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Genova 2001 – 2026 #1. L’orizzonte dell’invenzione collettiva: cosa resta del laboratorio di Genova
A venticinque anni dal G8 molto è stato scritto sulla repressione, sulla Diaz, su Bolzaneto, sulla morte di Carlo Giuliani e in questi giorni si moltiplicano i contributi e i podcast, si riesumano video e testimonianze, si organizzano incontri pubblici. È giusto che sia così. Eppure, più torno a quei giorni, più mi accorgo che ciò che continua a interrogarmi non è solo ciò che è accaduto nel luglio del 2001 quanto piuttosto ciò che è stato costruito nei mesi precedenti. Il laboratorio politico che rese possibile Genova e che, forse, continua ancora oggi a parlarci. > Genova non fu solo lo spazio di una vittoria o di una sconfitta. Fu un > laboratorio di immaginazione politica. Lo fu perché, per un momento, riuscì a > rendere visibile la possibilità che lotte differenti potessero riconoscersi > dentro uno stesso orizzonte senza perdere la propria specificità. Sindacati, reti ecologiste, associazioni, femminismi, organizzazioni contadine, associazioni, centri sociali, movimenti del Sud globale e collettivi universitari non componevano un soggetto omogeneo. Costruivano, piuttosto, uno spazio comune poroso ma conflittuale, nel quale provare a nominare il mondo in modo diverso. La radicalità di quel processo non stava nell’avere già trovato una risposta, ma nell’aver rimesso in discussione ciò che veniva presentato come inevitabile. Alla fine degli anni Novanta il neoliberismo non si limitava a ridefinire le politiche economiche ma il campo stesso dell’immaginario. Il mercato non veniva più presentato come una scelta politica tra le altre, ma come l’unico principio razionale di organizzazione della società. L’economia sembrava sottratta al conflitto democratico e affidata alla competenza tecnica, ai mercati e alle grandi istituzioni internazionali. Ciò che era il prodotto di rapporti di forza e decisioni storiche veniva raccontato come un processo naturale, inevitabile. Fu dentro questa trasformazione che, in luoghi molto diversi del mondo, cominciò a prendere forma un’intuizione condivisa. Non si trattava di rifiutare la dimensione globale, ma di contendere il modo in cui veniva organizzata. Le comunità zapatiste in Chiapas, le giornate di Seattle, il primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre non rappresentavano un percorso lineare né un movimento omogeneo. Erano esperienze differenti che iniziavano però a riconoscersi dentro una stessa ricerca: costruire una politica capace di misurarsi con un capitalismo ormai globale senza rinunciare alla democrazia, ai diritti e alla giustizia sociale. > In questo senso, “Un altro mondo è possibile” non era uno slogan consolatorio > né la promessa ingenua di un futuro migliore. Era la rivendicazione che nessun > ordine economico fosse naturale, nessuna forma di governo del mondo > irreversibile. Era l’affermazione che il futuro potesse tornare a essere > terreno di conflitto e di invenzione collettiva. Genova fu un momento in cui  > quella ricerca riuscì a trovare una straordinaria capacità di composizione. A Roma, come in moltissime città d’Italia questa immaginazione assumeva una forma concreta e quotidiana. Gli anni Novanta erano stati un importante laboratorio di autorganizzazione. I centri sociali e gli spazi occupati non erano soltanto luoghi di conflitto, ma producevano cultura, mutualismo, socialità, servizi, relazioni. Erano pezzi di città nei quali si sperimentavano forme diverse di vivere e fare politica. Proprio per questo la Delibera 26, con cui l’amministrazione Rutelli proponeva di regolarizzare il rapporto tra il Comune e gli spazi sociali occupati, aprì un confronto politico intenso. Interrogava il senso dell’autonomia, il rapporto tra istituzioni e autorganizzazione, la possibilità di continuare a produrre conflitto senza rinunciare alla propria capacità di trasformare la città. Fu un confronto duro, che mise alla prova relazioni consolidate. L’avvicinarsi del G8 offrì la possibilità di spostare lo sguardo. Le differenze non scomparvero, ma trovarono una nuova scala sulla quale misurarsi. Fu in questo passaggio che nacque RAGE (Rete Anti Globalizzazione Economica). Le assemblee alla SCOLA occupata di San Lorenzo, uno spazio attraversato da studentə precariə, giovanə ricercatricə, espressione di una composizione sociale che stava emergendo nella Roma di quegli anni. Erano il luogo in cui soggettività differenti provavano a costruire una composizione politica senza rinunciare alle proprie differenze. > Non si cercava l’unanimità a tutti i costi, ma un linguaggio comune. Le riunioni erano spesso interminabili, le mediazioni, la formazione, la preparazione materiale, le discussioni sulle pratiche della disobbedienza civile erano parte dello stesso processo. Si trattava di capire chi potevamo diventare insieme. La preparazione tecnica – dagli scudi alle simulazioni delle cariche – era parte dello stesso processo di formazione. Attraverso il corpo imparavamo che il conflitto non era soltanto uno scontro ma la determinazione di trasformare la vulnerabilità individuale in una forza collettiva. Quel laboratorio non è sopravvissuto come organizzazione. È sopravvissuto come grammatica politica. Lo ritroviamo, dopo Genova, nelle lotte per l’acqua pubblica e i beni comuni, nell’Onda e nei movimenti studenteschi, nelle pratiche mutualistiche, nelle mobilitazioni climatiche, nei femminismi, nel transfemminismo, nelle lotte antirazziste e per la libertà di movimento. > Ogni volta in forme diverse, con linguaggi differenti e soggetti nuovi, ma > attorno alla stessa intuizione: nessuna lotta basta a sé