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Muravera (CA), inaugurazione di “Domu Mia Spiaggia Inclusiva” alla Marina di San Giovanni
Muravera, 9 luglio 2026, inaugurazione della “Spiaggia inclusiva”, a cura della Associazione “Domu Mia”. Nella spiaggia della Marina di San Giovanni sono convenute tante persone del paese e dei paesi del Sarrabus, anche dal Gerrei, per l’inaugurazione della struttura che permetterà a persone disabili e anziane di poter godere del mare. Il servizio  giornaliero, assicurato dai volontari e dalle volontarie dell’associazione, renderà effettiva l’accessibilità alla spiaggia e alla balneazione. (foto di Pierpaolo Loi) “Domu Mia Spiaggia inclusiva” si ripropone per il quarto anno consecutivo; un progetto che si realizza grazie alla tenacia dell’associazione e alla ricerca di sinergie, come nel suo breve discoro ha spiegato il presidente, Ninni Santus. Alle festa di inaugurazione non sono mancate le amministrazioni locali, le associazioni del territorio e don Vittorio Quaranta, responsabile dell’ufficio della Diocesi di Cagliari per l’inclusione delle persone con disabilità. Non sono tante le “spiaggie inclusive” o, talvolta, si tende a relegarle in angoli non visibili, ha affermato don Quaranta, mentre l’inclusione esige la visibilità. Su questo c’è ancora tanto da fare. Dovrebbe essere compito delle amministrazioni dei paesi costieri, della stessa Regione Sardegna, garantire a tutti il diritto di godere del bene comune, che è il mare, con uno sguardo speciale rivolto alle persone più fragili e bisognose. In un post sulla pagina Facebook, “Domu Mia” ha scritto: con questa inaugurazione “… abbiamo celebrato un percorso fatto di accoglienza, solidarietà e diritti. Un grande grazie va a chi continua a credere nella nostra missione: ai volontari, cuore pulsante della spiaggia inclusiva, alle istituzioni, alle associazioni partner e a tutte le persone che con la loro presenza hanno reso questa giornata ancora più bella”. (foto di Pierpaolo Loi) La serata è stata allietata dalla musica dal vivo dei Glees con le loro melodie sarde e irlandesi, offrendo l’occasione di danzare a giovani e anziani in un’atmosfera gioiosa, mentre si gustava il cibo prelibato, preparato con amore dalle volontarie dell’associazione.     Pierpaolo Loi
July 12, 2026
Pressenza
Accademia delle Abilità: come trasformare formazione e inclusione in valore sociale
Celebrare le abilità. È con questo obiettivo che lo studio AndPartners ha ospitato, nella sede di Roma in via Adelaide Ristori 38, una cena allestita dalle ragazze e dai ragazzi dell’Accademia delle Abilità, il centro di formazione che accompagna i giovani con diverse abilità nel delicato passaggio dall’età scolare all’età adulta, trasformando il loro potenziale in professionalità e rendendo l’autonomia una pratica quotidiana. “Ogni persona – è il motto dell’Accademia – possiede un insieme unico di talenti, competenze e attitudini: il nostro compito è aiutarli a scoprirli, coltivarli ed accompagnarli nel mondo del lavoro”. È stato Pietro Bracco, socio di AndPartners, a fare gli onori di casa: «Una serata per stare insieme ai ragazzi, alla loro ottima cucina, insieme a quella del nostro chef Federico Mariottini, scambiare le nostre idee e imparare dalle loro abilità. Si tratta di una iniziativa che risponde perfettamente al nostro DNA, perché per noi è fondamentale condividere». Per Silvia De Mari, socia fondatrice dell’Accademia delle Abilità «i nostri ragazzi hanno dimostrato la loro grande capacità e competenza acquisita nel mondo della ristorazione ed è stata una serata bellissima vissuta in un luogo speciale come quello di AndPartners, una realtà ormai consolidata nel panorama delle “tax and law firm”, un punto di riferimento nel settore tributario e oltre. Un grazie speciale va rivolto ai nostri ragazzi: Patrizio Bonanni, Tommaso Filippini, Alessio Festa, Lorenzo Iannuzzi, Leonardo Fois, Valerio Micozzi, Burchielli Aisha, Andrea Di Luzio, Cammilli Stefania e al nostro chef Antonio Bruno, che ha saputo trasmettere la passione per la cucina ai nostri giovani. Abbiamo dato concretezza ad un sogno grazie al contributo di tutti i soci fondatori dell’Accademia: Giuseppe Iannuzzi, Elio Urbinati, Carolina Cabiati e Bruno Paonessa». «L’Accademia delle Abilità ha come obiettivo offrire indipendenza lavorativa, dignità sociale e inclusione produttiva nei settori della ristorazione, dell’hotellerie e dell’accoglienza. Le aziende con più di 35 dipendenti, come noto, sono soggette alle quote d’obbligo