Tag - diritto

Anche se vi credete assolti
EL HISRI, DIRIGENTE PER DIVERSI ANNI DEL CARCERE MITIGA A TRIPOLI, PICCHIAVA PERSONALMENTE OGNI GIORNO ALMENO UNA DONNA: LA MISOGINIA ERA DICHIARATA. “CAGNE, SCHIAVE, PUTTANE” ERANO GLI APPELLATIVI PER LE MADRI VIOLENTATE DAVANTI AI FIGLI, OPPURE FATTE ABORTIRE A PUGNI IN PANCIA SE ERANO INCINTE. I BAMBINI PICCOLI CHE PIANGEVANO, NON COMMUOVEVANO IL RELIGIOSISSIMO EL HISRI. LI PRENDEVA A CALCI O LI AMMAZZAVA. AD ALCUNI È TOCCATO ESSERE STUPRATI DA LUI, PERSONALMENTE. LE TESTIMONIANZE RACCOLTE PER IL PROCESSO IN CORSO ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE RAGGELANO IL SANGUE. “QUI EL HISRI DOVREBBE SEDERE A FIANCO DI PASSATI E PRESENTI MINISTRI E SOTTOSEGRETARI ITALIANI, ALTI FUNZIONARI DEI SERVIZI SEGRETI, E ANCHE PRESIDENTI DEL CONSIGLIO – SCRIVE LUCA CASARINI, RICORDANDO I CONTINUI ACCORDI FIRMATI DALL’ITALIA CON LA LIBIA SULLE MIGRAZIONI – MA IN REALTÀ, CON QUESTO LIVELLO DI FORZA E POTENZA CHE PUÒ ESPRIMERE UN TRIBUNALE COME QUESTO, CHE SI ALIMENTA DI RICERCA DI GIUSTIZIA E NON DI VENDETTA, QUELLI CHE MANCANO, QUELLI CHE FUGGONO SEMPRE DAI PROCESSI USANDO LE LORO IMMUNITÀ, SONO TUTTI E TUTTE QUI. ANCHE SE VI CREDETE ASSOLTI SIETE LO STESSO COINVOLTI…” Disegno di Mauro Biani originariamente pubblicato sul manifesto (2017) -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo giorno delle udienze dedicate alla discussione istruttoria per il rinvio a giudizio o meno del torturatore di Mitiga El-Hisri, alla Corte Penale Internazionale (qui un articolo sul primo giorno di udienze, Un mostro che contiene molti mostri, ndr), si è chiuso dopo la prima parte dell’arringa difensiva degli avvocati dell’imputato. Lui, seduto appoggiato al muro da un lato, affiancato da quattro poliziotti di origini africane, è stato immobile tutto il tempo, sguardo fisso verso l’altro lato, quello dell’accusa. A un certo punto muoveva le labbra come se stesse pregando. L’aspetto, e il ghigno feroce con il quale si presentava davanti alle sue vittime, terrorizzate solo a sentirne pronunciare il nome, non fanno pensare a uno che prega. Ma invece, ascoltando la descrizione minuziosa del modus operandi della banda di El Hisri, si scopre che proprio la persecuzione religiosa era una delle maggiori attività a Mitiga. Per assicurarsi un posto nel loro personale paradiso si sono inventati un Islam funzionale ai loro interessi e schifose pulsioni. Succede con tutte le religioni, Dio è sempre stato preso in ostaggio dai fanatici, e anche dai compari di Almasri ed El Hisri: conducevano all’inferno gli “infedeli”, e cioè ogni essere umano al quale sequestravano la vita, e lo torturavano e stupravano in nome di Dio. Vengono in mente Trump, Nethanyau, Putin e Kyrill, gli Ayatollah e le derive messianiche delle guerre contemporanee. L’Isis, i suprematisti bianchi di Quanon, il miliardario Thiel e il suo “anticristo”, i rosari sventolati ai comizi di quelli che fanno morire donne, uomini e bambini nel Mediterraneo. A pensarci bene, quei banditi di Mitiga sono in buona e autorevole compagnia. La persecuzione religiosa praticata da El Hisri, ha avuto come prime vittime cittadini e cittadine libici e musulmani, giudicati eretici da questa sorta di gran sacerdoti dell’orrore. Le testimonianze raggelano il sangue: seviziati, umiliati, spezzati nello spirito e nel corpo con strumenti di tortura forgiati appositamente per procurare più male possibile. El Hirsri, che spesso eseguiva personalmente le violenze, documentate a centinaia, era però particolarmente appassionato di donne e bambini. Il lager di Mitiga, che in realtà è una delle prigioni ufficiali del sistema libico, è organizzato a sezioni. C’è la sala delle torture, dove fiumi di sangue hanno intriso il pavimento e i tavolacci degli aguzzini, che dopo averlo fatto scorrere dai corpi martoriati, ordinavano ad altri prigionieri di pulire. A poca distanza gli edifici della sezione femminile, in mano ad El Hisri. Gli altri due sottocapi, Almasri designato dal governo libico con il titolo di “responsabile della polizia giudiziaria”, e lo zio di El Hisri, padrone della zona maschile, insieme all’unico imputato arrestato in Germania e oggi a processo, costituiscono la struttura di vertice del lager, fondato da Kara, il capo supremo della milizia Rada. El Hisri picchiava personalmente e ogni giorno almeno una donna: la misoginia era dichiarata. “Se un diavolo muore gli angeli sono contenti” è una frase dell’imputato riportata da una testimone che ha assistito all’agonia di una donna torturata e stuprata, poi morta. “Cagne, schiave, puttane” erano gli appellativi per le madri violentate davanti ai figli, oppure fatte abortire a pugni in pancia se erano incinte. I bambini piccoli che piangevano, non commuovevano il “religioso” El Hisri. Li prendeva a calci, o li ammazzava. Ad alcuni è toccato essere stuprati da lui, personalmente. I capi spiegavano ai loro soldati, molti arruolati a forza in cambio della vita o della salvezza dei loro familiari, che gli africani, ma anche i libici nelle loro mani, erano solo “schiavi”. “Schiavo”, così si rivolgevano agli internati di Mitiga, catturati o nelle strade di Tripoli, oppure in mare dalla cosiddetta “Guardia costiera libica” e poi deportati e consegnati nelle mani dei carcerieri. Persecuzione religiosa ed ideologica, misoginia, violenze sessuali anche su bambine e bambini, torture, uccisioni, gambizzazioni: ogni crudeltà che esiste è stata e purtroppo è ancora, praticata. Eppure anche El Hisri, in questa Corte, ha diritto a difendersi dalle accuse che