stessa. Oggi, a distanza di anni, possiamo vedere con maggiore lucidità anche alcuni limiti di quel laboratorio. Non avevamo ancora pienamente elaborato, ad esempio, quello sguardo transfemminista e intersezionale che oggi ci consente di leggere insieme produzione e riproduzione sociale, lavoro e cura, genere e razzializzazione, ecologia e libertà dei corpi. Non lo dico per “fare le pulci” a Genova e per stabilire cosa mancasse ma per  riconoscere che ogni laboratorio politico produce strumenti, ma apre anche domande che le generazioni successive riprendono, trasformano e approfondiscono. Forse è proprio attraverso l’elaborazione transfemminista che oggi possiamo nominare qualcosa che allora stavamo soltanto intuendo. Lo slogan di Ni Una Menos, unire le lotte, restituisce bene questa idea. Non come semplice convergenza tra rivendicazioni, ma come pratica politica. > Significa riconoscere che il capitalismo organizza contemporaneamente il > lavoro e la cura, il debito e i corpi, le migrazioni e l’ecologia, la violenza > patriarcale e la guerra. Unire le lotte significa allora costruire una > composizione capace di attraversare queste connessioni senza ridurle a > un’unica identità. Se Genova continua a parlarci, dunque, non è perché contenga una risposta da recuperare intatta. È perché ci ricorda che la politica può ancora essere un esercizio di immaginazione collettiva. Forse è proprio questo che continuo/continuiamo a chiamare Genova. Non un luogo della memoria, ma un momento in cui il futuro tornò a essere materia di pratica politca collettiva. E in un tempo in cui, ancora una volta, ci viene raccontato che non esistono alternative, questa continua a sembrarmi la sua eredità politica più radicale. la copertina è tratta da anordestdiche.com Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Genova 2001 – 2026 #1. L’orizzonte dell’invenzione collettiva: cosa resta del laboratorio di Genova proviene da DINAMOpress.
July 17, 2026
DINAMOpress
I vari volti della militarizzazione: quando le istituzioni investono in Lamborghini per la Polizia
La militarizzazione della scuola può essere letta attraverso le scelte istituzionali riguardanti gli aumenti stipendiali o quantomeno l’adeguamento, in termini di potere d’acquisto degli stessi, rispetto all’aumento dell’inflazione. Come sottolineato in questo recente articolo, l’attuale sistema economico neoliberista continua a premiare i vertici della piramide gerarchica all’interno delle scuole a discapito del corpo docente e dei collaboratori. Accanto ma in direzione opposta a questa scelta, si evidenzia, appunto (vedi articolo su Tecnica della scuola ), un aumento costante delle retribuzioni del comparto pubblica sicurezza e difesa cui si compagna un fiume di denaro per l’acquisto di armi per i prossimi anni, con una leggera decelerazione solo in questo fine di legislatura, con la legge finanziaria alle porte, ottenuta peraltro con furbeschi artifici contabili dettati solo da finalità elettorali. Le poche e mal ridotte volanti di polizia e carabinieri ferme nei rispettivi garage con i serbatoi semi-vuoti di gasolio o benzina, sono ormai un lontano ricordo così come le carrette con cui tentavano eroicamente di combattere un crimine che tutte le statistiche ufficiali comprese, quelle del Ministero degli interni, indicano in costante discesa dagli anni ’90. Le carrette sono invece state sostituite da macchine di rappresentanza di extra-lusso, come la Lamborghini Gallardo nel 2008 o il modello Huracan del 2014, camuffate da mezzi di soccorso ultraveloce per il trasporto urgente di organi destinati al trapianto: una bufala disvelata dagli stessi dati forniti dalla Polizia che in realtà, disgregando il dato complessivo, ci raccontano di un trasporto urgente ogni 40 giorni negli ultimi vent’anni (circa 200 trasporti urgenti dal 2004). Per non essere da meno, a fine 2025, anche l’Arma dei Carabinieri, si è dotata di una macchina extra-lusso, la Maserati McPURA, anch’essa ufficialmente destinata al trasporto urgente di organi; e se la Polizia in questi ultimi anni decide di colpire l’immaginazione delle famiglie dando un passaggio, in Maserati, al reparto oncologico pediatrico del Policlinico Gemelli alla befana scortata dalle agenti in divisa e armate per portare le calze con il logo della Polizia di Stato, anche i Carabinieri non sono da meno cogliendo un’altra occasione ad alto impatto emotivo, come la necessità di un trasporto urgente di un farmaco difficile da trovare tra le scorte delle farmacie interne agli ospedali, per i feriti grandi ustionati di Crans Montana: il farmaco in questione è il NexoBrid, prodotto dall’azienda biotech israeliana MediWound (Yavne, Israele). Possiamo dire in questo caso ma anche negli altri che il trasporto urgente in elicottero, come si fa per i feriti, è stato giudicato troppo banale. D’altro canto questi trasporti sono tanto saltuari quanto ben studiati a tavolino stando alle decine di articoli sulla stampa locale che enfaticamente raccontano delle gesta eroiche dei poliziotti in Maserati che arrivati sgommando all’ospedale con l’organo salvavita. Andando però oltre questo biglietto da visita che affascina immancabilmente grandi e piccini nelle varie kermesse di cui abbiamo dato notizia in vari articoli, come la festa dell’Arma a Villa Borghese a Roma o l’anniversario della Polizia in piazza del Popolo, basta aggirarsi per le vie del centro a Roma per notare supermoto e macchine extra-lusso o addirittura SUV, in dotazione a Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza, ecc.. nulla a che vedere con gli sgangherati mezzi cui ci avevano abituati i film poliziotteschi degli anni ’70. Si tratta quindi di uno sfoggio di potenza e di esaltazione