previste dalla Legge 68/99, ma spesso l’inserimento rappresenta una sfida logistica e formativa per l’imprenditore. Per le aziende e le istituzioni presenti, i nostri ragazzi non devono rappresentare solo un adempimento burocratico alla Legge 68/99. Sono risorse attive. Supportare i nostri progetti significa investire in futuri cittadini capaci di generare valore e non essere considerati peso sociale per la comunità», dice Giuseppe Iannuzzi, uno dei soci fondatori dell’Accademia. «Il lavoro è iniziato circa due anni fa e questo è il primo anno che, con iniziative come quella di questa sera, possiamo vedere i ragazzi all’opera. Hanno organizzato la Cena di Natale per la Lega del Filodoro, in diverse ambasciate e preparato cene aziendali. Si applicano con dedizione, attenzione e soprattutto molta motivazione. Esistono già delle intese, dei protocolli con diverse associazioni, con diverse aziende, per far sì che al termine del loro periodo di formazione possano essere inseriti nel mondo del lavoro e soprattutto essere considerati parte produttiva e non costo sociale, visto che purtroppo questa resta ancora oggi una mentalità difficile da eradicare. Il sentimento è di grande soddisfazione, di grande motivazione anche per noi. E quello che riceviamo in cambio dai ragazzi diventa anche per noi una spinta in più per andare avanti». A proposito di associazioni partner, Roberta Pepi, presidente di Roma più Bella, sostiene e accompagna l’Accademia delle Abilità: «Ci occupiamo dei locali del centro storico cercando da sempre di trovare dei punti di incontro sulla gestione del personale. Eventi come questo ci ricordano come l’inclusività sia un tema fondamentale per chi opera sul territorio. La formazione è fondamentale, anche perché il mondo del lavoro è spesso ostile. Invece questo meccanismo permette di aiutare le persone a uscire di casa, a mettersi in discussione e soprattutto non isolare dei ragazzi che poi mettono in campo le loro potenzialità». L’onorevole Maurizio Casasco, da politico e da medico, presidente della Federazione Medico Sportiva Italiana, è ben consapevole dei vantaggi che un’operazione del genere può portare: «È un tema molto interessante, perché anche qui parliamo soprattutto di formazione e inclusione, che si trasformano in un importante valore sociale, un indubbio guadagno per i ragazzi e per la nostra società». Serata che si è arricchita anche della presenza di molti politici, ai quali spetta da un lato il compito di legiferare, ma dall’altro anche quello di monitorare l’efficacia dei provvedimenti. Come nel caso di Massimiliano Maselli, assessore all’Inclusione Sociale e Servizi alla Persona della Regione Lazio. «Gli obiettivi prioritari per una persona che ha una difficoltà – dice Maselli – sono due: indipendenza abitativa e lavorativa. Perché altrimenti non esiste piena inclusione sociale. Si tratta, quindi, di un percorso importante che deve prevedere un’adeguata formazione per poi arrivare all’inclusione lavorativa. Non a caso abbiamo pubblicato una graduatoria importantissima per la realizzazione di dieci centri polivalenti, innovativi, che non solo accolgono e assistono le persone, ma le formano per guidarle verso una occupazione e quindi verso una vera inclusione sociale». E all’onorevole Luciano Ciocchetti il compito di tirare le somme della serata: «Iniziative come quella di oggi offrono un importante riconoscimento a questa operazione. E come dice il suo stesso nome, l’Accademia delle Abilità è il mezzo attraverso il quale si può completare un reale percorso di inclusione per le persone con disabilità. Nonché consente l’applicazione di una legge nazionale che non sempre viene rispettata al 100%. Avere pensato di creare un’accademia che è in grado di formare nuove abilità e personale che garantisca al mondo del lavoro competenze, capacità e abilità, è assolutamente da apprezzare e da valorizzare». Alla serata erano presenti anche Caterina Belletti (presidente APT Gorizia e neo presidente di FS International), Stella Coppi Fratini (presidente della Fondazione Ingenio), Giuseppe Inchingolo (Chief Corporate Affairs, Communication & Sustainability Officer), Nicola Maione (presidente uscente di MPS e ora membro del CdA), Franco Massi (segretario generale della Corte dei Conti), Tommaso Tanzilli (Presidente di FS), Francesco Ruben Crivella (dirigente USR Lazio) e Gerardina Fasano (dirigente scolastico IC Francesco Cilea). Testo e fotografia inviati alla Redazione da Matteo Spinelli Redazione Italia
June 16, 2026
Pressenza
