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Un senso alla vita. Indagine filosofica sull’essenziale
Oggi siamo continuamente collegati e colonizzati da quello che il filosofo belga Pascal Chabot, nel libro Un senso alla vita. Indagine filosofica sull’essenziale, chiama superconscio digitale, un’immensa cupola di informazioni, dati, immagini, messaggi, trasformati in un vero e proprio … Leggi tutto L'articolo Un senso alla vita. Indagine filosofica sull’essenziale sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Recensione: Teoria della classe armata. L’età del potere militare di David Colantoni
INTRODUZIONE Il testo di David Colantoni si rivolge al lettore dichiarando un obiettivo estremamente ambizioso: fornire una diagnosi dell’attuale scenario internazionale incardinata sull’emergere, negli Stati Uniti, di una nuova classe sociale (la “classe armata”), costituita dai militari di professione e da tutti quei settori “civili” che sono collegati al complesso militare e a vario titolo coinvolti nella promozione dei suoi interessi: industrie del settore armiero, centri di ricerca sulle nuove tecnologie suscettibili di utilizzo militare, mondo della comunicazione, dell’educazione e dell’intrattenimento. La tesi di Colantoni è che questa nuova classe va a soppiantare la borghesia capitalistica, imponendo i suoi interessi (la produzione di caos sistemico, necessario a giustificare la propria crescita indefinita e l’assegnazione di risorse pubbliche) a scapito della razionalità del sistema economico-finanziario tradizionale; nella fase attuale, iniziata con il declino dell’URSS, la classe armata da “parassita” si trasforma in “parassitoide”, mettendo sempre più in questione la capacità di sopravvivenza dell’ospite capitalistico. STRUTTURA DEL TESTO La monografia è articolata in tre parti, la prima dedicata alla costruzione e articolazione del concetto di classe armata nel contesto USA, a partire dalla Seconda Guerra Mondiale e con numerosi riferimenti agli attuali conflitti, la seconda al raccordo tra questo concetto e le analisi di vari studiosi statunitensi del militarismo: Lasswell, Wright Mills, Kenneth Galbraith, Fulbright, Melman, la terza all’”estetica necatrix”, ovvero alla costruzione mediatica del “nemico” ed alla legittimazione estetica della sua uccisione. Chiudono il volume due capitoli di conclusioni, con un approfondimento sul processo di militarizzazione nei Paesi europei e l’allarme per la possibile espansione planetaria del militarismo e dell’affermazione della “classe armata”. Il volume è introdotto da una Prefazione di Jeffrey D. Sachs, da un breve testo di Olivier Stone e da un Proemio di Luciano Canfora. CONSIDERAZIONI  Senza pretendere di fornire una sintesi del testo di oltre 500 pagine, mi concentro su alcuni punti nodali e sulle questioni ad essi inerenti. 1. Come sottolineato da Sachs, il punto di svolta nella costituzione della classe armata è costituito secondo Colantoni dall’abolizione del servizio di leva e dalla costituzione di un esercito professionale formato da soli volontari; le analisi dell’autore sulla fase storica in cui questo processo si sviluppa negli USA sono estremamente dettagliate e interessanti: la guerra del Vietnam genera una opposizione diffusa e interclassista, con oltre mezzo milione di renitenti alla leva, manifestazioni di veterani del Vietnam contro la guerra, insubordinazione diffusa e attacchi anche mortali della truppa contro gli ufficiali, nell’ordine di centinaia di casi (“fragging”). Preso atto della dimensione ampiamente interclassista della rivolta contro la guerra del Vietnam, l’apparato militare elabora la strategia della professionalizzazione integrale delle forze armate, che diviene un punto programmatico rilevante della campagna presidenziale di Nixon nel 1968 e che vede Milton Friedman giocare il ruolo di protagonista mediatico a favore della abolizione della leva, retoricamente equiparata ad una tassa pagata da pochi e non da tutti. L’effettivo compimento dell’abolizione della leva negli USA e della costituzione di forze armate di soli volontari si colloca nel 1973, durante il secondo mandato di Nixon. La professionalizzazione ha generato uno strumento militare pienamente docile agli ordini degli alti ufficiali e progressivamente teso alla propria espansione ed all’accaparramento di margini sempre più ampi delle risorse nazionali. Si è così creata una lobby formata da industriali del settore armiero e alti ufficiali, capace di definire le questioni strategiche e di fornire le soluzioni tecnologiche, in termini di sistemi d’arma e di pianificazione delle strutture (basi, mezzi aerei e navali, etc.), stabilendo l’agenda della classe politica, con la progressiva subordinazione dei politici alle analisi dei militari ed alle proposte di fornitura dell’industria armiera. In sostanza la classe politica statunitense, a partire dal progetto Manhattan e con passaggi decisivi durante l’amministrazione Kennedy, avrebbe perso progressivamente la capacità di controllare e dirigere la “classe armata”, finendo per assecondarne gli interessi e le indicazioni. L’abolizione della leva obbligatoria e l’istituzione di forze armate su base volontaria ha enormemente accresciuto la possibilità di un uso spregiudicato della forza militare, eliminando il rischio di resistenze all’interno della truppa o di seri movimenti di opposizione da parte dell’opinione pubblica. 2. I riferimenti ai critici dell’apparato politico-militar-industriale, che occupano la seconda parte dell’opera (ricordiamo tra tutti Wright Mills e Melman), sono uno dei contributi più importanti del volume e attestano lo sviluppo del dibattito critico sul militarismo negli USA, a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, ma al tempo stesso la sua inefficacia sul piano della politica interna. Melman, in particolare, già negli anni Sessanta propose all’amministrazione Kennedy vari piani per la riconversione ad usi civili dell’industria bellica statunitense, pubblicando nel 1970 Pentagon Capitalism, studio fondamentale e fonte di ispirazione per il lavoro di Colantoni. L’apparato industriale deputato alle forniture militari risulta, nell’analisi di Melman, estraneo alle logiche dell’economia di mercato, privo di un effettivo controllo politico e basato su una pianificazione centralizzata. Il Pentagono dirige risorse scientifiche, tecniche ed economiche finalizzandole ad obiettivi militari, con dinamiche funzionali alla massimizzazione dei costi, così da garantire i profitti delle industrie fornitrici. 3. Uno dei pregi dell’opera è la ricchezza di riferimenti documentali, che consente di entrare nel vivo della storia degli USA dal 1945 ad oggi. Manca però l’analisi della storia USA anteriore alla Seconda Guerra Mondiale, quasi non fosse esistito un imperialismo americano nel XIX e nella prima metà del XX secolo. L’amplissima bibliografia finale, con quasi 800 titoli citati, non riporta testi significativi di storia degli Stati Uniti che facciano cogliere le premesse istituzionali, economiche, sociali, dell’affermazione degli USA nel XX secolo: anche per Colantoni quello americano rimane un “impero nascosto”[1], almeno fino al 1945. Non troviamo così il riferimento ai momenti costitutivi dell’imperialismo statunitense, dall’espansione verso l’America latina tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo (dottrina Monroe), alla proiezione nel Pacifico (Filippine, Hawaii) a seguito della guerra ispano-americana. Questa lacuna si coniuga con un’analisi che rimane prigioniera della cornice istituzionale data negli USA (organi dello Stato, attori politici e sociali operanti sulla scena interna, dibattito politico per le elezioni presidenziali) e non coglie appieno i potenti vettori che, nel sistema economico e sociale, hanno portato alla militarizzazione della società.   