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DiPLab Releases Major Report on Data Work in Egypt: The Hidden Workforce Behind AI
DiPLab is proud to announce the publication of our latest research report: Data Work in Egypt: Who Are the Workers Behind Artificial Intelligence? This new study, led by Dr. Myriam Raymond with Lucy Neveux, Prof. Antonio A. Casilli, and Dr. Paola Tubaro, provides the first comprehensive examination of Egyptian data workers training AI systems for tech giants worldwide. How to cite this report: > Myriam Raymond, Lucy Neveux, Antonio A. Casilli, Paola Tubaro (2025). “Data > Work in Egypt. Who are the Workers Behind Artificial Intelligence”. DiPLab > Report. <https://hal.science/hal-05417930> > > Tweet Rapport DiPLab Egypte-DefcDownload KEY FINDINGS AT A GLANCE Our survey of over 600 Egyptian platform workers reveals a troubling reality: * Three-quarters depend on platform income to pay their bills * Average monthly earnings: $58.76 (less than half Egypt’s minimum wage of $147) * Hourly rate: $1.22 (compared to global average of $4.43 in 2018) * 76% identify as men, 74% are between 18-34 years old * 60% hold bachelor’s degrees in science or technical fields * 83% work on platforms out of financial necessity Both male and female data workers tend to be younger than the general Egyptian workforce A WORKFORCE IN CRISIS While Silicon Valley celebrates AI breakthroughs, our research exposes the human cost behind these innovations. Egyptian workers perform essential tasks—labeling images, transcribing audio, evaluating content, annotating data—that train machine learning models used globally. Yet they earn poverty wages for skilled work requiring technical knowledge and multilingual literacy. “We were struck by the contradiction,” says lead researcher Dr. Myriam Raymond. “These are highly educated individuals—60% hold bachelor’s degrees in science or technical fields—yet they’re earning $1.22 per hour on average, working for global tech companies that profit enormously from their labor.” Our data reveals severe income volatility. Rather than providing stable supplemental income, platform work traps Egyptian workers in a cycle of precarity: Most workers experience volatile or extremely volatile income, with earnings fluctuating dramatically month to month When we asked how workers used their last month’s platform earnings, the results were stark: the overwhelming majority spent their income immediately on rent, food, and clothes. Only a tiny fraction had the financial security to use earnings for hobbies or savings. Platform work serves as a lifeline rather than a source of financial flexibility CONDITIONS WORSE THAN SEVEN YEARS AGO Comparing our findings with the International Labor Organization’s 2018 global study reveals a disturbing trend: conditions for data workers have deteriorated significantly. * Increased education requirements: 70% now hold bachelor’s degrees vs. 57% globally in 2018 * Hourly rates dropped 72%: from $4.43 (2018 global average) to $1.22 (Egypt 2025) * Workforce demographic shift: from married adults with children to precarious single young people OUR RECOMMENDATIONS DiPLab’s report concludes with actionable policy recommendations: For Governments: * Improve measurement of data work in official statistics * Promote financial inclusion for platform workers * Simplify activity registration to encourage formalization * Ensure social security coverage For Platforms: * Implement transparent payment systems with minimum wage requirements * Disclose task allocation criteria clearly * Establish fair conflict resolution mechanisms * Provide dedicated worker support
Report di B’tselem su genocidio e sfollamento a Gaza
Un report dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’tselem afferma che il 90% della popolazione di Gaza è stato sfollato dalle sue abitazioni. Dall’inizio dell’aggressione, l’esercito israeliano ha emesso 161 ordini di evacuazione. In due anni, 1,9 milioni di palestinesi sono stati costretti a sfollare almeno una volta, dopo aver perso i loro cari e tutti gli averi. Per approfondire in italiano: clicca. Per leggere il report in inglese: clicca ANBAMED
Donne e giovani in pensione sempre più tardi
