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Zeynep Murhag: «I quartieri curdi di Aleppo resisteranno fino alla fine»
Nel pieno dell’escalation militare contro i quartieri curdi di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, ad Aleppo, questo articolo propone un’intervista a Zeynep Murhag, attivista del Movimento delle Giovani Donne della Siria del Nord-Est. Tra accordi disattesi, attacchi alle infrastrutture civili e mobilitazione popolare dalla DAANES, la sua testimonianza restituisce il punto di vista di una resistenza civile che rifiuta l’esodo forzato e rivendica autodifesa, dignità e autogoverno L'articolo Zeynep Murhag: «I quartieri curdi di Aleppo resisteranno fino alla fine» proviene da DINAMOpress.
Aleppo, il ritorno della guerra nei quartieri curdi
All’alba del 7 gennaio, le strade del nord di Aleppo iniziano a svuotarsi. Famiglie curde lasciano Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh portando con sé l’essenziale, mentre altre restano. Fino a pochi giorni fa erano quartieri pienamente abitati, con scuole, negozi e una vita quotidiana intensa; oggi sono attraversati da attacchi e evacuazioni. Ancora una volta, questi quartieri tornano a essere zone di guerra. Nel primo pomeriggio, l’esercito arabo siriano ha dichiarato entrambe le aree «zona militare chiusa», imponendo un ultimatum affinché i civili lasciassero immediatamente i quartieri e designando tutti i posti di fatto controllati dalle forze curde – le Syrian Democratic Forces (SDF) e l’apparato di sicurezza Asayish – come obiettivi militari legittimi. Centinaia di colpi d’artiglieria e raid hanno risuonato tra le strade strette di questi distretti urbani, costringendo oltre 40.000 persone a cercare rifugio altrove mentre scuole, uffici e l’aeroporto di Aleppo restano chiusi. > Le famiglie in fuga parlano di esplosioni continue, di mortai che colpiscono > le case, di persone anziane e bambine e bambini trascinate fuori dai letti > nella notte. Nonostante i bombardamenti, gli assalti e l’assedio, le Asayişh continuano a presidiare i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh, respingendo ogni tentativo di infiltrazione armata. L’artiglieria e i missili lanciati dalle fazioni affiliate al governo di Damasco hanno colpito aree residenziali, edifici civili e, in alcuni casi, anche i convogli con cui si stava evacuando la popolazione. Filmati circolati nelle ultime ore mostrano l’uso di droni contro edifici abitati, l’avanzata di mezzi corazzati ai margini dei quartieri e, allo stesso tempo, civili che scelgono di restare, nonostante il rischio, per non abbandonare le proprie case. Le Asayish attribuiscono gli attacchi a fazioni armate filo-turche, già in passato accusate di gravi violazioni contro la popolazione civile. In particolare, queste formazioni sono state chiamate in causa per uccisioni, saccheggi e violenze contro civili drusi nella provincia di Suwayda e contro civili appartenenti alla minoranza alawita nelle regioni costiere della Siria, soprattutto nelle aree di Latakia e Tartus, in episodi che hanno alimentato forti tensioni settarie e denunce di impunità. Le autorità governative giustificano l’offensiva come una risposta a presunti attacchi con mortai e razzi imputati alle forze di difesa curde nelle settimane precedenti, che avrebbero colpito posti di blocco e aree sotto controllo governativo in altre zone di Aleppo. Le leadership curde respingono le accuse e denunciano invece l’avvio di una operazione punitiva contro quartieri civili, parlando di una guerra di annientamento contro popolazioni già fragili dopo anni di isolamento e violenze. In una dichiarazione diffusa il 7 gennaio 2026, il Comando Generale delle SDF afferma che Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh sono sottoposti a un assedio prolungato e ribadisce che non rappresentano in alcun modo una minaccia militare per Aleppo. Le accuse di attività armate curde vengono definite “false e costruite ad arte”, mentre viene ricordato che le SDF non hanno alcuna presenza militare nella città, da cui si sarebbero ritirate apertamente nell’ambito dell’accordo locale siglato il 1° aprile 2025 con le autorità di Damasco. La dichiarazione si chiude con un appello agli attori regionali e internazionali affinché intervengano per fermare l’assedio, segnalando che la prosecuzione dell’offensiva contro i civili rischia di produrre conseguenze che vanno ben oltre Aleppo, riaprendo una fase di instabilità e di conflitto su scala nazionale. Non