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lotta di classe a Los Angeles
Depprtazioni e lavoro migrante: traduzione dell’editoriale del quarto numero di Long Haul Magazine ∫connessioni precarie Non ci ritireremo nell’ombra Mentre si diffondono da Minneapolis ad altre città le proteste per l’omicidio di Renee Nicole Good, uccisa a sangue freddo da un agente dell’ICE per aver tentato di ostacolare un raid contro i migranti, pubblichiamo la traduzione dell’editoriale del quarto numero
Morte delle città, morte dei santuari. Rileggere Mike Davis
A tre anni dalla morte, l’opera di Mike Davis continua ad essere ripubblicata e ritradotta in italiano, con la nuova edizione di Città morte (DeriveApprodi, 2025) del 2003 che si aggiunge alla ristampa di Città di quarzo (manifestolibri, 2023) del 1990 in quella che – più che una sorta di Davis revival a carattere memorialistico, a vent’anni circa dalle prime traduzioni italiane e dal conseguente dibattito – è la conferma di un’opera e, soprattutto, di un lavoro e di un metodo ancora di enorme rilevanza. Lavoro e metodo che transitano per la sociologia urbana senza farsene ingabbiare, così come concentrano l’attenzione su Los Angeles e, in misura minore, su Las Vegas e altri luoghi, senza limitarsi alle peculiarità più idiosincratiche di questi contesti urbani. Questa pluralità di interessi si riflette con evidenza anche in Città morte, terzo capitolo di una trilogia che comprende anche Città di quarzo (1990) e Ecology of Fear: Los Angeles and the Imagination of Disaster (1998) – come avvisa anche Rebecca Solnit nel suo breve e prestigioso contributo, che si associa alle puntuali osservazioni del sociologo Giovanni Semi nell’introdurre il pubblico italiano a un’edizione in questo caso integrale del volume, che colma le lacune della precedente selezione antologica uscita per Feltrinelli nel 2004. Rispetto ai volumi precedenti, Città morte – forte anche della scrittura di Olocausti tardovittoriani (2001) – si presenta come sintesi provvisoria, perlomeno dal punto di vista tematico: attraverso il prisma di Los Angeles e di altre città, infatti, si possono osservare le devastazioni ambientali – oggi note come “crisi climatica” e dibattute nel contesto di una categoria, “Antropocene”, che all’epoca muoveva i primi, deboli passi – che si aggiungono alle tensioni sociali nel definire la crisi e, soprattutto, il grande livello di «pericolo» raggiunto nel periodo della prima globalizzazione post-guerra fredda dalla metropoli capitalista che «domina invece di cooperare con la natura» (p. 24). In questo senso, il primo (e più evidente, anche perché più superficiale) avversario dialettico individuato da Mike Davis è l’ecofascismo, rappresentato ad esempio da un libro come Ecocide in the USSR. Health and Nature Under Siege (1992) di Murray Fesbach e Alfred Friendly Jr., dove si afferma che «la potenza, non [il] fallimento, delle ambizioni utopistiche» sovietiche ha prodotto un immane “ecocidio”. «È chiaro che Fesbach e Friendly non sono mai stati nel Nevada o nello Utah occidentale» (p. 51) scrive Davis, con immediato ribaltamento prospettico, passando così ad analizzare la devastazione ambientale prodotta da una lunga storia di test nucleari nella cosiddetta “Marlboro Country”. Tuttavia, si è di fronte a forme di ecofascismo, magari più subdole, anche nel dibattito sulla pianificazione urbana nelle città e nei deserti della California: «messi all’angolo, gli ambientalisti potrebbero perdersi nel vicolo cieco malthusiano del controllo alle frontiere alleandosi ai gruppi sciovinisti che vorrebbero deportare gli immigrati latini lavoratori» (p. 120), preconizza Davis, anticipando il possibile movimento più generale, attivo anche e soprattutto oggi, con cui varie politiche xenofobe e razziste fanno uso del cosiddetto green washing. Tuttavia, il vero avversario di Davis non può che essere il turbocapitalismo post-reaganiano, affrontato con rigore scientifico e insieme piglio anti-accademico, ovvero, per usare una semplificazione, con lo sguardo dell’uomo della strada. In effetti, dopo il primo, e variamente criticato, tentativo in Prisoners of the American Dream. Politics and Economy in the History of the U.S. Working Class (1986), Davis ha rinunciato al grande affresco analitico per farsi guidare da un’esperienza sul terreno consolidata in anni di lavoro come camionista, spesso affrontato in alternanza o in congiunzione al precariato universitario. Più sottile e convincente è la rete di analisi sociologiche puntuali che si crea, anche in Città morte, cogliendo nei risvolti della vita urbana i motivi delle grandi trasformazioni socioeconomiche. Uno dei capitoli del libro più interessanti, in questo senso, sembra essere “Il gioco infinito”, sull’espansione