del potere repressivo, sotto le mentite spoglie della tutela della pubblica sicurezza che si manifesta anche nelle innumerevoli presenze, registrate puntualmente qui sull’Osservatorio, immancabilmente in divisa ed armate a parlare di violenza di genere o di bullismo tra i banchi scolastici. Una domanda (retorica) sorge spontanea: a questo punto, perché in divisa e con la pistola nella fondina? Forse oltre a confondere deterrenza con prevenzione si confonde anche l’autorità con l’autoritarismo? In conclusione si riempiono le tasche a “formatori e formatrici” in divisa e si svuotano quelle di chi ha studiato una vita per educare alla pace e alla convivenza futuri cittadini e cittadine consapevoli e pronte a difendere i propri diritti. Lamborghini Huracan in bella mostra Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: il G8 di Genova nell’ultimo libro di Vittorio Agnoletto
Proseguiamo nella nostra rassegna del ricco calendario di iniziative andando verso il G8-25ale parlando dei libri: ben diciassette le presentazioni previste nell’arco delle prossime due settimane! E non potevamo non inaugurare la serie con l’ultimo libro di Vittorio Agnoletto “Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani” (a cura di Mario Scagnetti, Tab Edizioni). Due presentazioni sono già previste a Roma a partire da domani 7 luglio (h 19 @ Zalib, via della Penitenza 35 – con Fausto Bertinotti, Raffaella Bolini e Mariangela Paone nel ruolo di moderatore) e poi il giorno successivo (h 19.30 @ Monk, Via Giuseppe Mirri 35, insieme a Riccardo Noury in dialogo con il giornalista Tommaso Proverbio); mentre la data di Genova sarà il 9 luglio (h 18, @ Music For Peace, Via Ballaydier) con il PG Enrico Zucca, già PM al processo Diaz, la giornalista  Monica Di Sisto e Antonio Bruno nel ruolo del moderatore;  infine il 14 luglio a Milano h. 18 @ Arci Bellezza, via Giovanni Bellezza 16) con il PG Enrico Zucca in dialogo con la giornalista Lorenza Ghidini. Tutte le date successive del tour le trovate nel sito di Vittorio Agnoletto. Ecco la recensione del libro realizzata per noi da Laura Tussi. (NdR). Il G8 di Genova: la memoria che non si spegne, tra ferite aperte e domande sul presente A venticinque anni da Genova 2001, il libro di Vittorio Agnoletto Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani (a cura di Mario Scagnetti, Tab Edizioni) non si limita a rievocare un evento: lo riapre come una ferita ancora pulsante nel corpo della democrazia occidentale. Non è soltanto un libro di memoria. È un atto politico nel senso più pieno del termine: un tentativo di restituire senso a ciò che Amnesty International definì senza mezzi termini «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dal secondo dopoguerra». Dentro queste pagine scorrono immagini che appartengono ormai all’immaginario collettivo e insieme lo inquietano ancora: la morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda, l’irruzione nella scuola Diaz, le violenze nella caserma di Bolzaneto. Episodi che non si sono mai davvero chiusi, perché continuano a interrogare la tenuta dello Stato di diritto, il rapporto tra ordine pubblico e libertà, tra sicurezza e repressione. Vittorio Agnoletto, che è stato portavoce del Genoa Social Forum, non si sottrae alla complessità del racconto. Il filo che unisce Genova al presente è esplicito e volutamente provocatorio. Dalla globalizzazione alle nuove forme di controllo sociale, dalla repressione del dissenso alle attuali dinamiche di sicurezza pubblica, egli legge continuità più che fratture. E lo fa con una tesi di fondo che attraversa tutto il volume: ciò che accadde nel 2001 non è stato un incidente isolato, ma un laboratorio politico e istituzionale. Sussiste poi una riflessione che attraversa il libro con particolare intensità: quella sulla trasformazione del dissenso e sulla difficoltà dei movimenti contemporanei di trovare una forma capace di incidere davvero nella realtà globale. Il rimpianto per un’occasione storica mancata si intreccia con l’idea che nuove forme di conflitto sociale siano ancora possibili, purché capaci di rielaborare quella stagione senza nostalgia paralizzante. Il risultato è un libro che non chiede soltanto di essere letto, ma di essere discusso. Perché Genova 2001, a distanza di venticinque anni, non è diventata soltanto storia: è ancora un banco di prova politico e morale per comprendere la qualità della democrazia contemporanea. E forse è proprio questo il merito più radicale del volume: ricordare che alcune pagine della storia recente non si archiviano. Continuano a parlare, spesso in modo scomodo, al presente. Entrare nei fatti di Genova del 2001 attraverso la lente del pensiero di Vittorio Agnoletto significa, inevitabilmente, confrontarsi con il cortocircuito tra l’utopia di un modello e la crudezza della sua applicazione storica. La fine del XX secolo si era chiusa sotto il segno di una narrazione messianica: la globalizzazione dei mercati, sorretta dalla dottrina del neoliberismo, veniva presentata non come una scelta politica tra le tante, ma come l’esito naturale e inevitabile dell’evoluzione umana. In questo quadro, la teoria dello “sgocciolamento” (in inglese: trickle-down) non era soltanto una formula economica, ma una promessa etica secolarizzata. Si chiedeva alla società di tollerare l’iper-concentrazione della ricchezza in cambio di una futura, inevitabile redistribuzione per osmosi. La riflessione di Agnoletto, e con essa l’intera impalcatura teorica del Genoa Social Forum, compie un atto di svelamento che è prima di tutto epistemologico: contesta la neutralità scientifica di quell’economia. Genova divenne il catalizzatore di un’intelligenza collettiva che vedeva ciò che la