Il fenomeno in forte crescita degli Empori solidali
Gli Empori solidali, quei piccoli market destinati a persone e famiglie in condizioni di fragilità socio-economica, dove l’accesso ai beni essenziali avviene tramite una tessera a punti e la libera scelta dei prodotti, da qualche tempo, accanto alla distribuzione di alimenti e beni di prima necessità, offrono anche indumenti, materiale scolastico e ulteriori servizi di supporto. In Italia gli Empori solidali sono oggi 309. Lo certifica il nuovo rapporto di EURICSE dal titolo “Gli Empori solidali in Italia: oltre la distribuzione alimentare”, realizzato nell’ambito della ricerca “Comunità intraprendenti alla ricerca di pratiche di trasformazione sociale”, che offre una fotografia aggiornata al 2025 di un fenomeno in forte crescita-. Non si tratta più soltanto di spazi dedicati alla distribuzione di beni alimentari, ma di vere e proprie infrastrutture sociali in grado di generare inclusione e coesione nelle comunità locali. Il rapporto analizza la diffusione territoriale, i diversi modelli organizzativi e il ruolo crescente di queste realtà nella costruzione di legami comunitari, evidenziandone la capacità di rispondere non solo ai bisogni primari, ma anche a forme più complesse di povertà ed esclusione sociale. La ricerca si inserisce all’interno della più ampia mappatura nazionale delle Comunità intraprendenti, esperienze nate dal basso grazie all’iniziativa congiunta di cittadini, associazioni e organizzazioni territoriali impegnate nella sperimentazione di modelli innovativi di sviluppo sociale ed economico. Attraverso questionari, interviste e studi di caso, il rapporto approfondisce i modelli di governance, le forme di partecipazione e i fattori che favoriscono la nascita e il consolidamento di queste esperienze. Particolare attenzione è dedicata al ruolo delle reti territoriali e alla collaborazione tra soggetti pubblici, privati e del Terzo settore nella promozione di inclusione sociale e cambiamento comunitario.  Come detto, secondo i dati EURICSE, nel 2025 gli Empori solidali attivi in Italia sono 309, pari al 38% delle Comunità intraprendenti mappate, in crescita rispetto ai 193 rilevati nel 2021. Il fenomeno risulta diffuso su tutto il territorio nazionale, con una concentrazione più significativa nel Nord Italia, in particolare in Lombardia e Veneto. Il rapporto evidenzia come gli Empori solidali siano oggi sempre più “hub di comunità”: non solo luoghi di distribuzione, ma spazi che promuovono ascolto, orientamento, formazione, supporto psicologico, volontariato e accompagnamento al lavoro. In questo senso, emerge il superamento di una logica puramente assistenzialistica: l’obiettivo non è soltanto fornire aiuti materiali, ma attivare percorsi di empowerment e partecipazione. In molte esperienze, le persone beneficiarie sono coinvolte in attività di volontariato, formazione e coprogettazione, contribuendo a costruire relazioni di reciprocità e cittadinanza attiva. Un ruolo centrale è svolto dalle reti territoriali, in cui operano sinergicamente realtà come Caritas, i Centri di Servizio per il Volontariato, enti locali, associazioni e imprese, favorendo lo sviluppo di modelli di welfare comunitario integrato. “Le tipologie di aiuto, come mense e food bank, si legge nel Rapporto, comporterebbero fattori di stress fisico (attesa in coda, spazi inadeguati) e psicologico (vergogna, percezione di inferiorità, impossibilità di lamentarsi) che possono accrescere il sentimento di esclusione tipico delle persone che vivono ai margini della società, rischio particolarmente accentuato per i <<nuovi poveri>>, che hanno poco familiarità con questi strumenti. Infine, opportunità di fare la spesa in autonomia sembra migliorare l’efficacia dell’intervento perché consente di indirizzare gli acquisti verso quei beni di cui si ha davvero bisogno, in modo più flessibile rispetto alle erogazioni di pacchi alimenti con prodotti standard. In altre parole, se l’assistenza materiale si conferma come risorsa preziosa del welfare territoriale, in quanto immediatamente attivabile, la sfida è quella del superamento della logica della mera sussistenza, a favore del riconoscimento di questo servizio come primo livello di presa in carico di condizioni di povertà tipicamente multidimensionali e complesse. Dunque, gli strumenti tradizionali (banchi alimentari, mense Caritas, collette alimentari, distribuzione di pacchi alimentari, ecc.) non risultano più essere in grado di fornire risposte adeguate e sufficienti alla nuova platea di beneficiari precedentemente delineata. Inoltre, sempre più di ieri <<la povertà alimentare è solo un tassello di un mosaico più ampio che include altri bisogni, di un lavoro, di salute, di contatto umano, inclusione sociale>>. E, dunque, all’interno di un simile contesto e in risposta alle suddette difficoltà mostrate dal settore pubblico nel gestire sia l’aumento che l’evoluzione del fenomeno della povertà alimentare, che il mondo della società civile ha dato il via alla sperimentazione del modello degli Empori solidali quali strumenti innovativi per rispondere ai fenomeni della povertà alimentare e dell’esclusione sociale”.  