4. Come sopra accennato, l’analisi di Colantoni si dispiega sul piano politico-istituzionale, assumendo come frame concettuale la contrapposizione tra esercito di cittadini ed esercito di volontari/mercenari (pag. 251-254). I riferimenti a Tacito e Machiavelli sono reiterati e mancano della necessaria distanza critica nei confronti del modello repubblicano di milizia civica; la repubblica romana, sicuro modello per gli illuministi e per i rivoluzionari del XVIII secolo fu tutt’altro che esente da pulsioni imperialistiche, concretizzatesi ad esempio nelle guerre puniche e nelle guerre in Macedonia; il passaggio dalla leva dei cittadini ad un esercito di mercenari caratterizzò la transizione dalla repubblica all’impero, ma la dinamica imperialistica indefinitamente espansiva era ben presente fin dalla Roma repubblicana. Luciano Canfora[2] ha rimarcato il rapporto genetico tra modo di produzione schiavistico e bellicismo come fonte di reperimento degli schiavi, tanto da ridefinire il sistema economico classico come “modo di produzione bellico”. In altri termini nel mondo classico la guerra di rapina, finalizzata alla sottrazione di metalli preziosi e di esseri umani da ridurre in schiavitù è il carburante del sistema economico. La chiara preferenza di Colantoni per l’esercito di cittadini rispecchia la posizione dei padri costituenti americani, senza reale capacità di distanziamento critico rispetto a quel tipo di impostazione; paradossalmente il libro sembra scritto in italiano per un lettore americano. In realtà il frame dualistico cittadini/mercenari non corrisponde alla complessa realtà storica delle guerre, dal mondo antico ai giorni nostri: persino gli spartani si avvalsero in alcune circostanze di schiavi nel ruolo di combattenti, per non parlare dei rematori sulle navi ateniesi e romane; l’impero britannico passò con la massima disinvoltura da forze mercenarie anche private, quali gli eserciti della Compagnia delle Indie, a forze3 di leva formalmente inquadrate e continuò ad utilizzare sino a dopo la Seconda Guerra Mondiale truppe ausiliarie arruolate nelle colonie su base volontaria. Forse soltanto la Confederazione elvetica, con le sue note peculiarità, presenta il caso puro di un esercito di cittadini. 5. I riferimenti teorici dell’Autore appaiono talora confusi: da una parte sono ripetuti i richiami alla teoria delle élites, in particolare attraverso Wright Mills, che rappresenta un caposaldo nell’analisi di Colantoni; dall’altra permane una fiducia ingenua nel sistema costituzionale americano, percepito come legittimo erede della tradizione illuministica e portatore di una correttezza istituzionale improvvisamente compromessa dalla torsione militaristica imposta dal progetto Manhattan e dai successivi  sviluppi con Kennedy e Nixon. Con maggior distanziamento critico lo storico Daniele Ganser[3] sottolinea come circa 300.000 oligarchi statunitensi sono in grado di condizionare le campagne elettorali per le elezioni di Camera, Senato e Presidente degli USA e predeterminarne gli esiti. 6. I numerosi riferimenti al modello teorico di Wallerstein e Arrighi[4], rispetto al quale Colantoni si propone come prosecutore, eludono aspetti chiave della teoria ciclica di Arrighi, in particolare la sequenza tipica di una fase capitalistica espansiva, una di finanziarizzazione e militarismo, il successivo declino a vantaggio di un diverso soggetto egemone emergente. Arrighi richiama più volte il militarismo come caratteristica delle fasi di declino della potenza egemone (Guerra dei Trent’anni, guerre anglo-olandesi; conflitti al termine della Belle Époque e le due guerre mondiali) e vede nei conflitti globali il segnale del passaggio da una potenza egemone ad un’altra (Genovesi-Spagnoli, Olanda, Gran Bretagna, USA). Certo, la prognosi di Arrighi rispetto alla contemporaneità rimane indefinita: da un lato viene rimarcato il declino economico degli USA e dell’Occidente rispetto alle nuove potenze emergenti, in primis la Cina, dall’altro si sottolinea la vastità del dominio militare statunitense pur nel declino della sua egemonia politica. Una coerente adozione della prospettiva sistemica di Wallerstein e Arrighi avrebbe consentito di inquadrare la guerra come componente costitutiva degli imperialismi: negli imperi dell’età classica la guerra è lo strumento fondamentale per procurarsi forza lavoro schiavistica (Canfora), negli imperi dell’età moderna obiettivo dell’espansione territoriale è comunque la spoliazione di risorse naturali (oro, argento, spezie, prodotti “coloniali”) e di esseri umani (commercio triangolare) per i sistemi di produzione schiavistici nel nuovo mondo. L’imperialismo, nello scenario successivo alla formale decolonizzazione, utilizza la guerra come strumento fondamentale per generare caos sistemico, funzionale alla successiva spoliazione di risorse energetiche, minerarie, agricole ed alla messa in movimento di masse umane disponibili come forza lavoro a basso costo di riproduzione. Altre funzioni del caos sistemico portato dalle potenze imperiali nelle periferie del mondo sono il contrasto alla formazione di poli geopolitici concorrenti e l’espulsione di masse umane utilizzabili come forza lavoro disponibile nelle metropoli, con un basso costo di riproduzione (Samir Amin). Tutto questo rende funzionale il militarismo al sistema economico imperialistico, analizzato da Arrighi: non si danno imperi senza la supremazia tecnologica su “vele e cannoni” (Cipolla) e senza il dispiegamento di apparati militari proiettati in aree lontane dalla metropoli, come ampiamente documentato dalla storia europea dell’epoca moderna; la politica imperiale britannica in India, Cina ed Egitto rappresenta l’esempio canonico di questa tesi. Incidentalmente la sequenza di genocidi che costella la storia dell’imperialismo occidentale vede il pieno coinvolgimento degli eserciti di leva, per esempio di quello britannico nella repressione della rivolta Kikuyu nel ventennio successivo alla Seconda Guerra Mondiale. La fanatizzazione nazionalista e ideologica di “uomini comuni”[5] risulta abbastanza semplice anche nei confronti di un esercito di leva. L’attuale situazione in Palestina, con la plateale deumanizzazione delle vittime del genocidio in atto, è frutto dell’azione di militari di leva, in buona parte riservisti richiamati alle armi dalla vita civile. L’intreccio tra imperialismo e militarismo rimane dunque scotomizzato nella lettura di Colantoni. L’Autore individua nel 1973 il punto di svolta epocale, con un veloce accenno all’abbandono degli accordi di Bretton Woods da parte di Nixon e con la focalizzazione sulla questione dell’abolizione del servizio di leva, riconosciuta come causa della vittoria di Nixon, coadiuvata dalla propaganda di Milton Friedman. Colantoni non si addentra nelle complesse analisi economiche di Arrighi e non coglie il passaggio, ad inizio anni Settanta, ad una fase di finanziarizzazione dell’economia USA, con il corrispondente problema di sostenere la credibilità del dollaro; non sorge pertanto la domanda circa la funzione economica dello strumento militare quale puntello del bilancio in deficit e del tasso di cambio di una valuta non più convertibile in oro. In effetti negli ultimi 50 anni il bilancio USA è andato sempre più in deficit ed i titoli del debito pubblico americano sono stati acquistati in ogni parte del mondo. È difficile pensare che un paese privo della capacità intimidatoria degli USA, derivante dalla rete planetaria di basi militari e dalla pletora dei sistemi d’arma, sarebbe riuscito a mantenere questo livello di “fiducia”; come mera ipotesi controfattuale proviamo a chiederci cosa accadrebbe al tasso di cambio del dollaro e ai tassi dei titoli di stato USA il giorno in cui venisse affondata una portaerei. A partire dalle analisi di Arrighi ed in ultimo di Alessandro Colombo[6], la militarizzazione appare pertanto sia una tendenza evolutiva dell’élite statunitense come sostenuto da Colantoni, sia un effetto della finanziarizzazione dell’economia USA in sostanziale declino. Esiste quindi una spirale viziosa tra declino economico e militarizzazione crescente, alimentata da una bolla finanziaria in costante espansione. Piuttosto che il parassitoide evocato da Colantoni, questo gorgo richiama la metafora del tumore allo stadio avanzato, se non terminale. In estrema sintesi negli USA a partire dagli anni Sessanta la ricerca e l’innovazione tecnologica si sono concentrate in settori di interesse strategico-militare, determinando il declino dei settori “civili” e le note dinamiche di esternalizzazione per i settori dei prodotti di largo consumo (auto, elettrodomestici, etc.) e di scarso interesse strategico. 