farebbero ammutolire chiunque. C’è uno staff intero di avvocati del diritto internazionale, assicuratigli proprio dalla Corte, che cerca di smontare questo processo. A partire dalla sua legittimità: “Anche la Nato, durante i bombardamenti del 2011, ha commesso crimini in Libia. Perché quelli non sono stati giudicati?” dichiara l’avvocato egiziano che conduce il lavoro della difesa. La strategia è la stessa, probabilmente studiata anche da “consulenti” italiani, che ha portato Almasri a presentare ricorso presso la Corte stessa per “vizio di giurisdizione”, reclamando per sé il diritto di essere processato in Libia. E dunque, rimanere di fatto impunito. Questa tattica ha preso forma dal momento stesso del suo arresto in Italia, che per il governo, non doveva avvenire: in fretta e furia qualcuno da Palazzo Chigi, prima di procedere all’esfiltrazione del ricercato verso la Libia per sottrarlo alla Corte, ha suggerito alle autorità libiche di emettere un mandato di arresto per Almasri. “Vogliamo processarlo noi” scrive il capo della procura di Tripoli su un documento che arriva miracolosamente sul tavolo del Ministro della Giustizia Nordio che si trova in mano la patata bollente. Questo improvvisa quanto palesemente falsa volontà delle autorità libiche di arrestare e processare il loro capo della polizia giudiziaria, diventerà uno degli alibi di Nordio, Piantedosi, Mantovano e sottobosco vario, per evitare di essere processati a loro volta in Italia. Coprire la vergogna di aver protetto un torturatore, non riaccompagnandolo a casa con un volo di Stato, non sembra però cosa possibile. Almasri adesso, protetto in Libia da un finto arresto che lo ha semplicemente messo al sicuro dalla Corte Penale internazionale, ha presentato il suo ricorso, che verrà valutato nei prossimi mesi all’Aja, ed El Hisri ha uno staff intero di avvocati, che lo difende. Anche lui, qui in Olanda, è rinchiuso in un carcere che rispetto al lager che dirige in Libia, sembra un hotel a cinque stelle. È seduto, riposato e vestito ogni giorno con un completo diverso da centinaia di euro, e non ha catene. Non è seviziato, stuprato, torturato, come lo sono state le sue vittime. Eppure sta anche in questo paradosso la forza, la potenza che il diritto internazionale e il suo sistema di giustizia – oggi sotto attacco da Trump, da Putin, da Nethanyau e anche dai piccoli loro servitori nostrani – possiede: le garanzie di difesa anche per i peggiori criminali, sulla base del principio di presunzione di innocenza per chiunque, nonostante l’evidenza. La salvaguardia della dignità umana, garantita anche a un mostro, per ricordare a tutti che i “mostri” sono umani, non alieni. Questa postura del diritto, che trae la sua legittimità dalle garanzie per ognuno, è ciò che vorrebbe essere cancellato dai candidati al governo del mondo che stanno bombardando e massacrando con le loro guerre centinaia di migliaia di persone. Il diritto basato sulla forza brutale contro il diritto basato su una idea di giustizia e di diritti umani attribuiti anche ai carnefici. La Corte Penale Internazionale è stata davvero una recente grande conquista per un’idea di democrazia e di convivenza possibile. Per una idea di mondo governato con umanità anche quando ha a che fare con il disumano, con l’orrore, con l’inaccettabile. E gli avvocati del torturatore continueranno a tessere la loro trama concettuale per spiegare perché il loro assistito non può essere processato. E le procuratrici e procuratori dell’accusa, continueranno a dare voce alle testimonianze dei sepolti vivi di Mitiga, che rappresentano tutti i sepolti vivi in ogni “non luogo” di cui si dotano anche i paesi come l’Italia per internare quella che decidono essere “l’umanità in eccesso”. Dai Cpr ai lager libici, il principio è esattamente lo stesso. Si possono torturare le persone “con i ferri, con i vetri, con i fili, con i gas, con gli strumenti più segreti”, come recita l’antica canzone di Ricky Gianco, oppure imbottendoli di psicofarmaci e portandoli alla pazzia e al suicidio, come accade nelle nostre democratiche carceri e nei campi di internamento per migranti disseminati in tutta Italia, in tutta Europa, e che si vorrebbero in tutto il Mediterraneo. Ma il principio è sempre lo stesso: avere il potere di decidere chi deve vivere e chi deve morire, ridurre a “nuda vita” esseri umani spogliati da ogni diritto, da ogni dignità, privati “dell’anima”. Il paradosso ritorna, potente: per impedire che questo possa accadere, bisogna garantire anche ai carnefici, anche ai tiranni, anche ai peggiori colpevoli, il diritto ad avere un processo giusto, il diritto a non essere ammazzati seduta stante dopo le descrizioni delle loro orribili colpe. Quei carnefici dunque, contengono una parte di noi, non dobbiamo mai dimenticarlo. Nel caso della Libia, del sistema terrificante che è stato messo in piedi per fermare donne, uomini e bambini migranti, è vero anche dal punto di vista materiale, concreto. Qui El Hisri dovrebbe sedere a fianco di passati e presenti ministri e sottosegretari italiani, alti funzionari dei servizi segreti, e anche presidenti del Consiglio. Ma in realtà, con questo livello di forza e potenza che può esprimere un tribunale come questo, che si alimenta di ricerca di giustizia e non di vendetta, quelli che mancano, quelli che fuggono sempre dai processi usando le loro immunità, sono tutti e tutte qui. Anche se vi credete assolti siete lo stesso coinvolti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Anche se vi credete assolti proviene da Comune-info.
