Anche se vi credete assolti
EL HISRI, DIRIGENTE PER DIVERSI ANNI DEL CARCERE MITIGA A TRIPOLI, PICCHIAVA
PERSONALMENTE OGNI GIORNO ALMENO UNA DONNA: LA MISOGINIA ERA DICHIARATA. “CAGNE,
SCHIAVE, PUTTANE” ERANO GLI APPELLATIVI PER LE MADRI VIOLENTATE DAVANTI AI
FIGLI, OPPURE FATTE ABORTIRE A PUGNI IN PANCIA SE ERANO INCINTE. I BAMBINI
PICCOLI CHE PIANGEVANO, NON COMMUOVEVANO IL RELIGIOSISSIMO EL HISRI. LI PRENDEVA
A CALCI O LI AMMAZZAVA. AD ALCUNI È TOCCATO ESSERE STUPRATI DA LUI,
PERSONALMENTE. LE TESTIMONIANZE RACCOLTE PER IL PROCESSO IN CORSO ALLA CORTE
PENALE INTERNAZIONALE RAGGELANO IL SANGUE. “QUI EL HISRI DOVREBBE SEDERE A
FIANCO DI PASSATI E PRESENTI MINISTRI E SOTTOSEGRETARI ITALIANI, ALTI FUNZIONARI
DEI SERVIZI SEGRETI, E ANCHE PRESIDENTI DEL CONSIGLIO – SCRIVE LUCA CASARINI,
RICORDANDO I CONTINUI ACCORDI FIRMATI DALL’ITALIA CON LA LIBIA SULLE MIGRAZIONI
– MA IN REALTÀ, CON QUESTO LIVELLO DI FORZA E POTENZA CHE PUÒ ESPRIMERE UN
TRIBUNALE COME QUESTO, CHE SI ALIMENTA DI RICERCA DI GIUSTIZIA E NON DI
VENDETTA, QUELLI CHE MANCANO, QUELLI CHE FUGGONO SEMPRE DAI PROCESSI USANDO LE
LORO IMMUNITÀ, SONO TUTTI E TUTTE QUI. ANCHE SE VI CREDETE ASSOLTI SIETE LO
STESSO COINVOLTI…”
Disegno di Mauro Biani originariamente pubblicato sul manifesto (2017)
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Il secondo giorno delle udienze dedicate alla discussione istruttoria per il
rinvio a giudizio o meno del torturatore di Mitiga El-Hisri, alla Corte Penale
Internazionale (qui un articolo sul primo giorno di udienze, Un mostro che
contiene molti mostri, ndr), si è chiuso dopo la prima parte dell’arringa
difensiva degli avvocati dell’imputato. Lui, seduto appoggiato al muro da un
lato, affiancato da quattro poliziotti di origini africane, è stato immobile
tutto il tempo, sguardo fisso verso l’altro lato, quello dell’accusa. A un certo
punto muoveva le labbra come se stesse pregando. L’aspetto, e il ghigno feroce
con il quale si presentava davanti alle sue vittime, terrorizzate solo a
sentirne pronunciare il nome, non fanno pensare a uno che prega. Ma invece,
ascoltando la descrizione minuziosa del modus operandi della banda di El Hisri,
si scopre che proprio la persecuzione religiosa era una delle maggiori attività
a Mitiga. Per assicurarsi un posto nel loro personale paradiso si sono inventati
un Islam funzionale ai loro interessi e schifose pulsioni. Succede con tutte le
religioni, Dio è sempre stato preso in ostaggio dai fanatici, e anche dai
compari di Almasri ed El Hisri: conducevano all’inferno gli “infedeli”, e cioè
ogni essere umano al quale sequestravano la vita, e lo torturavano e stupravano
in nome di Dio. Vengono in mente Trump, Nethanyau, Putin e Kyrill, gli Ayatollah
e le derive messianiche delle guerre contemporanee. L’Isis, i suprematisti
bianchi di Quanon, il miliardario Thiel e il suo “anticristo”, i rosari
sventolati ai comizi di quelli che fanno morire donne, uomini e bambini nel
Mediterraneo. A pensarci bene, quei banditi di Mitiga sono in buona e autorevole
compagnia.
