A Legnano emozionante incontro sui migranti e chi li salva
Una mattinata che lascerà il segno nella memoria e nel cuore di tanti dei quasi
600 studenti di medie e superiori che hanno stipato il teatro Tirinnanzi.
“Isola-ti. Protect people, not borders” ha raccontato la vita e la morte dei
migranti usando diversi linguaggi: quello del Mago di Oz reinterpretato in
chiave sociale nello spettacolo teatrale “Oz, storia di un’emigrazione”, ottima
produzione della compagnia Eco di fondo e quello commovente nella sua brutalità
delle testimonianze di Pietro Bartolo, medico a Lampedusa ed ex eurodeputato e
di Tareke Brahne, presidente del Comitato 3 ottobre, nato all’indomani della
strage del 2013.
Alla tavola rotonda ha partecipato anche la professoressa Alessandra Gallina,
docente dell’istituto Bernocchi e referente per il Progetto Lampedusa, che porta
nell’isola diversi studenti proprio in occasione del ricordo della strage. A
introdurre l’appuntamento il sindaco Lorenzo Radice e Rosetta Penna, attivista
di Amnesty International Italia, da sempre in prima linea per i diritti dei
migranti. In queste prime settimane del 2026 si calcola che siano morte in mare
almeno tra le 450 e le mille persone a fronte di un calo degli arrivi del 60%.
Tareke Brhane ha raccontato alcuni momenti della sua odissea: a 16 anni è
fuggito dall’Eritrea per evitare la coscrizione a vita e la guerra con
l’Etiopia. Il suo viaggio attraverso il deserto e il Mediterraneo è durato 4
anni, tra abusi e violenze. Anche una volta arrivato in Italia ha vissuto
momenti drammatici: “Ho sofferto la fame e il freddo, accettavo di lavorare
gratis in cambio di un pasto e un posto per dormire. Ancora adesso, dopo più di
20 anni, mi sento spesso addosso sguardi sprezzanti e intimoriti, ho paura di
essere aggredito, come se per il colore della pelle fossi automaticamente una
minaccia o un bersaglio. Questa è la conseguenza della criminalizzazione dei
migranti e di chi tenta di aiutarli portata avanti da certi partiti e organi di
stampa”. Tareke ha poi ricordato la battaglia del Comitato per prelevare il Dna
e dare un nome alle vittime: “Il 90% non viene identificato, lasciando
nell’angoscia e nell’incertezza familiari e amici rimasti in patria”.
Ma a raccontare con parole e immagini sconvolgenti la realtà quotidiana di
Lampedusa è stato soprattutto il dottor Bartolo: “Il naufragio del 3 ottobre
2013, avvenuto a mezzo miglio dalla spiaggia di Lampedusa, ha provocato 386
vittime e un’ondata d’indignazione e dolore. Eppure già il successivo, avvenuto
una settimana dopo al largo di Malta e ancora più cruento, è passato quasi sotto
silenzio. Nel mio lavoro di medico ho visitato oltre 350.000 persone sbarcate o
salvate. Ho dovuto constatare ferite di proiettili sparati dai trafficanti per
costringere le persone a imbarcarsi anche col mare grosso dopo averle torturate
per ottenere sempre più denaro; donne divorate vive da quella che chiamo
‘malattia del gommone’, ustioni profondissime provocate dalla benzina mista
all’acqua che si forma sul fondo del canotto, ragazze sottoposte a tortura
ormonale, per farle abortire o non farle rimanere incinte in seguito agli
stupri. Il motivo è uno solo: una volta arrivate in Italia, devono diventare
schiave del sesso.
Salendo su un barcone (per assicurarmi che non ci fossero malati contagiosi,
come prevede la legge) sono sceso nella stiva e senza volerlo nel buio ho
camminato su decine di corpi: erano tutti ragazzi morti soffocati dopo essere
stati prima bastonati e poi sigillati dentro dagli scafisti: la loro colpa?
Voler uscire a turno per respirare. Il 13 ottobre i morti furono 368, ma le bare
erano 367: una donna fu trovata morta con il bambino appena partorito ancora
legato a lei dal cordone ombelicale e fu sepolta con lui” ha proseguito Pietro
Bartolo, con la voce tremante.
“In un’altra occasione sono riuscito a salvare una madre e la sua bambina
partorita sulla barca in condizioni disumane. Con un’iniezione di adrenalina nel
cuore ho strappato alla morte una ragazza in coma e in ipotermia che avevano giù
infilato in un sacco per cadaveri. Ho portato a braccia 50 ragazze che pesavano
25 o 30 chili dopo essere state torturate e stuprate in una delle prigioni
gestite da Al Masri, che in Italia è stato arrestato e poi subito riaccompagnato
in Libia con un volo di Stato.
A tormentarmi ogni notte è l’immagine del primo dei tantissimi bimbi morti che
ho dovuto ‘ispezionare’: torna nei miei incubi a rimproverarmi di non averlo
salvato. Per questo ho lavorato per 5 anni al Parlamento Europeo, per questo ho
scritto due libri e interpretato il film Fuocoammare, candidato all’Oscar e
premiato al Festival di Berlino. Per questo ora vado nelle scuole a raccontare
le atrocità commesse sui migranti dai libici che l’Italia paga profumatamente
con i nostri soldi.”
Tanti occhi rossi e un silenzio sgomento seguito da applausi scroscianti hanno
accolto le parole del “medico di Lampedusa”.
Claudia Cangemi