Il rapporto si articola in tre sezioni: un inquadramento teorico del fenomeno, una fotografia aggiornata degli Empori solidali in Italia e un’analisi empirica basata su 28 casi studio distribuiti a livello nazionale. Tra le principali sfide future emergono la sostenibilità economica delle strutture, il rafforzamento delle reti collaborative e l’evoluzione verso modelli multi-servizio capaci di rispondere alla crescente complessità delle nuove forme di povertà. Qui il Rapporto “Gli Empori solidali in Italia: Oltre la distribuzione alimentare”: https://euricse.eu/wp-content/uploads/2026/05/Gli_empori_solidali_Italia_RR_45_2026_EURICSE.pdf.  Giovanni Caprio
June 4, 2026
Pressenza
Napoli celebra la Giornata Mondiale del Gioco: il 30 maggio alla Mostra d’Oltremare una città più inclusiva, partecipata e a misura di bambini
In occasione della Giornata Mondiale del Gioco, il Comune di Napoli – Assessorato alle Politiche Sociali promuove per il 30 maggio, dalle 10.30 alle 19.00, una grande iniziativa pubblica dedicata al valore educativo, sociale e culturale del gioco. L’evento, realizzato con il contributo educativo e operativo della Ludoteca Cittadina comunale gestita dalla Cooperativa sociale Progetto Uomo Onlus, si svolgerà negli spazi della Mostra d’Oltremare, con ingresso da Viale Kennedy, e sarà aperto a bambini, famiglie e cittadini di tutte le età. La giornata rappresenta un’importante occasione per ribadire il valore del gioco quale leva fondamentale di crescita, inclusione, partecipazione e cura delle relazioni. Attraverso un ricco programma di attività ludiche, laboratori e momenti di incontro, l’iniziativa valorizza il gioco come linguaggio universale, capace di costruire comunità e rafforzare il senso di appartenenza. Con il coinvolgimento di numerose realtà associative e culturali del territorio, l’evento si arricchisce di proposte diversificate: saranno presenti il Ludobus Artingioco, il Circobus, I Brickanti, l’A.D. Scacchistica Partenopea, gli atelier di Raffaella Lavanga, i laboratori di musica popolare di Sara Volpe, Francesco Paolo Manna e la Scalzabandina, la Federazione Nazionale Othello, Magma Ludens – collettivo autori di giochi, Quinta Dimensione – boardgames e GDR, CCT Napoli Eagles – calcio da tavolo, Club Napoli Scrabble, Marco Tramontano con giochi di ruolo per famiglie, e molti altri. Attraverso questa iniziativa, il Comune di Napoli ribadisce una visione della città come comunità educativa: più giusta quando permette ai bambini di vivere lo spazio pubblico, più inclusiva quando accoglie differenze di età, provenienza e abilità, più viva quando riconosce il gioco come esperienza capace di generare fiducia, responsabilità e relazioni. Una giornata per celebrare, insieme, il diritto al gioco e restituire al gioco il suo valore centrale nella vita di tutti. L’Assessora alle Politiche Sociali Chiara Marciani dichiara: «La Giornata Mondiale del Gioco rappresenta per Napoli un momento insieme simbolico e concreto. Con questa iniziativa intendiamo ribadire che il gioco è un diritto di tutti, oltre che uno strumento fondamentale di crescita, inclusione e costruzione di comunità, capace di superare barriere sociali, culturali e generazionali. Desidero rivolgere un sentito ringraziamento alla Mostra d’Oltremare e al suo Presidente, Remo Minopoli, per l’accoglienza e la disponibilità dimostrate nel sostenere questa iniziativa, contribuendo in modo tangibile alla costruzione di una città più aperta e partecipata. Grazie al prezioso lavoro della Cooperativa Progetto Uomo e al coinvolgimento di tante realtà del territorio, questa giornata dimostra come una città sia davvero più giusta quando investe nella qualità delle relazioni. Napoli intende rafforzare sempre più il proprio ruolo di comunità educativa, inclusiva e vitale.» Redazione Napoli
May 29, 2026
Pressenza
Lunedì 11/05 – Proiezione “Anche quando fuori piove”
