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Carcere degenere
Sovraffollamento cronico, rivolte nei penitenziari, suicidi, autolesionismo, droga, le carceri italiane stanno perdendo le grandi conquiste di civiltà giuridica a causa di un apparato burocratico stereotipato e politiche reazionarie. Non può esserci salute mentale in ambienti dominati dalla frustrazione, dall’umiliazione … Leggi tutto L'articolo Carcere degenere sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Finita nel caos la fiducia nel neoliberismo di Trump, e nell’agrobusiness di Paz a La Paz
TRUMP DI FRONTE ALLA CRISI DI FIDUCIA TRA NEOLIBERISMO, PROTEZIONISMO ED AUTORITARISMO Riprendiamo le nostre conversazioni sui temi economici con Dario Togati professore di economia politica presso la scuola di Management ed Economia dell’università di Torino ed autore di un libro intitolato “il capitalismo fragile “ in cui affronta i temi della crisi di fiducia che attraversano oggi le società capitalistiche avanzate e le contraddizioni del modello Trump negli Stati Uniti . La crisi della fiducia nel caso di Trump ,si manifesta con la difficoltà degli Stati Uniti a sostenere il ruolo di egemone globale ,ereditato dalle conseguenze del 1989 con la fine della guerra fredda. L’aumento dell’incertezza globale provocata dagli scossoni del tycoon all’ordine globale rende ancora più problematico per gli U.S.A. mantenere il privilegio del dollaro come moneta di riferimento degli scambi internazionali ed al contempo bene rifugio. A differenza delle opinioni di alcuni economisti non si può definire Trump un pazzo ma c’è un metodo nella sua follia ,non capirlo è la manifestazione di un limite evidente degli economisti che si basano su modelli avulsi dalla realtà ,dimostrando l’incapacità della teoria economica dominante di spiegare ciò che accade. Spesso l’accademia fa riferimento ad agenti economici che agiscono come Robinson Crusoe in un’isola deserta, l’economia teorica ha fatto grandi passi indietro mettendo da parte le idee di Keynes . Keynes viene riscoperto solo in occasione delle crisi, invocando l’intervento statale ,tanto vituperato dai neoliberisti, per affrontare le conseguenze catastrofiche provocate dalle stesse politiche neo liberali Trump rappresenta un tentativo rozzo e incoerente di rispondere alle difficoltà del capitalismo americano, ha vinto le elezioni perché ha interpretato la crisi di fiducia degli elettori che nasce da problemi strutturali del modello capitalista americano e dagli effetti della crisi finanziaria del 2008. Il declino del modello neoliberista, abbracciato dalle classi dominati americane dalla metà degli anni 70, è ormai ammesso da vari economisti .Si è passati da un modello inclusivo che vedeva tassi di crescita elevati ,aumento del salario reale,espansione del welfare ad un modello neoliberista dominato dalle teorie monetariste di Milton Friedman sperimentate sulla pelle viva dei cileni con il golpe del 1973 . Con la crisi petrolifera che è seguita alla guerra del Kippur e la reazione dell’Opec con la crescita del prezzo del petrolio è saltato il modello dominante keynesiano. L’aumento dell’inflazione ,la fine degli accordi di Bretton Woods e della convertibilità in oro del dollaro sono stati alcuni dei fattori che hanno permesso al modello monetarista di prendere il sopravvento nella politica economica e nell’accademia . Si è fatta strada l’idea che la politica del “laissez faire” portasse ad una crescita per tutti ,come quando la marea fa alzare le barche piccole e grandi,invece le diseguaglianze sono aumentate e i profitti si sono concentrati in poche mani . Con la crisi del 2008 il turbocapitalismo si è inceppato, il modello di crescita continua si è rivelato un incubo, ha prodotto disuguaglianze, aumento dei profitti finanziari ,compressione dei salari, crescita della povertà. La crescita di Wall street è stata superiore a quella dell’economia reale, nel 2008 molti colossi finanziari sono stati salvati a differenza dei piccoli risparmiatori che hanno perso la casa ed i propri risparmi. Trump ha cavalcato questo scontento, ha dato una risposta alle istanze del popolo MAGA che lo ha sostenuto mirando ad accontentare la sua base con una risposta di tipo autoritario che si indirizzava su due direzioni: l’attacco contro chi sta in basso come migranti, stranieri e contro chi sta in alto alle élite,i giornali,le università, alla ricerca scientifica. Due modi di rispondere alla base che forniscono un “salario ideologico” per compensare la perdita del potere d’acquisto reale causato dalle sue politiche che aggravano le condizioni dei lavoratori americani . Con lo sfoggio di autorità religiosa, il coinvolgimento dei vari pastori ,la polemica con il Vaticano ,la costituzione dell’Ufficio della fede vuole sfruttare la religione per vendere un modello di supremazia americana in cui il suo è l’unico potere al mondo capace di dettare l’agenda a qualsiasi altro potere. Anche la tecnologia diventa messianica , trova testimonial come Peter Thiel che va in giro a fare conferenze sull’Anticristo ,si sta producendo una narrazione pericolosa che occulta la realtà del declino del potere d’acquisto reale delle famiglie americane ,come dimostra molto più prosaicamente l’aumento della benzina a 5 dollari al gallone. L’operazione narrativa cozza però con il problema reale dell’enorme debito pubblico americano e le difficoltà a rendere appetibile il dollaro. La disarticolazione delle organizzazioni multilaterali e la politica dei dazi mirano ad accrescere l’afflusso di capitali e la richiesta sul mercato dei dollari. I cinesi hanno per anni comprato debito americano, ma negli ultimi tempi stanno riducendo la loro esposizione ai treasury americani, Trump vuole evitare che nasca una moneta alternativa al dollaro, ridurre l’appeal dell’euro, attraverso questo stato di guerra continua vuole impedire la nascita di una seria alternativa al dollaro considerando che lo yuan non è convertibile ed ancora non è diventata una moneta universalmente utilizzata negli scambi commerciali. Il modello di capitalismo casinò messo in piedi da Trump con i monumentali conflitti d’interessi suoi e del suo clan è estremamente fragile ed esposto ad oscillazioni vertiginose . Se cambia il vento a Wall street la finanza è molto veloce a cambiare cavallo e il progetto delle criptovalute rappresenta il tentativo di trasferire sulla Fed l’onere di proteggere i suoi investimenti dalla volatilità , altro che la visione ultraliberale di von Hayek ,di una valuta che esiste senza banche centrali e solo con lo scambio fra privati . Trump è legato alle lobbies del fossile ,il mondo della old economy ,vorrebbe reindustrializzare l’economia americana ma non è facile