La crisi migratoria è ormai una drammatica sfida sanitaria europea
La crisi migratoria esplosa a Ceuta alla fine di luglio continua a produrre
conseguenze umanitarie, sociali e sanitarie di drammatica portata. Sono circa
80mila le persone entrate nell’enclave spagnola durante l’ondata di fine luglio.
Ad oggi, secondo fonti internazionali, si contano ben 141 persone che hanno
perso la vita nel tentativo di raggiungere Ceuta.
A distanza di oltre due settimane l’emergenza non è terminata. Circa 8mila
migranti risultano ancora presenti a Ceuta, molti dei quali vivono in
sistemazioni precarie, mentre resta particolarmente delicata la condizione dei
minori stranieri non accompagnati e delle persone più vulnerabili. Il 15 agosto
le forze di sicurezza marocchine hanno inoltre intercettato nuovi gruppi diretti
verso il confine, confermando il permanere della pressione lungo la frontiera
tra Marocco e territorio spagnolo.
È soprattutto il versante sanitario a destare crescente preoccupazione. Nelle
ultime due settimane i servizi sanitari di Ceuta hanno assistito circa 5.800
migranti, mentre gli accessi alle urgenze sono aumentati del 50%. Sono stati
segnalati casi di gastroenterite, tubercolosi, scabbia, colpi di calore, ferite
e conseguenze di aggressioni. Le autorità sanitarie spagnole parlano di un
sistema fortemente sotto pressione, pur escludendo al momento un collasso
formale dell’ospedale.
La pressione non riguarda quindi soltanto l’accoglienza, ma investe direttamente
l’organizzazione dell’assistenza sanitaria e territoriale. È la combinazione tra
l’arrivo concentrato in pochissimo tempo di decine di migliaia di persone, la
permanenza sul territorio di migliaia di migranti in condizioni precarie e
l’improvviso aumento della domanda di cure a trasformare l’emergenza migratoria
e umanitaria anche in una rilevante emergenza sanitaria e organizzativa per i
servizi di frontiera.
Particolarmente critica resta la situazione dei minori stranieri non
accompagnati. Secondo l’ultimo bilancio disponibile, sono ben 1.898 i bambini e
gli adolescenti identificati nel sistema di protezione, mentre resta ancora da
definire con precisione il numero di quelli che vivono fuori dalle strutture.
Una condizione che accresce la necessità di garantire identificazione,
assistenza sanitaria, protezione e sostegno psicologico ai soggetti più
vulnerabili.
Di fronte a uno scenario che investe ormai direttamente la salute pubblica,
l’assistenza alle persone vulnerabili, in particolare donne e minori, e la
capacità dei sistemi sanitari di frontiera, AMSI (Associazione Medici di Origine
Straniera in Italia, denominata anche Unione Professionisti della Sanità
Internazionali), CO-MAI (Comunità del Mondo Arabo in Italia), UMEM (Unione
Medica Euromediterranea), AISCNEWS (Agenzia Mondiale di Informazione Senza
Confini) e il Movimento Internazionale Transculturale UNITI PER UNIRE analizzano
l’evoluzione della crisi e richiamano Italia ed Europa alla necessità di
superare una gestione esclusivamente emergenziale dei flussi migratori.
Sul delicato argomento interviene il Prof. Foad Aodi, medico-fisiatra,
giornalista e divulgatore scientifico internazionale, esperto in salute globale,
membro del Registro Esperti FNOMCeO e docente dell’Università di Tor Vergata,
che richiama l’attenzione sulle conseguenze sanitarie e psicologiche dei viaggi
e sulle condizioni nelle quali migliaia di persone arrivano alle frontiere
europee.
AODI: «L’EMERGENZA SANITARIA NASCE DURANTE IL VIAGGIO»
«Ceuta rappresenta oggi un campanello d’allarme per tutta l’Europa. Non possiamo
continuare a discutere di immigrazione soltanto in termini di confini,
respingimenti e sicurezza. Quando decine di migliaia di persone si concentrano
in pochissimo tempo in un territorio con capacità sanitarie e assistenziali
limitate, la questione diventa inevitabilmente anche sanitaria, sociale e
umanitaria», dichiara Aodi.
«Occorre inoltre chiarire un punto fondamentale: non bisogna commettere l’errore
di associare automaticamente immigrazione e malattie. Moltissimi migranti
partono in condizioni di salute complessivamente buone e sviluppano problemi
durante il viaggio o nei Paesi di transito, dopo settimane o mesi trascorsi in
condizioni estreme, senza acqua sufficiente, assistenza medica, igiene e
alimentazione adeguate, spesso dopo avere subito violenze, torture e abusi».
UNA VERA E PROPRIA EMERGENZA SANITARIA LEGATA ALL’EMERGENZA IMMIGRAZIONE
Secondo Aodi, «nei punti di arrivo dobbiamo essere preparati soprattutto ad
affrontare quella che oggi rappresenta un’emergenza sanitaria a dir poco
drammatica, caratterizzata da disidratazione, ferite e traumi fisici, patologie
dermatologiche e gastrointestinali e un grave problema di salute mentale. Ansia,
depressione, disturbi post-traumatici e conseguenze psicologiche legate sia ai
traumi vissuti durante il viaggio sia alle precarie condizioni di chi si ritrova
in centri di accoglienza sovraffollati, o addirittura senza una sistemazione
adeguata, possono assumere una particolare gravità soprattutto tra donne e
minori».
Per questo, prosegue, «servono oggi più che mai équipe multidisciplinari di
frontiera composte da medici, infermieri, psicologi, professionisti
dell’emergenza e mediatori linguistico-culturali, capaci di effettuare
rapidamente triage, screening, profilassi e presa in carico delle persone
vulnerabili. La mediazione transculturale non è un elemento accessorio: in
queste situazioni è parte integrante dell’assistenza sanitaria».
