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Seconda edizione delle Giornate del Sapere Circolare
Le forme di educazione e didattica cambiano e si trasformano con la società e il dibattito è più che mai aperto. In questo contesto il Comitato Promotore per l’Educazione in Natura propone LA 2° EDIZIONE DELLE GIORNATE DEL SAPERE CIRCOLARE Due giorni di incontri tra educatrici e insegnanti confronti, network, condivisione, scoperta e sperimentazione di tecniche didattiche, idee educative e cultura dell’insegnamento  Il 18 e 19 aprile a Monteloro, sulle colline di Firenze si svolgerà la 2° edizione delle “Giornate del sapere circolare” dedicate a insegnanti e educatrici/ori: un acceleratore di conoscenze e un moltiplicatore di spunti e relazioni che permette di prendere contatto con diversi approcci e tante tecniche didattiche e educative, scegliere quelle più interessanti e magari delineare con più chiarezza un proprio percorso di gestione d’aula e di insegnamento o di specializzazione. L’iniziativa si basa su un approccio di reciprocità fondato sull’esigenza e la voglia di condividere, confrontarsi e ampliare le proprie e altrui conoscenze e competenze. Con questa iniziativa di sapere circolare, il Comitato di Educazione in Natura (CEN) propone due giorni di scambi, autoformazione e sperimentazione dedicati a insegnanti e educatrici/ori impegnati nell’età dell’infanzia (3-6 anni), delle elementari – scuola primaria (6-11 anni) e medie-scuola secondaria di I° livello (11- 14 anni). Un’iniziativa durante la quale i presenti potranno partecipare a una serie di incontri tematici e pratici, avere contatti diretti con diversi approcci e tecniche, materiali e strumenti vari e con differenti insegnanti e educatrici/ori con cui scambiare idee e esperienze. Nei due giorni del sapere circolare infatti, si svolgeranno oltre 20 match tra insegnanti, oltre 10 incontri di approfondimento su argomenti specifici, 5 aree educative di confronto. Non solo ascolto ma partecipazione attiva: infatti chi ha sviluppato tecniche e approcci didattici particolari, potrà presentarli agli altri insegnanti, contribuendo concretamente al concetto di sapere circolare. La filosofia del sapere circolare parte dalla volontà di una libera condivisione di saperi, dove i partecipanti non si trovano come formatori o discenti, ma professionisti con più o meno esperienza e con specifici percorsi e competenze, che si ritrovano per offrire qualcosa della loro esperienza e ricevere qualcosa da molte altre esperienze. “Ci sono momenti in cui il bisogno di trasformazione diventa necessario e condiviso. E nel mondo dell’educazione e della didattica siamo in uno di questi momenti” – afferma Vittoria Brioschi, Presidente del Comitato Promotore per l’educazione in Natura-. “Progetti trasversali nelle scuole, la diffusione dell’outdoor education, la crescente letteratura su diversi approcci pedagogici e la ricerca di nuove modalità sia all’interno che all’esterno dell’aula, per coinvolgere gli studenti e fare didattica, non sono più esperimenti isolati ma una tendenza diffusa che sta cercando un modo per esprimersi, diventare energia e nuova voglia di accompagnare nell’apprendimento e di imparare” – conclude Vittoria. “E’ un percorso di condivisione e di evoluzione attraverso un dialogo costruttivo tra approcci pedagogici e educativi – continua Gherardo Noferi, vicepresidente del Comitato Promotore per l’Educazione in natura e coordinatore dell’iniziativa-. La soddisfazione espressa dai partecipanti alla prima edizione ci ha convinti a organizzare la seconda edizione del le Giornate del sapere circolare. E’ un’iniziativa di confronto, scambio di buone pratiche e tecniche didattiche tra insegnanti e educatori per condividere e scoprire quanto di innovativo è già presente in diversi progetti educativi in natura e nelle scuole. Una