May 22, 2026
Comune-info
Sul genocidio di Gaza e l’obbligo che l’Occidente non vuole vedere
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Ferdinando Kaiser -------------------------------------------------------------------------------- C’è un equivoco di fondo che attraversa ancora il dibattito pubblico su Gaza, e vale la pena smontarlo con precisione. La domanda «si tratta di un genocidio oppure no?» viene posta come se si trattasse di una questione tassonomica, quasi un problema di classificazione zoologica, qualcosa che riguarda gli esperti di diritto internazionale e non i comuni mortali. Nel frattempo, mentre accademici, opinionisti e cancellerie si accapigliano sul numero esatto di morti necessari per «qualificare» una catastrofe, Gaza e la Cisgiordania bruciano. Ma il problema, a ben vedere, non è solo la risposta. È la domanda stessa. La Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 9 dicembre 1948 — un giorno prima della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, non per caso — non nasce come uno strumento punitivo postumo. Non è un codice penale che si attiva quando ormai i morti si contano a centinaia di migliaia. La Convenzione ha una funzione che il suo stesso titolo enuncia chiaramente: prevenzione e repressione. In quest’ordine. L’articolo I è lapidario: «Le Parti contraenti confermano che il genocidio, sia che venga commesso in tempo di pace sia che venga commesso in tempo di guerra, è un crimine di diritto internazionale che esse si impegnano a prevenire e a punire». Prevenire viene prima. Non è un dettaglio stilistico, è un’architettura giuridica deliberata, costruita sull’esperienza della Shoah, sull’amara consapevolezza che la comunità internazionale aveva avuto tutti gli strumenti per vedere e non aveva voluto agire. Settantasei anni dopo, lo stesso schema si ripete con geometrica puntualità. La Corte Internazionale di Giustizia, nel gennaio 2024, ha stabilito nella causa Sudafrica c. Israele che esisteva un rischio «plausibile» di genocidio a Gaza, e ha ordinato misure cautelari. Non ha detto «genocidio accertato» — la procedura giuridica ha i suoi tempi, e la CIG non è un tribunale penale — ma ha detto qualcosa di giuridicamente equivalente, sul piano degli obblighi degli Stati: agite adesso. Le misure cautelari non sono un parere accademico. Sono un ordine vincolante emesso dalla massima autorità giudiziaria internazionale, in attesa del giudizio definitivo. Come hanno risposto gli Stati occidentali? Con un dibattito semantico. Germania, Regno Unito, Francia, Italia: nessuno ha sospeso le forniture di armi in modo tempestivo e completo. Alcuni — la Germania e gli Stati Uniti in primis — hanno addirittura accelerato le consegne nei mesi immediatamente successivi al 7 ottobre. Il Parlamento europeo si è spaccato su risoluzioni non vincolanti. I governi hanno continuato a usare la formula rituale del «diritto di Israele a difendersi», come se questa formula esaurisse ogni ragionamento giuridico e morale possibile. Ma il «diritto alla difesa» — che pure esiste, ed è sancito dall’articolo 51 della Carta ONU — non è certo un assegno in bianco. Il diritto internazionale umanitario, la IV Convenzione di Ginevra, il Protocollo aggiuntivo I: tutta questa architettura normativa pone limiti precisi a come ci si può difendere. La proporzionalità, la distinzione tra combattenti e civili, il divieto di punizione collettiva: non sono principi opzionali, non scattano solo quando fa comodo. E quando uno Stato sistematicamente bombarda ospedali, scuole, campi profughi, interrompe forniture di cibo e acqua a una popolazione di oltre due milioni di persone — come documentato dall’ONU, da Amnesty International, da Human Rights Watch, da B’Tselem (organizzazione israeliana per i diritti umani) — la soglia dell’«operazione militare legittima» è già stata ampiamente e ripetutamente superata. Senza contare le ormai centinaia di crimini di guerra che si continua a far finta di non vedere, pure sanzionabili. Il regime sanzionatorio che non c’è Uno degli strumenti più immediati che il diritto internazionale e la prassi diplomatica mettono a disposizione degli Stati è il regime sanzionatorio. Le sanzioni — economiche, finanziarie, commerciali, diplomatiche — non richiedono una sentenza definitiva della CIG per essere adottate. Richiedono una valutazione politica fondata su evidenze. E le evidenze, in questo caso, sono state prodotte in quantità industriale da ogni organismo internazionale credibile. L’Unione Europea ha applicato sanzioni alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022 con una velocità e una determinazione che non hanno precedenti nella storia della politica estera europea: venti pacchetti sanzionatori in meno di tre anni, che hanno colpito individui, banche, settori industriali, esportazioni tecnologiche, media, trasporti. Il confronto con la risposta a Gaza non è solo impietoso: è illuminante. Non si tratta di una differenza di grado, ma di natura. La scelta di sanzionare o non sanzionare non dipende dall’entità delle violazioni — i numeri di Gaza sono ordini di grandezza superiori — ma dalla collocazione geopolitica del responsabile e dalla sua utilità strategica per l’Occidente. L’Accordo di Associazione UE-Israele, in vigore dal 2000, include all’articolo 2 una clausola esplicita: il rispetto dei diritti umani e dei principi democratici costituisce «elemento essenziale» dell’accordo stesso. La violazione di questo elemento dovrebbe, in linea teorica, portare alla sospensione dell’accordo. Nessuno Stato membro ha formalmente attivato questa clausola. Nessuna istituzione europea ha avviato la procedura. L’accordo continua a funzionare, i dazi preferenziali rimangono in vigore, gli scambi commerciali proseguono. Il diritto esiste: semplicemente si sceglie di non applicarlo. Sul piano degli armamenti, il quadro è altrettanto sconfortante. La Corte