ritornare indietro dopo aver delocalizzato in giro per il mondo la produzione manifatturiera. Con il modello protezionista dei dazi dovrebbe essere più conveniente investire negli Stati Uniti , ma questo impasto di protezionismo ,neoliberismo autoritarismo non sembra convincere i potenziali investitori. Il capitalismo è un sistema plastico e proteiforme che cambia pelle di continuo, l’idea forte è che la competizione globale puo’ essere vinta da un sistema che abbia capacità di centralizzazione ,dirigismo dall’alto. Trump è divenuto il collettore delle istanze dei grandi tecnocapitalisti ,orientanti verso il comparto bellico , perseguendo un coordinamento delle strategie industriali già iniziato da Biden di natura più dirigista che neoliberista. Si va verso una sorta capitalismo di stato, generando anche una divergenza d’interessi tra i grandi fondi e le politiche di Trump che implicano la fine del soft power, la cui perdita se dovesse tracimare nel sistema finanziario comporterebbe seri rischi per il fondi finanziari che controllano i flussi d’investimento. https://www.spreaker.com/episode/trump-di-fronte-alla-crisi-di-fiducia–72134988 -------------------------------------------------------------------------------- SPONTANEA, SINCERA, SOLIDALE: È ANCORA LA LOTTA DEL POPOLO BOLIVIANO El Poder de la Verdad: ¡incaPaz! Nella lunga tradizione della Central Obrera Boliviana s’inserisce la sollevazione contro il presidente  Rodrigo Paz, che sei mesi fa si fece eleggere fingendo di essere alternativa moderata ai peggiori fascisti e opzione utile a infliggere una sonora sconfitta al Mas per poi svendere tutti i diritti conquistati negli anni dei governi progressisti del Mas e sta regalando al trumpsimo risorse, ricchezze e dignità delle comunità andine, abbracciando l’agrobusiness con il detonatore della legge 1720, che ha fatto esplodere la convergenza in piazza di ogni settore della società. Alcune immagini rimangono emblematiche della determinazione dei Ponchos Rojos, irriducibile servizio d’ordine fin dalla Guerra per il Gas dotato di temibili fruste che mettono in fuga servi dello stato che hanno già causato 4 morti e svariati feriti (e desaparecidos): come spiega Andrea Cegna anche ne suo Finestrino, i lavoratori e gli autoctoni boliviani godono di una tradizione di conflittualità politica mai sopita, nemmeno dal populismo di Morales, capace di innescarsi e unirsi in forme che si impongono all’assetto politico, persino quando è disegnato dall’imperialismo statunitense. Tra stereotipi razzisti e tentativi di lettura colpevolizzanti della capacità di mobilitazione indigena si evidenzia ancora una volta come il conflitto nasca in Bolivia a partire dalla discriminazione colonialista bianca nei confronti della numerosa componente indigena in un paese tra i pochi in Latinamerica in cui non si è materializzato lo stesso sterminio e cancellazione della cultura preconquistatoderes: da un lato la violenza di classe consapevole, dall’altra la violenza razzista e altrettanto consapevolmente coloniale. E infatti i campi sono polarizzati anche per il sostegno internazionale da parte delle forze dell’oppressione, con l’intervento di Milei e l’appoggio logistico della Cia (in pieno Hondurasgate), per andare verso un nuovo Plan Condor; mentre dall’altro lato ci sono balbettii da Petro e pochi altri rimasugli dell’asse dei governi progressisti che non hanno preso posizione contro il trumpismo neanche dopo il rapimento di Maduro. E questo ci porta ad accennare a quello che sta capitando al largo de L’Havana. Il simbolismo cubano non può consentire il rapimento di Raul Castro: così come la movimentazione boliviana non ha nulla di ideologico, il pragmatismo regola tutto e quel tutto passa attraverso il territorio centrale della Bolivia: un consolidamento delle conquiste operate e la consapevolezza della grandiosità delle conquiste da difendere, perché laddove si cresce assaporando la libertà di giocare a pallone senza controlli e disciplina, si sviluppa – e non viene atrofizzata da nessuna educazione – la capacità di portarsi dentro la testimonianza esperita che un altro mondo è possibile. E se qualcuno si azzarda a portare via il pallone, si avverte subito il sopruso e la reazione è spontanea, immediata e determinata. https://www.spreaker.com/episode/non-c-e-paz-in-bolivia-per-chi-ha-assaporato-un-altro-mondo-possibile–72135167 Nei giorni successivi a questa analisi di Andrea Cegna l’info della radio ha approfondito la situazione, che come temeva il nostro interlocutore, sta scivolando in una sorta di guerra civile che vede la componente aymara e indigena in generale contrapporsi alla arroganza bianca che si è ripresa l’intero potere; si trovano qui svariati interventi: https://radioblackout.org/2026/05/bolivia-in-rivolta-contro-il-governo-paz/
Finita nel caos la fiducia nel neoliberismo di Trump, e nell’agrobusiness di Paz a La Paz
TRUMP DI FRONTE ALLA CRISI DI FIDUCIA TRA NEOLIBERISMO, PROTEZIONISMO ED AUTORITARISMO Riprendiamo le nostre conversazioni sui temi economici con Dario Togati professore di economia politica presso la scuola di Management ed Economia dell’università di Torino ed autore di un libro intitolato “il capitalismo fragile “ in cui affronta i temi della crisi di fiducia che attraversano oggi le società capitalistiche avanzate e le contraddizioni del modello Trump negli Stati Uniti . La crisi della fiducia nel caso di Trump ,si manifesta con la difficoltà degli Stati Uniti a sostenere il ruolo di egemone globale ,ereditato dalle conseguenze del 1989 con la fine della guerra fredda. L’aumento dell’incertezza globale provocata dagli scossoni del tycoon all’ordine globale rende ancora più problematico per gli U.S.A. mantenere il privilegio del dollaro come moneta di riferimento degli scambi internazionali ed al contempo bene rifugio. A differenza delle opinioni di alcuni economisti non si può definire Trump un pazzo ma c’è un metodo nella sua follia ,non capirlo è la manifestazione di un limite evidente degli economisti che si basano su modelli avulsi dalla realtà ,dimostrando l’incapacità della teoria economica dominante di spiegare ciò che accade. Spesso l’accademia fa riferimento ad agenti economici che agiscono come Robinson Crusoe in un’isola deserta, l’economia teorica ha fatto grandi passi indietro mettendo da parte le idee di Keynes . Keynes viene riscoperto solo in occasione delle crisi, invocando l’intervento statale ,tanto vituperato dai neoliberisti, per affrontare le conseguenze catastrofiche provocate dalle stesse politiche neo liberali Trump rappresenta un tentativo rozzo e incoerente di rispondere alle difficoltà del capitalismo americano, ha vinto le elezioni perché ha interpretato la crisi di fiducia