Lunedì 11 Maggio Proiezione di “Anche quando fuori piove” Il documentario, diretto da Gabriele Piazzesi e incentrato sulla storia del Collettivo Brancaleone, è stato realizzato nel 2026 ed è un lungometraggio che narra una stagione sportiva all’insegna dell’inclusione. La narrazione esplora il rugby misto tra atleti con disabilità e partner neurotipici. Ore 20.00 – Cena popolare Ore 21.00 – Proiezione
May 6, 2026
NextEmerson
“Mediazione e Protezione: Lingua e Cultura Italiana”, un convegno sull’inclusione sociale
L’iniziativa intende focalizzare l’attenzione sul ruolo della mediazione linguistica e culturale nei processi di inclusione sociale ponendo al centro il valore della lingua italiana come ponte tra comunità diverse. In un mondo sempre più caratterizzato da mobilità e incontro tra popoli, culture e tradizioni, la lingua rappresenta il primo e fondamentale strumento di integrazione. “In un mondo in movimento, dove popoli, culture e tradizioni si incontrano ma senza la stessa lingua, non ci può essere mai integrazione”: questo il messaggio che guiderà i lavori della giornata. Il convegno intitolato, “Mediazione e Protezione: Lingua e Cultura Italiana”, è organizzato dall’Anolf di Messina e svolto, venerdì 27 febbraio 2026 dalle ore 9:30, nell’Aula Magna del Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi di Messina. Ad aprire il convegno sarà il saluto del prof. Gustavo Barresi, Direttore del Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi di Messina. Seguirà una tavola rotonda che vedrà la partecipazione di autorevoli rappresentanti del mondo accademico e associativo: * Maria Ilena Rocha, Presidente nazionale di ANOLF; * Ruishu Chen, Presidente regionale Sicilia di ANOLF; * Yohannes Gebrehiwot, Presidente ANOLF Messina; * Antonino Alibrandi, Segretario Generale CISL Messina; * Fabio Rossi, Professore di Linguistica italiana, Comunicazione e Giornalismo dell’Università degli Studi di Messina; * Matilde Mulè, vice prefetto, tutela dei diritti dei diritti, cittadinanza e immigrazione * Daniela Bombara, docente CPIA Messina; * Antonio Bevilacqua, insegnante dei corsi di italiano per stranieri di ANOLF Messina. Nel corso dell’incontro sarà inoltre presentato il progetto “Una Casa in Ghana”, iniziativa che amplia la prospettiva della mediazione culturale oltre i confini nazionali, sottolineando l’importanza della cooperazione e della solidarietà internazionale. L’evento si propone come momento di confronto tra istituzioni, mondo accademico, associazionismo e realtà del territorio, con l’obiettivo di rafforzare le politiche di accoglienza, protezione e integrazione attraverso la promozione della lingua e della cultura italiana.   Redazione Italia
February 24, 2026
Pressenza
Tre virgole. E basta.
Un logo per “muoversi”. La firma stavolta conta (eppure non c’è). Le tre virgole (così sono definite ovunque) sono il simbolo dei Giochi paralimpici, l’equivalente dei Giochi olimpici per chi ha disabilità fisiche e mentali. Pensati come Giochi olimpici paralleli, prendono il nome proprio dalla fusione del prefisso para con la parola Olimpiade e i suoi derivati. I primi giochi
February 20, 2026
La Bottega del Barbieri
In dialogo con Alberta Basaglia
LA PREVENZIONE COME ANTIDOTO ALL’INFELICITÀ E IN DIFESA DELLA SALUTE MENTALE Alberta Basaglia è psicologa e da anni lavora sulle tematiche legate al contrasto della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, proponendone anche una lettura per l’infanzia. In particolare, per il Comune di Venezia ha dato vita al Centro Donna/Centro Antiviolenza e ha promosso gli interventi della stessa amministrazione in ambito di politiche giovanili e di pace. È presidente dell’Archivio Basaglia, la cui sede è presso l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Figlia di Franco Basaglia e Franca Ongaro. L’incontro con Alberta Basaglia inizia con molta emozione e curiosità perché il suo spirito pronto, innovativo e libero mi conquista e rimanda qualcosa di preziosamente nuovo e originale. Il pensiero basagliano attraversa il nostro incontro per come utilizziamo le parole e il linguaggio, e nel modo stesso di sentirci vicine: non ci abbandona mai, nemmeno per un attimo, l’idea che sia necessario lottare per i diritti della persona e della collettività. Apriamo così l’intervista, parte di un progetto di ricerca indipendente che tenta di riflettere sul pensiero collettivo e sull’azione che da esso deriva. Ci interroghiamo, in particolare, sugli effetti dell’azione umana e della sua