Il nuovo ruolo del diritto penaleLA MORTE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE, IN MOLTI PAESI, A COMINCIARE DALL’ITALIA, È
ACCOMPAGNATA DA UNA TRASFORMAZIONE PROFONDA DEL RUOLO DEL DIRITTO PENALE.
L’ULTIMO DECRETO SICUREZZA È INFATTI MOLTO PIÙ DI UN ENNESIMO ODIOSO
PROVVEDIMENTO REPRESSIVO: È IL PASSAGGIO DALLA REPRESSIONE DEI REATI ALLA
NEUTRALIZZAZIONE PREVENTIVA DEI CONFLITTI. STATO E FORZE DELL’ORDINE, DUNQUE,
SONO GLI STRUMENTI, TUTT’ALTRO CHE NEUTRALI, UTILIZZATI NON PER GOVERNARE LE
CAUSE SOCIALI DEI CONFLITTI, PRODOTTE DA UN SISTEMA ECONOMICO SEMPRE PIÙ
DISEGUALE E VIOLENTO, MA PER INTERVENIRE CONTRO LE FORME CON CUI SI RIVELANO
Foto di Centro Studi Movimenti Parma: sono 21 a Parma i denunciati per una delle
tante straordinarie manifestazioni per Gaza del 1° ottobre 2025
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Il nuovo decreto sicurezza non può essere letto come una semplice riforma
dell’ordine pubblico. Non è solo un provvedimento repressivo, ma il segno di una
trasformazione più profonda del ruolo del diritto penale nelle società
contemporanee. Negli ultimi decenni il sistema penale ha smesso progressivamente
di essere uno strumento residuale – l’extrema ratio – per diventare una tecnica
ordinaria di governo dei conflitti sociali. Questo processo si è sviluppato
parallelamente all’indebolimento delle politiche sociali e redistributive.
Mentre si restringono gli spazi del welfare e si ampliano le disuguaglianze,
cresce il ruolo degli apparati di controllo e punizione. Quando la politica
rinuncia ad affrontare le cause materiali dei conflitti – precarietà, esclusione
sociale, impoverimento – il diritto penale diventa il linguaggio attraverso cui
lo Stato gestisce le loro conseguenze. Il decreto sicurezza rappresenta un
passaggio ulteriore in questa direzione. Il punto non è soltanto l’inasprimento
delle pene o l’introduzione di nuovi reati. Ciò che emerge è un cambiamento più
profondo: il passaggio dalla repressione del reato alla neutralizzazione
preventiva del conflitto.
Tradizionalmente il diritto penale interveniva dopo la commissione di un
illecito. Le nuove politiche sicuritarie operano invece prima che il conflitto
si manifesti. L’obiettivo non è punire un fatto già avvenuto, ma prevenire
l’emergere stesso del dissenso. Il fermo di prevenzione introdotto dal decreto
sicurezza rappresenta un esempio evidente di questa logica. La possibilità di
trattenere una persona durante una manifestazione sulla base di un “fondato
motivo” di pericolo introduce una forma di gestione preventiva del dissenso che
riduce il ruolo delle garanzie giurisdizionali. Il controllo del giudice
interviene solo dopo, quando la limitazione della libertà personale è già stata
prodotta.
All’interno di questo quadro si colloca anche l’estensione delle perquisizioni
sul posto previste dalla cosiddetta legge Reale. Il decreto amplia queste misure
non soltanto alle manifestazioni di piazza ma a tutti i luoghi aperti al
pubblico e agli spazi “caratterizzati da un consistente afflusso di persone”,
una formula volutamente elastica che lascia ampio margine di discrezionalità
alle forze di polizia.
Parallelamente viene di fatto riesumato il vecchio fermo identificativo
preventivo elaborato negli anni Settanta durante la stagione emergenziale del
terrorismo, consentendo il trattenimento fino a dodici ore. Anche se è prevista
una comunicazione al pubblico ministero, è evidente che nella prassi il
controllo giudiziario rischia di restare puramente formale. In presenza di fermi
di massa discrezionali – ad esempio ai caselli autostradali o nelle stazioni –
migliaia di persone potranno essere impedite dal partecipare a una
manifestazione prima ancora che questa abbia luogo.
Il risultato è la normalizzazione di strumenti nati in contesti emergenziali e
pensati per situazioni eccezionali. Ciò che in passato era giustificato come
misura temporanea diventa una tecnica ordinaria di governo delle piazze.
Un’altra dimensione fondamentale delle politiche sicuritarie riguarda la
trasformazione dello spazio urbano in spazio di controllo. Strumenti come il
Daspo urbano, le zone rosse e le misure amministrative di allontanamento
producono una ridefinizione selettiva dell’accesso allo spazio pubblico.