degli elettori che nasce da problemi strutturali del modello capitalista americano e dagli effetti della crisi finanziaria del 2008. Il declino del modello neoliberista, abbracciato dalle classi dominati americane dalla metà degli anni 70, è ormai ammesso da vari economisti .Si è passati da un modello inclusivo che vedeva tassi di crescita elevati ,aumento del salario reale,espansione del welfare ad un modello neoliberista dominato dalle teorie monetariste di Milton Friedman sperimentate sulla pelle viva dei cileni con il golpe del 1973 . Con la crisi petrolifera che è seguita alla guerra del Kippur e la reazione dell’Opec con la crescita del prezzo del petrolio è saltato il modello dominante keynesiano. L’aumento dell’inflazione ,la fine degli accordi di Bretton Woods e della convertibilità in oro del dollaro sono stati alcuni dei fattori che hanno permesso al modello monetarista di prendere il sopravvento nella politica economica e nell’accademia . Si è fatta strada l’idea che la politica del “laissez faire” portasse ad una crescita per tutti ,come quando la marea fa alzare le barche piccole e grandi,invece le diseguaglianze sono aumentate e i profitti si sono concentrati in poche mani . Con la crisi del 2008 il turbocapitalismo si è inceppato, il modello di crescita continua si è rivelato un incubo, ha prodotto disuguaglianze, aumento dei profitti finanziari ,compressione dei salari, crescita della povertà. La crescita di Wall street è stata superiore a quella dell’economia reale, nel 2008 molti colossi finanziari sono stati salvati a differenza dei piccoli risparmiatori che hanno perso la casa ed i propri risparmi. Trump ha cavalcato questo scontento, ha dato una risposta alle istanze del popolo MAGA che lo ha sostenuto mirando ad accontentare la sua base con una risposta di tipo autoritario che si indirizzava su due direzioni: l’attacco contro chi sta in basso come migranti, stranieri e contro chi sta in alto alle élite,i giornali,le università, alla ricerca scientifica. Due modi di rispondere alla base che forniscono un “salario ideologico” per compensare la perdita del potere d’acquisto reale causato dalle sue politiche che aggravano le condizioni dei lavoratori americani . Con lo sfoggio di autorità religiosa, il coinvolgimento dei vari pastori ,la polemica con il Vaticano ,la costituzione dell’Ufficio della fede vuole sfruttare la religione per vendere un modello di supremazia americana in cui il suo è l’unico potere al mondo capace di dettare l’agenda a qualsiasi altro potere. Anche la tecnologia diventa messianica , trova testimonial come Peter Thiel che va in giro a fare conferenze sull’Anticristo ,si sta producendo una narrazione pericolosa che occulta la realtà del declino del potere d’acquisto reale delle famiglie americane ,come dimostra molto più prosaicamente l’aumento della benzina a 5 dollari al gallone. L’operazione narrativa cozza però con il problema reale dell’enorme debito pubblico americano e le difficoltà a rendere appetibile il dollaro. La disarticolazione delle organizzazioni multilaterali e la politica dei dazi mirano ad accrescere l’afflusso di capitali e la richiesta sul mercato dei dollari. I cinesi hanno per anni comprato debito americano, ma negli ultimi tempi stanno riducendo la loro esposizione ai treasury americani, Trump vuole evitare che nasca una moneta alternativa al dollaro, ridurre l’appeal dell’euro, attraverso questo stato di guerra continua vuole impedire la nascita di una seria alternativa al dollaro considerando che lo yuan non è convertibile ed ancora non è diventata una moneta universalmente utilizzata negli scambi commerciali. Il modello di capitalismo casinò messo in piedi da Trump con i monumentali conflitti d’interessi suoi e del suo clan è estremamente fragile ed esposto ad oscillazioni vertiginose . Se cambia il vento a Wall street la finanza è molto veloce a cambiare cavallo e il progetto delle criptovalute rappresenta il tentativo di trasferire sulla Fed l’onere di proteggere i suoi investimenti dalla volatilità , altro che la visione ultraliberale di von Hayek ,di una valuta che esiste senza banche centrali e solo con lo scambio fra privati . Trump è legato alle lobbies del fossile ,il mondo della old economy ,vorrebbe reindustrializzare l’economia americana ma non è facile ritornare indietro dopo aver delocalizzato in giro per il mondo la produzione manifatturiera. Con il modello protezionista dei dazi dovrebbe essere più conveniente investire negli Stati Uniti , ma questo impasto di protezionismo ,neoliberismo autoritarismo non sembra convincere i potenziali investitori. Il capitalismo è un sistema plastico e proteiforme che cambia pelle di continuo, l’idea forte è che la competizione globale puo’ essere vinta da un sistema che abbia capacità di centralizzazione ,dirigismo dall’alto. Trump è divenuto il collettore delle istanze dei grandi tecnocapitalisti ,orientanti verso il comparto bellico , perseguendo un coordinamento delle strategie industriali già iniziato da Biden di natura più dirigista che neoliberista. Si va verso una sorta capitalismo di stato, generando anche una divergenza d’interessi tra i grandi fondi e le politiche di Trump che implicano la fine del soft power, la cui perdita se dovesse tracimare nel sistema finanziario comporterebbe seri rischi per il fondi finanziari che controllano i flussi d’investimento. https://www.spreaker.com/episode/trump-di-fronte-alla-crisi-di-fiducia–72134988 -------------------------------------------------------------------------------- SPONTANEA, SINCERA, SOLIDALE: È ANCORA LA LOTTA DEL POPOLO BOLIVIANO El Poder de la Verdad: ¡incaPaz! Nella lunga tradizione della Central Obrera Boliviana s’inserisce la sollevazione contro il presidente  Rodrigo Paz, che sei mesi fa si fece eleggere fingendo di essere alternativa moderata ai peggiori fascisti e opzione utile a infliggere una sonora sconfitta al Mas per poi svendere tutti i diritti conquistati negli anni dei governi progressisti del Mas e sta regalando al trumpsimo risorse, ricchezze e dignità delle comunità andine, abbracciando l’agrobusiness con il detonatore della legge 1720, che ha fatto esplodere la convergenza in piazza di ogni settore della società. Alcune immagini rimangono emblematiche della determinazione dei Ponchos Rojos, irriducibile servizio d’ordine fin dalla Guerra per il Gas dotato di temibili fruste che mettono in fuga servi dello stato che hanno già causato 4 morti e svariati feriti (e desaparecidos): come spiega Andrea Cegna anche ne suo Finestrino, i lavoratori e gli autoctoni boliviani godono di una tradizione di conflittualità politica mai sopita, nemmeno dal populismo di Morales, capace di innescarsi e unirsi in forme che