7. Il testo di Colantoni sviluppa un’ampia analisi sul processo di militarizzazione della società statunitense, documentando la progressiva aggregazione tra settore industriale e settore militare e la subordinazione della classe politica all’emergente “classe armata”. Rimangono indefiniti il rapporto con i centri di potere economico-finanziari e la funzionalità del militarismo al declino del sistema economico statunitense. Nei capitoli conclusivi viene posta a tema la questione della militarizzazione dei paesi collocati alla periferia dell’impero. La guerra in Ucraina ha costituito senza dubbio il punto di svolta, che ha consentito di porre il riarmo al centro dell’agenda politica dei paesi satellite, con conseguente acquisto di prodotti USA, come diligentemente messo in atto dai governanti UE delle più diverse appartenenze partitiche. Per quanto riguarda l’Europa, il gioco delle parti tra NATO, con il protagonismo della Gran Bretagna, e Unione Europea, con la partecipazione di gran parte dei paesi del centro Europa e con il ruolo preponderante di Germania e Francia, ha visto l’adozione di piani di riarmo in deficit, con l’abbattimento del totem del pareggio di bilancio che era stato posto come baluardo rispetto a qualsiasi ipotesi di aumento delle spese di welfare. Il processo di riarmo è ampiamente analizzato, tra l’altro, nel numero di giugno 2026 di Limes (“Vogliamo la guerra totale?”), al quale rinvio per i dati e l’inquadramento. Il punto che mi preme rilevare, sulla scorta del modello teorico di Arrighi, è la connessione tra militarizzazione USA e militarizzazione della periferia dell’impero: la domanda da porsi è quali funzioni siano state realmente attribuite dai decisori statunitensi al riarmo imposto ai paesi satellite. Una prima funzione è quella della “condivisione” del deficit di bilancio statunitense in espansione incontrollata, come rilevato da Colantoni. L’apparato industrial-militare USA viene così parzialmente finanziato dai paesi satellite, attraverso l’acquisto obbligato di sistemi d’arma prodotti al centro dell’impero; la guerra in Ucraina ha rappresentato il banco di prova di questo meccanismo, con l’interposizione del governo ucraino, retoricamente proteso a reclamare l’insufficienza delle forniture di armi statunitensi. Una ulteriore funzione è quella di vincolare i paesi satellite alle scelte geopolitiche statunitensi, seppellendo le politiche di apertura e interscambio inaugurate dalla Germania negli anni Settanta del Novecento e coinvolgendoli nell’operazione di stress strategico, ovvero di escalation militare, con la Russia. 8. La distorsione del sistema di welfare e la sua fagocitazione selettiva da parte dell’apparato militar-industriale è uno dei pregi dell’analisi di Colantoni: il Dipartimento USA per i Veterani ha quasi mezzo milione di dipendenti e nel 2025 ha gestito un budget per servizi inerenti a salute, alloggi e pensioni di oltre 400 miliardi di dollari, nettamente superiore al bilancio militare aggregato dell’intera UE (pag. 367-381). Ci si può chiedere come questo paradigma potrà influenzare l’evoluzione dei sistemi di welfare europei, nell’attuale scenario di crepuscolo delle classi medie e di espansione del reclutamento militare nell’area UE, in concomitanza con il conflitto in Ucraina. 9. Nei tre capitoli di Conclusioni Colantoni ci porta alla cronaca del 2025-26 e alle prospettive per l’immediato futuro. Il Capitolo XXV vede nel conflitto in Ucraina, nello sfaldamento degli equilibri mediorientali e negli attacchi a Venezuela e Iran una sequenza di   eventi  di rottura con portata globale: in Germania la “svolta epocale” con aumento delle spese per la difesa annunciata dal cancelliere tedesco  Scholz a fine febbraio 2022 (100 miliardi di  euro) tre anni dopo è decuplicata ad opera del nuovo cancelliere Merz, con un passato nel gruppo finanziario  Blackrock (500 miliardi per il riarmo più 500 miliardi per infrastrutture civili di interesse militare). Analoga lievitazione della spesa per il settore militare investe l’intera UE, con attenuazione o eliminazione dei meccanismi di controllo e pubblicità. Colantoni richiama l’esempio delle spese militari decise dall’imperatore Diocleziano, origine di una crisi economico-finanziaria che segnò il declino dell’Impero romano. Un segno emblematico del processo di militarizzazione e dell’acquisito predominio della classe armata sulla borghesia è il processo di militarizzazione del porto di Rotterdam, principale hub europeo. Il trend che Colantoni individua è quello del rafforzamento simmetrico della classe militare in paesi quali la Russia e la Cina, con il rischio di un’escalation militaristica globale e di una crisi terminale dei cicli egemonici del capitalismo soppiantati da un blocco storico di natura militare. L’espansione sino al limite dello scoppio della bolla finanziaria generata dal militarismo spiega secondo Colantoni le scomposte iniziative belliche statunitensi del 2026, in particolare l’aggressione al Venezuela, in un’ottica di predazione delle risorse naturali (pag. 485-487). Lo scenario da incubo che si sta delineando, a seguito delle dinamiche di “antagonismo cooperante” tra le classi militari dei paesi contrapposti, è dunque quello di un mondo di Stati-caserma in competizione reciproca. Nel Capitolo XXVI Colantoni torna sul rapporto tra militari di leva e volontari, mettendo in guardia dall’illusione che un esercito di professionisti esenti i civili dal reclutamento; in caso di necessità, come sta mostrando l’Ucraina, l’esercito di professionisti ricorre all’arruolamento coatto dei civili, con l’avallo della classe politica. Colantoni cita i precedenti storici di reclutamento di schiavi o di popolazioni coloniali, dal mondo classico alla Seconda Guerra Mondiale e ribadisce la sua tesi che la leva universalistica è strumento di controllo democratico delle forze armate. In particolare  individua cinque principali “incidenti” storici che hanno fatto implodere l’esercito democratico di cittadini-soldati nato con la Rivoluzione Francese ed hanno portato alla diffusione dell’esercito di professionisti nei paesi occidentali: l’imperialismo napoleonico, l’utilizzo dello  strumento militare ad  opera  della borghesia ottocentesca  per la repressione dei moti operai, il coinvolgimento degli eserciti di leva nell’imperialismo tardo ottocentesco, la degenerazione della lealtà repubblicana nel cameratismo dei “corpi franchi” negli anni Venti, la guerra del Vietnam. Colantoni adotta la tesi “realistica” della “natura violenta della società”, dunque dell’ineluttabilità delle guerre (pag. 497), ma ammonisce che si può combattere “da liberi” o “da schiavi” e confida nella “democratizzazione delle forze armate”, richiamando l’esempio dei commissari politici dell’Armata Rossa, corresponsabili delle decisioni tattiche dei comandanti militari, ed auspicando la nascita di “consigli militari di cittadini in armi” (pag. 504), dotati di potere di voto sulle azioni militari che non siano strettamente di difesa a seguito di invasione del territorio nazionale. Si tratta di meri accenni, che a mio parere non tengono conto del livello di coscienza politica delle società occidentali contemporanee, suscettibili di mobilitazione ideologica di stampo populistico o nazionalistico ma prive della consapevolezza democratica che ha contraddistinto le fasi rivoluzionarie nella Francia del 1792 e nella Russia del 1917. L’ipotesi del ripristino della leva obbligatoria nei paesi europei è vista da Colantoni come espediente retorico volto ad indurre rigetto da parte della maggioranza della popolazione ed a rendere accettabile il prelievo di maggiori risorse per forze armate professionali e prive di controllo democratico. In effetti, osserva l’Autore, una leva obbligatoria autentica “introdurrebbe nel sistema militare un elemento di imprevedibilità” di difficile gestione per la classe armata; trovo