Nel nostro Paese quasi un lavoratore su tre pur lavorando non riesce a farsi riconoscere un anno pieno di contributi, a causa di contratti brevi, part-time involontari e salari troppo bassi. I lavoratori con retribuzioni inferiori ai 15.000 euro annui rappresentano oltre un terzo del totale dei dipendenti del settore privato (circa 6,1 milioni di persone, pari al 34,6%). Si tratta di lavoratrici e lavoratori che, per livello di reddito e intensità lavorativa, non riescono a raggiungere una piena copertura contributiva annuale, con impatti diretti sul diritto futuro alla pensione. In particolare, le due fasce più basse (fino a 9.999 euro annui) includono oltre 4,1 milioni di lavoratori che non solo non raggiungono la soglia necessaria a una vita lavorativa dignitosa, ma spesso non maturano nemmeno 12 mesi utili ai fini dell’anzianità contributiva, poiché i periodi di lavoro non coprono l’intero anno. Un lavoratore su tre percepisce meno di 15.000 € all’anno e quasi il 60% resta al di sotto della soglia dei 25.000 € annui, evidenziando come una parte significativa del lavoro rischi di non garantire una vita dignitosa né una pensione adeguata. E’ quanto si legge nell’Analisi “L’impatto dell’aumento dei requisiti pensionistici sui redditi bassi” dell’Osservatorio Previdenza della CGIL. E ad essere maggiormente penalizzati sono i giovani e le donne. La condizione retributiva dei giovani rappresenta infatti uno degli elementi più critici del mercato del lavoro italiano. L’ingresso avviene sempre più spesso attraverso contratti brevi, stagionali o con orari ridotti – in larga parte part-time involontario – che comportano fin da subito salari molto bassi e un numero limitato di mesi lavorati nel corso dell’anno. Le retribuzioni medie annue dei giovani fino ai 24 anni risultano particolarmente contenute: i lavoratori fino a 19 anni percepiscono in media 4.374 euro, equivalenti a pochi mesi di lavoro effettivo, mentre nella fascia 20–24 anni si raggiungono 11.882 euro, un importo ancora insufficiente a garantire un anno pieno di contribuzione utile ai fini previdenziali. Si tratta di una condizione di forte vulnerabilità che si manifesta fin dall’inizio della carriera e che rischia di tradursi, nel tempo, in una difficoltà strutturale nel costruire una pensione adeguata e nel maturare i requisiti minimi necessari all’accesso alla pensione stessa. La dimensione di genere rappresenta, inoltre, uno dei principali fattori di vulnerabilità economica nel mercato del lavoro italiano. La disuguaglianza retributiva non è un fenomeno residuale, ma il risultato di condizioni strutturali che incidono sui salari e, di conseguenza, sulla costruzione dei diritti previdenziali nel corso della vita lavorativa. Le lavoratrici sono maggiormente occupate in posizioni a basso valore aggiunto, con contratti più precari, orari ridotti e carriere più discontinue rispetto agli uomini. La diffusione del part-time involontario, che interessa in modo marcato la componente femminile, amplifica queste criticità: meno ore lavorate (o certificate) significano retribuzioni annue più basse, minore intensità contributiva e un rischio elevato di non riuscire a maturare i requisiti per la pensione. “Come rilevato dall’Osservatorio INPS sulle retribuzioni 2024, si legge nel Report della CGIL, le lavoratrici dipendenti del settore privato percepiscono in media 19.833 euro annui, contro i 27.967 euro degli uomini: una differenza di oltre 8.000 euro corrispondente a un gap retributivo di circa –29% a sfavore delle donne. Questa disparità non è spiegabile soltanto dalle diverse qualifiche o inquadramenti professionali: essa è fortemente correlata alla maggior incidenza del part-time, spesso involontario: 49% delle lavoratrici ha avuto almeno un rapporto part-time nell’anno, contro 21% dei lavoratori uomini.” La distribuzione per tipologia di orario rivela poi una forte asimmetria di genere nel mercato del lavoro italiano: le donne rappresentano appena il 32% dei lavoratori a tempo pieno, ma diventano maggioranza assoluta in tutte le forme di part-time, 67% nel part-time orizzontale, 63% nel part-time verticale e 71% nelle modalità miste. Questa concentrazione femminile nel lavoro a orario ridotto non è il riflesso di una scelta libera, ma di un’organizzazione del mercato del lavoro e delle responsabilità di cura ancora fortemente squilibrata. Ne