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La rendita che vince, il lavoro che perde da trent’anni: cosa dicono davvero i numeri del 2025
Mentre i salari reali italiani restano sotto i livelli di trent’anni fa, il settore bancario chiude il 2025 con utili record. I dati raccontano uno squilibrio di lungo periodo nella distribuzione del reddito tra lavoro e capitale. Continuiamo a dire che il capitalismo italiano ha smesso di essere industriale per diventare finanziario, come se fosse una metafora. Non lo è. È una sequenza di bilanci, ed è una perdita che dura da tre decenni, non un incidente di percorso. Il punto di partenza è la quota di reddito che il valore prodotto dal Paese destina a chi lavora. Le stime più solide, basate sui dati AMECO e riprese dalla letteratura accademica, indicano che in Italia questa quota è scesa dal 66,9% del 1970 al 50% del 2018: un crollo di quasi diciassette punti che coincide, non a caso, con la fine dell’indicizzazione automatica dei salari nel 1992, con l’apertura ai mercati globali e con la lunga stagione delle riforme di flessibilizzazione del mercato del lavoro. Su questo arco storico la letteratura economica, da Torrini agli studi più recenti di Paternesi Meloni e Stirati, è concorde: i salari reali hanno smesso di seguire la produttività, e quel disallineamento è diventato struttura permanente dell’economia italiana. C’è però un dato che rende questa erosione ancora più netta, perché non riguarda la quota su un aggregato contabile ma il potere d’acquisto concreto delle buste paga. Secondo l’Ocse, tra il 1990 e il 2020 l’Italia è l’unico grande Paese dell’area a registrare una variazione negativa dei salari reali: mentre in Germania, Francia e nei Paesi baltici gli stipendi a prezzi costanti crescevano, anche in misura sostanziale, in Italia diminuivano. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha di recente quantificato la caduta in un 6,6% in termini reali dal 1990. Lo shock inflazionistico del 2021-2022 ha aggravato una tendenza già strutturale: nel solo 2022 i salari reali italiani sono crollati del 7,3% rispetto all’anno precedente, e a inizio 2025 l’Ocse li registrava ancora inferiori del 7,5% rispetto al 2021, il risultato peggiore tra le grandi economie dell’organizzazione. Un lavoratore italiano oggi, in termini di potere d’acquisto, guadagna meno di un collega di trent’anni fa: non è un’impressione, è la fotografia ufficiale. È in questo quadro che va letto l’aumento nominale del 4,2% dei redditi da lavoro dipendente registrato dall’Istat nei conti 2025 delle società non finanziarie. Non è un segnale di inversione di tendenza, ma in larga parte l’effetto dei rinnovi dei contratti collettivi arrivati dopo anni di CCNL scaduti e bloccati, che nella contabilità di un singolo esercizio producono un salto nominale senza colmare il divario reale accumulato nel decennio precedente. Allo stesso modo, il fatto che il tasso di profitto delle imprese non finanziarie sia sceso al 43,3% nel 2025, dal 44,1% del 2024, non racconta un’inversione strutturale: è l’oscillazione di un solo anno, misurata su una base che resta comunque quella di un’economia in cui, dal 1970 a oggi, la parte spettante al capitale è cresciuta di quasi venti punti percentuali. Un anno di sottoscrizioni contrattuali non cancella mezzo secolo di moderazione salariale, così come una rondine non fa primavera. Il contrasto più stridente, in questo senso, resta quello con il settore bancario. Nel 2025 le banche italiane hanno chiuso l’anno con utili netti record: 47,5 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 46,5 miliardi del 2024 e ai 40,6 miliardi del 2023, secondo l’analisi del Centro Studi Unimpresa su dati di Banca d’Italia. Il quinquennio 2021-2025 ha prodotto complessivamente 176,5 miliardi di utili netti aggregati, il periodo più