corretta la considerazione in tempo di pace, ma il tragico caso dell’Ucraina ci dimostra come in pochi mesi la propaganda abbia potuto coniugare arruolamento di massa e rigido controllo gerarchico tramite la legge marziale e l’ideologia ipernazionalistica. In conclusione, Colantoni auspica un qualche tipo di ripristino del servizio di leva universalistico, così da rendere “politicamente costoso l’impiego della forza in teatri non percepiti come esistenziali”: infiltrare “milioni di cittadini soldato nella istituzione militare spezzerebbe l’odierno monopolio professionale della Classe Armata sulla violenza statale” (pag. 517-518). Incidentalmente, per quanto riguarda la recente storia italiana, il coinvolgimento delle forze armate nella guerra alla Jugoslavia del 1999 avvenne in epoca di leva obbligatoria, così come l’intervento nella prima guerra “del Golfo”, contro l’Iraq; si trattò, come ovvio di una quantità limitata di reparti, ma solo una parte dei militari coinvolti erano professionisti e non si ricordano vaste resistenze a quelle operazioni. Inoltre, il livello di addestramento e specializzazione attualmente richiesti alle forze armate esorbita rispetto a quello degli eserciti di massa di 50 anni fa. Il XXVII ed ultimo capitolo contiene il monito conclusivo sulla possibile riattivazione di un livello di barbarie premoderno ad opera dell’emergente classe armata; l’impotenza globale di fronte al genocidio palestinese testimonia della fragilità dei diritti umani universali e della possibilità che emerga l’assuefazione a nuove atrocità collettive, che saranno tollerate come un tempo si accettavano come normali i combattimenti dei gladiatori o la damnatio ad feras dei condannati. Come Borges nel Requiem tedesco, Colantoni vede nel nazismo la “terribile doglia del futuro in arrivo”. 10. La tesi di fondo di Colantoni, ovvero la necessità di ripristinare eserciti di leva in quanto più legati alla possibilità di un controllo democratico richiede di essere inquadrata e discussa più approfonditamente. Si tratta, come noto, di un argomento familiare alla tradizione politica di sinistra, da sempre diffidente rispetto agli eserciti professionali; al tempo stesso l’evidenza storica di due guerre mondiali dimostra che in ogni tipo di regime, autoritario o democratico, l’apparato militar-industriale attraverso gli strumenti della propaganda è stato e rimane ampiamente in grado di bypassare il controllo dei cittadini, trascinando i paesi in guerre inizialmente rigettate dalla maggioranza della popolazione. Tentiamo quindi, in poche righe, di delineare l’evoluzione delle dimensioni rilevanti per il fenomeno bellico, tra le quali inquadrare la demografia come fattore di potenza attraverso la massa delle truppe. Fin dal mondo antico emerge la complessa interferenza delle dimensioni demografica, economica, tecnologica nel determinare l’affermazione delle diverse potenze che predominano sulla scena del Mediterraneo e del vicino Oriente. Pur tenendo conto delle innovazioni alessandrine nelle macchine d’assedio, il fattore tecnologico non rileva, nei tempi medi, reali gap tra le diverse potenze concorrenti, quindi il mix tra l’organizzazione politica delle masse umane di combattenti e la disponibilità di risorse economiche consente di comprendere il fenomeno bellico nel mondo antico, al netto dell’ampio margine di casualità che impatta sull’esito di molte battaglie. Il fattore demografico emerge come punto di crisi dell’Impero romano, di fronte alla massa soverchiante delle popolazioni cosiddette “barbariche”. Nel Medioevo, mentre Bisanzio si blinda dietro alla flotta ed al sistema di fortificazioni sul Bosforo, nel continente europeo e in Nord-Africa il fattore demografico rimane la discriminante per la potenza bellica. A partire dal tardo medioevo e sino alla Rivoluzione Francese la dimensione finanziaria risulta di gran lunga prevalente: non si fa la guerra in vista di un possibile saccheggio, come all’epoca dei Vichinghi, ma si può fare la guerra perché si possiedono i mezzi finanziari (prestiti dai banchieri italiani e tedeschi, oro e argento dalle Americhe per la Spagna, o indirettamente dalla guerra di corsa per l’Inghilterra) per assoldare le truppe mercenarie. A partire dalla Rivoluzione Francese si assiste ad una riaffermazione della dimensione demografica ed alla sussunzione  politica della truppa agli obiettivi dei governanti attraverso le ideologie nazionalistiche; le tecnologie militari, si pensi all’evoluzione delle armi da fuoco e dell’artiglieria  negli ultimi decenni dell’Ottocento, sono rapidamente condivise tra le potenze europee in competizione e determinano invece il gap tra queste ed i paesi vittime dell’espansione coloniale, in Africa e nell’estremo Oriente. Durante la Prima Guerra Mondiale le potenze in conflitto applicano nuove tecnologie belliche, precedentemente testate in ambito coloniale (mitragliatrici, gas asfissianti), in un contesto nel quale la dimensione demografica ed organizzativa risulta ancora prevalente. Il XX secolo è segnato dalla competizione nell’ambito delle tecnologie militari e la Seconda Guerra Mondiale, preceduta da conflitti territorialmente circoscritti in Etiopia, Spagna e Manciuria, costituisce un infernale laboratorio per lo sviluppo e la sperimentazione dei nuovi sistemi d’arma. La dimensione tecnologica emerge, accanto al potenziale economico organizzativo, come fattore decisivo per l’esito del conflitto, si pensi ai bombardieri d’alta quota, ai radar, al primo computer dedicato alla decrittazione dei messaggi tedeschi; inizia ad emergere una nuova dimensione rilevante, legata all’acquisizione di informazioni e comunicazioni tattiche del nemico attraverso nuove tecnologie (radar, computer). Eserciti numerosi ma tecnologicamente arretrati, quali quello italiano, vengono rapidamente sconfitti. Alcune innovazioni tecnologiche, quali i missili, gli aerei a reazione e ovviamente la bomba atomica, pur avendo fatto la loro comparsa nelle fasi finali del conflitto, dispiegheranno il loro gigantesco impatto sulle strategie militari solo nei decenni successivi. Il trentennio successivo alla Seconda Guerra Mondiale è caratterizzato dalla competizione tecnologica tra i due blocchi contrapposti, con l’emergere delle dottrine della deterrenza, e dal processo di decolonizzazione, che riattiva la salienza della dimensione demografica, si pensi ai movimenti di guerriglia in Africa, in America centrale, ed ovviamente alla guerra del Vietnam. Preso atto dello svantaggio a livello demografico, gli USA ridefiniscono la propria strategia incardinandola totalmente sulle dimensioni tecnologica e informativa (crittazione delle comunicazioni, satelliti spia, sistemi di navigazione autonoma dei missili tramite geolocalizzazione, applicazione capillare dell’informatica ai sistemi d’arma). Il XXI secolo vede la diffusione universale dei dispositivi elettronici di telecomunicazione (smartphone, tablet, etc.), che sono al tempo stesso strumenti di geolocalizzazione dell’utente. La permeabilità di questi dispositivi ai servizi informativi degli stati, unitamente all’evoluzione delle tecniche biometriche ed all’applicazione dell’intelligenza artificiale all’analisi di immense moli di dati, provenienti da reti di pagamento elettronico, sistemi di geolocalizzazione di autoveicoli, telecamere di videosorveglianza, droni spia, pone le premesse tecnologiche per scenari di controllo pervasivo della popolazione, abbattendo in origine la capacità di insorgenza. Il predominio delle dimensioni tecnologica e informativa, comprensiva del mondo “cyber”, richiede operatori con lunga formazione, tipicamente ingegneristica, spesso con carriere ibride e senza stabile inquadramento nelle forze armate, ed un numero contenuto di combattenti con elevato addestramento, sul tipo dei corpi speciali. Contingenti di truppa poco qualificata, destinata al controllo del territorio, sono reclutabili in breve tempo con il ricorso allo stato di eccezione, ovvero alla legge marziale, come accade da anni in Ucraina. Se questo è il quadro della contemporaneità, premesso che l’integrazione tra sistemi di controllo