contaminazione e uno scambio libero e coinvolgente – conclude Gherardo – dove i protagonisti del lavoro più bello del mondo possono ritrovare la voglia di partecipare al cambiamento in corso, trovando nuovi strumenti e idee da portare ai loro alunni”. Le giornate del sapere circolare sono organizzate dal Comitato di educazione in natura, in collaborazione con la realtà affiliata EnB Educazione nel Bosco e M51. Per informazioni e iscrizioni alle giornate: www.educazioneinnatura.org Legenda dei momenti di incontro I match Sono momenti di 50 minuti durante i quali un/a educatore/trice o un insegnate presenta una tecnica/strumento educativo o didattico di una materia o argomento, con una spiegazione e una descrizione di quanto proposto e il coinvolgimento diretto dei partecipanti per sperimentarlo e comprenderne il funzionamento e le modalità di utilizzo. Incontri di approfondimento Gli insegnanti che hanno trovato nei match alcune idee o aspetti di particolare interesse che intendono comprendere meglio, potranno fissare con la conduttrice del match sessioni specifiche di approfondimento. Le aree educative di confronto Sono aree di incontro dedicate a temi trasversali educativi e didattici, importanti nella gestione e nello svolgimento delle giornate con i bambini. Gli insegnanti partecipanti potranno raccontare e confrontarsi sul tema specifico, condividendo criticità e soluzioni.   Redazione Toscana
March 19, 2026
Pressenza
Catalogna, l’istruzione al limite
La voce che difende il diritto a un’istruzione pubblica di qualità e a condizioni di lavoro dignitose si è nuovamente fatta sentire in massa per le strade della Catalogna. Il corpo docente si è visto progressivamente sopraffatto da molteplici situazioni che, poco a poco, hanno profondamente modificato ciò che accade in classe. La realtà degli studenti è cambiata notevolmente negli ultimi anni. Oggi gli insegnanti devono affrontare numerosi fronti contemporaneamente: immigrazione, povertà, inclusione educativa, aumento delle patologie mentali, presenza costante delle tecnologie in classe o irruzione dell’intelligenza artificiale, solo per citare alcuni dei più immediati. Questa valanga di nuove problematiche va ben oltre ciò che tradizionalmente si intendeva per insegnamento. Il corpo docente si forma da anni in numerosi ambiti per poter affrontare i nuovi paradigmi educativi e sociali. Gli insegnanti si specializzano costantemente in corsi di formazione che, nel migliore dei casi, consentono loro di affrontare alcune delle nuove realtà presenti nelle aule. Si formano per assistere i gruppi vulnerabili, tenendo conto che la vulnerabilità è varia quanto il numero di studenti che ne soffrono. Si formano per comprendere patologie che tradizionalmente appartenevano all’ambito sanitario. Oggi, circa un terzo degli studenti può presentare, in un determinato momento, bisogni educativi specifici o difficoltà che richiedono un’attenzione specializzata. Si formano anche per poter comunicare con gli studenti appena arrivati da altri Paesi, che in molti casi non conoscono la lingua locale e ai quali bisogna spiegare la materia senza che esista ancora una lingua comune. Tutto ciò mentre lo studente inizia ad apprenderla attraverso programmi specifici di accoglienza linguistica. Gli insegnanti vengono formati su nuove metodologie didattiche che consentono loro di gestire i contenuti in modo più trasversale, comprendendo l’interrelazione esistente tra i diversi campi del sapere. Vengono formati per imparare a utilizzare nuove piattaforme digitali e programmi informatici che compaiono ogni anno, con l’obiettivo di integrarli come parte del contenuto curricolare. Vengono formati, inoltre, sulle possibilità che l’intelligenza artificiale può offrire all’istruzione, sebbene debbano anche affrontare le difficoltà che comporta uno strumento che, in giovane età, viene