profittevole nella storia recente del settore. Il motore resta il margine di interesse, cioè la differenza tra quanto le banche incassano sui prestiti e quanto pagano sui depositi: per anni le famiglie e le imprese indebitate hanno pagato di più per lo stesso prestito, mentre chi teneva i risparmi in conto corrente ha visto remunerazioni pressoché ferme. E questi utili record procedono insieme a una riduzione dell’occupazione: circa 8mila posti di lavoro in meno nel settore secondo i dati diffusi da First Cisl, mentre i primi cinque gruppi bancari sfioravano i 28 miliardi di utili con una crescita del 10,6%. La lezione che se ne ricava non è la fine del lavoro come fattore produttivo, ma la conferma che il tempo lungo dell’economia italiana ha una direzione precisa, e quella direzione non si inverte per un rinnovo contrattuale o per un’oscillazione annuale del margine industriale. Trent’anni di salari reali fermi o in calo restano il dato costitutivo, mentre la rendita finanziaria continua a crescere staccandosi sia dalla produzione sia dall’occupazione che dovrebbe generare. Chi continua a chiedere moderazione salariale in nome della competitività dovrebbe spiegare perché quella stessa moderazione non è mai stata chiesta a chi, nello stesso anno, ha distribuito miliardi di dividendi tagliando migliaia di posti di lavoro. Francesco Russo
September 4, 2026
Pressenza
La Campania che cresce e non converge, Il lavoro che non paga
Primo di due articoli sulla Campania nel 2025, fondati sul Rapporto annuale della Banca d’Italia “L’economia della Campania”, giugno 2026. Nel giugno 2026 la Banca d’Italia ha pubblicato il suo rapporto annuale sull’economia campana. È un documento di 112 pagine, costruito su dati originali e indagini dirette presso imprese, banche e amministrazioni locali. Chi lo legge con attenzione trova qualcosa di diverso dalla narrazione corrente: non il racconto di una regione finalmente in recupero, ma quello di una crescita reale che avanza senza intaccare le fratture strutturali che la producono. Il punto di partenza è incoraggiante, almeno in apparenza. Nel 2025 in Campania l’occupazione è cresciuta del 2,6 per cento, le ore lavorate del 6 per cento. Entrambi i dati sono superiori alla media del Mezzogiorno e a quella nazionale. La quota di lavoratori a tempo pieno è salita all’86,7 per cento dall’84,8 dell’anno precedente. Le nuove posizioni lavorative alle dipendenze, al netto delle cessazioni, sono state prevalentemente a tempo indeterminato. Se ci si ferma qui, il quadro sembra quello di una regione che finalmente aggiusta la propria struttura occupazionale. Il problema è che non ci si può fermare qui. Il tasso di occupazione campano nel 2025 è al 46,7 per cento. Quello italiano è stimato attorno al 62-63 per cento. Il divario è di sedici punti percentuali, ed è rimasto sostanzialmente immutato nonostante cinque anni di crescita. La Campania corre più veloce della media nazionale, ma parte da così lontano che la convergenza è ancora una prospettiva teorica, non un processo misurabile nel breve periodo. Il tasso di partecipazione al mercato del lavoro — quante persone attivamente cercano o hanno un impiego — si ferma al 54,4 per cento, dodici punti sotto la media italiana. Il tasso di disoccupazione è sceso di quasi due punti percentuali, ma resta al 13,9 per cento: quasi tre volte il valore nazionale. Tra i giovani dai 15 ai 34 anni che non studiano, non lavorano e non seguono alcun percorso formativo — i cosiddetti NEET — la Campania registra il 26,1 per cento, in calo rispetto al 29 del 2024 ma ancora quasi il doppio del dato italiano, fermo al 15,6 per cento. Un giovane campano su quattro è fuori da tutto. Questi sono i dati di stock: la fotografia di ciò che è accumulato nel tempo. I dati di flusso — quanti posti si sono creati nell’anno — dicono