capacità trasformativa. Ci chiediamo se il pensiero-in-azione, fonte di cambiamento, possa agire sulle relazioni e sugli affetti garantendo il bene dell’individuo e dell’intera comunità. Una riflessione, insomma, sullo stato dell’arte dei sentimenti dell’essere umano e del legame sociale. Gentile Alberta Basaglia, vorrei pensare insieme a lei il livello di sofferenza che vivono i giovani nella nostra contemporaneità. Credo che in loro s’incarni, potenzialmente e malgrado tutto, l’eredità del mondo e che abbiano delle responsabilità, di dovere e di diritto, verso un impegno con la vita. I ragazzi e le ragazze, probabilmente, percepiscono la difficoltà di un investimento emotivo su loro stessi e, perciò, la fatica del cambiamento e della crescita diventa, a volte, insostenibile. Il processo trasformativo e lo sviluppo personale, però, sono il fondamento per affrontare il passaggio dalla solitudine e dall’isolamento verso lo stare insieme proprio di una comunità. Mi chiedo, quindi, come avere cura dei giovani e del loro disagio — parola così tanto utilizzata attualmente. Come possono traghettare dal loro mondo interno a quello esterno (e viceversa) senza perdersi troppo oppure sprecare il tempo e la vita? Qual è la strada affinché l’adulto se ne possa occupare in modo preventivo, intraprendendo una via che contrasti l’insidioso timore che pure fa parte della gioventù? Esiste, insomma, la possibilità che l’adulto, e la comunità tutta, possano diventare capaci di contenere il vuoto emotivo e psichico che il ragazzo e la ragazza in crescita vivono e che permea, in qualche modo, l’intera società? Alberta Basaglia è seduta sul divano del suo studio, assume una posizione confortevole e mi rivolge uno sguardo attento e disponibile. Si parla molto di disagio giovanile, ma non assocerei propriamente ai giovani la parola disagio. Soprattutto dopo l’epidemia da Covid si è pensato che fossero venuti alla luce tanti malesseri e problematiche significative prima nascoste e sopite. In realtà credo che lo stare in solitudine abbia fatto sì che i ragazzi si trovassero per la prima volta in contatto con il proprio sé. Fino ad allora, probabilmente, avevano avuto poca esperienza di una relazione intima con se stessi. La clausura e l’isolamento forzato è come se avessero fatto scoprire a tutti noi, all’improvviso, un atteggiamento diverso nei confronti delle cose e del mondo. È come se avessimo scoperto che esiste davvero un bisogno indispensabile di comunità in ciascuno e che questa esigenza, alla fine di quel lungo periodo, come per incanto, sia tornata invisibile. Sembra essere stato un desiderio mai incontrato. Gli adulti se ne sono subito dimenticati assieme a quella volontà di trovare nell’altro speranza per costruire rapporti migliori basati sull’ascolto e sull’empatia. I giovani ricordano di più, dimenticano meno. Il problema può nascere se, durante il nuovo incontro con il proprio sé da parte dei ragazzi, l’ambiente non risponde e il sé dell’adolescente o del giovane non trova così risposta. Rifletterei, perciò, sulla necessità di creare e costruire luoghi di confronto e relazione, dove ragazzi e ragazze possano inventare un modo nuovo di stare insieme e una modalità diversa di convivenza. Piuttosto che parlare di disagio — che, come un’etichetta, rischia di sviluppare nuove malattie — parlerei di volontà di rompere l’ottusità. Il mondo esterno, inteso come l’ambiente che circonda il giovane e la giovane, pare essere basato su una posizione adultocentrica. Viviamo in una società organizzata soprattutto sugli adulti, solitamente maschi, per cui gli altri — bambini, adolescenti e donne — restano soli e senza un canale di sopravvivenza e di possibilità di comunicazione. È una comunità societaria che certamente non rispecchia l’altro nella sua differenza e potenzialità, ma addirittura lo respinge e non lo riconosce. La società e l’ambiente vivono dell’altro-che-non-ascolta e che-non-è-ascoltato. L’altro non incuriosisce e può diventare un ostacolo insormontabile che spinge l’individuo ad atti di rottura reattivi, per annientarlo. Questa violenza aggressiva sembra essere per un giovane un segnale molto forte. Potrebbe essere l’unico modo per poter dimostrare la sua sofferenza e la distanza dal mondo degli adulti. Un mondo che non ascolta e che solamente si aspetta che il giovane sia la sua stessa immagine. Il rischio, altrimenti, è di essere allontanato, abbandonato e “fatto fuori”: è qui che l’atto di violenza tra i giovani può diventare un gesto estremo e profondo