biometrico, intelligenza artificiale e droni non ha ancora pienamente dispiegato le sue venefiche potenzialità, non credo che il ritorno alla leva in massa rappresenti una soluzione in direzione di obiettivi di pace. 11. Colantoni si richiama alla categoria dell’illuminismo come riferimento positivo per la critica del militarismo nel mondo contemporaneo. Tuttavia la sua analisi appare talora interna ad una cornice teorica occidentalista, incapace di una reale presa di distanza rispetto al sistema di riferimento messo a tema; le grandi voci dell’illuminismo novecentesco, per fare qualche nome oltre alla scuola di Francoforte Franz Fanon, Claude Levi-Strauss e Clifford Geertz in ambito antropologico, Gregory Bateson, la scuola di Palo Alto, gli interazionisti simbolici e Erwin Goffman nell’ambito delle scienze umane, il post-strutturalismo francese di Michel Foucault, la sociologia di Robert Merton e Pierre Bourdieu, rievocando solo alcuni autori non necessariamente convergenti nelle linee di indagine, hanno espresso la capacità di porsi a distanza rispetto al quadro di riferimenti ideologici posto a contrassegno del mondo ”occidentale”, così da far esperire una condizione di permanente estraneità rispetto ad ogni appartenenza. Questo essere straniero in ogni luogo (Ugo di San Vittore), rispetto ad ogni sistema sociale e politico, è la posizione a partire dalla quale si può immaginare un nuovo abitare individuale e collettivo, aperto all’imprevedibilità del volto d’altri, che non è lo specchio nel quale cercare ed offrire riconoscimento, ma l’inizio del dialogo e della cura. Posizionarsi a livello individuale e collettivo in questa assenza di fondamento e assenza di appartenenza, in questa incondizione di nomadi nel deserto, così familiare ai sopravvissuti ai grandi conflitti ed a chi ha partecipato alla Resistenza, è la stazione di partenza per inaugurare percorsi di pacificazione capaci di sfuggire al buco nero del nuovo maccartismo. 12. Al di là dei rilievi sopra esposti, il testo di Colantoni testimonia un impegno gigantesco nella raccolta ed analisi di documenti, offre alcune rilevanti linee interpretative, espone sistematicamente una vasta messe di dati, sintetizza le principali teorie critiche rispetto al militarismo nel contesto statunitense, esplora alcune vie d’uscita dal labirinto infernale in cui tutti ci muoviamo. È sicuramente un’opera che merita di essere letta e meditata e che promuove la coscientizzazione rispetto al mondo attuale. David Colantoni, Teoria della classe armata. L’età del potere militare, Arianna editrice, Bologna 2026. Gianmaria Toffi Pubblicato anche su www.parolelibere.blog. Pubblicato anche su www.pressenza.it. [1] Daniel Immerwahr, L’impero nascosto, Einaudi ,Torino 2020. [2] Luciano Canfora, Guerra e schiavi in Grecia e a Roma. Il modo di produzione bellico, Sellerio, Palermo 2023. [3] Daniel Ganser, Breve storia dell’impero americano. Una potenza senza scrupoli, Fazi, Roma 2021, pag. 61-65. [4] Giovanni Arrighi, Il lungo ventesimo secolo, Il Saggiatore, Milano 2014; Giovanni Arrighi, Adam Smith a Pechino. Genealogie del XXI secolo, Feltrinelli, Milano 2008; Giovanni Arrighi, Beverly Silver, Caos e governo del mondo, Bruno Mondadori, Milano 2003. [5] Cristopher Browning, Uomini comuni. Polizia tedesca e “soluzione finale” in Polonia, Einaudi, Torino 2022. [6] Alessandro Colombo, Il suicidio della pace, Raffaello Cortina, Milano 2025. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Recensione: Morire di Naia di Marta Silvestre e Andrea Turco
«Siamo pronti alla morte, l’Italia chiamò». È una delle strofe più note dell’Inno nazionale italiano, quella che ancora oggi, durante la cerimonia del giuramento di fedeltà alla Repubblica, viene cantata da chi sceglie di intraprendere la carriera militare. Parole solenni, che evocano il sacrificio estremo per la Patria e che, nella loro immediatezza, ricordano come il soldato sia chiamato, in caso di necessità, persino a mettere in gioco la propria vita. Ma cosa succede quando non si muore in guerra, bensì inconsapevolmente, in tempo di pace? Cosa accade quando una giovane recluta perde la vita all’interno di una caserma, in un ambiente che dovrebbe essere prima di tutto un luogo di formazione, disciplina e crescita professionale? E cosa accade quando dietro una morte si nascondono episodi di violenza, umiliazioni, soprusi e quello che per decenni è stato chiamato, con una parola quasi innocua, “nonnismo”? Sono proprio queste alcune delle domande alle quali cerca di rispondere il libro-inchiesta Morire di Naja, scritto da due giovani giornalisti, Marta Silvestre e Andrea Turco, pubblicato da Zolfo Editore nel 2026 (178 pagine, 17 euro).  Un lavoro che riporta alla luce una parte della storia del servizio militare obbligatorio italiano rimasta per troppo tempo ai margini del dibattito pubblico. Silvestre e Turco, nati a metà degli anni Ottanta, appartengono a una generazione che la cosiddetta «cartolina di precetto» per il servizio militare obbligatorio di un anno non l’ha mai ricevuta. Non hanno quindi vissuto direttamente l’esperienza della leva, ma ne hanno sentito parlare, hanno raccolto testimonianze e si sono documentati per ricostruire una realtà spesso nascosta dietro le mura delle caserme. Il loro obiettivo è cercare di capire perché sia esistito, e in parte possa ancora esistere, un lato oscuro della vita militare e come la disciplina, necessaria all’interno delle Forze armate, possa trasformarsi in abuso. Un abuso che, nei casi più gravi, può arrivare a coinvolgere le stesse istituzioni e a creare un muro di silenzio attorno a giovani militari che, invece di essere protetti, finiscono per sentirsi traditi proprio da quelle istituzioni che hanno scelto di servire. I “morti per naja” raccontati nel volume sono cinque: Emanuele Scieri, Tony Drago, Giovanni Cosca, Marco Mandolini e Riccardo Rasman. Cinque vicende diverse, accomunate da morti drammatiche e da percorsi investigativi segnati, secondo la ricostruzione degli autori, da piste false, omissioni, contraddizioni e indagini spesso confuse. Ma l’elenco, purtroppo, non si esaurisce qui. In Italia non esiste infatti un’anagrafe ufficiale in grado di quantificare con certezza il numero complessivo dei giovani morti a causa del servizio militare obbligatorio. Le stime indipendenti relative al periodo compreso tra il 1946 e il 2005, anno in cui la leva obbligatoria venne sospesa per legge, parlano di una cifra compresa tra 3.000 e oltre 5.000 decessi avvenuti in tempo di pace. Numeri impressionanti, soprattutto se si considera che si tratta di giovani che non si trovavano su un campo di battaglia, ma all’interno di strutture militari dello Stato. Tra le cause di morte più rilevanti vi è il suicidio delle giovani reclute, spesso collegato a situazioni di forte isolamento, all’incapacità di adattarsi a una disciplina particolarmente rigida o a traumi provocati da episodi di “nonnismo” e vessazione. Secondo i dati emersi in Commissione Difesa, negli anni Sessanta e Settanta il tasso di suicidi tra i giovani di leva avrebbe talvolta superato quello registrato nella popolazione civile della stessa fascia d’età. Accanto ai suicidi vi erano poi altre cause di morte, numericamente meno rilevanti ma comunque significative: incidenti stradali durante i trasferimenti dei contingenti, colpi d’arma da fuoco accidentali nei poligoni, incidenti durante l’addestramento ed esplosioni. A queste si aggiungevano i decessi provocati da patologie fulminanti che non venivano diagnosticate durante le visite di leva, come arresti cardiaci o meningiti fulminanti, queste ultime favorite anche dalle condizioni di sovraffollamento che in determinati periodi caratterizzavano le camerate. Il punto centrale dell’inchiesta è però anche un altro: comprendere come la violenza potesse essere normalizzata e trasformata in una sorta di rito di passaggio. Il “nonnismo”, le umiliazioni e le prove di forza venivano talvolta presentati come strumenti necessari per “formare il carattere” della recluta, come se la sofferenza fosse una componente inevitabile della vita militare e come se mettere alla prova la