«Una particolare attenzione deve essere riservata ai minori stranieri non
accompagnati», sottolinea Aodi. «Non basta trovare loro un posto dove dormire.
Occorre una presa in carico sanitaria e socio-assistenziale completa, con una
valutazione delle condizioni fisiche e nutrizionali e, soprattutto, dello stato
psicologico. Parliamo di bambini e adolescenti che possono avere affrontato
violenze, separazioni familiari, viaggi estremi e situazioni traumatiche:
lasciarli senza un’assistenza adeguata significa aumentare ulteriormente la loro
vulnerabilità».
«NON BASTANO MURI E CONTROLLI: BISOGNA INTERVENIRE CON AIUTI CONCRETI NEI PAESI
D’ORIGINE»
«Pensare di governare fenomeni di queste dimensioni esclusivamente innalzando
barriere o aumentando la repressione alle frontiere significa intervenire
soltanto sull’ultimo anello della catena», sottolinea Aodi. «I flussi migratori
devono essere programmati e governati, combattendo l’immigrazione irregolare e
il traffico di esseri umani, ma contemporaneamente creando percorsi regolari e
investendo seriamente nei Paesi dai quali le persone partono. Occorre sostenerli
nei loro paesi di origine, lo chiediamo da anni a gran voce».
«Da anni sosteniamo che servano accordi bilaterali trasparenti ed etici con i
Paesi del Nord Africa, dell’Africa subsahariana e del Medio Oriente, fondati sul
rispetto dei diritti umani e accompagnati da investimenti nella sanità, nella
formazione, nell’occupazione e nella prevenzione. Senza questa strategia
continueremo a intervenire soltanto quando l’emergenza è già arrivata sulle
coste europee».
L’ESPERIENZA AMSI DAL 2000: INTEGRAZIONE, SALUTE E IMMIGRAZIONE PROGRAMMATA
«Portiamo avanti dal 2000 la nostra esperienza sul campo, anche attraverso
l’Ambulatorio AMSI per stranieri, che ci ha consentito di osservare direttamente
come i migranti non siano portatori di malattie, ma possano sviluppare problemi
di salute dopo l’arrivo in Europa, quando le condizioni del viaggio, la
precarietà, lo stress e le difficoltà abitative e sociali possono incidere anche
sulle difese immunitarie», sottolinea Aodi. «Per questo riteniamo necessario
rilanciare l’esperienza degli ambulatori dedicati agli stranieri, rafforzando la
medicina transculturale e la mediazione linguistico-culturale per superare le
barriere linguistiche, culturali ed etniche nell’accesso alle cure».
«C’è poi un’altra questione che l’Europa e l’Occidente non possono più ignorare:
nei prossimi anni avremo un crescente fabbisogno di manodopera e di
professionisti di origine straniera in numerosi settori, dalla sanità
all’agricoltura. Siamo già in ritardo. Occorrono politiche di integrazione,
immigrazione programmata e ingressi regolari costruiti anche sulla base delle
reali necessità del mercato del lavoro. Senza una programmazione avviata oggi
sarà sempre più difficile garantire nei prossimi anni inclusione, integrazione e
copertura del fabbisogno occupazionale».
Aodi richiama in questo quadro anche le proposte del Manifesto politico
internazionale e interculturale “Unione per l’Italia”, che lega immigrazione
programmata, integrazione e valorizzazione delle competenze. «Dobbiamo costruire
percorsi che consentano a chi arriva regolarmente di diventare parte attiva
della società e del mondo del lavoro. Per i professionisti di origine straniera
chiediamo procedure più rapide per il riconoscimento e l’equipollenza dei titoli
di studio conseguiti all’estero, il superamento degli ostacoli legati alla
cittadinanza nell’accesso stabile al lavoro pubblico e tutele concrete contro il
precariato. Non possiamo cercare medici, infermieri e altri professionisti
internazionali soltanto quando mancano lavoratori e poi dimenticare
integrazione, diritti e valorizzazione del merito. Lo stesso principio deve
accompagnare una politica migratoria programmata che sappia coniugare le
esigenze del mercato del lavoro con percorsi reali di inclusione sociale».
UN PIANO MARSHALL EUROPEO PER LA SALUTE GLOBALE
La rete associativa e i movimenti chiedono quindi alle istituzioni italiane ed
europee di avviare un Tavolo permanente sulla Sanità Transculturale e di
Frontiera, coinvolgendo professionisti sanitari, istituzioni, esperti di salute
globale, mediatori culturali e rappresentanti delle comunità.
«L’Europa deve promuovere un vero Piano Marshall per la salute globale»,
conclude Aodi. «Occorre finanziare ospedali, ambulatori, programmi vaccinali,
medicina territoriale e formazione dei professionisti nei Paesi d’origine e di
transito, oltre a predisporre protocolli sanitari comuni nei punti di ingresso
europei. Prevenire una crisi sanitaria prima che raggiunga le nostre frontiere
costa meno, salva più vite ed è molto più efficace che rincorrere continuamente
le emergenze».
«Chiediamo da anni una strategia europea comune per i minori stranieri non
accompagnati, per le donne e per tutte le persone vulnerabili. Non possono
essere lasciati per giorni o settimane in condizioni precarie. Sicurezza e
solidarietà non sono concetti contrapposti: una gestione ordinata, programmata e
sanitaria dei flussi tutela contemporaneamente i migranti, i cittadini europei e
gli stessi sistemi sanitari nazionali».
UFFICIO STAMPA CONGIUNTO
Movimento Uniti per Unire – AMSI – Co-mai – UMEM – USEM – AISC NEWS
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Uniti per Unire