di disobbedienza che non ha altro modo, né luogo per essere espressa. Insisto, perciò, che sarebbe significativo e indispensabile avere spazi di incontro di corpi tra corpi, luoghi di aggregazione in cui la realtà reale non si sovrapponga a quella virtuale che ha perso fantasia e immaginazione. Cara Alberta, a questo punto potremmo parlare per un tempo sconfinato grazie ai tanti temi e ai molti stimoli emersi. Mi soffermerei, però, su un argomento molto sentito, quale è la disabilità fisica e mentale e, in particolare, la fragilità psichica delle persone con neurodivergenza in ambito psicologico e sociale, anche psichiatrico. Incontro molti adolescenti e giovani adulti, donne e uomini, con i quali proviamo a confrontarci parlando delle difficoltà dell’assenza di una rete sociale che tenga dentro, in modo da sostenerlo, un pensiero diverso, plurale ed eterogeneo. Mi chiedo come costruire, quindi, una collettività che ha in sé i luoghi dell’avere cura come profondamente inclusivi, in cui l’ambiente non è spaventato dalla diversità e può offrire una possibilità di vita viva a chi è più debole. In questo senso, ricordo con forza e stima la legge 180 del 13 maggio 1978, per cui suo padre ha molto combattuto e per la quale ha lottato fino ad ottenere l’approvazione in Parlamento: una conquista rivoluzionaria. La politica, a volte, sembra abbandonare la speranza e lasciare da solo chi si occupa di questioni così importanti e delicate come la salute mentale ed è difficile, perciò, prendersi cura in modo pieno e completo delle diversità e della sofferenza delle malattie. Il problema è che, molto spesso, si crea uno stigma a causa della tendenza continua a produrre diagnosi, un modo di fare che diventa un segnale di quanto c’è ancora tanto da conquistare nella pratica dei diritti della persona. L’etichetta diagnostica che usiamo verso una persona con la quale non siamo abituati a relazionarci e che non conosciamo ancora nel profondo cancella la possibilità di costruire un vero legame di fiducia con l’altro e con il mondo. Attraverso le categorie diventa difficile chiedersi che cos’è l’aspetto umano che abita ognuno di noi e poter riflettere se è davvero accolta la diversità nelle sue varie forme e come è curata la disabilità quando richiede un’assistenza specifica. Oggi bisognerebbe rifondare un pensiero che sappia stimolare un’azione collettiva che preveda la capacità, da parte di ogni soggetto coinvolto, di mettere in discussione le proprie certezze. Neutralizzare la paura che nutriamo verso la nostra interiorità è il primo passo per rialfabetizzarci a una forma di reale reciprocità, elemento indispensabile per modificare davvero la realtà. CONCLUSIONI Il messaggio di Alberta Basaglia mi attraversa come un auspicio realistico che va verso un senso della cura che si muove per l’umanità dell’uomo e che, a conti fatti, è la capacità stessa dell’essere umano di sognare il proprio sogno, desiderandolo. Poter avanzare, quindi, con coraggio e vitalità nel mondo ci permetterebbe di pensare il dolore elaborandolo e renderebbe inevitabile il superare le perdite, le separazioni e la stanchezza del vivere comune. Durante l’incontro con la Basaglia mi è tornato in mente, più volte, il legame tra pensiero, azione e libertà di Hannah Arendt: “Gli uomini sono liberi nel momento in cui agiscono: essere liberi e agire sono la stessa cosa.” Tante suggestioni sono nate dialogando con Alberta Basaglia e sarebbe necessario approfondirle ancora. Se vorrà, ci vedremo presto. Grazie. Alberta Basaglia nel suo  studio. Antonella Musella
February 13, 2026
Pressenza
La Giornata dei Calzini Spaiati per celebrare l’unicità e la diversità
La Giornata dei Calzini Spaiati, che si celebra il primo venerdì di febbraio (quest’anno il 6 febbraio), ci ricorda che è bello essere se stessi e che non c’è nulla di sbagliato nel mostrare la nostra personalità, anche attraverso i piccoli dettagli del nostro look quotidiano. E’ un modo semplice e immediato per richiamare all’inclusione, al rispetto delle differenze e al contrasto al bullismo, un’occasione per riflettere sull’unicità di ognuno e valorizzarla come una straordinaria risorsa. Una giornata durante la quale indossare calzini spaiati, colorati e divertenti, simbolo di accettazione e diversità, quale piccolo gesto per dare visibilità a un messaggio importante. La Giornata dei Calzini Spaiati è anche un’occasione per riflettere sul fatto che la diversità è una forza che ci aiuta a vedere il mondo da molte prospettive diverse e un momento