La persecuzione religiosa praticata da El Hisri, ha avuto come prime vittime
cittadini e cittadine libici e musulmani, giudicati eretici da questa sorta di
gran sacerdoti dell’orrore. Le testimonianze raggelano il sangue: seviziati,
umiliati, spezzati nello spirito e nel corpo con strumenti di tortura forgiati
appositamente per procurare più male possibile. El Hirsri, che spesso eseguiva
personalmente le violenze, documentate a centinaia, era però particolarmente
appassionato di donne e bambini. Il lager di Mitiga, che in realtà è una delle
prigioni ufficiali del sistema libico, è organizzato a sezioni. C’è la sala
delle torture, dove fiumi di sangue hanno intriso il pavimento e i tavolacci
degli aguzzini, che dopo averlo fatto scorrere dai corpi martoriati, ordinavano
ad altri prigionieri di pulire. A poca distanza gli edifici della sezione
femminile, in mano ad El Hisri. Gli altri due sottocapi, Almasri designato dal
governo libico con il titolo di “responsabile della polizia giudiziaria”, e lo
zio di El Hisri, padrone della zona maschile, insieme all’unico imputato
arrestato in Germania e oggi a processo, costituiscono la struttura di vertice
del lager, fondato da Kara, il capo supremo della milizia Rada. El Hisri
picchiava personalmente e ogni giorno almeno una donna: la misoginia era
dichiarata. “Se un diavolo muore gli angeli sono contenti” è una frase
dell’imputato riportata da una testimone che ha assistito all’agonia di una
donna torturata e stuprata, poi morta. “Cagne, schiave, puttane” erano gli
appellativi per le madri violentate davanti ai figli, oppure fatte abortire a
pugni in pancia se erano incinte. I bambini piccoli che piangevano, non
commuovevano il “religioso” El Hisri. Li prendeva a calci, o li ammazzava. Ad
alcuni è toccato essere stuprati da lui, personalmente. I capi spiegavano ai
loro soldati, molti arruolati a forza in cambio della vita o della salvezza dei
loro familiari, che gli africani, ma anche i libici nelle loro mani, erano solo
“schiavi”. “Schiavo”, così si rivolgevano agli internati di Mitiga, catturati o
nelle strade di Tripoli, oppure in mare dalla cosiddetta “Guardia costiera
libica” e poi deportati e consegnati nelle mani dei carcerieri.
Persecuzione religiosa ed ideologica, misoginia, violenze sessuali anche su
bambine e bambini, torture, uccisioni, gambizzazioni: ogni crudeltà che esiste è
stata e purtroppo è ancora, praticata. Eppure anche El Hisri, in questa Corte,
ha diritto a difendersi dalle accuse che farebbero ammutolire chiunque. C’è uno
staff intero di avvocati del diritto internazionale, assicuratigli proprio dalla
Corte, che cerca di smontare questo processo. A partire dalla sua legittimità:
“Anche la Nato, durante i bombardamenti del 2011, ha commesso crimini in Libia.
Perché quelli non sono stati giudicati?” dichiara l’avvocato egiziano che
conduce il lavoro della difesa. La strategia è la stessa, probabilmente studiata
anche da “consulenti” italiani, che ha portato Almasri a presentare ricorso
presso la Corte stessa per “vizio di giurisdizione”, reclamando per sé il
diritto di essere processato in Libia. E dunque, rimanere di fatto impunito.
Questa tattica ha preso forma dal momento stesso del suo arresto in Italia, che
per il governo, non doveva avvenire: in fretta e furia qualcuno da Palazzo
Chigi, prima di procedere all’esfiltrazione del ricercato verso la Libia per
sottrarlo alla Corte, ha suggerito alle autorità libiche di emettere un mandato
di arresto per Almasri. “Vogliamo processarlo noi” scrive il capo della procura
di Tripoli su un documento che arriva miracolosamente sul tavolo del Ministro
della Giustizia Nordio che si trova in mano la patata bollente. Questo
improvvisa quanto palesemente falsa volontà delle autorità libiche di arrestare
e processare il loro capo della polizia giudiziaria, diventerà uno degli alibi
di Nordio, Piantedosi, Mantovano e sottobosco vario, per evitare di essere
processati a loro volta in Italia. Coprire la vergogna di aver protetto un
torturatore, non riaccompagnandolo a casa con un volo di Stato, non sembra però
cosa possibile.