deriva un effetto diretto sui percorsi retributivi e previdenziali: il part-time comporta retribuzioni annue significativamente inferiori e una minor copertura contributiva, che si traduce in carriere più brevi o incomplete. In sostanza, la diversa distribuzione delle opportunità lavorative tra uomini e donne determina una penalizzazione strutturale che agisce oggi sul salario e domani sulla pensione, alimentando un gender pension gap destinato ad ampliarsi con l’avanzare dell’età lavorativa. Infine, la ricerca dell’Osservatorio Previdenza della CGIL mette in evidenza come il meccanismo di adeguamento automatico dei requisiti pensionistici all’aspettativa di vita non sia un elemento neutro. Al contrario, rischia di aggravare la condizione di vulnerabilità previdenziale di milioni di persone che già oggi vivono un pregresso economico e contributivo debole Qui il Report della CGIL su “L’impatto dell’aumento dei requisiti pensionistici sui redditi bassi”: https://files.cgil.it/version/c:NWJmYmEyMGQtOWEwYy00:MGNiNmI1MDItYzhkYi00/Analisi%20Osseravtorio%20PrevidenzaCGIL_L%E2%80%99impatto%20dell%E2%80%99aumento%20dei%20requisiti%20pensionistici%20sui%20redditi%20bassi.pdf. Giovanni Caprio
GARANTE PRIVACY: DOPO IL SERVIZIO DI “REPORT”, L’OPPOSIZIONE CHIEDE LE DIMISSIONI DEL CONSIGLIO
Opposizioni parlamentari all’attacco dopo che ieri sera, domenica 9 novembre 2025, un servizio della trasmissione Rai Report ha delineato un quadro definito “grave e desolante” sulle modalità di gestione dell’Autorità del Garante per la Privacy. L’inchiesta ha rivelato l’esistenza di un sistema poco trasparente, caratterizzato da conflitti di interesse e permeabile alle pressioni politiche. “Il Consiglio va azzerato e rifatto da capo”, è la posizione espressa dalla segretaria del Pd Elly Schlein e da Angelo Bonelli di Avs. FdI risponde annunciando una mozione di maggioranza che definisce “a tutela del buon giornalismo”, contro i format come quello di Report e non meglio precisate “altre testate” che – secondo il deputato Federico Mollicone – non sarebbero a suo dire “d’inchiesta”, ma “militanti”. Radio Onda d’Urto ha raccolto il contributo sulla vicenda di Vincenzo Vita, ex vice-presidente della Commissione cultura al Senato ed ex membro della Commissione di Vigilanza Rai. Ascolta o scarica.
Report “Non è soccorso: è aggressione”. Il fronte invisibile della violenza sistematica nel Mediterraneo
In questo report Sea-Watch ha raccolto per le prima volta 72 gravi episodi di violenza perpetrati da milizie libiche, come la cosiddetta Guardia Costiera libica, contro migranti e contro attori civili e statali europei in mare dal 2016. Il report, intitolato “Non è soccorso: è aggressione. Il fronte invisibile della violenza sistematica nel Mediterraneo”, fa riferimento a tutti i principali episodi di violenza in mare documentati attribuibili ad attori libici dal 2016. Questi includono manovre pericolose e avventate che comportano rischio di caduta in acqua, tentativi di rovesciamento delle imbarcazioni, aggressioni verbali accompagnate da intimidazioni credibili e immediate, uso o minaccia con armi da fuoco (anche di avvertimento o a distanza ravvicinata) o con altri mezzi per infliggere danni fisici, tra cui anche bastoni. Solo nel 2024, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, oltre 21.700 persone sono state deportate in Libia, dove affrontano sistematicamente torture, schiavitù e violenza sessuale. Link per scaricare il report Sea Watch
La formazione di un vero “garante”
Agostino Ghiglia, uno dei quattro componenti del Collegio del Garante per la privacy, era stato avvistato in via della Scrofa, davanti alla sede del partito di Giorgia Meloni. Dopo la pubblicazione dei video che lo ritraevano,  Italo Bocchino ha ammesso di averlo incontrato, ma giura di aver parlato con lui […] L'articolo La formazione di un vero “garante” su Contropiano.
Due bombe contro Sigfrido Ranucci
E’ tornata la strategia della tensione. Con tutti i suoi annessi… Nella serata di ieri, intorno alle 22, davanti alla sua abitazione a Pomezia, alle porte di Roma, due esplosioni hanno distrutto l’automobile di Sigfrido Ranucci, coordinatore del team di Report e quella di sua figlia. Le vetture erano parcheggiate una […] L'articolo Due bombe contro Sigfrido Ranucci su Contropiano.