si impongono all’assetto politico, persino quando è disegnato dall’imperialismo statunitense. Tra stereotipi razzisti e tentativi di lettura colpevolizzanti della capacità di mobilitazione indigena si evidenzia ancora una volta come il conflitto nasca in Bolivia a partire dalla discriminazione colonialista bianca nei confronti della numerosa componente indigena in un paese tra i pochi in Latinamerica in cui non si è materializzato lo stesso sterminio e cancellazione della cultura preconquistatoderes: da un lato la violenza di classe consapevole, dall’altra la violenza razzista e altrettanto consapevolmente coloniale. E infatti i campi sono polarizzati anche per il sostegno internazionale da parte delle forze dell’oppressione, con l’intervento di Milei e l’appoggio logistico della Cia (in pieno Hondurasgate), per andare verso un nuovo Plan Condor; mentre dall’altro lato ci sono balbettii da Petro e pochi altri rimasugli dell’asse dei governi progressisti che non hanno preso posizione contro il trumpismo neanche dopo il rapimento di Maduro. E questo ci porta ad accennare a quello che sta capitando al largo de L’Havana. Il simbolismo cubano non può consentire il rapimento di Raul Castro: così come la movimentazione boliviana non ha nulla di ideologico, il pragmatismo regola tutto e quel tutto passa attraverso il territorio centrale della Bolivia: un consolidamento delle conquiste operate e la consapevolezza della grandiosità delle conquiste da difendere, perché laddove si cresce assaporando la libertà di giocare a pallone senza controlli e disciplina, si sviluppa – e non viene atrofizzata da nessuna educazione – la capacità di portarsi dentro la testimonianza esperita che un altro mondo è possibile. E se qualcuno si azzarda a portare via il pallone, si avverte subito il sopruso e la reazione è spontanea, immediata e determinata. https://www.spreaker.com/episode/non-c-e-paz-in-bolivia-per-chi-ha-assaporato-un-altro-mondo-possibile–72135167 Nei giorni successivi a questa analisi di Andrea Cegna l’info della radio ha approfondito la situazione, che come temeva il nostro interlocutore, sta scivolando in una sorta di guerra civile che vede la componente aymara e indigena in generale contrapporsi alla arroganza bianca che si è ripresa l’intero potere; si trovano qui svariati interventi: https://radioblackout.org/2026/05/bolivia-in-rivolta-contro-il-governo-paz/
Finita nel caos la fiducia nel neoliberismo di Trump, e nell’agrobusiness di Paz a La Paz
TRUMP DI FRONTE ALLA CRISI DI FIDUCIA TRA NEOLIBERISMO, PROTEZIONISMO ED AUTORITARISMO Riprendiamo le nostre conversazioni sui temi economici con Dario Togati professore di economia politica presso la scuola di Management ed Economia dell’università di Torino ed autore di un libro intitolato “il capitalismo fragile “ in cui affronta i temi della crisi di fiducia che attraversano oggi le società capitalistiche avanzate e le contraddizioni del modello Trump negli Stati Uniti . La crisi della fiducia nel caso di Trump ,si manifesta con la difficoltà degli Stati Uniti a sostenere il ruolo di egemone globale ,ereditato dalle conseguenze del 1989 con la fine della guerra fredda. L’aumento dell’incertezza globale provocata dagli scossoni del tycoon all’ordine globale rende ancora più problematico per gli U.S.A. mantenere il privilegio del dollaro come moneta di riferimento degli scambi internazionali ed al contempo bene rifugio. A differenza delle opinioni di alcuni economisti non si può definire Trump un pazzo ma c’è un metodo nella sua follia ,non capirlo è la manifestazione di un limite evidente degli economisti che si basano su modelli avulsi dalla realtà ,dimostrando l’incapacità della teoria economica dominante di spiegare ciò che accade. Spesso l’accademia fa riferimento ad agenti economici che agiscono come Robinson Crusoe in un’isola deserta, l’economia teorica ha fatto grandi passi indietro mettendo da parte le idee di Keynes . Keynes viene riscoperto solo in occasione delle crisi, invocando l’intervento statale ,tanto vituperato dai neoliberisti, per affrontare le conseguenze catastrofiche provocate dalle stesse politiche neo liberali Trump rappresenta un tentativo rozzo e incoerente di rispondere alle difficoltà del capitalismo americano, ha vinto le elezioni perché ha interpretato la crisi di fiducia degli elettori che nasce da problemi strutturali del modello capitalista americano e dagli effetti della crisi finanziaria del 2008. Il declino del modello neoliberista, abbracciato dalle classi dominati americane dalla metà degli anni 70, è ormai ammesso da vari economisti .Si è passati da un modello inclusivo che vedeva tassi di crescita elevati ,aumento del salario reale,espansione del welfare ad un modello neoliberista dominato dalle teorie monetariste di Milton Friedman sperimentate sulla pelle viva dei cileni con il golpe del 1973 . Con la crisi petrolifera che è seguita alla guerra del Kippur e la reazione dell’Opec con la crescita del prezzo del petrolio è saltato il modello dominante keynesiano. L’aumento dell’inflazione ,la fine degli accordi di Bretton Woods e della convertibilità in oro del dollaro sono stati alcuni dei fattori che hanno permesso al modello monetarista di prendere il sopravvento nella politica economica e nell’accademia . Si è fatta strada l’idea che la politica del “laissez faire” portasse ad una crescita per tutti ,come quando la marea fa alzare le barche piccole e grandi,invece le diseguaglianze sono aumentate e i profitti si sono concentrati in poche mani . Con la crisi del 2008 il turbocapitalismo si è inceppato, il modello di crescita continua si è rivelato un incubo, ha prodotto disuguaglianze, aumento dei profitti finanziari ,compressione dei salari, crescita della povertà. La crescita di Wall street è stata superiore a quella dell’economia reale, nel 2008 molti colossi finanziari sono stati salvati a differenza dei piccoli risparmiatori che hanno perso la casa ed i propri risparmi. Trump ha cavalcato questo scontento, ha dato una risposta alle istanze del popolo MAGA che lo ha sostenuto mirando ad accontentare la sua base con una risposta di tipo autoritario che si indirizzava su due direzioni: l’attacco contro chi sta in basso come migranti, stranieri e contro chi sta in alto alle élite,i giornali,le università, alla ricerca scientifica. Due modi di rispondere alla base che forniscono un “salario ideologico” per compensare la perdita del potere d’acquisto reale causato dalle sue politiche che aggravano le condizioni dei lavoratori americani . Con lo sfoggio di autorità religiosa, il coinvolgimento dei vari pastori ,la polemica con il Vaticano ,la costituzione dell’Ufficio della fede vuole sfruttare la religione per vendere un