che il 2025 è stato un anno relativamente buono. Ma i flussi positivi, se non sono abbastanza grandi rispetto allo stock di esclusione, non spostano la fotografia. Riempiono la vasca mentre il foro nel fondo continua a svuotarla. Il dato più critico del rapporto, e il meno visibile nel dibattito pubblico, riguarda le retribuzioni. Tra il 2008 e il 2023 — quindici anni — le retribuzioni reali medie dei lavoratori dipendenti del settore privato in Campania sono calate dell’11,5 per cento. In termini nominali erano cresciute del 18,3 per cento, ma l’inflazione le ha erose più velocemente di quanto i salari nominali crescessero. Il calo reale campano è superiore a quello della media italiana (-6,2 per cento) e leggermente inferiore a quello del Mezzogiorno (-12,5). Il 2024 ha mostrato una ripresa più intensa della media nazionale, ma la Banca d’Italia la definisce esplicitamente «solo un parziale recupero». La scomposizione del dato per impresa è ancor più rivelatrice. Nelle aziende con salari più bassi — sotto il 90° percentile della distribuzione — le retribuzioni reali sono calate in Campania più che nella media nazionale. Nelle aziende con salari più elevati — dal 90° percentile in su — in Italia le retribuzioni reali nel periodo sono cresciute; in Campania sono calate anche lì. Non esiste una fascia del mercato del lavoro campano che si sia sottratta alla compressione salariale reale del quindicennio. Il calo ha riguardato tutti i settori, inclusi i servizi tecnologici e professionali — ICT, consulenza, attività professionali — che pure hanno visto crescere gli addetti del 45 per cento tra il 2012 e il 2023 e che presentano livelli di produttività superiori al resto dell’economia regionale. Si creano posti avanzati, ma i salari reali in quei posti calano ugualmente, anche se con entità lievemente inferiore rispetto al resto. La dinamica più sfavorevole riguarda commercio e turismo, dove la contrazione è più accentuata che nella media nazionale — e il turismo nel 2025 ha visto i visitatori stranieri crescere del 7,5 per cento con una spesa in aumento del 5,3 per cento. La Campania attrae turismo internazionale ma non riesce a trasformarlo in lavoro meglio pagato per chi ci lavora dentro. C’è un aspetto della questione salariale che il rapporto affronta con strumenti econometrici raffinati e che merita di essere tradotto in termini comprensibili. La Banca d’Italia isola, mediante tecniche di regressione, gli «effetti fissi d’impresa»: il salario medio reale che un’azienda offre al netto delle caratteristiche dei lavoratori — età, qualifica, tipologia di contratto, livello di istruzione. È la politica salariale dell’impresa, depurata dalla composizione della forza lavoro. Ebbene, questa componente è calata in Campania per tutti i decili della distribuzione, dal 5° al 95° percentile. Non è un effetto statistico legato al fatto che sono entrati nel mercato lavoratori più giovani o meno qualificati. È una compressione salariale reale, diffusa, che attraversa tutta la struttura produttiva regionale indipendentemente dal settore e dalla dimensione d’impresa. Nella media italiana, invece, le imprese collocate nelle fasce alte della distribuzione salariale hanno aumentato i salari reali. In Campania no. Questa forbice — che si apre tra la cima della distribuzione campana e quella italiana — è uno dei meccanismi attraverso cui il divario territoriale si riproduce e si consolida nel tempo. A questo si aggiunge il segnale degli ammortizzatori sociali. Le ore autorizzate di Cassa integrazione guadagni sono cresciute del 17,2 per cento nel 2025, contro una media nazionale del 7,5 per cento. La crescita ha riguardato esclusivamente la componente straordinaria, concentrata nel comparto dei mezzi di trasporto — l’automotive campano è in crisi strutturale, con una riduzione della produzione