spesso utilizzato più come mezzo per copiare o ingannare che come risorsa educativa. A tutto ciò si aggiunge la comparsa di nuove forme di violenza legate all’uso massiccio dei social network tra gli adolescenti, una realtà che finisce inevitabilmente per entrare anche nelle aule. Il risultato è un sistema educativo molto più complesso rispetto ad appena un decennio fa. In Catalogna, oltre 335.000 studenti presentano attualmente esigenze specifiche di sostegno educativo, il che rappresenta circa uno studente su tre. Questa situazione richiede un’attenzione personalizzata che risulta difficile da garantire nelle condizioni attuali. Nella scuola secondaria, molte classi hanno circa 30 studenti per aula, una cifra superiore alla media europea. In queste condizioni, occuparsi di una massa di studenti così eterogenea e con esigenze così diverse diventa un compito estremamente difficile. Il sostegno nelle aule è scarso e in molti casi la presenza occasionale di un insegnante di sostegno per alcune ore non consente nemmeno di affrontare adeguatamente la diversità delle situazioni che si presentano all’interno della stessa classe. A questa crescente complessità si aggiunge anche un carico burocratico sempre maggiore. Una parte significativa del corpo docente denuncia che la quantità di relazioni, registri e pratiche amministrative richieste occupa un tempo prezioso che dovrebbe essere dedicato al lavoro diretto con gli studenti. Nel frattempo, le linee guida del Dipartimento dell’Istruzione continuano a generare nuove riforme curricolari e modelli pedagogici che in molte occasioni risultano difficili da applicare nella pratica quotidiana delle scuole. Di fronte a questo panorama, gli insegnanti si trovano sempre più sopraffatti nell’affrontare il proprio compito didattico con le condizioni e l’attenzione che gli studenti meritano. A queste difficoltà si aggiungono inoltre condizioni economiche che non hanno seguito lo stesso andamento del costo della vita. Negli ultimi anni il prezzo delle abitazioni e dei generi alimentari è aumentato in modo molto significativo, mentre gli stipendi degli insegnanti sono rimasti praticamente fermi per molto tempo. Tutto ciò ha generato un crescente malcontento nel settore dell’istruzione, che si è espresso anche nelle piazze. Il risultato è un sistema educativo molto più complesso rispetto ad appena un decennio fa. In Catalogna, oltre 335.000 studenti presentano attualmente esigenze specifiche di sostegno educativo, il che rappresenta circa uno studente su tre. Questa situazione richiede un’attenzione personalizzata che risulta difficile da garantire nelle condizioni attuali. Nella scuola secondaria, molte classi hanno circa 30 studenti per aula, una cifra superiore alla media europea. In queste condizioni, occuparsi di una massa di studenti così eterogenea e con esigenze così diverse diventa un compito estremamente difficile. Il sostegno nelle aule è scarso e in molti casi la presenza occasionale di un insegnante di sostegno per alcune ore non consente nemmeno di affrontare adeguatamente la diversità delle situazioni che si presentano all’interno della stessa classe. A questa crescente complessità si aggiunge anche un carico burocratico sempre maggiore. Una parte significativa del corpo docente denuncia che la quantità di relazioni, registri e pratiche amministrative richieste occupa un tempo prezioso che dovrebbe essere dedicato al lavoro diretto con gli studenti. Nel frattempo, le linee guida del Dipartimento dell’Istruzione continuano a generare nuove riforme curricolari e modelli pedagogici che in molte occasioni risultano difficili da applicare nella pratica quotidiana delle scuole. Di fronte a questo panorama, gli insegnanti si trovano sempre più sopraffatti nell’affrontare il proprio compito didattico con le condizioni e l’attenzione che gli studenti