d’Appello del Regno Unito, nel settembre 2024, ha dichiarato illegale la vendita di armi a Israele, stabilendo che il governo aveva omesso di valutare adeguatamente il rischio di violazioni del diritto internazionale umanitario. Una decisione storica, raggiunta però attraverso un contenzioso giudiziario durato mesi — non di un riflesso automatico del sistema, come avrebbe dovuto essere. La Cisgiordania: il crimine parallelo che non fa notizia Concentrarsi esclusivamente su Gaza rischia di produrre un effetto ottico distorcente: quello di far sembrare la Cisgiordania un territorio separato, relativamente stabile, dove la vita palestinese prosegue in qualche forma di normalità. Non è così. È anzi necessario leggere i due teatri come un unico progetto, perché è così che funziona nella realtà. Dal 7 ottobre 2023, la Cisgiordania occupata ha vissuto la fase più violenta dalla Seconda Intifada. Le incursioni militari israeliane nelle città di Jenin, Tulkarem e Nablus si sono intensificate fino a diventare operazioni di vera e propria demolizione urbana: bulldozer che abbattono strade, infrastrutture idriche e abitazioni, non come danno collaterale ma come metodo. L’operazione «Iron Wall», lanciata a gennaio 2025 nel campo profughi di Jenin, ha provocato decine di morti, lo sfollamento di migliaia di civili e la distruzione sistematica di edifici residenziali. Le immagini diffuse dalle organizzazioni umanitarie presenti sul territorio sono indistinguibili, esteticamente e nella sostanza, da quelle di Gaza. A questo si aggiunge la violenza dei coloni, che nel periodo post-7 ottobre ha raggiunto livelli senza precedenti: assalti a villaggi, incendi di abitazioni e campi agricoli, uccisioni di civili palestinesi in presenza — o con la connivenza documentata — delle forze dell’IDF. Il movimento dei coloni non è un fenomeno spontaneo e marginale: è finanziato dallo Stato israeliano, protetto dall’esercito, e rappresentato al più alto livello di governo da ministri come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, che hanno esplicitamente dichiarato l’obiettivo di rendere la Cisgiordania inabitabile per i palestinesi e di annettere formalmente i territori. Smotrich, ministro delle Finanze con poteri straordinari sull’amministrazione civile della Cisgiordania, ha bloccato i fondi dell’Autorità Palestinese, ostacolato i permessi di costruzione per i palestinesi, e accelerato le autorizzazioni per nuovi insediamenti. Ben-Gvir ha armato le guardie civili dei coloni con armi militari. Queste dichiarazioni — «ripopolare Gaza», «non esiste un popolo palestinese», «la Cisgiordania è Giudea e Samaria, terra nostra» — sono agli atti. Sono pubbliche. Sono pronunciate da ministri in carica di un governo democraticamente eletto. Nel diritto internazionale del genocidio, l’intent to destroy — l’intenzione di distruggere un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso — è l’elemento più difficile da provare. In questo caso, i responsabili si sono premurati di metterlo per iscritto. L’UE ha adottato sanzioni individuali contro alcuni coloni estremisti — un gesto simbolico, tardivo, e deliberatamente limitato a una manciata di figure minori, così da non creare un precedente imbarazzante per i ministri che di quegli stessi coloni sono mentori e protettori politici, in definitiva, un gesto che è una summa di ipocrisie. Nessuna sanzione è stata adottata contro Ben-Gvir o Smotrich. Nessuna misura ha colpito il sistema di finanziamento degli insediamenti. Il messaggio implicito è chiaro: i coloni individuali sono sacrificabili come capri espiatori; la struttura che li produce e li protegge è intoccabile. Leggere Gaza e Cisgiordania insieme non è un esercizio retorico. È la lettura corretta: un processo di pulizia etnica condotto su due fronti con strumenti parzialmente diversi — la guerra totale in un caso, l’asfissia lenta e la violenza paramilitare nell’altro — ma con un obiettivo unitario. Quello che Ilan Pappé, storico israeliano, ha chiamato decenni fa «pulizia etnica incrementale» ha oggi assunto un’accelerazione che non lascia spazio a interpretazioni alternative in buona fede. L’Italia e la sua ipocrita coscienza comoda In questo quadro, l’Italia occupa un posto di particolare rilievo — e di particolare vergogna. Il governo Meloni ha mantenuto fin dall’inizio una postura di sostanziale allineamento con Israele, declinata attraverso la retorica della «solidarietà» dopo il 7 ottobre e cristallizzata in una prudente, costante ambiguità ogni volta che si trattava di prendere posizione sulle operazioni militari a Gaza e in Cisgiordania. Una ambiguità che, traducendosi in inerzia, ha un nome preciso: omissione consapevole. Sul fronte delle forniture militari, i dati parlano chiaro. Secondo i dati dell’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali d’Armamento (UAMA) del Ministero degli Esteri, l’Italia ha autorizzato esportazioni di materiale militare verso Israele anche successivamente all’escalation del conflitto. Alcune di queste licenze sono state sospese solo nell’autunno del 2024, dopo mesi di pressioni parlamentari da parte di opposizione e società civile, e solo per alcune categorie di materiali. Non per iniziativa spontanea del governo, ma sotto la spinta di un’opinione pubblica e di una magistratura che cominciavano a fare sul serio. Il fatto che sia necessario ricorrere ai tribunali per impedire a un governo democratico di armare chi la CIG ha indicato come soggetto a rischio di genocidio la dice lunga sullo stato della nostra democrazia. Sul piano diplomatico, l’Italia ha votato in modo discontinuo e spesso contraddittorio nelle risoluzioni ONU: astenendosi quando avrebbe dovuto votare a favore, allineandosi con posizioni statunitensi che isolavano Washington e pochi altri nella comunità internazionale. Il riconoscimento dello Stato di Palestina, che nel maggio 2024 Spagna, Irlanda e