Non così piccoli. La diffusione del gioco d’azzardo online nei piccoli Comuni italiani
Sul gioco d’azzardo i dati si fanno di anno in anno sempre più allarmanti, ma – anziché tentare di arginare il fenomeno, educare sui rischi e contrastare la crescita dei disturbi da gioco d’azzardo – si decide semplicemente di nascondere la polvere sotto al tappeto, facendo progressivamente sparire dalla circolazione la gran parte dei dati di dettaglio dell’azzardo in Italia. Dal 2020 non possono essere pubblicati i dati comunali e provinciali delle slot machines, per motivi incomprensibili. E nel tempo l’Agenzia Dogane e Monopoli – ADM – ha esteso, senza supporti normativi, il divieto al restante gioco fisico e, quest’anno, anche al gioco online nell’85% dei Comuni italiani, quelli al di sotto dei 10.000 abitanti. Ma, grazie all’On. Merola e all’On. Vaccari, che hanno fornito i dati, è stato possibile per Federconsumatori, Fondazione Isscon – Istituto Studi Sul Consumo e Cgil costruire la seconda edizione del Report “Non così piccoli. La diffusione dell’azzardo online nei piccoli Comuni italiani”. I dati parlano da soli: in molti dei 3.142 Comuni analizzati (con popolazione tra 2.000 e 9.999 abitanti, pari a circa il 40% dei Comuni italiani), la diffusione del gioco online è fortemente sospetta, in particolare in alcune regioni del Sud. Tra questi sono 116 i Comuni in “crisi acuta d’azzardo”, dove l’azzardo online è più che doppio rispetto alla media nazionale. Confrontando i dati con quelli dell’anno precedente si registra un “curioso” crollo del giocato in quelli che erano i primi due Comuni in classifica: Anguillara Veneta (da 13.073 euro giocati nel 2023 a 2.018 euro nel 2024, con una diminuzione del -85%) e Calliano (da 12.749 euro a 677 euro, -95%). Segno evidente di come questo “semplice” report sia utile per tracciare la mappa delle sospette attività illecite e sia in grado di spostarne le geografie. La classifica del 2024 dei piccoli Comuni vede in testa, a livello regionale, la Campania, con 3.045 euro giocati pro capite nel solo online; poco al di sotto troviamo la Calabria, con 2.910 euro, e la Sicilia, con 2.895. La classifica dei Comuni si apre con Lacco Ameno (NA), nell’Isola d’Ischia, dove ogni cittadino nel 2024 ha giocato online 12.492 euro, oltre 1.000 euro al mese (con una crescita del 62% rispetto al 2023, e del 351% rispetto al 2022). A poca distanza, da tutti i punti di vista, segue un Comune da tempo ai primi posti: Capri(NA), che fa registrare un giocato di 10.393 euro pro capite, ai quali sarebbe utile aggiungere i vistosi numeri dell’azzardo fisico, purtroppo vietati alla pubblicazione. Al terzo posto il Comune di Mairano (BS) con 10.374 euro giocati, in crescita del 250% nell’arco di un biennio. Seguono Nociglia (LE) con 10.165 euro, Gravedona e Uniti (CO) con 9.275 euro per ogni cittadino nella fascia 18-74 anni. Vengono poi alcuni Comuni calabresi – Stefanaconi (VV), Curinga (CZ) e Gerace (RC) – e siciliani, come Monterosso Almo (RG) e Balestrate (PA). La provincia di Brescia, oltre a Mairano, registra anche la presenza di Polaveno e Moniga del Garda (che però dimezza il giocato), con giocate triple rispetto alla media nazionale. “Segnaliamo la forte presenza nella classifica, sottolineano  Federconsumatori, Isscon e Cgil, delle anomalie dei piccoli Comuni, di diverse realtà di interesse turistico: dal Sud alla Liguria, al Lago di Garda al Lago di Como. La presenza di turisti può influire sull’azzardo fisico, ma è del tutto ininfluente per l’azzardo online; l’ipotesi è, quindi, che in queste realtà una parte del ricavato del turismo, quello che sfugge ai radar della legge, sia riciclata nell’azzardo online”. Estendendo la classifica, invece, a tutti i Comuni italiani sopra i 2.000 abitanti, resta saldamente al primo posto Castel San Giorgio (SA), con ben 18.045 euro giocati pro capite. A influire su questo andamento e sulla crescita del gioco contribuisce anche il sostanziale superamento del divieto di pubblicità dell’azzardo, subdolamente sostituito da un’inefficace, costosa e poco credibile campagna sul cosiddetto “gioco responsabile”. Basta guardare una partita di calcio in TV per capire quanto sia rilevante