retorica ufficiale cercava di nascondere. Il movimento altermondialista non si opponeva alla globalizzazione in sé, ma alla sua declinazione esclusivamente finanziaria e mercantile. L’errore fatale della teoria dello “sgocciolamento”, oggi evidente nelle analisi sociologiche ed economiche sulla polarizzazione della ricchezza, risiedeva nella cecità di fronte alle strutture di potere. Lasciare che i ricchi accumulassero senza vincoli non ha creato un surplus destinato a esondare verso il basso; ha invece fornito loro le risorse per riscrivere le regole del gioco a proprio vantaggio, privatizzando i beni comuni e smantellando i sistemi di protezione sociale. La “goccia” non è mai caduta perché i vasi comunicanti dell’economia globale erano stati deliberatamente sigillati da architetture giuridiche e fiscali pensate per trattenere la ricchezza al vertice. In questo contesto, il pensiero di Agnoletto offre una chiave di lettura profonda sulla natura della violenza di quei giorni. La sospensione dei diritti democratici alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto non può essere derubricata a mero fallimento dell’ordine pubblico. Nella prospettiva del movimento, quella violenza fu l’espressione di un’impotenza discorsiva. Di fronte a una contestazione che non portava avanti dogmi ideologici novecenteschi, ma dati precisi sul debito dei Paesi del Sud del mondo, sulla mercificazione dell’acqua e sulla speculazione finanziaria, il potere non aveva argomenti razionali con cui controbattere. La violenza di Stato divenne così lo scudo necessario per proteggere un dogma economico fragile nella teoria, ma ferreo negli interessi che custodiva. Oggi, a distanza di un quarto di secolo, il bilancio assume i tratti di una profezia tragica e inascoltata. Le crisi sistemiche che hanno caratterizzato i primi decenni del Duemila non sono anomalie del sistema, ma le sue logiche conseguenze. La riflessione accademica attuale non può fare a meno di riconoscere che la frammentazione del tessuto sociale, la precarizzazione del lavoro e il risentimento democratico che alimenta i moderni populismi affondano le radici proprio in quella promessa mancata di “sgocciolamento”. Quello che a Genova veniva liquidato come un massimalismo ingenuo o utopico si è rivelato, alla prova della storia, un realismo lucido e rigoroso. La tragedia profonda di quella vicenda non risiede solo nel sangue versato per le strade, ma nella rimozione politica di un’alternativa possibile, la cui assenza oggi paghiamo in termini di disuguaglianza globale e crisi ecologica. Il pensiero di Agnoletto tocca il cuore delle contraddizioni del nostro tempo, mostrando come la globalizzazione abbia progressivamente svuotato le democrazie per consegnare il potere a grandi aggregati finanziari e tecnologici. Quando parliamo di “imperi dominati dalla finanza”, descriviamo uno slittamento fondamentale: lo Stato-nazione non è più il decisore ultimo della geopolitica. Il capitale finanziario, per sopravvivere e non svalutarsi, esige un’espansione perenne che satura i mercati e cannibalizza le risorse. Questa necessità biologica di crescita genera una competizione feroce per materie prime sempre più scarse, trasformando l’economia globale in un terreno di scontro permanente, dove i conflitti non sono incidenti di percorso, ma conseguenze logiche del sistema. In questo contesto, la tecnologia ha smesso di essere un semplice mezzo di produzione ed è diventata l’infrastruttura stessa del dominio. Gli algoritmi, i flussi di dati e la finanza automatizzata permettono di esercitare una pressione e un controllo che un tempo richiedevano occupazioni militari. Il dramma umano che ne deriva è profondo: le popolazioni che non generano profitto o non servono all’estrazione di valore non vengono più solo sfruttate, ma diventano strutturalmente superflue. La “cancellazione” di cui parla l’autore è l’esito di una razionalità economica fredda, che de-umanizza chiunque si trovi al di fuori dei circuiti del grande capitale. L’aspetto più allarmante di questa transizione è il vuoto politico in cui si consuma. I partiti tradizionali si sono ridotti ad amministratori dell’esistente, accettando i vincoli macroeconomici come dogmi indiscutibili e rinunciando a qualsiasi visione alternativa. Espellendo la critica sistemica dal dibattito istituzionale, la politica si è sterilizzata. Di conseguenza, la lucida comprensione di questi meccanismi rimane confinata nella società civile e nei movimenti sociali. Si crea così una frattura pericolosa: chi ha la sensibilità e gli strumenti per analizzare la crisi è isolato e privo di rappresentanza, mentre chi siede nei luoghi del potere formale ignora deliberatamente le cause profonde del nostro comune declino. Laura Tussi
July 6, 2026
Pressenza
Dominio e ingiustizia. La deriva dell’UE. A proposito del Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo del 18 e 19 giugno 2026
Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. (Dichiarazione universale dei diritti umani, ONU, 1948)   Si tratta di una conferma inequivocabile. Con questo Consiglio del giugno 2026, i leaders  dell’UE continuano a perseguire una strategia di potere e ingiustizia. Perché i leaders dell’Unione Europea devono cambiare le loro strategie, concepite e imposte già negli anni ’70-’90 e ancora  oggi dominanti? Due constatazioni Prima constatazione: l’Europa del Mercato unico e della Moneta unica Lungi dal contribuire alla costruzione di un’Europa politicamente e socialmente integrata, il Trattato di Maastricht (1992) ha creato il mercato interno unico e la moneta unica europea secondo le logiche dell’economia capitalista ldi mercato, senza uno Stato politico europeo. In nome della crescita del PIL e della competitività sui mercati globalizzati, è stata data priorità alla liberalizzazione, alla deregolamentazione e alla privatizzazione dei beni e dei servizi essenziali per la vita. L’Europa come “comunità” federale sovranazionale è scomparsa dall’immaginario e dalle narrazioni degli europei, sempre più dominati dagli imperativi del commercio e dagli interessi a breve termine dell’euro e della Banca centrale europea, politicamente indipendente dalle altre istituzioni dell’Unione europea. L’UE ha mantenuto il principio della sovranità nazionale, conservando essenzialmente un carattere intergovernativo (1). Si tratta di un sistema piuttosto solido al servizio delle oligarchie dei gruppi sociali europei più forti, come dimostra il clamoroso passo indietro della Commissione nel campo della transizione energetica ed ecologica sotto la pressione dell’industria chimica, dell’agricoltura industriale intensiva e dei mercati finanziari. Queste forze hanno ottenuto la sostituzione del Piano Verde Europeo con un Piano Industriale Europeo, in linea con la reindustrializzazione del mondo attraverso l’Intelligenza Artificiale (2). Questa Europa diseguale è tornata a combattere i poveri, cosiddetti «assistiti», smantellando i diritti sociali, e gli immigrati, cosiddetti «clandestini», con le decisioni del Consiglio che confermano la direttiva europea sulla riemigrazione, una direttiva indegna dei valori ipocritamente proclamati dai nostri leaders. L’Europa del mercato e dell’euro è una costruzione voluta e amata solo dagli europei ricchi e potenti e dalle imprese dell’agroalimentare, della petrochimica, del settore farmaceutico, del commercio, nonché dalle società finanziarie e high-tech.   Seconda constatazione. Il riarmo, un’illusione pericolosa Fedeli alleati degli Stati Uniti, in particolare nell’ambito della NATO, i leaders europei del periodo successivo al 1989 (crollo dell’URSS) non hanno voluto ascoltare il messaggio di Gorbaciov sull’Europa come «Casa Comune» (3). Sono rimasti prigionieri delle strategie imperiali ed espansionistiche degli Stati Uniti, che hanno generato un mondo in guerra permanente, in particolare dopo l’invasione dell’Iraq nel 1993. Da allora, si sono dimostrati incapaci di partecipare alla costruzione di un nuovo mondo multipolare. Sono rimasti intrappolati nella loro sottomissione e si sono lasciati trascinare nella guerra degli Stati Uniti contro la Russia attraverso l’Ucraina, senza alcuna autonomia. Lo stesso vale per il loro vergognoso sostegno alla nuova guerra genocida dello Stato di Israele contro i palestinesi, nonché alla guerra israelo-statunitense contro l’Iran e, in questo contesto, per la loro debole opposizione all’invasione del Libano da parte di Israele. Il Consiglio europeo ha dimostrato chiaramente che l’Europa dell’UE non crede nel proprio futuro al di fuori del proprio riarmo. Affida il proprio destino alla potenza delle forze armate. Si tratta di una convinzione illusoria. Non si limita a preparare la guerra. Il Consiglio ha deciso di sostenere la prosecuzione del conflitto fino alla sconfitta della Russia, ritenendo che quest’ultima si trovi in condizioni sempre più difficili sul piano militare. Il riarmo Il riarmo come strategia prioritaria per garantire nuovamente autonomia e sicurezza all’Europa si basa su una trappola, quella delle logiche del potere e del dominio. L’azienda statunitense Palantir è uno dei giganti mondiali dell’intelligenza artificiale nel settore dell’IAi, in particolare per applicazioni di polizia e militari. I suoi cofondatori sono Peter Thiel e Alex Karp, rispettivamente presidente e amministratore delegato. Nella famosa saga di Tolkien Il Signore degli Anelli, Palantir è una pietra che permette di vedere lontano. Thiel e Karp, entrambi miliardari, fanno parte della dozzina dei più potenti miliardari statunitensi che hanno sostenuto Donald Trump sin dall’inizio. Thiel è anche il fondatore di PayPal. Il 18 aprile 2026 Palantir ha pubblicato ufficialmente su X una versione sintetica, un vero e proprio manifesto in 22 punti, del libro The Technological Republic scritto da Alex Karp e Nicholas Zamiska (rispettivamente amministratore delegato e alto dirigente di Palantir) e pubblicato nell’aprile 2025 (4). Le tesi sono limpide, radicali, un’apologia della potenza, della violenza, dell’autocrazia, della guerra. Partono dal postulato che, oggi, la fonte della potenza/potere  sulla realtà sia la conoscenza, poiché è essa a creare le nuove realtà. Questo potenza creativa conferisce una forte legittimità al potere di dominio dei creatori dell’IA. Potere e dominio sono, a loro dire, le figlie legittime della conoscenza creata dai “signori dell’IA”. Questi ultimi sono considerati i veri leaders, gli «eroi» della nuova rivoluzione. Il vecchio concetto secondo cui il più forte ha ragione ed è lui a stabilire le regole pubbliche rinasce a nuova vita.  Lo Stato non è più il soggetto sovrano del potere nel nome del popolo. La sovranità appartiene ai signori dell’IA e ai loro alleati, i signori della finanza. La funzione dello Stato rimane molto importante, ma si esercita al servizio degli interessi e del potere dei nuovi signori.  Queste tesi rappresentano un’accentuazione sistemica delle concezioni sul «meno Stato» diventate dominanti in Occidente dalla fine degli anni ’60, incentrate sulla spoliazione dello Stato, sullo smantellamento dello Stato sociale e, quindi, sulla privatizzazione dell’economia e dei settori pubblici di importanza strategica per la vita, il potere e il dominio.  (5) Secondo il manifesto di Palantir, ammettere il dominio significa riconoscere la necessità per i nuovi padroni di difendere la propria supremazia dagli attacchi dei rivali nemici. Il dominio genera necessariamente conflitti e guerra. Ciò spiega, secondo Karp e Zamiska, perché sia giusto da parte dei dominanti fare appello al sentimento «patriottico» dei cittadini affinché sostengano i propri dominanti. I popoli, secondo loro, non hanno bisogno della democrazia. La democrazia è inutile, inefficace. I cittadini hanno l’obbligo morale di sostenere le loro imprese dominanti che garantiscono loro sicurezza e benessere. I nuovi signori non vengono eletti. Nascono e si affermano sui mercati grazie alla loro creatività, alla forza delle loro innovazioni in termini di prodotti e applicazioni, alla loro competitività, alla loro lotta e  ambizione. l dominio attraverso la conoscenza è totalitario,  autoritario, bellicoso. Il «riarmo» è uno stato permanente delle società potenti. Nel nostro mondo non esistono dominatori senza armi e senza guerra. La violenza ha bisogno di popoli armati e di poteri oligarchici autoritari. La militarizzazione del mondo è una necessità.  Il principio che ha legalizzato e legittimato questo potere e questo dominio è stata la brevettabilità del vivente a titolo privato e a scopo di lucro, approvata nel 1980 da una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti. Il riarmo non è sinonimo di sicurezza e benessere per tutti i popoli e i cittadini, ma solo per le minoranze potenti. La guerra in Ucraina uccide centinaia di migliaia di persone tra il popolo ucraino e quello russo e distrugge i loro habitat e i loro territori, ma arricchisce le oligarchie ucraine, russe e, soprattutto, gli azionisti delle grandi aziende high-tech e militari degli Stati Uniti e dell’UE. Le tesi della Repubblica tecnologica non sono semplici farneticazioni di alcuni potenti miliardari nostalgici di regimi fascisti e dittatoriali. Non sono solo le convinzioni profonde di personaggi autocratici, violenti e cinici come Trump, Musk, Milei, … Queste tesi sono parte integrante delle convinzioni della maggioranza delle oligarchie occidentali e di altri continenti. Inoltre, riescono a suscitare l’adesione di buona parte della popolazione (si veda l’ascesa dell’estrema destra nel mondo). Come si può pensare di inserire il futuro dell’Europa nel quadro di una concezione così tragica della vita e del mondo e di una visione politica e sociale così inegualitaria e cinica?   Pensare e attuare le alternative. Quali dovrebbero essere le nuove strategie dell’Europa? La nostra proposta è quella di passare da una strategia di riarmo e di guerra per il  dominio a una strategia di rigenerazione della vita sulla Terra e di sicurezza collettiva solidale. Non si tratta dell’ennesima proposta irrealistica. Anche il Rapporto 2026 sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, che l’ONU ha appena pubblicato il 23 giugno, afferma con semplicità ma anche con fermezza: «Il rapporto identifica otto priorità per la prossima era dello sviluppo sostenibile. La prima è porre fine alle guerre in corso e reindirizzare le spese militari verso la pace e lo sviluppo umano » (6). La nostra proposta comprende: – innanzitutto, un’azione prioritaria da intraprendere, senza la cui realizzazione qualsiasi strategia alternativa risulterà difficilmente attuabile, incentrata sulla ridefinizione del sistema mondiale della proprietà intellettuale con l’obiettivo di modificare i principi fondanti del sistema attuale, basato sul diritto di proprietà privata e a scopo di lucro dei brevetti sul vivente e sulla conoscenza, e – in stretta connessione con l’azione prioritaria, promuovere la strategia di rigenerazione della vita incentrata su una politica integrata dei beni e dei servizi comuni pubblici globali essenziali per la vita, dalle comunità locali alla comunità planetaria, articolata su  tre versanti : Il versante della lotta contro i fattori antropici all’origine dell’enorme quantità di gas a effetto serra e, di conseguenza, del riscaldamento medio dell’atmosfera terrestre che supera l’aumento di 1,5 °C rispetto alla temperatura misurata all’inizio dell’era industriale, verso la fine del XVIII secolo. Ormai tutti conoscono le possibili soluzioni. Ciò che manca è la reale volontà e responsabilità dei gruppi dominanti di riorientare la finanza, la tecnologia e le istituzioni di governo a favore della rigenerazione della vita. Questa non fa parte delle  loro agenda politica prioritaria. Per loro contano la strategia della mitigazione dei danni e la strategia dell’adattamento alle nuove condizioni di vita critiche del Pianeta.   Il versante della mobilitazione per liberare la vita sulla Terra (suolo, acqua, aria) dall’inquinamento chimico generalizzato.  Nessuno può negare il crescente avvelenamento della vita, documentato e denunciato fin dagli anni ’50, ma ciò non ha impedito l’aumento in termini di densità e portata dell’inquinamento chimico. Si è persino scoperto che  la famiglia di inquinanti chimici più diffusa al mondo, i PFAS – PFOA, è  composta da «inquinanti eterni» ! Eppure i settori responsabili di questo inquinamento eterno hanno ottenuto, anche in Europa, nuove misure di deregolamentazione! (7). Il versante dell’istituzionalizzazione su scala planetaria dei poteri di governo pubblico da parte dell’umanità. Questi rimangono importanti ma limitati, marginali rispetto ai poteri dei grandi gruppi economici, tecnologici e finanziari privati mondiali. Se non si garantiscono all’umanità questi poteri di agire in qualità di soggetto politico responsabile dei beni e dei servizi comuni mondiali essenziali per la vita nell’interesse di tutti e in modo solido, giusto ed efficace, la costruzione di una comunità mondiale giusta e solidale rimarrà al livello dei pii desideri. In tutti i settori della vita sui tre versanti, si constata che un numero significativo di fattori sistemici svolge un ruolo chiave e determinante, in particolare di blocco. Per avere successo, la strategia di rigenerazione deve identificare e cercare di eliminare i fattori di blocco. Tra questi, il regime dei brevetti privati a scopo di lucro figura in modo preponderante. Si tratta di uno dei blocchi chiave che occorre abbattere. Riservando a un secondo intervento l’analisi dettagliata delle iniziative da intraprendere nell’ambito dei tre versanti,  il resto di questo articolo sarà dedicato alle ragioni che giustificano la priorità che proponiamo di attribuire alla questione dei brevetti privati a scopo di lucro sul vivente e sulla conoscenza.   