meritano. A queste difficoltà si aggiungono inoltre condizioni economiche che non hanno seguito lo stesso andamento del costo della vita. Negli ultimi anni il prezzo delle abitazioni e dei generi alimentari è aumentato in modo molto significativo, mentre gli stipendi degli insegnanti sono rimasti praticamente fermi per molto tempo. Tutto ciò ha generato un crescente malcontento nel settore dell’istruzione, che si è espresso anche nelle piazze. Dal mese di febbraio gli insegnanti catalani hanno organizzato manifestazioni di massa, chiedendo un miglioramento dei molteplici aspetti che determinano la qualità del sistema educativo, sia per gli studenti che per i docenti. Il messaggio ripetuto in queste mobilitazioni è chiaro. Gli insegnanti chiedono aumenti salariali, la riduzione del numero di alunni per classe, un reale potenziamento delle risorse e del personale necessario per rendere possibile un’istruzione inclusiva, la diminuzione del tempo dedicato alle attività burocratiche, una profonda revisione del programma educativo e la stabilizzazione dell’organico docente. In questo momento, inoltre, la contesa tra i sindacati ha fatto sì che le manifestazioni iniziate a febbraio siano state nuovamente indette per cinque giorni consecutivi in marzo. L’USTEC, il sindacato maggioritario tra i docenti catalani, non accetta gli accordi firmati da CCOO e UGT con il governo. Una dinamica che, secondo quanto denunciano molti docenti, riflette una tensione ricorrente tra la difesa dei diritti lavorativi del personale docente e gli equilibri politici che condizionano le trattative. Le manifestazioni del personale docente non sono solo una rivendicazione lavorativa, ma anche un segnale d’allarme sullo stato del sistema educativo. Perché quando chi è ogni giorno nelle aule avverte che le condizioni attuali rendono sempre più difficile garantire un’istruzione di qualità, il problema smette di essere solo dei docenti e diventa inevitabilmente, un problema di tutta la società. Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo Raquel Paricio
March 17, 2026
Pressenza
Messaggio da Gaza ai tempi della guerra USA-Israele-Iran
Dopo un lungo silenzio riaccendiamo i riflettori su Gaza grazie al racconto di storia vissuta che ci ha appena inviato Nancy Hamad, la studentessa in economia che vorrebbe con tutte le sue forze laurearsi. Nel dicembre del 2024 il collettivo di docenti e ricercatori “Roma Tre Etica” ha conferito a Nancy una laurea honoris causa (simbolica) nel giorno stesso in cui il terzo ateneo della Capitale la conferiva a una delle artefici sul piano giuridico del regime di apartheid e oggi di genocidio: la costituzionalista, colonnello dell’esercito israeliano Daphne Barak Erez. Si trattò di un omaggio verso i numerosi centri di potere sionisti all’interno di un ateneo non nuovo a tali iniziative. Ecco il messaggio di Nancy: Ciao Stefano, grazie a Dio stiamo bene. Per noi non è cambiato molto, ma la tregua ha portato un notevole sollievo, anche se i bombardamenti continuano a verificarsi a intermittenza. Non c’è pace interiore in noi. Siamo ancora sfollati nel sud, viviamo in tende. Siamo estremamente provati psicologicamente. La speranza è letteralmente svanita dai nostri cuori. Non riusciamo più a immaginare il nostro futuro; è un futuro sconosciuto. I nostri giovani stanno morendo nella nostra terra. Non ci sono sogni, né speranza, né obiettivi, né ambizioni, mentre un tempo sognavamo come gli altri giovani di tutto il mondo. La frammentazione interna e il disordine tra la popolazione di Gaza sono diventati immensi. Siamo dispersi. Dopo la guerra con l’Iran, noi a Gaza siamo stati dimenticati e il mondo ci ha dimenticati. Abbiamo perso la speranza di tornare nella nostra terra. Siamo persino stanchi di parlare e rivolgerci al mondo intero senza alcun risultato tangibile. Ogni commento è superfluo; a noi resta solo il doveroso compito di non spegnere i riflettori. Stefano Bertoldi