ormai la sponsorizzazione delle aziende dell’azzardo, tanto da mettere in secondo piano il gioco vero, quello che si disputa in campo. “Dai dati “occultati” e vietati, all’oscura mappa del gioco online, al progressivo allentamento delle misure di contrasto alla crescita del gioco: è necessario analizzare – propongono Federconsumatori, Isscon e Cgil – tutti questi fenomeni, strettamente correlati, per poter tracciare la un bilancio sociale dell’azzardo in Italia, nelle sue regioni, nei piccoli e nei grandi Comuni. Conoscere esattamente i dati e le dinamiche che li determinano è il primo passo per arginare un fenomeno che continua a creare danni sociali ed economici sempre più allarmanti nel nostro Paese. È il passo che ci aspettiamo da un governo responsabile, attento ai bisogni dei cittadini, specialmente quelli più fragili, e determinato nel voler combattere fenomeni criminali ed evasione. Ribadiamo la nostra richiesta di totale trasparenza, rendendo disponibili tutti i dati dell’azzardo, nessuno escluso”. Qui il Rapporto “Non così piccoli. La diffusione del gioco d’azzardo online nei piccoli Comuni italiani”: https://files.cgil.it/version/c:Mzc2ZGE1NmItMjQzNS00:ZDczNmY0MWMtOTcxZi00/Report_azzardo_piccoli_comuni_Edizione2.pdf. Giovanni Caprio
Il report di Francesca Albanese e le alleanze scientifico-accademiche complici del genocidio a Gaza
La lista di connessioni illustrata nel report, “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio” da Francesca Albanese, relatrice speciale ONU per i diritti umani nei territori occupati da Israele, pubblicato con questo titolo per PaperFIRST-Fatto Quotidiano, è a dir poco sconcertante. C’è un legame strettissimo tra mondo imprenditoriale “occidentale” e dunque anche italiano, mondo accademico e centri di ricerca o agenzie europee, come APRE che gestisce, con sede in Italia, il programma europeo Horizon cui dal 2021 aderisce anche Israele e le analoghe istituzioni ed enti israeliani: questo si trascina fin dal ’48, nonostante le proteste crescenti a partire già dalle prime intifade e prosegue tuttora nonostante un genocidio trasmesso in mondovisione. Solo un anno prima della tragedia si svolgeva in Italia l'”Israel and Italy Cooperation in Horizon Framework Programme”, promosso dall’Ambasciata d’Israele in Italia, l’Ambasciata d’Italia in Israele, l’Agenzia per la promozione della Ricerca Europea, appunto l’APRE e l’Israel-Europe R&I Directorate (ISERD).Tra gli ambiti che balzano agli occhi nell’ambito di questo accordo scientifico-accademico uno è quello dell’agrifood, uno di quelli sui cui si è basato il colonialismo di insediamento, con furti di terra e bestiame e soprattutto con una gestione dissennata e padronale di un bene essenziale come l’acqua. Anche il termine stesso “genocidio”, sul quale la senatrice Segre ha di fatto riaffermato recentemente una sorta di “copyright” della comunità ebraica internazionale, è stato evitato da buona parte del Parlamento italiano, anche tra le forze di opposizione, a cominciare da un’esperta della materia come Laura Boldrini, il cui cambiamento a 180 gradi, in termini lessicali, è avvenuto solo dopo quasi due anni dal 7 ottobre, in un’intervista incalzante durante la quale il termine veniva tirato in ballo ma condizionato ad una futuribile decisione terminologica giurisprudenziale della Corte di giustizia internazionale (https://www.radiondadurto.org/2025/05/13/palestina-solidarieta-senza-frontiere-delegazione-italiana-in-partenza-per-il-valico-di-rafah-e-la-striscia-di-gaza/). Francesca Albanese, che invece non ha mai avuto dubbi sul termine genocidio sul piano giuridico, ci racconta di una forma di dominio da parte di imprese private, appoggiate dai rispettivi governi pubblici che in passato, in altre situazioni geopolitiche fu definita come “capitalismo razziale coloniale” ma che oggi ben si ritaglia anche al regime sionista. Nel caso di Israele, l’autrice usa un termine ampio per indicare le imprese coinvolte in queste connivenze complici del genocidio in corso: viene adottata la definizione di “entità aziendali” ricomprendendo in esso “imprese commerciali multinazionali, entità a scopo di lucro e senza scopo di lucro sia private che pubbliche