modello di supremazia americana in cui il suo è l’unico potere al mondo capace di dettare l’agenda a qualsiasi altro potere. Anche la tecnologia diventa messianica , trova testimonial come Peter Thiel che va in giro a fare conferenze sull’Anticristo ,si sta producendo una narrazione pericolosa che occulta la realtà del declino del potere d’acquisto reale delle famiglie americane ,come dimostra molto più prosaicamente l’aumento della benzina a 5 dollari al gallone. L’operazione narrativa cozza però con il problema reale dell’enorme debito pubblico americano e le difficoltà a rendere appetibile il dollaro. La disarticolazione delle organizzazioni multilaterali e la politica dei dazi mirano ad accrescere l’afflusso di capitali e la richiesta sul mercato dei dollari. I cinesi hanno per anni comprato debito americano, ma negli ultimi tempi stanno riducendo la loro esposizione ai treasury americani, Trump vuole evitare che nasca una moneta alternativa al dollaro, ridurre l’appeal dell’euro, attraverso questo stato di guerra continua vuole impedire la nascita di una seria alternativa al dollaro considerando che lo yuan non è convertibile ed ancora non è diventata una moneta universalmente utilizzata negli scambi commerciali. Il modello di capitalismo casinò messo in piedi da Trump con i monumentali conflitti d’interessi suoi e del suo clan è estremamente fragile ed esposto ad oscillazioni vertiginose . Se cambia il vento a Wall street la finanza è molto veloce a cambiare cavallo e il progetto delle criptovalute rappresenta il tentativo di trasferire sulla Fed l’onere di proteggere i suoi investimenti dalla volatilità , altro che la visione ultraliberale di von Hayek ,di una valuta che esiste senza banche centrali e solo con lo scambio fra privati . Trump è legato alle lobbies del fossile ,il mondo della old economy ,vorrebbe reindustrializzare l’economia americana ma non è facile ritornare indietro dopo aver delocalizzato in giro per il mondo la produzione manifatturiera. Con il modello protezionista dei dazi dovrebbe essere più conveniente investire negli Stati Uniti , ma questo impasto di protezionismo ,neoliberismo autoritarismo non sembra convincere i potenziali investitori. Il capitalismo è un sistema plastico e proteiforme che cambia pelle di continuo, l’idea forte è che la competizione globale puo’ essere vinta da un sistema che abbia capacità di centralizzazione ,dirigismo dall’alto. Trump è divenuto il collettore delle istanze dei grandi tecnocapitalisti ,orientanti verso il comparto bellico , perseguendo un coordinamento delle strategie industriali già iniziato da Biden di natura più dirigista che neoliberista. Si va verso una sorta capitalismo di stato, generando anche una divergenza d’interessi tra i grandi fondi e le politiche di Trump che implicano la fine del soft power, la cui perdita se dovesse tracimare nel sistema finanziario comporterebbe seri rischi per il fondi finanziari che controllano i flussi d’investimento. https://www.spreaker.com/episode/trump-di-fronte-alla-crisi-di-fiducia–72134988 -------------------------------------------------------------------------------- SPONTANEA, SINCERA, SOLIDALE: È ANCORA LA LOTTA DEL POPOLO BOLIVIANO El Poder de la Verdad: ¡incaPaz! Nella lunga tradizione della Central Obrera Boliviana s’inserisce la sollevazione contro il presidente  Rodrigo Paz, che sei mesi fa si fece eleggere fingendo di essere alternativa moderata ai peggiori fascisti e opzione utile a infliggere una sonora sconfitta al Mas per poi svendere tutti i diritti conquistati negli anni dei governi progressisti del Mas e sta regalando al trumpsimo risorse, ricchezze e dignità delle comunità andine, abbracciando l’agrobusiness con il detonatore della legge 1720, che ha fatto esplodere la convergenza in piazza di ogni settore della società. Alcune immagini rimangono emblematiche della determinazione dei Ponchos Rojos, irriducibile servizio d’ordine fin dalla Guerra per il Gas dotato di temibili fruste che mettono in fuga servi dello stato che hanno già causato 4 morti e svariati feriti (e desaparecidos): come spiega Andrea Cegna anche ne suo Finestrino, i lavoratori e gli autoctoni boliviani godono di una tradizione di conflittualità politica mai sopita, nemmeno dal populismo di Morales, capace di innescarsi e unirsi in forme che si impongono all’assetto politico, persino quando è disegnato dall’imperialismo statunitense. Tra stereotipi razzisti e tentativi di lettura colpevolizzanti della capacità di mobilitazione indigena si evidenzia ancora una volta come il conflitto nasca in Bolivia a partire dalla discriminazione colonialista bianca nei confronti della numerosa componente indigena in un paese tra i pochi in Latinamerica in cui non si è materializzato lo stesso sterminio e cancellazione della cultura preconquistatoderes: da un lato la violenza di classe consapevole, dall’altra la violenza razzista e altrettanto consapevolmente coloniale. E infatti i campi sono polarizzati anche per il sostegno internazionale da parte delle forze dell’oppressione, con l’intervento di Milei e l’appoggio logistico della Cia (in pieno Hondurasgate), per andare verso un nuovo Plan Condor; mentre dall’altro lato ci sono balbettii da Petro e pochi altri rimasugli dell’asse dei governi progressisti che non hanno preso posizione contro il trumpismo neanche dopo il rapimento di Maduro. E questo ci porta ad accennare a quello che sta capitando al largo de L’Havana. Il simbolismo cubano non può consentire il rapimento di Raul Castro: così come la movimentazione boliviana non ha nulla di ideologico, il pragmatismo regola tutto e quel tutto passa attraverso il territorio centrale della Bolivia: un consolidamento delle conquiste operate e la consapevolezza della grandiosità delle conquiste da difendere, perché laddove si cresce assaporando la libertà di giocare a pallone senza controlli e disciplina, si sviluppa – e non viene atrofizzata da nessuna educazione – la capacità di portarsi dentro la testimonianza esperita che un altro mondo è possibile. E se qualcuno si azzarda a portare via il pallone, si avverte subito il sopruso e la reazione è spontanea, immediata e determinata. https://www.spreaker.com/episode/non-c-e-paz-in-bolivia-per-chi-ha-assaporato-un-altro-mondo-possibile–72135167 Nei giorni successivi a questa analisi di Andrea Cegna l’info della radio ha approfondito la situazione, che come temeva il nostro interlocutore, sta scivolando in una sorta di guerra civile che vede la componente aymara e indigena in generale contrapporsi alla arroganza bianca che si è ripresa l’intero potere; si trovano qui svariati interventi: https://radioblackout.org/2026/05/bolivia-in-rivolta-contro-il-governo-paz/
May 24, 2026