di Los Angeles Downtown quale «strategia faraonica e socialmente irresponsabile della riqualificazione» (p. 194) sospinta dal capitale privato verso esiti censurabili dal punto di vista sia economico che ambientale: per quanto il saggio in questione si chiuda sulle note, forse più concrete ma anche più triviale, dei correlati problemi di viabilità («Ancora più inquietante è lo spettro del superingorgo che paralizza Downtown e gran parte della contea di Los Angeles», p. 193), non si può non sottolineare il fatto che questo saggio è datato 1990 e quindi chiedersi, come fa Massimo Ilardi in chiusura del suo recente contributo su Doppiozero: «Polarizzazione sociale, tensioni razziali, criminalizzazione delle persone di colore, un corpo di polizia brutale, una sistematica operazione di privatizzazione degli spazi pubblici, proliferazione di enclave suburbane fortificate con prati infestati da segnali che minacciano ritorsioni armate e soprattutto un paradiso di merci protette solo da fragili vetrine e di conseguenza una domanda di libertà che non vuole impedimenti. Che altro ci voleva per far esplodere la grande rivolta di L.A. del 1992?». Il conflitto sociale e la possibilità della rivolta – che si legheranno, come si ricorderà, al caso delle riprese video del pestaggio di Rodney King da parte di alcuni agenti del Los Angeles Police Department – sono in effetti moventi fondamentali per l’approccio di Davis – d’altra parte nato a Fontana, in California, nel 1946, nello stesso luogo in cui di lì a poco sarebbe nata la banda motociclistica degli Hell’s Angels. In effetti, alcuni saggi inclusi in Città morte presentano un ritorno al rapporto, talora venato di romanticismo e, in ultima istanza, parzialmente ambiguo, di Davis con le gang di strada di Los Angeles: il suo avvicinamento alla ventennale faida tra i Crips e i Bloods – immortalata in Colors (1988) di Dennis Hopper o anche in Boyz n the Hood (1991) di John Singleton – nell’area di South Central LA diventa un coinvolgimento in prima persona, tramite i rapporti di amicizia dell’autore con uno dei leader dei Crips, Dewayne Holmes. Ciò non impedisce a Davis di individuare, in un primo momento, un certo orientamento “reaganiano” degli appartenenti a queste gang – immediatamente visibile nella tendenza iper-individualistica all’arricchimento, per sé e per la propria cerchia – per poi arrivare invece a sottolineare le circostanze sociali e politiche della rivalità di strada, sottraendola così a quei dibattiti tanto moralistici quanto securitari che finiscono per sostenere ideologicamente la repressione poliziesca. Se quest’ultimo versante del lavoro di Davis resta oggi di grandissima attualità nel dibattito sulle “baby gang” e sui “maranza” – sul quale, peraltro, DeriveApprodi e Machinalibro stanno svolgendo ormai da qualche anno un necessario lavoro di approfondimento – Davis registra anche il riassetto capitalista posteriore all’esplosione del conflitto sociale. Si tratta di una riconfigurazione in primo luogo urbanistica – come nella secessione “borghese” della San Fernando Valley dall’orbita di Los Angeles – e anche architettonica – rinviando, ad esempio, alle critiche capillari, in Città di quarzo, alla cosiddetta “architettura ostile” propria delle gated communities californiane, ma anche dei faraonici progetti losangelini dell’archi-star Frank O. Gehry, recentemente scomparso – che poi si diffonde in tutti gli ambiti della socialià. Se questo processo di trasformazione – inteso qui, superficialmente, come ciclo di azione-reazione – è oggi ancora in fieri, è pur vero che gli ultimi decenni non ci mettono a confronto soltanto con le ribellioni delle comunità urbane, ma anche con quelle di un ambiente devastato dalla crisi climatica. Nella scia di Olocausti vittoriani – già basato sulle prime, imponenti manifestazioni del fenomeno del Niño – anche Città morte è attraversato da una vena neo-catastrofista che, nonostante la scrittura dei saggi si collochi generalmente nell’ultimo decennio del Novecento, evita ogni millenarismo e anzi anticipa quel dibattito sull’Antropocene e la sua fine che dominerà all’inizio del ventunesimo secolo. Con l’eccezione di alcuni affondi discutibili – uno dei quali prevede, ad esempio, che la catastrofe sia heimlich a Napoli, sotto l’ombra del Vesuvio, e unheimlich a Los Angeles (p. 24), che pure è collocata sulla faglia di San Andrea, vivendo quindi nel rischio del big one, ossia di un terremoto di proporzioni immani – l’attenzione di Davis per gli sviluppi nelle scienze naturali e insieme della storia umana è certamente alta, come sottolinea anche Rebecca Solnit nella sua prefazione. Gli esiti sono spesso illuminanti, come nella definizione del deficit pubblico cittadino, per un autore altresì attento