Modificare i principi fondanti dell’attuale sistema in materia di diritto di proprietà intellettuale, basato sul diritto di proprietà privata e a scopo di lucro dei brevetti sul vivente e sulla conoscenza Come accennato, fu nel 1980 che la Corte Suprema degli Stati Uniti si pronunciò a favore della legalità della brevettabilità del vivente. Una decisione unilaterale, senza previa concertazione con le Corti Supreme degli altri Stati, in radicale rottura con la saggezza comune mondiale plurisecolare che aveva considerato inaccettabile ed eticamente impossibile la privatizzazione degli organismi viventi e della conoscenza a scopo di lucro. Fatto importante da sottolineare: la Corte Suprema degli Stati Uniti ha spiegato le ragioni che l’hanno spinta a legalizzare la brevettabilità privata degli organismi viventi. Secondo la Corte, le nuove tecnologie che si stavano affermando alla fine degli anni ’60 nei settori della biotecnologia, dell’informatica, robotica, telecomunicazioni, energia atomica e nuovi materiali, avrebbero profondamente modificato l’economia mondiale nei settori in cui gli Stati Uniti avevano acquisito una netta supremazia mondiale. Ansiosa di garantire e difendere gli interessi degli Stati Uniti contro tale pericolo, la Corte ha ritenuto suo dovere introdurre i brevetti privati e a scopo di lucro al fine di proteggere la potenza dell’economia statunitense e il suo futuro (8). Pur apprezzando la chiarezza e l’onestà con cui la Corte ha giustificato la propria decisione, non si può non denunciare con forza la natura arrogante e indifendibile sotto ogni punto di vista di tale decisione, che ha sconvolto in modo ingiusto e iniquo il corso della storia mondiale negli ultimi 45 anni (9).   Dopo 45 anni, il mondo creato e imposto dagli Stati Uniti e dai loro «alleati» è inaccettabile e intollerabile. La vita è stata ridotta a un insieme di merci. Quasi ogni organismo vivente è in vendita, e il suo valore è definito dal suo prezzo di mercato. La sacralità della vita è stata gettata alle ortiche. Un’aberrazione. La storia degli esseri viventi, delle piante, dei pesci, degli animali terrestri e degli uccelli, degli esseri umani, delle foreste, dei laghi, dei fiumi… non è stata dettata dall’idea di trasformarli in oggetti economici da vendere e consumare per produrre profitto a vantaggio dei loro proprietari privati. Che perversione! Da una ventina d’anni, il sistema dei brevetti ha permesso al materialismo mercantile e tecnocratico, alla cultura del possesso e alla cinica avidità dei fondi di investimento speculativi alla BlackRock di trasformare tutti gli elementi del mondo naturale in «capitali naturali» e, in ultima analisi, in averi  finanziari. Ridurre la natura a una sottocategoria economica – quella degli attivi finanziari – dell’economia capitalista di mercato è assurdo. La vita sulla Terra costituisce un inno senza fine alla sua creatività, alla sua ricchezza e alla sua diversità. Ritenere che investire nell’intelligenza artificiale militare abbia più valore in termini di valutazione economica rispetto a investire nella salute dei bambini senza passare per la Borsa, rappresenta una terribile caduta dello spirito di :molli dirigenti economici, politici e culturali nell’abisso dell’assurdità. Infatti, la salute viene trattata come un universo di prodotti e servizi commerciali e finanziari la cui gestione non obbedisce ai diritti universali alla vita, ma ai valori finanziari che i mercati azionari attribuiscono loro. È il capovolgimento del senso della vita. I brevetti espellono i beni e i servizi comuni pubblici mondiali dal campo della vita e della giustizia. Tutto ciò che è essenziale alla vita è accessibile su basi cosiddette «eque» (non secondo la giustizia) e dietro pagamento di un prezzo di mercato accessibile. Ad esempio, nel caso dell’acqua potabile e dei servizi igienico-sanitari, i cittadini hanno accesso al «diritto» all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari (50 litri al giorno a persona) se pagano in base al loro consumo. Dato che tutti i processi tecnici (dalla captazione al trattamento delle acque reflue e al loro riciclaggio, passando per la potabilizzazione e i controlli di qualità) sono coperti da brevetti privati a scopo di lucro, i potenti sostengono che spetti ai consumatori (che non sono più «cittadini») l’obbligo individuale di pagare un prezzo che consenta ai produttori/distributori di acqua, ormai prevalentemente privati ovunque, di recuperare i propri costi, compreso il profitto! Inaccettabile. L’economia dei diritti umani può fondarsi solo sul principio della responsabilità finanziaria collettiva attraverso una fiscalità equa e ridistributiva e/o il cooperativismo solidale. Gli attuali brevetti sono i becchini dei beni comuni pubblici e della socialità. I poteri pubblici hanno perso il controllo della politica della vita a vantaggio delle grandi imprese e dei gruppi finanziari. Lo Stato non possiede più la sovranità/responsabilità effettiva in