisce “apolide”, “spirito nomade”, e nel narrare la sua storia e quella della sua famiglia, ci propone attraverso riflessioni mai banali, un viaggio dentro un conflitto secolare, complesso, con uno sguardo non ambiguo su chi opprime e chi è oppresso, ma nella consapevolezza  che abbiamo a che fare con una vicenda  multiforme, caratterizzata da due popoli che hanno vissuto entrambi  la tragedia di essere i paria della storia, fatto i conti con sopraffazioni e stragi, fino a quando uno dei due ha pensato che una terra abitata da sempre da civiltà, culture, religioni diverse, potesse essere di sua proprietà. Tamimi ricorda come lo slogan che dà il titolo al libro, negli anni Sessanta, quando quella terra era sotto tre amministrazioni (Israele, Egitto e Giordania) esprimeva un “desiderio di liberazione” non “la volontà di cancellare gli israeliani”. Sottolinea come fu “il Likud nel 1977” ad affermare “Tra il mare e il Giordano ci sarà solo la sovranità israeliana”, Del resto l’elemento identitario è stato ed è centrale in tutta la vicenda. Non a caso le due società hanno visto gradualmente diventare preminente il fondamentalismo religioso, Israele sin dalle sue origini, i palestinesi, un tempo unico popolo laico della regione, con l’ascesa di Hamas, anche grazie all’appoggio iniziale, come è noto, del governo israeliano. L’autrice invece ha avuto la fortuna di nascere in una famiglia dalle forti radici laiche: il nonno materno, ebreo triestino, antisionista come la madre, il padre Khader lontano da una visione religiosa. Una infanzia caratterizzata a dieci anni dal trauma della scomparsa della madre, morta suicida.   “Una famiglia mista” unita nella condanna nei confronti dell’occupazione israeliana, che ha dato alla giovane Widad un’impronta plurale, la capacità di fare i conti con le sue origini, affrontando le vicende storiche in questione con la determinazione di rifuggire facili semplificazioni, nella consapevolezza della complessità di questo conflitto, un punto di vista che le ha creato problemi e accuse da entrambi i fronti, come era capitato alla madre. Widad Tamimi vive ora in Slovenia dove il nonno materno, rifugiatosi negli Usa in seguito alle leggi razziste del ’38,  andò ad abitare nel 1945. E’da anni impegnata nell’affermazione dei diritti umani e dopo il 7 ottobre  è attiva nell’accoglienza nella  e cura dei bambini palestinesi e delle loro famiglie. Nel contesto terribile dove ci troviamo a vivere, ritiene che solo l’incontro tra i due popoli e non lo scontro sia la via di uscita. Nella consapevolezza che solo una pace basata sulla giustizia possa essere la prospettiva reale. In un dibattito al padre Khader è stato  chiesto: ” Potrà mai amare Israele?”. Risposta: “Non è una questione di amore e di odio, ma di giustizia”.  Sergio Sinigaglia
March 10, 2026
Pressenza
Firenze alienata con Donatella Della Porta: il 25 febbraio al Polo di Novoli
Salva la data! Gli Studenti di sinistra e il Laboratorio politico perUnaltracittà, invitano alla presentazione del libro Ilaria Agostini e Francesca Conti, Firenze alienata. Svendita dello spazio pubblico e finanza immobiliare (ed. perUnaltracittà, 2025). Ne discutiamo con Donatella Della Porta… Leggi tutto L'articolo Firenze alienata con Donatella Della Porta: il 25 febbraio al Polo di Novoli sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Recensione: Questo libro è illegale. Contiene parole che insidiano la “sicurezza”
É un dovere e un piacere per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università dedicare alcune riflessioni all’importante volume collettaneo, pubblicato da Altreconomia edizioni nel 2025 e curato da Osservatorio Repressione e da Volere la Luna, dal titolo Questo libro è illegale. Contiene parole che insidiano la “sicurezza”. Si tratta di un libro abbondantemente recensito e discusso, ma riteniamo opportuno presentarlo attraverso la chiave di lettura della “militarizzazione”, uno dei lemmi che compongono quest’opera corale e il cui estensore è, non a caso, Giovanni Russo Spena, attivo proprio nell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Opera corale, si diceva, ma sarebbe più corretto, forse, parlare di un mosaico le cui tessere sono rappresentate da una serie di voci (Abitare, Blocco