resistenza fisica e psicologica di un giovane fosse parte integrante dell’addestramento. L’analisi condotta dai due giornalisti si basa su atti giudiziari, documenti inediti, atti parlamentari e testimonianze dirette. È questo apparato documentale a dare forza alla loro ricostruzione. Morire di Naja non è quindi soltanto un libro di cronaca, né una semplice raccolta di storie tragiche: è soprattutto un tentativo di interrogarsi sul rapporto tra disciplina e abuso, tra obbedienza e responsabilità, tra istituzioni e singoli individui. È anche un atto d’accusa contro la normalizzazione della violenza e del “nonnismo”, troppo spesso giustificati come “riti di tempra virile”. Dietro questa espressione, apparentemente innocua, possono infatti nascondersi comportamenti che nulla hanno a che vedere con l’addestramento militare e che possono invece trasformarsi in vere e proprie forme di sopraffazione. «Ancora oggi, troppo spesso, chi vive in caserma o va in missione – scrivono i due giornalisti nel volume – si reputa diverso da chi vive nella società civile, che non potrà mai capire cosa si prova ad avere addosso una mimetica, una divisa che si reputa tatuata e alla quale si dà tutto, si deve dare tutto». È una riflessione importante perché permette di comprendere anche la distanza che per lungo tempo ha separato il mondo militare dalla società civile. Una distanza fatta di linguaggi, regole, gerarchie e codici interni, ma anche di una diversa percezione del rapporto tra individuo e istituzione. Oggi, tuttavia, potremmo dire che l’esercito e la figura del soldato siano, per usare un termine forse improprio ma efficace, più “sdoganati” rispetto al passato. La percezione delle Forze armate non è più quella di qualcosa di completamente estraneo alla nostra vita quotidiana. Al contrario, la presenza dei militari è diventata sempre più visibile nello spazio pubblico. «I militari fanno tendenza – scrivono Silvestre e Turco nel libro –. Vanno in tv e sono protagonisti del dibattito politico. […] la politica sceglie l’ostentazione muscolare e armata, mettendo in campo l’esercito, che opera congiuntamente alle forze di polizia». È sufficiente guardarsi intorno per accorgersi di quanto questa presenza sia diventata abituale. Oggi vediamo giovani soldati pattugliare le strade delle nostre città, soprattutto nelle zone considerate più sensibili, con una funzione di deterrenza nei confronti della criminalità. È la cosiddetta “Operazione Strade Sicure”, introdotta nel 2008 durante il governo Berlusconi e tuttora attiva. Secondo gli autori, «Non è soltanto una misura spot, ma ha inciso parecchio nell’immaginario collettivo italiano. Con essa per la prima volta l’esercito viene impiegato in pianta stabile nelle città. […] l’esercito è ovunque». Negli ultimi anni, infatti, il mondo militare è entrato anche negli spazi educativi, attraverso iniziative di orientamento, promozione e collaborazione con le scuole. «Lo sbarco dei militari nelle scuole, per attività di promozione con sfumature cooptative, è stato talmente preponderante che nel 2023 è nato l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università», osservano gli autori. Si tratta di un cambiamento significativo rispetto all’epoca della leva obbligatoria. Se allora il servizio militare rappresentava per molti giovani un passaggio quasi inevitabile della vita adulta, oggi la scelta di entrare nelle Forze armate avviene prevalentemente su base volontaria e viene presentata anche come una possibile opportunità professionale. Il servizio militare volontario è diventato, in questo senso, uno dei tanti percorsi lavorativi disponibili, seppure caratterizzato da regole, gerarchie e responsabilità particolari e da un ambiente che rimane, per sua natura, in parte “ermetico”, nel quale vigono procedure, segreti e codici comportamentali differenti da quelli della società civile. Anche sotto questo aspetto, però, il libro invita a interrogarsi sulle ragioni sociali ed economiche che spingono tanti giovani a scegliere la carriera militare. Il bacino di reclutamento delle Forze armate, osservano gli autori, proviene in larga misura dal Mezzogiorno d’Italia, dove la possibilità di ottenere uno stipendio stabile può rappresentare un’alternativa concreta alla disoccupazione giovanile e alla scarsità di opportunità lavorative. Un paradosso emerge allora con particolare evidenza: se molti dei giovani che scelgono di entrare nelle Forze armate sono del Sud, le numerose caserme e strutture militari sono dislocate nel Centro-Nord della Penisola. Per alcuni di loro, quindi, l’ingresso nell’esercito significa anche lasciare la propria terra, la famiglia e il proprio ambiente di origine, entrando in un mondo completamente nuovo e sottoposto a regole rigide. È proprio in questo passaggio che il tema della vulnerabilità delle giovani reclute assume un’importanza particolare. Un ragazzo o una ragazza che entra in una caserma non porta con sé soltanto un’uniforme: porta la propria storia personale, le proprie fragilità, le proprie aspettative e il proprio bisogno di sentirsi parte di una comunità. Se l’ambiente nel quale entra diventa invece luogo ostico, di isolamento, paura o sopraffazione, il confine tra disciplina e abuso può diventare estremamente sottile. Morire di Naja ha dunque il merito di riportare l’attenzione su una pagina della storia italiana che rischia di essere dimenticata. La sospensione della leva obbligatoria nel 2005 non ha cancellato automaticamente i problemi legati alla cultura militare, alla gestione del potere gerarchico e al rapporto tra disciplina e diritti individuali. Le storie raccontate da Silvestre e Turco diventano così qualcosa di più di una sequenza di tragedie personali. Sono vicende che chiamano in causa lo Stato, le istituzioni, la giustizia e, più in generale, la società civile. Perché una morte avvenuta durante il servizio militare non dovrebbe mai essere considerata semplicemente come una fatalità, soprattutto quando emergono dubbi, omissioni, responsabilità o comportamenti che avrebbero potuto essere evitati. Questa inchiesta giornalistica lascia quindi il segno proprio per la capacità di riportare alla luce ferite profonde e, in alcuni casi, mai realmente curate. Il libro pone domande scomode e obbliga il lettore a guardare oltre la retorica della divisa, del coraggio e del sacrificio. La memoria dei ragazzi raccontati nel volume, così come quella di tanti altri giovani che hanno perso la vita durante il servizio militare, diventa in questo modo un richiamo alla responsabilità. Perché il rispetto della Patria, della divisa e delle istituzioni non può prescindere dal rispetto della persona. E proprio per questo Morire di Naja si presenta come un monito: affinché la disciplina non diventi mai una giustificazione per la violenza, affinché il silenzio non prevalga sulla verità e affinché la giustizia possa finalmente arrivare anche laddove, per troppo tempo, hanno prevalso omissioni, paure e muri di omertà. Marta Silvestre, Andrea Turco, Morire di Naia, Zolfo Editore, Milano 2026. Davide Pelanda, docente, Scuola per la Pace Torino e Piemonte -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: “Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova…” di Lorenzo Guadagnucci