Norvegia hanno compiuto con un atto politico netto, ha trovato l’Italia immobile. Il governo ha parlato di «condizioni non mature» — una formula vuota che maschera una scelta precisa: non scontentare Washington e Tel Aviv, qualunque cosa accada sul terreno. C’è poi la dimensione culturale. Il dibattito pubblico italiano su Gaza è stato sistematicamente distorto dalla sovrapposizione concettuale tra critica alle politiche israeliane e antisemitismo, con l’effetto pratico di silenziare voci critiche, screditare giornalisti e accademici, rendere politicamente costoso allinearsi con il diritto internazionale. In Italia questo ha assunto contorni istituzionali con il DDL antisemitismo, che ha tentato di codificare la definizione IHRA — quella che molti giuristi e intellettuali ebrei stessi considerano uno strumento di censura politica più che di tutela delle vittime del razzismo — trasformando di fatto il dissenso in reato d’opinione. Il tempo come arma La struttura logica del negazionismo genocidario funziona sempre allo stesso modo: si sposta il piano del discorso. Si chiede la “prova” dell’intento (come se le dichiarazioni pubbliche di ministri in carica non costituissero elementi di prova), si esige la certezza giuridica definitiva prima di agire (come se le misure cautelari della CIG non bastassero), si invoca la complessità del conflitto come escamotage per non fare nulla. Nel frattempo, i morti — almeno settantamila, secondo stime che includono i corpi sotto le macerie e le morti indirette da fame e mancanza di cure, la stragrande maggioranza civili, decine di migliaia di bambini — continuano ad accumularsi. Qui sta il cuore della questione: gli obblighi della Convenzione del 1948 non attendono la sentenza definitiva. L’articolo VIII prevede che ogni Stato parte possa rivolgersi agli organi competenti delle Nazioni Unite per l’adozione di misure di prevenzione e repressione. L’articolo I impone l’obbligo di prevenire, il che — secondo la stessa CIG nel caso Bosnia c. Serbia del 2007 — significa che gli Stati devono agire appena vengono a conoscenza di un rischio serio, e la loro responsabilità scatta indipendentemente dal fatto che il genocidio si consumi poi effettivamente. Detto altrimenti: non aspettare che sia troppo tardi non è solo un imperativo morale. È un obbligo giuridico. E violarlo non è una scelta neutrale. C’è una parola per descrivere questa postura: complicità. Non nel senso vago e sentimentale con cui il termine viene talvolta usato, ma nel senso tecnico-giuridico: fornire assistenza materiale, diplomatica o politica a uno Stato che la massima corte internazionale ha indicato come soggetto a rischio di genocidio è una violazione degli obblighi convenzionali. Non è un’opinione di sinistra. È il parere di Francesca Albanese, Relatrice Speciale dell’ONU, e di decine di giuristi internazionali tra i più autorevoli al mondo. Il dibattito «genocidio sì, genocidio no» serve a qualcosa di ben preciso: a mantenere aperta la questione classificatoria abbastanza a lungo da rendere irrilevante qualsiasi risposta. Quando — e se — la CIG dovesse pronunciarsi definitivamente, Gaza non esisterà più come l’abbiamo conosciuta, e la Cisgiordania sarà irriconoscibile. L’obiettivo non è trovare la verità giuridica: è guadagnare tempo. Il tempo, in questo conflitto, è un’arma. E chi tace è complice di chi la usa. Settantasei anni fa, i firmatari della Convenzione giurarono che l’Olocausto non si sarebbe mai più ripetuto. Scrissero «mai più» e intendevano qualcosa. O almeno così ci fu insegnato. Oggi sappiamo — e forse lo sapevano già allora — che «mai più» aveva un asterisco nascosto: mai più a noi. Per gli altri, la Convenzione è un documento da citare nelle commemorazioni e da ignorare nei momenti in cui avrebbe effetto reale. La domanda giusta non è «è un genocidio?». La domanda giusta è: «cosa stiamo facendo per fermarlo?». E la risposta, al momento — da Bruxelles, da Roma, da Washington — è niente. O peggio che niente. Continuare a parlare di Palestina, oltre a rappresentare un dovere morale e politico, significa anche non essere complici. -------------------------------------------------------------------------------- Riccardo Taddei ha oltre trent’anni di esperienza professionale nel campo dei diritti. È autore di L’ordine del Caos. Anatomia del conflitto tra Israele e Palestina (Ombre corte) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sul genocidio di Gaza e l’obbligo che l’Occidente non vuole vedere proviene da Comune-info.
May 20, 2026
Comune-info
Oltre l’ultima “linea rossa”
Sparare su imbarcazioni a vela, con a bordo soltanto civili, che trasportano medicinali e altro materiale sanitario per una popolazione sottoposta a genocidio, è ovviamente un crimine contro l’umanità. Farlo in acque internazionali significa che chi spara è certo dell’impunità grazie alla immonda complicità delle potenze che dovrebbero controllare il […] L'articolo Oltre l’ultima “linea rossa” su Contropiano.
May 20, 2026
Contropiano
Teologia dello sterminio
L’orrore del genocidio dei palestinesi a Gaza presenta due versanti differenti ma complementari. Il secondo riguarda direttamente la passività e/o la complicità dell’intero Occidente con il genocidio, nonostante e contro il “mai più” su sui è stata ufficialmente costruita la cultura di massa dopo la Seconda guerra mondiale e la […] L'articolo Teologia dello sterminio su Contropiano.
April 3, 2026
Contropiano
“Israele ha il diritto di esistere” è una stronzata psicopatica
Nel momento stesso in cui si accetta che Israele debba esistere come “stato ebraico” a prescindere da tutto, si accetta implicitamente che non ci sarà mai pace in Medio Oriente. Perché Israele non può esistere nella sua forma attuale senza una violenza incessante. Mostrate a un sionista una mappa in […] L'articolo “Israele ha il diritto di esistere” è una stronzata psicopatica su Contropiano.