è la prima volta che questi quartieri attraversano la tempesta. Per capire perché oggi Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh tornino a essere inghiottiti dalla guerra, bisogna risalire di oltre un decennio e guardare al percorso che li ha plasmati. Entrambi i quartieri rappresentano un’anomalia geopolitica incastonata nella seconda città della Siria: una enclave curda urbana sopravvissuta a guerra, assedi e compromessi. Si estendono nella parte nord e nord-orientale di Aleppo – Sheikh Maqsoud, più ampio e arroccato su un’altura che domina la città, e Ashrafiyeh, più compatto, immediatamente a ovest. Insieme costituiscono un’area a maggioranza curda che, pur completamente circondata da quartieri sotto il controllo di Damasco, ha conservato nel tempo istituzioni locali e un apparato di sicurezza legato all’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (DAANES). Questa singolarità affonda le sue radici nella storia urbana di Aleppo. Nel secondo Novecento la città cresce rapidamente, assorbendo vaste ondate di migrazione interna. In questo processo, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh diventano progressivamente un punto di approdo per famiglie curde provenienti dalle campagne del nord e del nord-est del Paese. Negli anni più recenti, a questa popolazione si aggiungono migliaia di sfollati interni, in particolare dopo le operazioni militari turche e il collasso di altre aree a maggioranza curda, come Afrin.  Con l’inizio della guerra civile, a partire dal 2012, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh entrano in una fase di isolamento forzato. Mentre Aleppo si frammenta tra aree controllate dal regime, gruppi ribelli e formazioni jihadiste, i due quartieri passano sotto l’influenza delle forze curde (YPG) e delle strutture di sicurezza locali, gli Asayish. > Negli anni più duri del conflitto urbano, in particolare tra il 2013 e il > 2016, diventano bersaglio di assedi e bombardamenti da parte dei gruppi > islamisti che controllano l’est della città. È in questo contesto che prende > forma una pratica di autogoverno di quartiere: amministrazione locale, > autodifesa armata e gestione autonoma dei servizi essenziali come risposta > diretta alla guerra. Quando, alla fine del 2016, Aleppo torna sotto il controllo delle forze governative siriane e dei loro alleati, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh non vengono pienamente reintegrati nell’assetto politico del regime. Restano, piuttosto, un’isola all’interno di una città riconquistata: oggi l’amministrazione locale continua a essere legata alle strutture della DAANES, mentre la sicurezza rimane affidata alle Asayish. La convivenza con Damasco è tesa, ma regolata da un fragile equilibrio fatto di accordi, posti di blocco condivisi, corridoi di accesso e negoziati intermittenti. Negli anni successivi, questi quartieri diventano uno degli esempi più evidenti di giurisdizione ibrida nel nord della Siria. I cambiamenti che maturano tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 si collocano dentro un tornante politico ben preciso che va dall’uscita di scena di Bashar al-Assad l’8 dicembre 2024, dopo l’avanzata delle forze ribelli guidate da Hayat Tahrir al-Sham (HTS), all’avvio di una nuova fase di transizione a Damasco. In parallelo, nel nord del Paese, la priorità dichiarata del nuovo centro di potere diventa quella di ricomporre il mosaico delle aree rimaste autonome, cioè non pienamente integrate nelle istituzioni statali: un obiettivo che passa anche dal nodo curdo e dalla questione SDF, in quanto principale attore politico-militare curdo, chiamato ora a ridefinire il proprio ruolo dentro il nuovo assetto dello Stato siriano. È in questo contesto che si intensifica la spinta verso una fase negoziale. Da un lato Damasco rivendica il rientro sotto l’autorità centrale di confini, aeroporti, risorse e apparati di sicurezza; dall’altro le leadership curde cercano di mettere in sicurezza i propri diritti e margini di autogoverno dentro la nuova architettura dello Stato. Il punto di svolta è l’accordo del 10 marzo 2025 tra governo di transizione e SDF, presentato come un’intesa per integrare istituzioni civili e militari del nord-est nello Stato siriano e aprire una traiettoria di unificazione, con comitati incaricati dell’attuazione entro fine 2025.  > Questa cornice aiuta a capire perché, pochi mesi dopo, Sheikh Maqsoud e > Ashrafiyeh vengano letti come un “laboratorio” politico fondamentale: sono uno > dei luoghi in cui quell’accordo – e la sua promessa di integrazione negoziata > – tenta di tradursi in pratica sul terreno.  