La rassegna della letteratura politica, economica e sociologica fiorita a cavallo tra il XX e il XXI secolo, custodita negli scaffali della memoria e delle biblioteche personali, non costituisce un semplice esercizio di nostalgia per una stagione di mobilitazione giovanile. Al contrario, essa rappresenta l’archeologia di un’alternativa possibile, un compendio di analisi strutturali che la storia successiva ha drammaticamente e tragicamente validato. L’autore di questo breve ma intenso trattato dal titolo provocatorio, Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova, è Lorenzo Guadagnucci che ha vissuto sulla propria pelle i tragici eventi susseguiti in concomitanza del G8 di Genova e che molto amichevolmente mi ha fatto dono della sua opera, come una sorta di passaggio ancora valido e vivido di consegne di pace. L’autore inizia il suo saggio con un’ampia panoramica di analisi sociali e geopolitiche. A 25 anni dal G8 di Genova del luglio 2001, lo slogan “Un altro mondo è possibile” si ripresenta al dibattito contemporaneo spogliato di ogni ingenuità utopica, rivelandosi come una diagnosi precoce, lucida e straordinariamente accurata delle contraddizioni che oggi consumano il pianeta e tutto il sistema al collasso, parlando letteralmente. La liquidazione di quell’esperienza da parte delle élite politiche, accademiche e giornalistiche mainstream, che all’epoca la liquidarono come un fenomeno transitorio o irrazionale, si rivela oggi come un meccanismo di rimozione deliberata, necessario a giustificare la persistenza di un modello che ha progressivamente eroso le basi stesse della convivenza civile, della democrazia e della sostenibilità ambientale. Insomma di un “Altro mondo possibile” e necessario. I testi di autori come Naomi Klein, con la sua critica al potere dei grandi marchi e alle privatizzazioni, e Joseph Stiglitz, premio Nobel che analizzò dall’interno i fallimenti delle istituzioni finanziarie globali e internazionali, avevano già allora individuato nella globalizzazione neoliberista e nella deregolamentazione selvaggia i germi di una instabilità sistemica insanabile e di una crisi a trecentosessanta gradi davvero insormontabile. La successiva transizione verso quello che è stato definito “finanzcapitalismo” ha confermato come la preminenza dell’economia speculativa sulla produzione reale, sui diritti del lavoro e sullo stato sociale non avrebbe condotto al benessere diffuso promesso dai teorici del libero mercato, bensì a una polarizzazione e accumulazione della ricchezza senza precedenti storici e con squallide conseguenze. In questo contesto, le riflessioni di Susan George e Francesco Gesualdi sulla cancellazione del debito dei paesi in via di sviluppo e sulle asimmetrie del commercio globale non erano rivendicazioni puramente etiche o assistenziali, ma rigorose decostruzioni di un sistema di trasferimento forzato di risorse che perpetuava la dipendenza neocoloniale e la sua abiezione neoliberista a discapito della pace tanto auspicata (e in effetti fattibile, tutt’altro che utopica) da noi attivisti altermondialisti. Questa costellazione di pensatori illuminati, arricchita dallo sguardo acuto, ecologista e a tratti poetico di intellettuali provenienti dai vari Sud del mondo – come Vandana Shiva nelle sue battaglie per la sovranità alimentare, Eduardo Galeano e il subcomandante Marcos – aveva compreso con largo anticipo che la crisi sociale e la crisi ecologica erano due facce della medesima medaglia. L’illusione capitalistica di una crescita economica infinita, basata sull’estrazione illimitata di risorse in un pianeta geograficamente e biologicamente finito, veniva denunciata come un vicolo cieco. Vent’anni fa la decrescita e i modelli di sviluppo alternativi venivano derisi come nostalgie pre-industriali; oggi, di fronte a un surriscaldamento fuori controllo, e ai cosiddetti cambiamenti e dissesti climatici e ambientali, alla perdita di biodiversità e all’esaurimento delle risorse idriche e del suolo, quelle tesi rappresentano l’unica base scientifica e politica per la sopravvivenza delle specie terrestri, vegetale, animale e umana. Allo stato attuale, in un panorama globale segnato da un degrado morale, etico, civile e politico che ha pochi precedenti nella storia recente dell’Occidente, l’attualità di quel pensiero critico, illuminato e alternativo, contro il bieco sistema dominante, emerge per contrasto. La crisi esistenziale contemporanea, caratterizzata da una profonda depressione collettiva che investe l’idea stessa di futuro, è il risultato diretto del rifiuto sistematico di accogliere quelle istanze di cambiamento radicale dello status quo, del degradato sistema imperante. Il ritorno della guerra come strumento ordinario, accettato e quasi normalizzato per la risoluzione delle controversie internazionali, rappresenta il fallimento più vistoso dell’ordine mondiale emerso dal crollo del muro di Berlino, che vede noi tutti, l’umanità intera, sul crinale del baratro nucleare e in preda all’ecatombe dell’escalation militarista incontrollata e esponenziale, rendendoci ancor più fragili e vulnerabili. Un ordine globale che ha preferito militarizzare i siti strategici e imposto di nuclearizzare le frontiere e investire nel complesso militare-industriale-fossile e nella deterrenza nucleare piuttosto che affrontare le radici sociali e ambientali dei conflitti su larga scala. Allo stesso modo, l’impianto teorico dedicato allo studio delle istituzioni e del controllo sociale conserva una spaventosa valenza interpretativa. Le analisi sociologiche e politologiche sui corpi di polizia e sulle metamorfosi della gestione dell’ordine pubblico, sviluppate da studiosi come Donatella della Porta e Salvatore Palidda a partire dai tragici fatti della scuola Diaz e di via Tolemaide, non riguardavano solo la cronaca di quei giorni, ma una aberrante attualità. Esse anticipavano la progressiva contrazione degli spazi di dissenso democratico e alternativo e la criminalizzazione dei movimenti sociali a cui assistiamo ancora e soprattutto oggi, nei contesti di azione nonviolenta attuali, dove le risposte penali e poliziesche sostituiscono sistematicamente la mediazione politica e la presunta risoluzione dei bisogni sociali. In conclusione, la ricchissima produzione teorica e militante del movimento altermondialista non ha fallito nella sua capacità di interpretare il mondo, ma è stata travolta da una restaurazione neoliberista e politica ed economica globale che ha preferito guidare l’umanità verso il collasso ecologico e bellico piuttosto che mettere in discussione i propri privilegi e i propri dogmi più retrivi di una visione del mondo altamente superegoica, deviata e criminale. Rileggere oggi quei testi e richiamare alla mente i giorni di Genova significa riconoscere che lo slogan di venticinque anni fa non era una formula retorica, ma un avvertimento veritiero aperto e vivo tra noi attivisti che ancora crediamo nel movimento del rinnovamento della nuova e alternativa dimensione planetaria e universale della pace. Un altro mondo non è solo storicamente e materialmente possibile, ma rimane l’unico imperativo etico e politico e morale irrinunciabile se si vuole restituire un senso al concetto di dignità umana e garantire un futuro alle generazioni che verranno. -------------------------------------------------------------------------------- (NdR) Chiedo scusa se vi parlo di Genova. 25 tesi sull’irruzione del movimento globale, la sua repressione, la sua attualità di Lorenzo Guadagnucci (Ed. Altreconomia, 240 pag. € 18) verrà presentato oggi, 16 luglio, a Piazza Rostagno con Vittorio Agnoletto e Enrico Zucca. Modera Antonio Bruno. GLI ALTRI APPUNTAMENTI GENOVESI DI OGGI – a Palazzo Ducale, Sala del Minor Consiglio (h 15.00-19.00): i vari incontri curati da Fair e The Weapon Watch in tema di: 1) Il mondo tra guerre permanenti e riarmo globale; 2) L’intreccio perverso tra finanza, fabbricanti d’armi, politica; – Piazza Rostagno, h 18, presentazione del libro Divieto di protestare di Annalisa Camilli in dialogo con Pietro Barabino; –  Giardini Luzzati, 20.30, C’era una volta la guerra, spettacolo teatrale di Patrizia Pasqui con Mario Spallino promosso da Emergency, con CALP e The Weapon Watch. E anche a Torino inizia oggi al Comala, Corso Francesco Ferrucci 65/a la due giorni organizzata dal Coordinamento Antifascista Torino secondo il programma descritto qui e qui. Laura Tussi Centro Sereno Regis
July 16, 2026
Pressenza
Apartheid globale: le migrazioni, la classe e la razza in un libro di Gennaro Avallone
Pochi mesi fa DeriveApprodi pubblica “Libertà di movimento. Nessuna persona deve morire di frontiere”, di Gennaro Avallone sociologo dell’Università di Salerno. Un libro che si dipana tra il pensiero dell’autore e alcune interviste che vengono inserite per intero nel testo, a costruire un discorso collettivo (Margherita Grazioli nella presentazione del […] L'articolo Apartheid globale: le migrazioni, la classe e la razza in un libro di Gennaro Avallone su Contropiano.