April 2, 2026
Contropiano
L’amministrazione della giustizia e il vivente
L’ESITO DEL REFERENDUM POTREBBE ANDARE BEN OLTRE LA RICADUTE SUL GOVERNO E APRIRE UNA RIFLESSIONE SUL RUOLO DEL DIRITTO. PER RAGIONARE, AD ESEMPIO, SU QUANTO E COME LE PRONUNCE GIURIDICHE RISENTANO I RAPPORTI DI FORZA, MA ANCHE SUL BISOGNO DI CONSIDERARE FORME DIVERSE DI RIPARAZIONE DEL DANNO, OLTRE LA DETENZIONE Foto di Element5 Digital su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- L’esito positivo del referendum sulla giustizia, lo scampato pericolo di un’accelerazione ancor più autoritaria del governo delle relazioni fra i poteri, e tra questi e i sottoposti, diventa l’occasione per una riflessione sul ruolo del diritto. Il diritto è una sovrastruttura (Marx) creata al fine di gestire i rapporti pubblici e privati, e, in quanto tale, soggetta a chi detiene i mezzi di produzione (la struttura del capitale). Questa ha permeato le società moderne, tanto da far apparire come naturale ciò che invece consegue a scelte che hanno modellato i nostri sistemi di convivenza (più o meno pacifica). Il capitalismo aggiorna sempre i suoi dispositivi di asservimento: dal controllo biopolitico di foucaultiana memoria (la scuola, gli ospedali, il carcere) in poi ogni professionista del settore diventa parte integrante del sistema. Al di sopra c’è il grande Leviatano, la macchina statale e delle altre entità sovranazionali, che utilizzano meccanismi e si servono di regole (e specialisti) idonei a preservare se stesse al di fuori di ciò che succede nelle società. In questo ambito, il diritto come professione viene acriticamente approvato, perché considerato giusto e indipendente dal potere a cui serve (Bourdieu). Tuttavia, troppo spesso le pronunce giuridiche risentono di rapporti di forza che scavalcano quella che dovrebbe essere la funzione originaria del diritto stesso. È il caso delle continue violazioni del diritto internazionale da parte di Israele, e del mancato rispetto di Trattati o Convenzioni (gli Usa) fino all’altro ieri condivise. Chi frequenta queste pagine sa bene come ogni critica alle istituzioni (pseudo)rappresentative passa da un approccio di apertura (inclusione) verso forme di alterità marginalizzate da strumenti di dominio consolidati (nazionali e non, pensiamo alla globalizzazione neoliberista). Accettazione del presente e riconoscimento dell’altro dovrebbero andare insieme. Consentendo, a chi ha capacità di discernimento, di poter scegliere in autonomia. Ad esempio, se prendiamo uno dei casi mediatici di cui, ancora, si discute troppo – la famiglia che vive nel bosco – , la vita “civile” (sempre più sinonimo di consumismo, alienazione e virtualità esistenziale) dovrebbe coabitare con forme meno mercificate. Cercando di garantire quanto è necessario allo sviluppo e alla crescita psico-fisica dei minori. Il nostro codice civile parla di diritto-dovere di istruire, educare ed allevare i figli, e di contribuire in base alle capacità materiali e alle risorse al mantenimento e al benessere. Il solito opportunismo politico lamentava l’ingerenza dello Stato nella vita domestica, come se non esistesse già il diritto di famiglia. Se diamo uno sguardo alle leggi e alle sentenze, a cosa viene considerato reato da perseguire e in che maniera, è ovvio che queste risentono di quanto detto sopra. Aggravate dal fatto che il clima o particolari contingenze politiche possono spingersi più avanti. Criminalizzando condotte “devianti” perché turbano l’ordine prestabilito. Lo stesso ordine che non è in grado di garantire uguaglianza di trattamento, pari opportunità e diritti. Pertanto, se il comportamento delittuoso deriva, ad esempio, da proteste a salvaguardia del lavoro, della salute, o dell’ambiente (le occupazioni di strade e immobili, la resistenza passiva) esso non fa altro che attualizzare, secondo questa logica repressiva, la vecchia figura del delinquente per indole, accantonandone le cause (il disagio sociale). Quindi, prima di iniziare a perseguire atteggiamenti integranti fattispecie di reato, è doveroso prendere in considerazione forme diverse di riparazione del danno. Una giustizia redistributiva che cancelli le diseguaglianze prodotte dalla morale del potere. E, una giustizia riparativa all’interno delle comunità di riferimento: responsabilità e rimedio oltre la mera detenzione (come avviene all’interno dell’esperienza zapatista). Fino a quando la società sarà costituita da privilegiati, che stanno sopra, e sudditi esisterà la stratificazione sociale. Ingiustizia e diseguaglianze come corollari. Con comportamenti non allineati da contrastare. Dunque, è giunta l’ora di ripensare cosa è considerato reato. Cercando di approntare un complesso sanzionatorio proporzionato e limitato nel tempo, con luoghi di detenzione diversi e non isolati, tendenti alla effettiva rieducazione e al reinserimento sociale. Ma questo implica la messa in discussione del governo capitalistico mondiale. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI SUSANNA MARIETTI: > Come potrebbero mai credere ancora al mondo degli adulti? -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI M.A. SAMRA E S.TROIAN: > La Palestina e la logica coloniale del diritto -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’amministrazione della giustizia e il vivente proviene da Comune-info.