Radio Blackout
Intervista a Radio Onda d’Urto sulla scuola neoliberista tra militarizzazione e riforma del 4+2
Nella puntata del 16 maggio 2026di Scuola Resistente, Mario Sanguinetti, promotore del giovane sindacato SSB (Sindacato Sociale di Base) e tra i fondatori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, torna a parlarci della stretta connessione tra professionalizzazione in chiave “confindustriale” dei tecnici e professionali ridotti a quattro anni e la scuola vista ormai anche come luogo di addestramento più che di formazione critica ed educazione ad una cittadinanza attiva. L’enfasi perdurante data alle cosiddette competenze digitali, le recenti dichiarazioni di un ex-rappresentante delle industrie armiere, Guido Crosetto, l’ossessione nel voler cavalcare l’onda dell’artificiale nella vana speranza di contrastarne le sue ingerenze anchilosanti nei processi di apprendimento e memorizzazione sono tutti segnali che indicano, come rotta futura, una mobilitazione culturale, calata dall’alto, intorno ad una “cultura della difesa” che necessita, appunto, di un reclutamento anche e soprattutto tra i banchi scolastici. Se da un lato, tra le varie aziende che vampirizzano il sistema scolastico negli ITS Academy Leonardo SpA spesso fa capolino, non va mai dimenticato che a Roma, da tre anni scolastici, va avanti indisturbato un liceo pubblico, il Matteucci, direttamente sponsorizzato e finanziato da Leonardo SpA con la sua Fondazione Leonardo – La Civiltà della Macchine, con tanto di “tutor aziendale” e continui andirivieni degli studenti, tra scuola e azienda. Questo liceo è stato inaugurato in pompa magna da Luciano Violante. In tal proposito Mario Sanguinetti, a più riprese, ha ricordato come proprio gli ambienti cosiddetti progressisti, nel corso degli ultimi decenni, siano stati i veri protagonisti della creazione di un sistema educativo asservito all’economia neoliberista, in ultima analisi diremo anche all’economia di guerra, tendente alla standardizzazione tramite, ad esempio, sistemi di valutazione come l’INVALSI, ed una visione economicistica del processo educativo. Si tratta di elementi tutti molto coerenti con, appunto, un’economia di guerra che richiede come atteggiamento, un rispetto a critico delle norme, (la cosiddetta “educazione alla legalità”), una citazione passiva di tutti gli elementi repressivi che si sperimentano in tutte le scuole ormai da anni a partire dai presidi-sceriffo. Dal Berlinguer del sistema dei crediti e del 3+2, ad un Renzi della “buona scuola” in buon compagnia anche di altri ministri sempre del centro-sinistra, sono innumerevoli gli esempi di deriva neoliberista e liberale nell’impostazione generale del sistema formativo ed educativo. Da questo punto di vista, anche la recente ordinanza ministeriale che sistematizza rendendola più operativa e concreta, la possibilità di anticipare al quarto anno l’esame di Stato, rappresenta un passo in avanti inaugurato, appunto, dalla “buona scuola” di Renzi, ma ideato da gestioni precedenti che va nella direzione di un individualismo competitivo e performante: una sorta di corsa verso il mondo del lavoro improntata ad una velocità che rappresenta l’antitesi della formazione non solo culturale ma anche come cittadino-persona consapevole in stretta relazione/collaborazione con altre persone. Ascolta qui l’intervista a Mario Sanguinetti per Radio Onda d’Urto. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Bolivia: la CIDH ha incontrato il governo e chiede di garantire i corridoi umanitari
Il Segretariato esecutivo della Commissione interamericana per i diritti umani (CIDH) ha incontrato il viceministro degli Affari esteri della Bolivia, Carlos Paz Ide, e i rappresentanti della Missione permanente della Bolivia presso l’OAS, nel contesto delle proteste sociali contro i decreti anticostituzionali emanati dal governo. In un comunicato, la CIDH ha sottolineato che “lo Stato deve garantire il diritto di protesta e, di fronte a blocchi prolungati che compromettono il diritto alla vita, alla salute o all’approvvigionamento alimentare, dare priorità al dialogo politico e assicurare che l’uso della forza sia l’ultima risorsa”. Ha inoltre chiesto ai manifestanti di garantire corridoi umanitari per l’ingresso di generi alimentari e per le emergenze mediche. Le proteste, alle quali partecipano lavoratori, contadini e popolazioni indigene, si stanno svolgendo in città come La Paz, El Alto, Oruro, Potosí, Cochabamba e altre, con quasi 50 punti di blocco in tutto il Paese, ai quali si stanno aggiungendo sempre più manifestanti. Il Difensore del Popolo ha segnalato più di 100 arresti, 19 aggressioni contro la stampa e si contano almeno tre morti nel contesto delle manifestazioni. «Ci sarà un dialogo a condizione che il governo si impegni a non vendere le risorse naturali della Bolivia, come il litio, l’acqua dolce, le miniere, le nostre terre rare. Questo governo ha un pacchetto di privatizzazione di queste risorse. La popolazione chiede le dimissioni del presidente perché ha ingannato gli elettori durante la campagna elettorale e ora emana decreti anticostituzionali con l’intento di espropriare le terre per consegnarle alle élite terriere di Santa Cruz. «Vogliono le dimissioni, affinché il vicepresidente assuma la carica attraverso la successione costituzionale», ha sottolineato Cecilio Illasaca, attivista ed ex coordinatore del viceministero della Decolonizzazione e della Depatriarchalizzazione nel governo di Evo Morales. Foto: . Redacción Perú
May 22, 2026
Pressenza
Dopo il securitarismo, governare la città frammentata. Per una politica della composizione urbana
di ROBERTA POMPILI. I conflitti urbani che attraversano oggi molte città europee vengono quasi sempre raccontati male. La scena è ormai familiare: abitanti che denunciano rumore, sporcizia, impossibilità di dormire, deterioramento della salute e della qualità della vita; giovani che rivendicano il diritto alla socialità e all’uso libero dello spazio pubblico; commercianti e operatori della nightlife che difendono il proprio lavoro e l’economia urbana legata alla vita notturna. Intorno a questi conflitti si costruisce rapidamente una narrazione morale: ordine contro caos, sicurezza contro libertà, residenti contro movida, diritto al riposo contro diritto alla città. Eppure ciò che emerge dentro queste tensioni è qualcosa di molto più profondo. Non semplicemente uno scontro tra interessi incompatibili, ma la crisi delle forme tradizionali attraverso cui la modernità politica aveva pensato l’idea stessa di universalità. Per molto tempo il governo della città si è fondato sull’idea implicita che esistesse un punto di vista generale capace di organizzare gerarchicamente bisogni e temporalità