March 17, 2026
Pressenza
Intervista a Serena Baldini di “Vento di Terra”, ONG attiva da anni in Palestina
Cara Serena, raccontaci della ONG Vento di Terra. Vento di Terra nasce nel 2006 in Palestina da un gruppo di giovani, con l’idea di restituire diritti e potere alle persone schiacciate dall’occupazione militare. Ora lavoriamo anche in Afghanistan, Giordania, Camerun e Albania, laddove i diritti sono negati. Quali sono state le maggiori difficoltà? Il settore della cooperazione è cambiato tantissimo: prima lavoravamo con i Comuni italiani, invitavamo i bambini palestinesi qui, ma ora quel tipo di supporto è scomparso, le risorse non ci sono più o non si vogliono spendere in questa direzione. Dal 7 ottobre 2023 la nostra agenzia per la cooperazione ha congelato tutti i fondi riguardo alla Palestina, anche per i progetti già approvati. La burocrazia che rallentava i progetti c’è sempre stata, ma ora si sono aggiunte le decisioni politiche. Rendere conto sui progetti va bene, ma (ora soprattutto per la Palestina) avere gli occhi puntati continuamente addosso toglie il fiato. In fondo l’accusa, neanche troppo velata, fatta alle ONG è stata quella “Mandate soldi ai terroristi”, anche se non c’è mai stata alcuna prova in questo senso. Come vi finanziate? In buona parte ancora attraverso progetti finanziati dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione  che però ha deciso di uscire completamente da Gaza. Per Gaza grazie ai nostri donatori privati, ma anche alle Nazioni Unite o ad alcune fondazioni private.  Ricordo nel passato le vostre famose scuole, quella di gomme e quella di sabbia. Ci sono ancora? Sì, pensa che quella di gomme creata nel 2009 secondo le autorità israeliane doveva essere demolita appena dopo la costruzione. In quel caso la visibilità sui media a livello internazionale ci ha protetto molto. Ma sono state distrutte altre scuole in area C e tante comunità hanno subito violenze ed espulsioni continue, in base al piano di ricollocamento forzato di Israele. Oggi le violenze si sono moltiplicate, non c’è paragone tra l’aggressività dei coloni attuale e quella di alcuni anni fa. I coloni sono 700.000 e sono organizzati, vanno in giro armati a terrorizzare la popolazione palestinese. Hai avuto esperienze dirette di incursioni dei coloni? Sì. Avremmo dovuto lavorare con due comunità beduine a nord di Gerico, una zona bellissima, colline dove immagineresti di poter fare un trekking; in realtà sono occupate da coloni che iniziano con un caravan e un uomo armato che si piazza in cima a una collina e poco dopo iniziano le costruzioni. Sono coloni estremisti, si chiamano “Hill boys”, vanno in giro a terrorizzare, picchiare, minacciare, a volte sono bande di ragazzini. Più volte i palestinesi in auto sono stati accerchiati da queste bande che tirano pietre. A dicembre mi sono proprio trovata in una situazione di questo genere: li abbiamo visti da lontano, in mezzo alla strada e in questi casi è incredibile come i palestinesi reagiscano con apparente tranquillità. “Normalità”, del tipo, andiamo avanti? Torniamo indietro? O si chiede all’altra auto come gli è andata, oppure si va avanti col sorriso sperando di limitare i danni. E’ pazzesco. Perché ho detto “avremmo dovuto lavorare con due comunità…” Perché quelle due comunità sono state costrette ad abbandonare le loro baracche e le hanno rifatte, in qualche modo, ancora più povere, altrove. Avremmo dovuto riabilitare le loro scuole, ora stiamo montando una tenda dedicata ai bambini nell’area dove si sono spostati e allestendo tre classi aggiuntive nella scuola dove alcuni di loro sono stati accolti. È ancora vero che, in situazioni come quelle che descrivevi prima, il fatto che ci sia un internazionale tuteli i palestinesi? Non è più vero