March 25, 2026
Comune-info
Intervista a Zilan Diyar: in Kurdistan un nuovo diritto internazionale esiste già
«La nostra formula per la Terza Guerra Mondiale è una: i confini statali per noi non sono importanti, ma all’interno di questi confini vogliamo difendere la nostra autonomia. È all’interno di questi confini che mettiamo in pratica i principi del nostro paradigma, come la libertà delle donne, l’amministrazione autonoma e il rafforzamento delle potenzialità locali, e diamo forza a tutte le differenze esistenti, di cultura, religione…» Zilan Diyar. Intervista a Zilan Diyar. A febbraio, a sostegno di Docenti per Gaza, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha lanciato una settimana di mobilitazione portando nelle classi il tema della crisi del diritto internazionale, sia come catastrofe che come opportunità. Questa intervista si inserisce in continuazione di quella linea di didattica collettiva volta a rivendicare il diritto costituzionale alla libertà d’insegnamento. Oggi, in occasione del Newroz, il capodanno curdo, proponiamo l’intervento di Zilan Diyar, giornalista e attivista curda del Movimento di liberazione delle donne del Kurdistan, di Women Weaving the Future per il confederalismo mondiale delle donne e già di Jineoloji Europa. Il titolo dell’intervento è “La crisi del diritto internazionale e la proposta del confederalismo democratico”. L’intervento di Zilan Diyar porta la prospettiva del movimento curdo sui recenti fatti nel Kurdistan siriano e iraniano, su come quella che Zilan definisce Terza Guerra Mondiale si stia manifestando in Medio Oriente oggi e su come la proposta del confederalismo democratico possa rappresentare un’alternativa allo Stato-nazione in grado di relazionarsi dialetticamente con esso. Il confederalismo democratico creerebbe così spazi e esempi concreti di convivenza pacifica tra popoli ed etnie diverse all’interno dei confini degli stati. Ci sembrava interessante e importante interrogarci sulla crisi del diritto internazionale intesa non solo come punto d’arrivo e distruzione, ma anche come opportunità e possibilità di trasformazione. Abbiamo voluto intervistare una rappresentante del Movimento di liberazione del Kurdistan per avere un punto di vista anticoloniale di genere da parte di un movimento che ormai da vent’anni sviluppa concretamente un modo alternativo di organizzare e pensare la società, rispetto allo Stato-nazione occidentale. Speriamo quindi che possa essere un contributo interessante per docenti, studentesse e studenti e per tutte e tutti coloro che credono che la scuola pubblica sia un luogo di costruzione di una cultura di pace, di una cultura dei diritti universali, ma soprattutto un luogo di sviluppo del pensiero critico e di responsabilità nei confronti del mondo che ci circonda. «ALCUNE NOSTRE PROSPETTIVE CAMBIANO, ALTRE LE MANTENIAMO: NON È CHE SOLO DISTRUGGENDO PUOI COSTRUIRE QUALCOSA DI NUOVO» ZILAN DIYAR. Il Newroz è una festa molto importante per il popolo curdo. Si celebra la rinascita della vita in occasione dell’equinozio di primavera ma, come rivela il detto: «Berxwedan jihan e», non solo. È kurmanji, una delle lingue curde rimaste illegali per decenni, e significa «La resistenza è vita». Al Newroz così si celebra anche la lotta per la liberazione dall’oppressione coloniale e patriarcale, e si ricorda il sacrificio di tutte le persone che hanno dato la vita per questo. Ringraziamo Zilan Diyar e vi auguriamo quindi un buon ascolto, ma anche una buona fine dell’inverno e un buon inizio di un nuovo anno di resistenza. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il nuovo ruolo del diritto penale
LA MORTE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE, IN MOLTI PAESI, A COMINCIARE DALL’ITALIA, È ACCOMPAGNATA DA UNA TRASFORMAZIONE PROFONDA DEL RUOLO DEL DIRITTO PENALE. L’ULTIMO DECRETO SICUREZZA È INFATTI MOLTO PIÙ DI UN ENNESIMO ODIOSO PROVVEDIMENTO REPRESSIVO: È IL PASSAGGIO DALLA REPRESSIONE DEI REATI ALLA NEUTRALIZZAZIONE PREVENTIVA DEI CONFLITTI. STATO E FORZE DELL’ORDINE, DUNQUE, VENGONO UTILIZZATI NON PER GOVERNARE LE CAUSE SOCIALI DEI CONFLITTI, PRODOTTE DA UN SISTEMA ECONOMICO SEMPRE PIÙ DISEGUALE E VIOLENTO, MA PER INTERVENIRE CONTRO LE FORME CON CUI SI RIVELANO Sono 21 a Parma i denunciati per i fatti del 1° ottobre 2025, in una delle decine di manifestazioni di solidarietà, assai partecipate, promosse nelle città italiane per Gaza -------------------------------------------------------------------------------- Il nuovo decreto sicurezza non può essere letto come una semplice riforma dell’ordine pubblico. Non è solo un provvedimento repressivo, ma il segno di una trasformazione più profonda del ruolo del diritto penale nelle società contemporanee. Negli ultimi decenni il sistema penale ha smesso progressivamente di essere uno strumento residuale – l’extrema ratio – per diventare una tecnica ordinaria di governo dei conflitti sociali. Questo processo si è sviluppato parallelamente all’indebolimento delle politiche sociali e redistributive. Mentre si restringono gli spazi del welfare e si ampliano le disuguaglianze, cresce il ruolo degli apparati di controllo e punizione. Quando la politica rinuncia ad affrontare le cause materiali dei conflitti – precarietà, esclusione sociale, impoverimento – il diritto penale diventa il linguaggio attraverso cui lo Stato gestisce le loro conseguenze. Il decreto sicurezza rappresenta un passaggio ulteriore in questa direzione. Il punto non è soltanto l’inasprimento delle pene o l’introduzione di nuovi reati. Ciò che emerge è un cambiamento più profondo: il passaggio dalla repressione del reato alla neutralizzazione preventiva del conflitto. Tradizionalmente il diritto penale interveniva dopo la commissione di un illecito. Le nuove politiche sicuritarie operano invece prima che il conflitto si manifesti. L’obiettivo non è punire un fatto già avvenuto, ma prevenire l’emergere stesso del dissenso. Il fermo di prevenzione introdotto dal decreto sicurezza rappresenta un esempio evidente di questa logica. La possibilità di trattenere una persona durante una manifestazione sulla base di un “fondato motivo” di pericolo introduce una forma di gestione preventiva del dissenso che riduce il ruolo delle garanzie giurisdizionali. Il controllo del giudice interviene solo dopo, quando la limitazione della libertà personale è già stata prodotta. All’interno di questo quadro si colloca anche l’estensione delle perquisizioni sul posto previste dalla cosiddetta legge Reale. Il decreto amplia queste misure non soltanto alle manifestazioni di piazza ma a tutti i luoghi aperti al pubblico e agli spazi “caratterizzati da un consistente afflusso di persone”, una formula volutamente elastica che lascia ampio margine di discrezionalità alle forze di polizia. Parallelamente viene di fatto riesumato il vecchio fermo