o di proprietà dello Stato, in cui la responsabilità aziendale si applica indipendentemente dalle dimensioni, dal settore dal contesto operativo dalla proprietà e dalla struttura dell’entità”. Dato per assodato che tutta la parte iniziale del rapporto può essere sintetizzato da un’affermazione che non dovrebbe lasciarci dormire la notte, in quanto complici indiretti – ovverosia che grazie a queste complicità “tutti ci guadagnano” – è però altrettanto cruciale analizzare il settore universitario della ricerca e accademico. In questo ambito, le nostre “entità aziendali” sono chiamate in causa pesantemente per le sue strette connessioni con quello israeliano, il quale, in modo ancora più stretto di quello nostro, è scandalosamente legato da sempre all’apparato bellico-industriale. Un Paese impostosi per quasi 80 anni con la violenza e con un sistema di apartheid che si è perfezionato lungo una storia costellata di deportazioni di massa, repressione, incarcerazioni e detenzioni amministrative di migliaia di palestinesi, non poteva non avere un apparato educativo, accademico e scientifico assoldato da quello bellico. Quest’ultimo, forte di una propaganda che parte dai libri di scuola, basata sulla narrazione di una democrazia assediata fin dal suo nascere da dittature sanguinarie arabe e la disumanizzazione della popolazione araba, ha trasformato la società in una caserma fatta di riservisti e reclute impegnate per tre anni nel servizio di leva obbligatorio e “refresh” annuali (vd. La Palestina nei testi scolastici di Israele – Ideologia e propaganda nell’istruzione di Nurit Peled-Elhanan). Nella 59a sessione del Consiglio per i diritti umani dell’ONU – tenutasi tra il 16 giugno e l’11 luglio 2025 – Francesca Albanese inserisce l’ambito accademico, “facilitatore” del genocidio, accanto al sistema finanziario, dove non sfuggono nemmeno alcuni enti caritatevoli di ispirazione cristiana come i Christian Friends of israeli-communities o i Dutch Christians for Israel, impegnati a sostenere progetti per le colonie illegali, alcuni dei quali di addestramento di coloni estremisti. In cima alla lista figurano le scuole di legge israeliane e dipartimenti di archeologia e di studi mediorientali. Il loro lavoro in molti casi è finalizzato a costruire l’impalcatura ideologica giustificatoria del colonialismo di insediamento, che a sua volta può appoggiare le proprie fondamenta su una presunta pre-esistenza millenaria delle popolazioni di religione ebraica in quei territori, minimizzando quella araba. Ma la collaborazione in campo archeologico, in questo caso tra università italiane e israeliane, spazia anche sul fronte delle radici cristiane (vd. Archeologi a Gerusalemme: uno scavo di pace in tempo di guerra https://www.iodonna.it/attualita/costume-e-societa/2025/04/12/uno-scavo-di-pace-in-tempo-di-guerra/) presenti in Palestina, che proseguono senza soluzione di continuità addirittura anche dopo il 7 ottobre. Ciò conferma sul piano ideologico quell’alleanza costruita nel corso dell’ultimo secolo, sulla base di indubbie radici comuni giudaico-cristiane a tutto svantaggio, appunto, di un’altrettanto millenaria presenza araba, portata avanti congiuntamente fin dalla metà dell’ 800. Come da anni tenta di spiegare, sotto il fuoco incrociato dell’accademia israeliana e del movimento sionista internazionale, lo storico ebreo israeliano Ilan Pappé, che individua storicamente tale alleanza proprio nel comune interesse sionista e protestante-anglicano all’emigrazione ebrea di varie nazionalità verso la terra di Palestina: il motto giustificatorio era appunto “un popolo senza terra per una terra senza popolo”.     Stefano Bertoldi
“Cronache da Gaza”, la testimonianza da chi vive ogni giorno sotto le bombe di Israele /3
Una rubrica radiofonica ed un podcast per raccontare la tragedia in corso a Gaza attraverso la voce di un testimone diretto, che settimanalmente aggiornerà la cronaca dei fatti: è un nuovo progetto editoriale di Radio Città Aperta che Contropiano seguirà, puntata per puntata. Conoscere i fatti che avvengono attraverso la […] L'articolo “Cronache da Gaza”, la testimonianza da chi vive ogni giorno sotto le bombe di Israele /3 su Contropiano.