materia. La sovranità/dominio è diventata appannaggio dei soggetti economici e high-tech mondiali, globali, privati. Emblematico è il caso della gestione della pandemia di COVID-19. Forti dei loro brevetti sui vaccini, le aziende farmaceutiche hanno fatto il bello e il cattivo tempo, con disprezzo per la salute e la vita di centinaia di milioni di esseri umani, attraverso il loro ostinato e vergognoso rifiuto di accettare una sospensione temporanea dell’applicazione delle norme sui brevetti relativi agli organismi viventi,. Ciò, ” nonostante le richieste di paesi come l’India, il Brasile, l’Africa e altri paesi rappresentanti oltre 3 miliardi di persone! Una violenza cinica. I brevetti hanno notevolmente ridotto a brandelli gli spazi di libertà e di giustizia e hanno svuotato di significato lo spazio della democrazia. Per due secoli, gli Stati Uniti si sono considerati un paese altamente democratico in nome della libertà. Non c’è democrazia in un sistema che ha trasferito il potere politico a potenti oligarchie private. Alla luce di quanto sopra, è sorprendente e inaccettabile che la questione dei brevetti non sia tornata a essere una parte fondamentale dell’agenda politica mondiale, anche nell’era della rivoluzione dell’intelligenza artificiale. La straordinaria e potente enciclica di Papa Leone XIV «Magnifica Humanitas» costituisce una formidabile e necessaria critica sistemica a livello etico e dei valori fondamentali delle civiltà umane delle  visioni e politiche dominanti attualmente nel campo dell’IA.  il Papa ha posto l’accento in primo luogo sulla dimensione delle credenze ontologiche e della responsabilità concreta. Si è schierato, a ragione, a favore dell’idea che la tecnologia non sia affatto neutra. Forse anche solo un breve accenno alla centralità politica e sociale dei brevetti sul vivente e sulla conoscenza avrebbe contribuito a riportare i dibattiti sull’IA sugli aspetti  economici e giuridici.  Il dibattito, nonostante tutto, esiste, grazie all’impegno di numerose associazioni contro le politiche dei poteri pubblici e, soprattutto, alle lotte dei popoli indigeni che rimangono i grandi difensori dei diritti umani e dei popoli, nonché della Madre Terra. Modificare l’attuale regime dei brevetti sarà difficile da realizzare in pochi anni. La storia dimostra che ogni trasformazione radicale nel senso della giustizia, della libertà collettiva, della democrazia, della solidarietà e della pace è stata difficile, ma che grazie alla perseveranza, alla pazienza e al coraggio, tali trasformazioni radicali sono state ottenute. P.S. Oso dedicare queste riflessioni alla memoria di Jean Ziegler, che ci ha lasciati proprio questo mese. Jean è stato uno dei critici più rigorosi, convinti e incisivi a livello mondiale del dominio, dell’ipocrisia e della perfidia dei potenti, a partire dal proprio Paese e dai suoi grandi gruppi economici e finanziari come Nestlé, il sistema bancario svizzero… Ha denunciato con coraggio, sulla base di una ricca documentazione dei fatti, i «padroni del mondo», sia privati che pubblici, che considerava i principali responsabili del massacro mondiale legato alla fame e alla malnutrizione. Possa la memoria viva della sua persona e delle sue opere attraversare le generazioni per molto tempo. Note (1) Certamente, la stragrande maggioranza della legislazione in vigore negli Stati membri è di origine europea, ma il potere di iniziativa legislativa spetta alla Commissione europea e non al Parlamento europeo. La Commissione non è paragonabile a un governo federale di uno Stato federale europeo. È un organo politico esecutivo soggetto alle decisioni degli Stati dell’Unione. Dal punto di vista istituzionale, la Commissione è, ad oggi, un’entità originale e complessa, che tende piuttosto verso una configurazione burocratica potente ed esecutiva, dotata di poteri considerevoli ma che rimane sotto il controllo politico degli Stati più forti. (2)https://www.pressenza.com/fr/2025/05/au-nom-de-qui-et-de-quoi-arreter-la-domination-et-linjustice/ (3) https://www.mitterrand.org/gorbatchev-et-la-maison-commune.html (4) « The Technological Republic, in brief », post sull’account X di Palantir, 18 aprile 2026. Il libro nella sua versione integrale è stato pubblicato nel 2025. Cfr. Alexander C. Karp, Nicholas W. Zamiska ka, The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West, febbraio 2025 (5) https://ecosociete.org/livres/letat-aux-orties, L’Etat aux orties. Mondialisation de l’économie et rôle de l’Etat, a cura di Sylvie Paquerot, prefazione di Riccardo Petrella, Editions Ecosociété, Montréal, 1996 (30 anni fa). (6) SNDS, Sustainable Development Report 2026, https://dashboards.sdgindex.org/ (7)https://www.pressenza.com/fr/2025/06/lalignement-la-nouvelle-strategie-europeenne-de-la-resilience-dans-le-domaine-de-leau/ (8) https://www.lemonde.fr/archives/article/1980/06/18/ la-cour-supreme-decide-de-breveter-une-bacxtérie-transformee_2805226_1819218.html?srsltid=AfmBOop3P4ReIFbbBymMEM_twU0E9eut9hL1e-E9aq_nzxjiXV975uDG. Articolo pubblicato il 18 giugno 1980 (9) https://supreme.justia.com/cases/federal/us/447/303/Diamond v. Chakrabarty, 447 U.S. 303 (1980)     Riccardo Petrella
June 27, 2026
Pressenza
Tassazione delle grandi fortune: non “patrimoniale”, solo buon senso – di Andrea Fumagalli
La raccolta delle firme a favore di una proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo “Imposta sui grandi patrimoni” (che avevamo già presentato qui lo scorso 10 maggio) si fonda sui principi costituzionali di capacità contributiva (art. 53, primo comma, Costituzione); progressività del sistema tributario (art. 53, secondo comma, Costituzione); eguaglianza sostanziale (art. [...]
June 8, 2026
Effimera