Misure nate per contrastare fenomeni specifici – come la violenza negli stadi o
il cosiddetto degrado urbano – vengono progressivamente estese alla gestione
ordinaria delle città e al controllo delle mobilitazioni sociali. In questo modo
intere aree urbane possono essere sottratte alla fruizione di determinate
categorie di persone attraverso provvedimenti amministrativi che spesso
prescindono da una condanna penale.
Il diritto amministrativo diventa così uno strumento di selezione sociale dello
spazio pubblico. I principali destinatari di queste misure sono soggetti già
collocati ai margini della cittadinanza piena: giovani delle periferie,
migranti, lavoratori precari, persone senza dimora.
La sicurezza diventa allora un linguaggio politico attraverso cui si
disciplinano presenze ritenute indesiderabili nello spazio pubblico. La città
non viene resa più sicura: viene resa più selettiva. Alcuni soggetti vengono
espulsi, allontanati, resi invisibili.
Questo processo rivela con particolare chiarezza la funzione politica delle
politiche sicuritarie. Non si tratta soltanto di garantire l’ordine urbano, ma
di governare le tensioni sociali prodotte da un sistema economico sempre più
diseguale. Quando la politica rinuncia ad affrontare le cause dei conflitti
sociali, la repressione diventa il principale strumento di gestione delle loro
conseguenze.
Da qui la necessità di sviluppare non soltanto una critica delle singole norme,
ma una critica più generale del ruolo del diritto penale nella società
contemporanea. Il sistema penale non è uno strumento neutrale di giustizia.
Opera selettivamente, colpendo soprattutto i gruppi sociali più vulnerabili
mentre lascia sostanzialmente intatti i rapporti di potere che producono
disuguaglianza. Ciò che emerge sempre più chiaramente è che la sfera del
giuridico non rappresenta una semplice tecnica di regolazione sociale. È un
terreno profondamente politico nel quale si ridefiniscono continuamente i
confini tra lecito e illecito, tra pratiche legittime e comportamenti da
reprimere. Il diritto diventa così uno spazio di conflitto. Un luogo in cui si
stabilisce quali forme di azione collettiva possono essere tollerate e quali
devono essere criminalizzate.
Negli ultimi decenni gli apparati dello Stato hanno costruito una poderosa
infrastruttura penale capace di intervenire su ogni ambito della vita sociale.
Al contrario, i movimenti sociali e le opposizioni politiche sono rimasti
sostanzialmente disarmati sul terreno della giuridicità.
Per questo non è più sufficiente difendere singoli diritti o contestare singole
norme. È necessario sviluppare un intervento politico capace di rimettere in
discussione l’espansione dell’apparato penale. Se si vuole tornare a far
respirare la società bisogna allargare le maglie giuridiche che oggi la
comprimono.
Non può esistere una critica efficace dell’attuale ordine economico e sociale
senza interrogarsi sul ruolo che il diritto penale svolge nel suo mantenimento.
Negli ultimi decenni il penale è diventato uno degli strumenti attraverso cui
vengono gestite le tensioni prodotte dalle disuguaglianze: invece di intervenire
sulle cause sociali dei conflitti, si interviene sulle loro manifestazioni,
trasformandole in problemi di ordine pubblico.
Questo significa affrontare anche il nodo della legislazione d’emergenza
accumulata negli ultimi decenni, all’interno della quale si annidano alcune
delle tipologie di reato più insidiose: quelle costruite per colpire non tanto
comportamenti individuali quanto pratiche collettive di protesta.
Ma il problema riguarda anche la cultura giuridica che si è affermata nel tempo.
L’idea che il conflitto sociale debba essere trattato come una questione di
ordine pubblico ha progressivamente colonizzato l’azione degli apparati
giudiziari, contribuendo a consolidare una vera e propria impalcatura
giustizialista. Se si vuole capovolgere questa situazione non basta limitarsi
alla difesa formale delle libertà civili o alla contestazione di singole norme.
È necessario mettere in discussione l’intero paradigma che ha trasformato il
diritto penale nel linguaggio dominante della politica. Ciò significa sottrarre
il conflitto sociale alla sua continua criminalizzazione e rompere l’ideologia
giudiziaria che negli ultimi decenni ha presentato la repressione come risposta
naturale ai problemi della società.
Per questa ragione accanto alle lotte sociali e alle vertenze territoriali
diventa oggi necessario una forte e radicata critica antipenale capace di
contestare l’espansione continua del diritto penale e di proporre un diverso
paradigma di giustizia. Finché il penale resterà lo strumento attraverso cui lo
Stato interpreta i conflitti sociali, ogni lotta rischierà di muoversi dentro
uno spazio fortemente limitato. Ridurre il potere del diritto penale e
restituire legittimità politica al conflitto collettivo diventa allora una delle
condizioni fondamentali per riaprire spazi reali di democrazia. Perché una
società che risponde ai conflitti sociali trasformandoli in reati non è una
società più sicura. È una società che ha scelto di governare le proprie
contraddizioni attraverso la repressione invece che attraverso la politica.
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