all’ecocidio della Marlboro Country, come “vero ordigno nucleare” sganciato contro i settori pubblici dell’istruzione e in generale del welfare pubblico, e dunque contro le classi sociali più povere. Tale è l’approccio materialista di Davis, che non risparmia stoccate alla filosofia postmoderna – identificata ad esempio, e non senza qualche semplificazione, nel decostruzionismo (come accade nell’ultima, emblematica frase di Città morte: «Non abbiamo bisogno di Derrida per sapere da che parte soffia il vento o perché il ghiaccio sta scomparendo=» – ma non si allea neppure con la critica marxista del postmodernismo avviata nella seconda metà degli anni Ottanta da Fredric Jameson e poi manifestata con chiarezza in un libro quasi coevo di Città di quarzo, come Postmodernismo o la logica culturale del tardo capitalismo (1991). Peraltro, nelle note di quest’ultimo libro, si ritrovano le visibili tracce dell’annosa polemica tra i due studiosi, con una sorta di scherno, da parte di Jameson, della militanza à la Davis: il pomo della discordia era stato, ancora una volta, la rappresentazione di una città proteiforme, ma sicuramente al centro delle tensioni culturali e politiche della postmodernità, come Los Angeles. Del resto, è a questa città che prima o poi si torna sempre, nell’opera di Mike Davis, ma il movimento potrebbe essere anche invertito: contando sul grande coinvolgimento e insieme sul disallineamento temporale dell’autore rispetto al suo presente – Marshall Berman, nella sua recensione dell’epoca di Città di quarzo, descriveva il marxismo di Davis come segnato da un “corroborante arcaismo”, mente Federico Ferrari, in un più recente contributo su Antinomie, ha preferito parlare di una qualità tout court “profetica” della sua scrittura – si può parimenti guardare alla Los Angeles degli ultimi anni per poi volgere lo sguardo verso l’opera di Davis. È il caso, ad esempio, della serie di incendi del gennaio 2025, noti come Palisades Fire, che hanno devastato per molti giorni grandi aree di Los Angeles, raggiungendo un grande risalto mediatico internazionale anche per il timore – a propria volta catastrofista, per quanto basato su dati scientifici inquietanti – che fosse divenuto impossibile estinguere gran parte dei fuochi divampati in quelle settimane. Inoltre, come sottolineato già nei primissimi giorni dei Palisades Fire da un reportage del Washington Post, a sostenere la propagazione delle fiamme sono state le numerose criticità della pianificazione urbana non soltanto di Los Angeles, ma dell’intera California meridionale – criticità esacerbate da una politica neoliberale di valutazione (ma non per questo di riduzione, trattandosi poi di interventi e investimenti pubblici) del rischio incendi. Se, purtroppo, il risultato di questa combinazione letale di trasformazione sociale e urbana e di crisi climatica sembra facilmente replicabile anche in futuro, lo è anche un altro fenomeno che ha recentemente riguardato Los Angeles, così come molte altre “città-santuario” degli Stati Uniti. L’attacco trumpiano allo statuto stesso di queste città, con le deportazioni gestite direttamente dall’ICE (Immigration and Customs Enforcement) in aperto contrasto con la giurisdizione locale, appare come l’esito radicale di un dibattito politico incapace di assumere tanto i risultati più superficiali quanto quelli più profondi dell’analisi del conflitto sociale – attivo non solo tra diverse gang, ma anche tra diverse “comunità” – operata per decenni da Mike Davis, preferendo una gestione spettacolarizzata e negli ultimi tempi arrivata sulla soglia della pulizia etnica xenofoba anti-Latinx. Arcaico o profetico, militante o accademico, marxisticamente ortodosso o meno che sia stato, il punto di vista di Mike Davis resta dunque inascoltato e dunque ancora oggi inattuale e a disposizione dei lettori per la costruzione di una rinnovata critica sociale e politica. Come ricorda Giovanni Semi nella sua introduzione (p. 8), lo stesso può accadere per un altro sociologo, più o meno coetaneo e altrettanto “irregolare”, che ha scritto le sue opere più importanti lungo i tre decenni coperti da Mike Davis, ovvero Alessandro Dal Lago. La critica della contemporaneità, in altre parole, non si può esimere dal confronto con quelle figure intellettuali che hanno visto e potuto commentare già in una sorta di “presa diretta” (comunque filtratissima, e assai strutturata) l’affermazione del paradigma neoliberale, nonché le sue dilanianti contraddizioni, sin dai primi passi. Ancora, e purtroppo, in linea con i nostri passi presenti, e probabilmente futuri, verso l’abisso nel quale si gettano i lemming, e non solo dal Sunset Boulevard. L'articolo Morte delle città, morte dei santuari. Rileggere Mike Davis proviene da Pulp Magazine.