Il già citato accordo locale del 1° aprile su Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh prevede il rientro formale dei due quartieri sotto l’autorità dello Stato siriano, accompagnato da una riorganizzazione della sicurezza e da una progressiva smilitarizzazione dello spazio urbano. In base all’accordo, le SDF si sono ritirate completamente dalle strade e dagli spazi pubblici dei quartieri, trasferendo la gestione dell’ordine pubblico al Ministero dell’Interno siriano, in coordinamento con gli Asayish. L’amministrazione, i servizi civili e le istituzioni educative sarebbero rimasti in funzione in attesa di una piena integrazione. In cambio, alle comunità locali venivano promesse garanzie sulla rappresentanza, sulla libertà di movimento e sulla tutela dell’identità culturale e linguistica. Fin dall’inizio, tuttavia, l’attuazione dell’accordo procede in modo diseguale. Alcuni punti vengono avviati – la rimozione parziale dei posti di blocco, il ridimensionamento visibile delle forze armate curde, l’apertura di canali amministrativi con la città – ma altri restano sospesi o affidati a comitati congiunti mai pienamente operativi. La questione della sicurezza, in particolare, si rivela il nodo più fragile: la sovrapposizione di competenze, la diffidenza reciproca e l’assenza di meccanismi di garanzia rendono l’equilibrio instabile. Oltre al nodo della sicurezza, anche altri pilastri dell’accordo restano in larga parte inattuati: dall’integrazione amministrativa alla rappresentanza politica, dalle garanzie culturali alla normalizzazione dei servizi. Secondo le autorità locali curde, molte delle promesse avanzate da Damasco sono rimaste vaghe, applicate solo formalmente o rinviate, alimentando la percezione di un ritorno sotto l’autorità centrale privo di reali contropartite. Il fragile compromesso costruito su Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh si incrina anche alla luce del mutato atteggiamento degli Stati Uniti. Se negli anni precedenti la presenza americana – legata al sostegno delle forze curde impegnate nella lotta contro l’ISIS – aveva rappresentato, almeno indirettamente, un fattore di deterrenza e una garanzia politica per le leadership curde, già dal 2019 Washington ha ritirato ogni forma di copertura a ovest dell’Eufrate, limitando la propria presenza e influenza ad alcune aree del Nord-Est. Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 questo ombrello si è ridotto ulteriormente. La linea statunitense è quella di un disimpegno netto dai dossier urbani più sensibili, Aleppo compresa, lasciando alle autorità curde il peso di negoziare da sole con Damasco e riducendo di fatto ogni margine di protezione politica esterna. In questo vuoto di garanzie, l’accordo su Aleppo perde rapidamente solidità. Per il governo di Damasco, l’assenza di una mediazione americana attiva riduce i costi politici e strategici di una linea più assertiva; per le autorità curde, diventa evidente che le intese raggiunte non sono sostenute da un meccanismo di garanzia internazionale capace di farle rispettare. Le promesse di integrazione e autonomia restano così appese a un equilibrio precario, esposto alle pressioni militari e alla sfiducia reciproca. > Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh finiscono per incarnare proprio questo punto di > rottura: quartieri troppo simbolici per essere lasciati in una zona grigia, ma > troppo isolati per essere difesi senza un sostegno esterno esplicito. Quando > l’accordo locale inizia a vacillare, la gestione della crisi torna rapidamente > sul terreno militare. È su questo equilibrio fragile – un’autonomia di fatto, circondata e negoziata, mai davvero risolta – che si innesta l’escalation di questi giorni. I combattimenti e i bombardamenti attorno a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh si sono progressivamente intensificati, accompagnati da evacuazioni di massa e da una crescente militarizzazione dei quartieri. I tentativi di tregua appaiono ancora una volta precari, esposti a un equilibrio che continua a cedere, e il destino di questi quartieri torna a interrogare non solo Aleppo, ma l’intero processo di ricomposizione della Siria. Immagine di copertina concessa da UIKI ONLUS – Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Aleppo, il ritorno della guerra nei quartieri curdi proviene da DINAMOpress.