stradale, Boicottaggio, Carcere, Daspo, Disobbedienza, Fascismo, Fogli di via e misure di prevenzione, Informazione, Legalità, Militarizzazione, Migranti, Movimenti, Multe e risarcimenti, Mutualismo, Nemico, Paura, Polizia, Resistenza, Sicurezza, Zone rosse) redatte da giurist3, docenti universitari3, attivist3, giornalist3, che dal punto di vista privilegiato della propria specifica competenza disciplinare e/o del proprio attivismo compongono un quadro articolato di una società attraversata da correnti di dissenso sempre più minacciate dalla repressione e in particolare dall’infausto “D.L. Sicurezza” convertito nella L. 80/2025. Quest’ultima rappresenta il filo rosso che attraversa i diversi ambiti a cui le voci del libro si riferiscono, in una cornice di senso fornita dal denso saggio introduttivo di Alessandra Algostino. Vale la pena sottolineare come Algostino e Livio Pepino (autore di diverse voci) condividano non solo la provenienza torinese e la formazione giuridica, ma anche un ruolo di primo piano nel Coordinamento antifascista torinese. Le analisi proposte dall’introduzione e ricorrenti nei diversi interventi sono ampiamente generalizzabili e applicabili alle più diverse realtà di resistenza e lotta nell’intera penisola, ma risultano particolarmente efficaci proprio nel contesto di una Torino che può essere definita un vero e proprio “laboratorio di repressione”, in cui in particolare le/gli student3 sono stat3 oggetto di interventi sproporzionatamente repressivi da parte di polizia e Procura e in cui tra pochi giorni si terrà un’importante manifestazione nazionale contro il recente sgombero del CSOA Askatasuna. Tornando a ripercorrere il libro, la già citata introduzione inquadra le voci del glossario in un percorso al cui crocevia convergono – sullo sfondo della “tormenta neoliberista” e della preparazione alla guerra – l’esautoramento del conflitto e del Parlamento, l’espulsione del dissenso e la demolizione della democrazia sociale, la minaccia di una torsione in senso autoritario della democrazia, il tradimento della Costituzione. Questi aspetti definiscono un orizzonte in cui nell’articolazione dei diversi lemmi resta costante la tensione tra un piano più strettamente analitico e un piano di concreta individuazione dei margini di agibilità in cui resta comunque possibile incunearsi nonostante le maglie strette della legge 80/2025: boicottaggio, disobbedienza e resistenza (le tre voci “in positivo” del glossario) rappresentano le risposte, sempre più costose dal punto di vista penale e anche economico (si veda l’approfondimento dedicato a “Multe e risarcimenti”) a un sistema che anche i “pacchetti sicurezza” in corso di definizione tendono a rendere sempre più oppressivo. Da questo punto di vista il libro è un interessante e abbastanza singolare connubio tra teoria e prassi, come a rispondere all’invito gramsciano: «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza». Dal nostro punto di vista, rileviamo come il tema della militarizzazione sia uno dei possibili percorsi di lettura del glossario, in quanto sono proprio le forze dell’ordine (e in particolare la Polizia, a cui è dedicata una voce specifica in cui si affronta efficacemente il tema della sua mancata riforma) e la loro presenza pervasiva nella società il perno operativo della torsione in senso illiberale delle democrazie occidentali e nello specifico di quella italiana. Uno dei temi ricorrenti nei diversi interventi è che la militarizzazione della società civile (di cui la scuola è una delle componenti più vivaci) sia esito di un apparentemente inarrestabile processo di trasformazione dello stato del welfare in stato del warfare, con una progressiva e drammatica erosione dei diritti un tempo garantiti dallo stato sociale e una conseguente crescita di un sentimento di insicurezza diffuso, a sua volta prodotto dello sgretolamento dei rapporti sociali nell’epoca del neoliberismo sfrenato e alimentato ad arte dai media mainstream. Le forze dell’ordine in questo senso rappresenterebbero lo strumento della guerra che le classi dominanti conducono contro le classi subalterne, il cui corpo fisico e politico è espunto attraverso strategie di sorveglianza e/o espulsione più o meno eclatanti: in città sempre più “vetrinizzate” in ossequio alla logica dei grandi eventi (si vedano le prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina), il processo di gentrificazione e, in determinati momenti, la creazione di zone rosse, così come i Daspo, i Fogli di via e le misure di prevenzione, limitano di fatto la libertà di movimento garantita dall’articolo 13 relativo all’inviolabilità della libertà personale. La città cessa di essere polis, l’agorà come spazio vivo di confronto democratico cede il passo a centri in cui l’obiettivo della sicurezza è ottenuto tramite la marginalizzazione e l’espulsione di intere categorie di “indesiderabili”. Questi soggetti sono tali per la loro intrinseca divergenza rispetto alla norma e partecipano del destino di “criminalizzazione preventiva” di tutti quei soggetti che, in virtù di un’appartenenza più o meno attiva all’area dell’antagonismo o per espressioni più o meno esplicite di dissenso anche nell’adozione di semplici stili di vita “non conformi”,  vengono rappresentati, con la complicità dei media mainstream, come minacce di volta in volta potenziali o effettive all’ordine pubblico. In nome di una sicurezza interpretata alla luce della necessità di “sorvegliare e punire” si pretende che la persecuzione di queste minoranze rappresenti il necessario baluardo di una democrazia in crisi o di interessi nazionali minacciati da nemici esterni più paventati che reali, che solo politiche di riarmo, a loro volta basate su un’economia di guerra che sacrifica il welfare, possono efficacemente contrastare. E così il concetto stesso di democrazia viene ridotto a semplice funzione di governo da parte di una maggioranza legittimata dalla vittoria elettorale, dimenticando che ciò che rende viva e autentica una democrazia è proprio la possibilità per le minoranze di partecipare alla vita politica e di farsi portavoce di alternative. La militarizzazione arma le forze dell’ordine contro il nemico interno e le forze armate contro le minacce esterne: due facce della stessa medaglia, i cui artefici devono però fare i conti con la resistenza di chi non tace e di chi non obbedisce, di chi non si piega e non si conforma e che rappresenta con le parole e con l’azione il più potente antidoto alla rassegnazione e alla realizzazione di scenari distopici: alla parola d’ordine tatcheriana TINA (There is no alternative) i movimenti risponderanno sempre “un altro mondo è possibile”. Tutto questo e molto altro troviamo dunque in un’opera in cui convergono storia, filosofia, diritto, sociologia, un libro contemporaneamente “colto” e accessibile, sicuramente fruibile anche da un pubblico di non specialisti, un libro la cui lettura, debitamente guidata, potrebbe essere un ottimo spunto di riflessione per docenti e studenti che vogliano dedicarsi a un percorso di educazione civica non scontato e decisamente orientato alla comprensione della contemporaneità, anche in considerazione della centralità della scuola nel porsi come baluardo nei confronti della censura e nella sua intima vocazione di costruzione di una coscienza critica la cui maturazione non può, oggi più che mai, prescindere da un serio confronto con i temi più urgenti della contemporaneità. Per maggiori dettagli sul libro (compresi autori delle singole voci e presentazione di Osservatorio Repressione e Volere la Luna) rimandiamo al sito dell’editore https://altreconomia.it/prodotto/questo-libro-e-illegale/. Per ulteriori spunti di riflessione segnaliamo la presentazione tenutasi a Torino presso il Centro Studi “Sereno Regis” il 19 gennaio 2026, di cui è disponibile la registrazione: https://www.youtube.com/watch?v=s73bwDQI334. Irene Carnazza, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Firenze. Da un laboratorio politico, l’atlante delle svendite del patrimonio pubblico
Da Firenze parte una delle prime denunce sistematiche contro la speculazione e la privatizzazione delle città italiane. La città si è fatta alienata, affermano le autrici e curatrici del libro, Ilaria Agostini e Francesca Conti (Firenze alienata. Svendita dello … Leggi tutto L'articolo Firenze. Da un laboratorio politico, l’atlante delle svendite del patrimonio pubblico sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.