di circa un quinto nel 2025 e un calo analogo nel 2024 — ma anche nel commercio e nei trasporti. Nei primi tre mesi del 2026 le ore autorizzate sono ancora aumentate dell’1,8 per cento, mentre in Italia calano del 22,7. Le domande di NASpI — l’indennità di disoccupazione — sono cresciute dell’1,4 per cento in Campania mentre in Italia si riducevano dell’1,1 per cento. Il flusso di chi perde il lavoro è ancora in crescita, anche nell’anno in cui i posti netti aumentano. Il quadro che emerge dal rapporto è quello di un mercato del lavoro che si muove su due binari paralleli. Sul primo scorrono i dati di flusso: nuovi contratti, prevalentemente a tempo indeterminato, in settori che crescono, con ore lavorate in aumento. Sul secondo scorrono i dati strutturali: salari reali erosi nel lungo periodo, part-time involontario persistente, NEET al doppio della media nazionale, tasso di occupazione lontanissimo dalla convergenza. Il primo binario è visibile, si presta alla comunicazione politica, alimenta narrazioni di ripresa. Il secondo binario è quello su cui viaggia la realtà di chi lavora in Campania o cerca di farlo. La Banca d’Italia non trae conclusioni politiche. Registra, misura, scompone. Ma i dati che ha raccolto pongono una domanda che il dibattito pubblico campano — regionale e nazionale — fatica a formulare con chiarezza: quanto tempo deve durare una crescita che non converge prima che si decida di cambiare qualcosa nella struttura, non solo nei flussi? Le politiche attive del lavoro — il Supporto per la Formazione e il Lavoro, le misure della ZES Unica per il Mezzogiorno, le agevolazioni per i nuovi investimenti — agiscono sul margine. Non aggrediscono la compressione salariale strutturale, non chiudono il divario di sedici punti nel tasso di occupazione, non riducono di per sé la quota di NEET al 26 per cento. La Campania nel 2025 è una regione in cui si lavora di più rispetto agli anni precedenti, si lavora meglio in termini contrattuali, ma si guadagna in termini reali meno di quanto si guadagnasse quindici anni fa. Questa combinazione — più occupazione, salari reali compressi — non è una contraddizione temporanea da attribuire alla fase del ciclo economico. È la forma che ha assunto la crescita meridionale nell’ultimo quindicennio: inclusione nel lavoro dipendente a condizioni che non consentono l’accumulazione di reddito reale, né la riduzione della povertà relativa, né la convergenza con i livelli di benessere del resto del Paese. Il secondo articolo di questo dittico racconterà il lato speculare della stessa storia: cosa significa, per le famiglie campane, vivere in un mercato del lavoro che cresce senza pagare. FONTI Banca d’Italia – L’economia della Campania. Rapporto annuale, Economie regionali n. 15, giugno 2026 ISTAT – Rilevazione sulle forze di lavoro INPS – Osservatorio sul mercato del lavoro ISTAT – Conti economici territoriali Banca d’Italia – Indagine sulle imprese industriali e dei servizi Francesco Russo
June 18, 2026
Pressenza
Il mondo che Meloni inventò
di Mario Sommella (*).   La fabbrica della realtà: istruzioni per abitare il Paese più bello del mondo (quello immaginario)   Cari concittadini, una buona notizia: viviamo nel migliore dei Paesi possibili. Lo sappiamo per certo perché ce l’ha appena comunicato la premier dal banco del governo, con la compostezza di chi legge un bollettino meteorologico nel quale c’è sempre il
Meloni: economia-spot
di Mario Sommella (*) L’economia raccontata come spot: dove la narrazione del governo inciampa sui numeri di Mario Sommella (*) C’è un trucco vecchio come la propaganda: prendere un dato vero, isolarlo dal contesto, gonfiarlo con aggettivi e poi usarlo come prova generale di una “svolta”. Funziona perché parla alla pancia stanca di un Paese che vorrebbe credere a un
January 10, 2026
La Bottega del Barbieri