La Conferenza per l’unità curda nella nuova Siria
A Qamishlo, nel cuore vivo del Rojava, là dove la guerra continua a incidere cicatrici profonde, il popolo curdo è tornato a tracciare la rotta del proprio futuro. Il 26 aprile 2025, donne e uomini provenienti dalle diverse anime della Siria del Nord-Est, dalla diaspora e dai territori martoriati del Medio Oriente, si sono ritrovati per dare forma a un passaggio che potrebbe segnare un nuovo inizio. La Conferenza per l’unità curda (The Rojava Kurdish Unity and Common Stance Conference) non è stata semplicemente un’assemblea politica, ma la manifestazione concreta di una volontà collettiva che non ha mai smesso di cercare spazi di espressione. Un tentativo consapevole e determinato di rispondere a una lunga stagione di disgregazione con una proposta di convergenza e di visione condivisa. L’incontro ha rappresentato anche uno dei primi e più significativi appuntamenti politici successivi al crollo del regime siriano avvenuto l’8 dicembre 2024: un evento spartiacque, che ha aperto scenari inediti ma anche nuove responsabilità per tutte le componenti sociali e politiche del paese. In un territorio devastato da decenni di repressione e sfollamenti forzati, hanno preso la parola movimenti sociali, attiviste e attivisti indipendenti, organizzazioni del movimento delle donne e formazioni politiche, uniti dalla consapevolezza che, in questo momento cruciale di transizione, il popolo curdo deve farsi trovare pronto, con una voce unitaria e una prospettiva politica autonoma. Un incontro, dunque, che affonda le sue radici nell’esperienza rivoluzionaria del Rojava e nel corpo vivo di una collettività che si fa voce, reclamando il diritto all’esistenza e alla partecipazione nella nuova geografia politica della Siria. I lavori sono stati inaugurati da un intervento del comandante generale delle Forze Democratiche Siriane, Mazloum Abdi, che ha richiamato l’attenzione sull’appello per la pace lanciato da Abdullah Öcalan il 27 febbraio scorso, definendolo un passaggio cruciale per rafforzare la coesione interna. Abdi ha ribadito l’impegno delle SDF a sostenere ogni iniziativa orientata alla costruzione di una piattaforma condivisa, ispirata ai principi di convivenza democratica, giustizia e autodeterminazione. In un contesto segnato da divisioni storiche e da persistenti incertezze, ha invitato le forze politiche e sociali curde a superare le logiche di frammentazione e a convergere verso una visione comune. In questo contesto, trovano spazio anche voci indipendenti, come quella di Bakthiar, medico originario di Kobane e presente alla conferenza. Lo abbiamo intervistato nei giorni successivi all’evento e ci ha descritto con chiarezza la necessità di un nuovo paradigma istituzionale, capace di rispecchiare la complessità sociale e culturale della Siria: «La decentralizzazione è la soluzione migliore per il futuro della Siria, considerando la sua struttura sociale, fatta di nazionalità, confessioni, religioni ed etnie. Tutti ne sono consapevoli, ma sembra che questo obiettivo richieda ancora del tempo per essere realizzato». Il crollo del regime baathista ha rappresentato una frattura irreversibile nella storia siriana, aprendo uno spazio politico che per decenni era stato soffocato dalla repressione delle differenze. In questo scenario, il popolo curdo ha colto la possibilità di affermare la propria soggettività storica, come anche di contribuire a un nuovo ordine democratico per il paese. La conferenza ha rilanciato con forza una visione della Siria fondata sul riconoscimento costituzionale della pluralità: un assetto in cui l’identità curda sia pienamente riconosciuta come elemento strutturale di una convivenza equa e duratura. Continua Bakthiar: «I Curdi hanno da sempre avuto una presenza in Siria, in particolare sul piano politico. Nel corso dell’ultimo secolo di vita politica siriana, più di un presidente è stato di origine curda. Solo durante l’epoca baathista tutte le componenti furono escluse dalla vita politica e in modo particolare i Curdi. Le sfide che il movimento curdo si trova ad affrontare non si limitano al contesto siriano, ma coinvolgono anche le potenze regionali, i Paesi confinanti, i loro interessi, la fobia per una presunta spartizione del territorio e le preoccupazioni legate alla sicurezza nazionale. I Curdi, come ogni altra forza attiva in Siria, non perdono di vista l’evoluzione del quadro politico. Esiste un ampio ventaglio di partiti e movimenti e il dissenso tra posizioni diverse è del tutto naturale. Tuttavia, alla luce degli eventi che hanno scosso la Siria e del crollo del regime, per il movimento curdo è emersa con chiarezza la necessità di modulare le proprie strategie e di riconoscere il valore