identificativo preventivo elaborato negli anni Settanta durante la stagione emergenziale del terrorismo, consentendo il trattenimento fino a dodici ore. Anche se è prevista una comunicazione al pubblico ministero, è evidente che nella prassi il controllo giudiziario rischia di restare puramente formale. In presenza di fermi di massa discrezionali – ad esempio ai caselli autostradali o nelle stazioni – migliaia di persone potranno essere impedite dal partecipare a una manifestazione prima ancora che questa abbia luogo. Il risultato è la normalizzazione di strumenti nati in contesti emergenziali e pensati per situazioni eccezionali. Ciò che in passato era giustificato come misura temporanea diventa una tecnica ordinaria di governo delle piazze. Un’altra dimensione fondamentale delle politiche sicuritarie riguarda la trasformazione dello spazio urbano in spazio di controllo. Strumenti come il Daspo urbano, le zone rosse e le misure amministrative di allontanamento producono una ridefinizione selettiva dell’accesso allo spazio pubblico. Misure nate per contrastare fenomeni specifici – come la violenza negli stadi o il cosiddetto degrado urbano – vengono progressivamente estese alla gestione ordinaria delle città e al controllo delle mobilitazioni sociali. In questo modo intere aree urbane possono essere sottratte alla fruizione di determinate categorie di persone attraverso provvedimenti amministrativi che spesso prescindono da una condanna penale. Il diritto amministrativo diventa così uno strumento di selezione sociale dello spazio pubblico. I principali destinatari di queste misure sono soggetti già collocati ai margini della cittadinanza piena: giovani delle periferie, migranti, lavoratori precari, persone senza dimora. La sicurezza diventa allora un linguaggio politico attraverso cui si disciplinano presenze ritenute indesiderabili nello spazio pubblico. La città non viene resa più sicura: viene resa più selettiva. Alcuni soggetti vengono espulsi, allontanati, resi invisibili. Questo processo rivela con particolare chiarezza la funzione politica delle politiche sicuritarie. Non si tratta soltanto di garantire l’ordine urbano, ma di governare le tensioni sociali prodotte da un sistema economico sempre più diseguale. Quando la politica rinuncia ad affrontare le cause dei conflitti sociali, la repressione diventa il principale strumento di gestione delle loro conseguenze. Da qui la necessità di sviluppare non soltanto una critica delle singole norme, ma una critica più generale del ruolo del diritto penale nella società contemporanea. Il sistema penale non è uno strumento neutrale di giustizia. Opera selettivamente, colpendo soprattutto i gruppi sociali più vulnerabili mentre lascia sostanzialmente intatti i rapporti di potere che producono disuguaglianza. Ciò che emerge sempre più chiaramente è che la sfera del giuridico non rappresenta una semplice tecnica di regolazione sociale. È un terreno profondamente politico nel quale si ridefiniscono continuamente i confini tra lecito e illecito, tra pratiche legittime e comportamenti da reprimere. Il diritto diventa così uno spazio di conflitto. Un luogo in cui si stabilisce quali forme di azione collettiva possono essere tollerate e quali devono essere criminalizzate. Negli ultimi decenni gli apparati dello Stato hanno costruito una poderosa infrastruttura penale capace di intervenire su ogni ambito della vita sociale. Al contrario, i movimenti sociali e le opposizioni politiche sono rimasti sostanzialmente disarmati sul terreno della giuridicità. Per questo non è più sufficiente difendere singoli diritti o contestare singole norme. È necessario sviluppare un intervento politico capace di rimettere in discussione l’espansione dell’apparato penale. Se si vuole tornare a far respirare la società bisogna allargare le maglie giuridiche che oggi la comprimono. Non può esistere una critica efficace dell’attuale ordine economico e sociale senza interrogarsi sul ruolo che il diritto penale svolge nel suo mantenimento. Negli ultimi decenni il penale è diventato uno degli strumenti attraverso cui vengono gestite le tensioni prodotte dalle disuguaglianze: invece di intervenire sulle cause sociali dei conflitti, si interviene sulle loro manifestazioni, trasformandole in problemi di ordine pubblico. Questo significa affrontare anche il nodo della legislazione d’emergenza accumulata negli ultimi decenni, all’interno della quale si annidano alcune delle tipologie di reato più insidiose: quelle costruite per colpire non tanto comportamenti individuali quanto pratiche collettive di protesta. Ma il problema riguarda anche la cultura giuridica che si è affermata nel tempo. L’idea che il conflitto sociale debba essere trattato come una questione di ordine pubblico ha progressivamente colonizzato l’azione degli apparati giudiziari, contribuendo a consolidare una vera e propria impalcatura giustizialista. Se si vuole capovolgere questa situazione non basta limitarsi alla difesa formale delle libertà civili o alla contestazione di singole norme. È necessario mettere in discussione l’intero paradigma che ha trasformato il diritto penale nel linguaggio dominante della politica. Ciò significa sottrarre il conflitto sociale alla sua continua criminalizzazione e rompere l’ideologia giudiziaria che negli ultimi decenni ha presentato la repressione come risposta naturale ai problemi della società. Per questa ragione accanto alle lotte sociali e alle vertenze territoriali diventa oggi necessario una forte e radicata critica antipenale capace di contestare l’espansione continua del diritto penale e di proporre un diverso paradigma di giustizia. Finché il penale resterà lo strumento attraverso cui lo Stato interpreta i conflitti sociali, ogni lotta rischierà di muoversi dentro uno spazio fortemente limitato. Ridurre il potere del diritto penale e restituire legittimità politica al conflitto collettivo diventa allora una delle condizioni fondamentali per riaprire spazi reali di democrazia. Perché una società che risponde ai conflitti sociali trasformandoli in reati non è una società più sicura. È una società che ha scelto di governare le proprie contraddizioni attraverso la repressione invece che attraverso la politica. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il nuovo ruolo del diritto penale proviene da Comune-info.
March 18, 2026
Comune-info
Verso la guerra civile
Provocare e moltiplicare la guerra civile, un elemento strategico, un asse vertebrale nel programma tecno-liberal-populista della cosca che governa a Washington. Un passaggio ineludibile che abbraccia non solo la «Patria» americana. ma esorta i «patrioti», vassalli, dei paesi minori a prendere parte a tale vasta impresa. Un’alternativa senza alternanza, o […] L'articolo Verso la guerra civile su Contropiano.
March 12, 2026
Contropiano