July 5, 2026
Contropiano
Scoprire “Le interviste dimenticate di Hitler (1923-1940)”, nel nuovo libro edito da Lindau
Questo venerdì 29 maggio, edizioni Lindau nella collana I Leoni, ha pubblicato il libro intitolato “Le interviste dimenticate di Hitler (1923-1940)”, con la traduzione di Aldo Piccato. L’autore del libro, Éric Branca, è giornalista e saggista francese, ed è stato a lungo redattore e direttore a «Valeurs Actuelles». Questi inoltre è specialista di storia contemporanea e delle relazioni internazionali, ed ha pubblicato numerosi studi sul nazismo, la politica francese e la diplomazia del XX secolo. Nella sinossi del libro possiamo leggere: “Le sedici interviste contenute in questo volume – molte delle quali mai più ripubblicate – furono quelle attraverso cui Adolf Hitler costruì abilmente la propria immagine presso la stampa francese, inglese e americana nel periodo compreso tra il 1923 e il 1940. Attraverso un lavoro storico rigoroso, Éric Branca dimostra come il Führer seppe manipolare giornalisti, opinion leader e l’opinione pubblica dei paesi coinvolti nel secondo conflitto mondiale, sfruttando ambiguità, mezze promesse e un uso precoce dello «storytelling» politico. Per quanto diversi, gli autori delle interviste – importanti firme delle testate più lette –, erano tutti accomunati, in varia misura, dalla stessa miopia: «Poiché temevano la guerra, volevano credere, e soprattutto far credere ai loro lettori, che Hitler dicesse la verità quando difendeva la pace. E, errore ancor più grave, evitarono di porgli le domande a cui non voleva rispondere».  Il volume offre un punto di vista unico sulle responsabilità della stampa dell’epoca, sull’illusione pacifista e sulla progressiva cecità con cui l’Europa accolse la minaccia nazista. Un libro indispensabile per chi vuole capire dall’interno il funzionamento della propaganda e gli errori che favorirono l’ascesa del III Reich”.  Si tratta sicuramente di un libro da leggere e da recuperare, non solo per gli storici, gli studiosi o gli appassionati ma per tutti. Infatti questo libro, attraverso le sue interviste, può farci riflettere anche sull’attualità e può quindi essere un’utile strumento al giorno d’oggi, per aiutarci a capire e comprendere come leader politici, anche all’interno dell’ordinamento democratico, siano in grado di manipolare sia i giornalisti che l’opinione pubblica mondiale. Ricordiamoci che Hitler venne eletto cancelliere all’interno di una democrazia, e che oggi i pericoli possono essere sicuramente maggiori per via dei social e delle nuove tecnologie. Ci troviamo di fronte dunque a un libro prezioso, da far leggere anche negli istituti di scuola superiore e nelle università.  Andrea Vitello
June 1, 2026
Pressenza
Pia Pera. Scrivere il giardino per (ri)scrivere il mondo
In una lunga recensione a L’arcipelago di Longo Maï (Baldini & Castoldi, 2000), Goffredo Fofi definisce Pia Pera uno «strano personaggio delle nostre lettere» (“Lo straniero”, 13/14, 2001, p.2 6). Traduttrice dell’Onegin di Puskin (Venezia, Marsilio, 1996) e di … Leggi tutto L'articolo Pia Pera. Scrivere il giardino per (ri)scrivere il mondo sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Dal fiume al mare, liberi e inclusivi
Dal fiume al mare, uno slogan che può avere diverse interpretazioni sia per i palestinesi che  per gli israeliani. Può essere foriero di esclusivismi, oppure di liberazione per entrambi i popoli. Una alternativa alla ormai vuota retorica dei “ due Stati”, improponibile di fronte a ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre e all’annessione della Cisgiordania. Può significare la condivisione di un territorio martoriato da decenni di occupazione colonialista, di guerre e stragi, da parte dei due popoli inevitabilmente destinati a vivere insieme, del resto come avveniva un tempo, prima che il virus nazionalista, sionista, sotto l’incalzare di pogrom, persecuzioni e poi la Shoah, contaminasse una civiltà assiale, una cultura universalista, plurale.  “Dal fiume al mare” è il titolo della bella autobiografia di Widad Tamimi, pubblicata recentemente da Feltrinelli. L’autrice è figlia di una madre americana di origine ebraica, e di un padre palestinese nato a Hebron nel 1948, contemporaneamente alla nascita dello Stato di Israele, vittima anche lui della Nakba, profugo ad Amman e poi nel 1967, dopo la “Guerra dei sei giorni”, emigrato a Milano, città dove  da anni è apprezzato pediatra, nonché presidente della comunità palestinese della Lombardia, e  a Milano è nata Widad nel 1981. Widad si definisce “apolide”, “spirito nomade”, e nel narrare la sua storia e quella della sua famiglia, ci propone attraverso riflessioni mai banali, un viaggio dentro un conflitto secolare, complesso, con uno sguardo non ambiguo su chi opprime e chi è oppresso, ma nella consapevolezza  che abbiamo a che fare con una vicenda  multiforme, caratterizzata da due popoli che hanno vissuto entrambi  la tragedia di essere i paria della storia, fatto i conti con sopraffazioni e stragi, fino a quando uno dei due ha pensato che una terra abitata da sempre da civiltà, culture, religioni diverse, potesse essere di sua proprietà. Tamimi ricorda come lo slogan che dà il titolo al libro, negli anni Sessanta, quando quella terra era sotto tre amministrazioni (Israele, Egitto e Giordania) esprimeva un “desiderio di liberazione” non “la volontà di cancellare gli israeliani”. Sottolinea come fu “il Likud nel 1977” ad affermare “Tra il mare e il Giordano ci sarà solo la sovranità israeliana”, Del resto l’elemento identitario è stato ed è centrale in tutta la vicenda. Non a caso le due società hanno visto gradualmente diventare preminente il fondamentalismo religioso, Israele sin dalle sue origini, i palestinesi, un tempo unico popolo laico della regione, con l’ascesa di Hamas, anche grazie all’appoggio iniziale, come è noto, del governo israeliano. L’autrice invece ha avuto la fortuna di nascere in una famiglia dalle forti radici laiche: il nonno materno, ebreo triestino, antisionista come la madre, il padre Khader lontano da una visione religiosa. Una infanzia caratterizzata a dieci anni dal trauma della scomparsa della madre, morta suicida.   “Una famiglia mista” unita nella condanna nei confronti dell’occupazione israeliana, che ha dato alla giovane Widad un’impronta plurale, la capacità di fare i conti con le sue origini, affrontando le vicende storiche in questione con la determinazione di rifuggire facili semplificazioni, nella consapevolezza della complessità di questo conflitto, un punto di vista che le ha creato problemi e accuse da entrambi i fronti, come era capitato alla madre. Widad Tamimi vive ora in Slovenia dove il nonno materno, rifugiatosi negli Usa in seguito alle leggi razziste del ’38,  andò ad abitare nel 1945. E’da anni impegnata nell’affermazione dei diritti umani e dopo il 7 ottobre  è attiva nell’accoglienza nella  e cura dei bambini palestinesi e delle loro famiglie. Nel contesto terribile dove ci troviamo a vivere, ritiene che solo l’incontro tra i due popoli e non lo scontro sia la via di uscita. Nella consapevolezza che solo una pace basata sulla giustizia possa essere la prospettiva reale. In un dibattito al padre Khader è stato  chiesto: ” Potrà mai amare Israele?”. Risposta: “Non è una questione di amore e di odio, ma di giustizia”.  Sergio Sinigaglia
March 10, 2026
Pressenza