dell’unità, tanto nella composizione interna quanto nell’elaborazione politica. Questa evoluzione è il risultato dell’impegno portato avanti dalle diverse componenti curde e dei loro sforzi per incidere in modo concreto sulla leadership attiva nel contesto siriano». Tra i contributi alla conferenza, sono emersi appelli convergenti sull’importanza dell’unità e del dialogo. Massoud Barzani, leader del Partito Democratico del Kurdistan in Iraq, ha ribadito il sostegno a soluzioni pacifiche e diplomatiche, esortando le forze curde a fare dell’unità un obiettivo politico concreto. Un messaggio è giunto anche dal Consiglio Esecutivo dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK), che ha indicato nell’unità nazionale lo strumento più efficace per contrastare pressioni esterne e divisioni interne, spesso sfruttate dalle potenze occupanti. A sua volta, il Partito dell’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) ha sottolineato il valore strategico della convergenza tra forze politiche curde, pur nella diversità delle posizioni, come base imprescindibile per costruire un percorso condiviso e credibile. Una prospettiva, questa, che trova riscontro anche nelle parole di Bakhtiar: «Gli sforzi di Masoud Barzani e il processo di pace in Turchia con Abdullah Öcalan hanno avuto un ruolo positivo nel successo di questo percorso. La presenza di delegazioni e messaggi da parte dei partiti curdi ne rappresenta, naturalmente, la prova più evidente». Riflettendo sugli esiti dell’incontro, Bakthiar ha sottolineato l’importanza del nuovo corso intrapreso: «Uno dei risultati più importanti della recente conferenza è stata la formazione di una delegazione curda congiunta, comprendente tutte le forze politiche e le personalità indipendenti, incaricata di negoziare con il governo centrale di Damasco. Si tratta di un’evoluzione estremamente significativa e positiva, destinata ad avere un impatto favorevole sul futuro della regione». A conclusione della conferenza, il documento finale approvato a Qamishlo traccia una proposta politica articolata, che combina rivendicazioni storiche con una visione inclusiva per il futuro della Siria e restituisce l’immagine nitida di un progetto politico fondato sul pluralismo e sull’esigenza di una profonda trasformazione sociale. La partecipazione ampia e visibile delle organizzazioni del movimento delle donne ha ribadito come la questione della parità di genere attraversi ogni livello del dibattito curdo, definendo una pratica politica in cui l’autodeterminazione si intreccia a una riformulazione radicale dei rapporti di potere. In Rojava, la liberazione delle donne non rappresenta un segmento separato, ma il centro propulsivo di un immaginario condiviso. Su questo sfondo si misurano oggi tensioni interne e minacce esterne. La frammentazione politica resta una vulnerabilità aperta, mentre all’esterno i segnali di ostilità si moltiplicano. La Turchia ha ribadito la propria decisa opposizione a qualsiasi forma di riconoscimento politico o istituzionale dell’identità curda nel contesto siriano. Coerente con questa linea, il leader del Partito del Movimento Nazionalista (MHP), Devlet Bahçeli, ha rivolto dure critiche alla conferenza di Qamishlo, accusandola di rappresentare una minaccia all’integrità territoriale della Siria. Nel frattempo il governo siriano difende strenuamente la propria architettura centralista. Non si è fatta attendere, infatti, la reazione di Damasco che, già il 27 aprile, ha accusato le SDF di aver violato l’accordo nazionale siglato il 10 marzo con la presidenza transitoria, riaccendendo le tensioni sul futuro assetto istituzionale del Paese. Nel mirino del governo, il sostegno riaffermato durante la conferenza a un modello di governance decentralizzato e pluralista promosso dall’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est, che la presidenza siriana ha definito una minaccia all’unità nazionale e un tentativo unilaterale di imporre nuovi equilibri nel Nord-Est del Paese. In questo equilibrio fragile, l’unità delle forze curde si configura come uno strumento essenziale per affermare legittimità politica, consolidare una rappresentanza autonoma e opporsi all’isolamento e alla cancellazione. La sfida, oggi, consiste nel rafforzare una voce politica autonoma, radicata nell’esperienza rivoluzionaria e capace di aprire orizzonti di democrazia condivisa e farsi spazio in un processo di transizione incerto, ma ancora aperto a scenari di trasformazione reale. Tutte le immagini presenti nell’articolo mostrano la Conferenza per l’unità curda del 26 aprile e sono state fornite da Rojava Information Center SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. 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