Almasri adesso, protetto in Libia da un finto arresto che lo ha semplicemente
messo al sicuro dalla Corte Penale internazionale, ha presentato il suo ricorso,
che verrà valutato nei prossimi mesi all’Aja, ed El Hisri ha uno staff intero di
avvocati, che lo difende. Anche lui, qui in Olanda, è rinchiuso in un carcere
che rispetto al lager che dirige in Libia, sembra un hotel a cinque stelle. È
seduto, riposato e vestito ogni giorno con un completo diverso da centinaia di
euro, e non ha catene. Non è seviziato, stuprato, torturato, come lo sono state
le sue vittime. Eppure sta anche in questo paradosso la forza, la potenza che il
diritto internazionale e il suo sistema di giustizia – oggi sotto attacco da
Trump, da Putin, da Nethanyau e anche dai piccoli loro servitori nostrani –
possiede: le garanzie di difesa anche per i peggiori criminali, sulla base del
principio di presunzione di innocenza per chiunque, nonostante l’evidenza. La
salvaguardia della dignità umana, garantita anche a un mostro, per ricordare a
tutti che i “mostri” sono umani, non alieni. Questa postura del diritto, che
trae la sua legittimità dalle garanzie per ognuno, è ciò che vorrebbe essere
cancellato dai candidati al governo del mondo che stanno bombardando e
massacrando con le loro guerre centinaia di migliaia di persone. Il diritto
basato sulla forza brutale contro il diritto basato su una idea di giustizia e
di diritti umani attribuiti anche ai carnefici. La Corte Penale Internazionale è
stata davvero una recente grande conquista per un’idea di democrazia e di
convivenza possibile. Per una idea di mondo governato con umanità anche quando
ha a che fare con il disumano, con l’orrore, con l’inaccettabile. E gli avvocati
del torturatore continueranno a tessere la loro trama concettuale per spiegare
perché il loro assistito non può essere processato. E le procuratrici e
procuratori dell’accusa, continueranno a dare voce alle testimonianze dei
sepolti vivi di Mitiga, che rappresentano tutti i sepolti vivi in ogni “non
luogo” di cui si dotano anche i paesi come l’Italia per internare quella che
decidono essere “l’umanità in eccesso”.
Dai Cpr ai lager libici, il principio è esattamente lo stesso. Si possono
torturare le persone “con i ferri, con i vetri, con i fili, con i gas, con gli
strumenti più segreti”, come recita l’antica canzone di Ricky Gianco, oppure
imbottendoli di psicofarmaci e portandoli alla pazzia e al suicidio, come accade
nelle nostre democratiche carceri e nei campi di internamento per migranti
disseminati in tutta Italia, in tutta Europa, e che si vorrebbero in tutto il
Mediterraneo. Ma il principio è sempre lo stesso: avere il potere di decidere
chi deve vivere e chi deve morire, ridurre a “nuda vita” esseri umani spogliati
da ogni diritto, da ogni dignità, privati “dell’anima”. Il paradosso ritorna,
potente: per impedire che questo possa accadere, bisogna garantire anche ai
carnefici, anche ai tiranni, anche ai peggiori colpevoli, il diritto ad avere un
processo giusto, il diritto a non essere ammazzati seduta stante dopo le
descrizioni delle loro orribili colpe.
Quei carnefici dunque, contengono una parte di noi, non dobbiamo mai
dimenticarlo. Nel caso della Libia, del sistema terrificante che è stato messo
in piedi per fermare donne, uomini e bambini migranti, è vero anche dal punto di
vista materiale, concreto. Qui El Hisri dovrebbe sedere a fianco di passati e
presenti ministri e sottosegretari italiani, alti funzionari dei servizi
segreti, e anche presidenti del Consiglio. Ma in realtà, con questo livello di
forza e potenza che può esprimere un tribunale come questo, che si alimenta di
ricerca di giustizia e non di vendetta, quelli che mancano, quelli che fuggono
sempre dai processi usando le loro immunità, sono tutti e tutte qui. Anche se vi
credete assolti siete lo stesso coinvolti.
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