per promuovere la consapevolezza e il sostegno verso cause sociali, come la lotta contro il bullismo o il sostegno alle persone con disturbi dello spettro autistico e sindrome di Down. La Giornata dei Calzini Spaiati prese l’avvio nella scuola elementare di Terzo di Aquileia, in provincia di Udine, nel 2011, quando l’insegnante Sabrina Flapp ebbe l’intuizione di elevare un paio di calzini a simbolo di accettazione delle diversità e dell’integrazione. Partecipare è molto facile: basta indossare un paio di calzini non corrispondenti per tutto il giorno e magari fotografarli e condividere le proprie foto sui social media con hashtag dedicati, aumentando in tal modo la consapevolezza e incoraggiando altri a unirsi. Ci sono eventi o attività specifiche legate alla Giornata dei Calzini Spaiati che coinvolgono Comuni, scuole, uffici e organizzazioni varie, che organizzano eventi e attività, come raccolte fondi, workshop educativi e campagne per celebrare la giornata e promuovere le cause sostenute. Un appuntamento che in questi anni ha coinvolto scuole primarie (https://scienzeformazione.uniroma3.it/articoli/giornata-dei-calzini-spaiati-7-febbraio-2025-465864/), università (https://scienzeformazione.uniroma3.it/articoli/giornata-dei-calzini-spaiati-7-febbraio-2025-465864/), palestre (https://www.facebook.com/Overloadgym/?locale=it_IT) e biblioteche (https://www.sassaritoday.it/eventi/biblioteca-celebra-giornata-calzini-spaiati.html), Comuni (https://www.comune.venezia.it/de/node/63931) e fondazioni (https://www.piccolorifugio.it/i-bambini-di-fossa-e-ceggia-con-il-piccolo-rifugio-di-san-dona/), a dimostrazione che in questi 15 anni rispetto ai Calzini Spaiati vi è stata sempre più attenzione. I temi della Diversity & Inclusion negli ultimi anni hanno avuto, per la verità, sempre più spazio nella conversazione pubblica italiana: il 62% della popolazione ritiene che se ne parli di più, con un impatto rilevante nell’evoluzione dell’immaginario collettivo e il 58% degli italiani afferma di essere più consapevole rispetto a dieci anni fa sui temi sociali e inclusivi, con una maggior consapevolezza tra i giovani (66%), le donne (63%) e chi è stato maggiormente esposto a contenuti informativi (67%) e a film e serie tv (73%). Si tratta di dati della ricerca Diversity media research report 2025 di Fondazione Diversity, realizzata con il sostegno di H&M, che indicano una correlazione importante tra una maggior fruizione dei media e una crescente consapevolezza sulle tematiche di Genere e iIentità di genere, Etnia, Disabilità, LGBTQ+, Età e Generazioni, Aspetto fisico. Ad alimentare riflessione e discussione sono innanzitutto i grandi fatti di cronaca (56%) e il dibattito politico-culturale (47%) veicolati dall’informazione, a conferma della forza dell’agenda mediatica nel porre temi sensibili al centro della scena pubblica. Anche il cinema (31%), le serie (27%) e i programmi tv (29%) entrano a pieno titolo in questo processo – soprattutto sui giovani 18-34 anni – e lo fanno di più rispetto, per esempio, alle relazioni personali (24%), ai libri (13%) e alle canzoni (8%), mostrando la potenza e la responsabilità dei media mainstream nel costruire una cultura dell’inclusione condivisa. “Negli ultimi dieci anni, si legge nelle conclusioni del Report, la conversazione pubblica italiana sui temi della Diversity e dell’inclusione si è fatta più intensa e, per una quota rilevante di cittadini, più personale. Oggi il 58 % degli intervistati dichiara di sentirsi più consapevole rispetto al 2015, e quasi due su tre affermano che se ne parli di più; l’incremento è particolarmente visibile tra i 18-34enni e tra le donne. A innescare questo salto sono innanzitutto i grandi fatti di cronaca e il dibattito politico-culturale: femminicidi, guerre e crisi migratorie vengono indicati come motori decisivi di riflessione, a conferma della forza dell’agenda mediatica nel porre temi sensibili al centro della scena pubblica. Anche il cinema, le serie e i programmi tv entrano però a pieno titolo in questo processo, specie per i più giovani, che attribuiscono ai film un impatto quasi pari a quello delle news”. Una consapevolezza sui temi della diversità e dell’inclusione che anche le Giornate dei Calzini Spaiati contribuiscono con gioia ad aumentare. Qui il Rapporto realizzato da Fondazione Diversity ETS in collaborazione con Marina Cuollo: https://www.osservatorio.it/wp-content/uploads/2016/03/Diversity-Research-Media_Report-2025.docx.pdf.     Giovanni Caprio
February 5, 2026
Pressenza