sociali. La città moderna funzionava attraverso una relativa stabilità delle forme di vita: il giorno del lavoro, la notte del riposo, lo spazio pubblico come luogo di attraversamento più che di permanenza, il conflitto urbano come deviazione rispetto a una norma relativamente condivisa. Le metropoli contemporanee non funzionano più così perché nello stesso spazio convivono oggi temporalità incompatibili e forme di vita eterogenee: chi lavora di notte e chi deve dormire, chi vive la strada come luogo di socialità e chi come spazio della riproduzione quotidiana, chi produce valore economico attraverso la nightlife e chi ne subisce gli effetti materiali sul proprio corpo e sulla propria salute. Non esiste più un centro stabile capace di rappresentare automaticamente l’interesse generale e per questo motivo i conflitti urbani diventano politicamente decisivi. Perché il rischio contemporaneo è che questa pluralità irriducibile venga immediatamente tradotta in guerra permanente tra identità contrapposte. Il residente preoccupato per rumore e igiene viene rapidamente trasformato in figura “reazionaria” ostile alla vitalità urbana; il giovane che occupa lo spazio pubblico diventa automaticamente “degrado”; il commerciante che lavora la sera viene ridotto a semplice agente della rendita. Ogni soggetto viene moralizzato e identitarizzato ed è in questo modo che il conflitto smette di essere compreso nella sua materialità. Perché ciascuno di questi soggetti esprime in realtà una verità parziale. Il problema è che nessuna di queste verità coincide più da sola con l’universale. Gli abitanti che denunciano rumore, saturazione dello spazio, sporcizia e impossibilità di dormire esprimono una questione reale di sostenibilità urbana e salute collettiva. La crisi ecologica delle città riguarda anche la possibilità materiale dei corpi di abitare uno spazio senza essere continuamente esposti a pressione sonora, stress e saturazione permanente della vita quotidiana. Anche la figura del “residente”, spesso evocata come soggetto unitario e compatto, nasconde in realtà una composizione sociale frammentata: anziani, lavoratori precari, studenti, famiglie, affittuari temporanei, professionisti impoveriti, nuovi abitanti attratti dalla valorizzazione dei centri storici e soggetti progressivamente espulsi da altre aree urbane sempre più costose. La domanda di quiete e vivibilità urbana non coincide allora automaticamente con nostalgia dell’ordine o rifiuto della socialità. Esprime spesso una crisi materiale della riproduzione quotidiana dentro città sempre più intensive, orientate all’estrazione continua di valore. Il problema della salute, del sonno, della pressione sonora e della possibilità stessa di abitare stabilmente uno spazio urbano riguarda forme molto concrete di vulnerabilità contemporanea. Ma anche qui l’ambivalenza resta decisiva. Perché la figura dell’abitante può essere simultaneamente soggetto esposto agli effetti della valorizzazione urbana e parte di dinamiche di esclusione, chiusura o richiesta securitaria. È precisamente questa ambivalenza che rende insufficiente sia la retorica della “città vetrina” sia la semplice opposizione moralistica tra residenti e movida. Ma altrettanto reale è la domanda di socialità che emerge nelle pratiche giovanili contemporanee. In città sempre più privatizzate e mercificate, dove ogni forma di aggregazione tende a essere mediata dal consumo, lo spazio pubblico resta uno dei pochi luoghi di accesso relativamente gratuito alla vita collettiva. La nightlife contemporanea, allora, non può essere letta semplicemente come spazio di libertà né come puro dispositivo di degrado. È una forma profondamente ambivalente della metropoli neoliberale. Da una parte rappresenta ancora uno dei pochi spazi relativamente accessibili di socialità, cooperazione e produzione culturale dentro città sempre più individualizzate. Lo stare insieme nello spazio pubblico, l’occupazione informale delle piazze, la costruzione di reti relazionali e affettive fuori dai circuiti strettamente domestici o lavorativi rispondono a bisogni reali prodotti dalla crisi delle tradizionali infrastrutture della socialità urbana. Ma questa stessa cooperazione sociale viene continuamente catturata e valorizzata economicamente. La nightlife contemporanea non è estranea all’economia urbana: ne costituisce uno dei dispositivi produttivi centrali. Attrattività turistica, branding urbano, valorizzazione immobiliare, consumo culturale, economie della ristorazione e dell’intrattenimento estraggono valore proprio da quella socialità diffusa che la città neoliberale simultaneamente produce e sfrutta. Questo valore viene però catturato in modo profondamente diseguale: attraverso l’aumento degli affitti commerciali, la crescita della rendita immobiliare e la trasformazione delle abitazioni in economie turistiche e affitti brevi, sono soprattutto i soggetti che controllano proprietà e infrastrutture urbane a beneficiare stabilmente della valorizzazione del quartiere. In questo senso anche la spontaneità urbana viene continuamente trasformata in rendita. Emerge cosi la contraddizione fondamentale: la stessa città che trae profitto economico dalla concentrazione della nightlife tende poi a governarne gli effetti quasi esclusivamente attraverso dispositivi emergenziali di sicurezza, controllo e contenimento. La socialità urbana viene prima incentivata come fattore di valorizzazione economica e successivamente trattata come problema di ordine pubblico quando i suoi costi ricadono sui territori e sui corpi che abitano quotidianamente la città. Sarebbe però insufficiente leggere tutto questo esclusivamente come effetto automatico della rendita urbana o della valorizzazione neoliberale della città. I conflitti contemporanei attorno alla nightlife e allo spazio pubblico non sono soltanto conflitti economici mascherati. Dentro di essi agiscono anche trasformazioni più profonde delle forme di vita urbane: mutamenti generazionali, crisi delle tradizionali infrastrutture della socialità, individualizzazione crescente, impoverimento degli spazi collettivi, diffusione di pratiche intensive di consumo e mutamento dei rapporti tra corpi, tempi e città. La metropoli contemporanea non produce soltanto estrazione economica; produce anche nuove sensibilità, nuove vulnerabilità e nuove forme di esposizione reciproca. I conflitti urbani contemporanei non possono quindi essere letti semplicemente come effetti automatici della rendita o della valorizzazione neoliberale della città. Dentro di essi agiscono anche trasformazioni profonde delle forme di vita: mutamenti generazionali, crisi delle infrastrutture della socialità, individualizzazione crescente, impoverimento degli spazi collettivi e diffusione di pratiche intensive di consumo. La richiesta di quiete e sostenibilità espressa dagli abitanti non può essere ridotta semplicemente a falsa coscienza conservatrice, così come la domanda di socialità che emerge nelle pratiche giovanili non coincide automaticamente con una forma di resistenza alla mercificazione urbana. Entrambe sono realtà profondamente ambivalenti, attraversate simultaneamente da bisogni autentici e da forme di cattura neoliberale. Come suggerisce anche Karen Barad, i soggetti non preesistono semplicemente alle relazioni che abitano, ma vengono continuamente prodotti dentro configurazioni materiali specifiche. La città contemporanea non mette semplicemente in contatto soggetti già dati: li organizza, li separa, li espone reciprocamente. Il residente esasperato dal rumore, il giovane che occupa lo spazio pubblico perché escluso da forme sempre più costose e privatizzate di socialità, il commerciante che dipende economicamente dalla nightlife, non sono mondi completamente estranei tra loro. Sono effetti differenti della stessa organizzazione urbana neoliberale. Il conflitto urbano contemporaneo non oppone dunque semplicemente identità già costituite. è la città stessa, attraverso la distribuzione degli spazi, dei costi, delle possibilità di accesso e delle forme della valorizzazione economica, a produrre continuamente i soggetti del conflitto. Il giovane che rimane in strada fino a tardi non esiste indipendentemente da una città che privatizza progressivamente gli spazi di aggregazione; così come il residente esasperato non esiste indipendentemente da una organizzazione urbana che concentra flussi turistici, nightlife e rendita immobiliare negli stessi quartieri senza redistribuirne i costi sociali. I soggetti del conflitto vengono prodotti dentro la stessa infrastruttura urbana. Per evitare il rischio dell’equidistanza o del semplice pluralismo sofisticato, il punto decisivo è chiarire che il conflitto urbano contemporaneo non si sviluppa dentro un campo neutrale. Le differenti soggettività coinvolte non occupano la stessa posizione dentro i processi di valorizzazione della città. La governance neoliberale produce infatti una asimmetria strutturale: mentre la cooperazione sociale urbana viene continuamente trasformata in valore economico, i costi materiali di questa valorizzazione vengono redistribuiti in modo diseguale. Non tutte le posizioni hanno dunque lo stesso potere. La rendita immobiliare, i proprietari dei fondi commerciali, le economie urbane legate al turismo e agli affitti brevi dispongono di una capacità molto maggiore di orientare le trasformazioni della città rispetto agli abitanti o ai soggetti che vivono quotidianamente gli effetti di questi processi. Mentre il valore prodotto dalla socialità urbana viene privatizzato attraverso proprietà e mercato immobiliare, i costi materiali della valorizzazione – rumore, saturazione dello spazio, aumento dei canoni abitativi e pressione turistica – vengono redistribuiti sui corpi e sulla vita quotidiana degli abitanti. È precisamente questa asimmetria che rende insufficiente una lettura puramente moralista o culturalista del conflitto. Quando il residente viene descritto semplicemente come soggetto conservatore ostile alla vitalità urbana o il giovane come puro problema di ordine pubblico, il conflitto reale scompare. Ciò che viene rimosso è il modo in cui la città neoliberale organizza selettivamente accessi, spazi, infrastrutture e possibilità di esistenza, lasciando poi che soggetti differenti entrino in collisione tra loro dentro un terreno già strutturato dalla rendita e dalla valorizzazione economica. La questione decisiva diventa allora come costruire forme di convivenza politica capaci di organizzare conflitti reali senza lasciarli precipitare – per riprendere una formulazione di Étienne Balibar – in forme permanenti di guerra civile diffusa. Anche le città tendono oggi sempre più a essere governate attraverso dispositivi emergenziali, giuridici e securitari che amministrano gli effetti della frammentazione sociale senza intervenire sulle asimmetrie materiali che la producono. È qui che riappare il problema politico decisivo: la composizione. Non nel senso di una pacificazione amministrativa del conflitto o di una neutralizzazione tecnocratica delle differenze, ma nel senso della costruzione di istituzioni urbane del comune capaci di organizzare democraticamente una pluralità irriducibile senza lasciarla precipitare nella guerra permanente tra soggetti reciprocamente frammentati. La città contemporanea non può più essere governata attraverso un universalismo astratto imposto dall’alto, ma nemmeno attraverso la semplice giustapposizione competitiva di interessi particolari. Serve qualcosa di diverso: una politica della composizione urbana capace di intervenire sulle asimmetrie materiali prodotte dalla rendita, redistribuire costi e infrastrutture della vita collettiva e costruire dispositivi permanenti di mediazione democratica. È per questo che le esperienze urbane più avanzate risultano interessanti non quando eliminano il conflitto, ma quando costruiscono istituzioni capaci di organizzarlo. Tavoli territoriali permanenti, governance della notte, mediazione sociale, infrastrutture pubbliche, redistribuzione dei costi urbani, coinvolgimento reale degli abitanti e dei giovani: tutto questo non rappresenta semplicemente una tecnica amministrativa più efficiente. Rappresenta il tentativo di ricostruire forme di convivenza politica dentro una città sempre più frammentata dalla valorizzazione neoliberale. La vera alternativa oggi non è tra ordine e caos. È tra una città governata democraticamente e una città lasciata alla gestione intermittente delle emergenze prodotte dalla rendita urbana. Ed è probabilmente qui che si gioca una delle questioni decisive del presente: la capacità di costruire forme di convivenza politica che non cancellino le differenze ma nemmeno le trasformino in guerra permanente tra soggetti che condividono, in forme differenti, la stessa esposizione ai processi contemporanei di frammentazione urbana. L'articolo Dopo il securitarismo, governare la città frammentata. Per una politica della composizione urbana proviene da EuroNomade.
May 19, 2026
EuroNomade
Scene di basso impero – di Gianni Giovannelli
La stragrande maggioranza degli uomini di potere si fa facilmente e regolarmente    trascinare dalla stupidità a ripetere i crimini dei predecessori e torna a commettere con tutta disinvoltura gli stessi errori del passato Procopio di Cesarea  (Anekdota, Carte segrete, trad. L.R. Cresci Sacchini)   La figura di Donald Trump, sempre in bilico fra il [...]
May 12, 2026
Effimera