come un tempo. A volte ci sono anche gruppi israeliani che difendono i palestinesi. Ora davvero, sia coloni che esercito, non guardano in faccia nessuno. Se un tempo poteva esserci l’intervento di un soldato che cercava di calmare un colono, questo non avviene assolutamente più. Come vedi la società israeliana? Quanto contano coloro che si oppongono al governo, all’occupazione? Il mio osservatorio è il dialogo che abbiamo con israeliani che però fanno parte di quella piccola minoranza che è a fianco dei palestinesi. La mia impressione è che se i contrari al governo Netanyahu sono tanti, questo non vuol dire che siano contro l’occupazione; da questo siamo ben lontani. Il 7 ottobre è una ferita ancora aperta. È difficile: i nostri amici ci raccontano come la maggior parte degli israeliani non riesca a riconoscere i palestinesi come esseri umani, come l’apartheid sia feroce e diffuso. E molti non si rendono conto di questa brutalità: chi sta a Tel Aviv non vede il muro, i check point, le colonie. Eppure, i nostri amici israeliani sono convinti che questa attuale politica faccia un male enorme al loro Stato: un sacco di israeliani stanno andando via perché non riescono a vivere in quel contesto. Ma vanno tutti tre anni nell’esercito. Sì, Israele è una società militarizzata, il lavaggio del cervello inizia fin dall’asilo, i soldati sono figure di riferimento, educative. Chi capisce che quello che viene fatto dal governo israeliano, dal suo esercito è criminale, fa comunque fatica ad uscirne, è una rottura che isola dal lavoro, dalla famiglia, dalla società intera. Lo stigma è forte. C’è chi finisce in carcere e addirittura chi si toglie la vita.  Veniamo a Gaza. Cosa facevate e cosa riuscite ancora a fare? Siamo arrivati a Gaza nel 2011, ancora con le comunità beduine. Hanno perso la loro identità nomade, non possono più pascolare le greggi, non c’è spazio. Lì abbiamo iniziato a costruire un centro per l’infanzia, formando un team di educatrici. Potevamo entrare coordinandoci con le autorità israeliane e con Hamas, ci volevano i due permessi. Ce li hanno sempre concessi. L’ultima volta sono andata nel settembre del 2023 e avrei dovuto tornare ad ottobre; avevo il volo il 7 ottobre. Quel giorno non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, il tempo si era fermato.  Com’erano le manifestazioni della Marcia del ritorno del 2018, quando i palestinesi andavano ogni settimana al confine di Gaza a protestare? E’ stato un movimento enorme, pacifico, molto partecipato, anche con famiglie e bambini. I palestinesi si avvicinavano a questa zona “limite” e lì ricevevano gli spari dell’esercito israeliano; molti hanno perso l’uso degli arti inferiori. Guardate “Erasmus in Gaza” se potete. Quali erano i rapporti con Hamas? C’era sicuramente un controllo di sicurezza quando entravamo a Gaza, ma non abbiamo mai avuto problemi. Certo eravamo controllati, ma non era qualcosa di oppressivo. Lavorando poi in ambito educativo ci rapportavamo con il Ministero dell’Educazione, l’ala politica del movimento e si dialogava con loro in maniera molto aperta, stando su temi di educazione inclusiva. Dimostravano un sincero interesse alla possibilità che la comunità potesse avere servizi migliori. Essendo queste scuole dell’infanzia, le educatrici erano formate e pagate da noi (certo non attraverso le rette che tenevamo bassissime). Quella che avevamo costruito a Gaza era una scuola bellissima, l’edificio più bello del villaggio, che ora è stata rasa al suolo. In Cisgiordania invece le scuole primarie che abbiamo costruito sono entrate a tutti gli effetti nel sistema educativo pubblico palestinese. Avevi o no la sensazione che i bambini di Gaza soffrissero della condizione di accerchiamento e di reclusione? Difficile dirlo; a Gaza c’era una tale energia vitale, bellezza, attaccamento alla vita che secondo me spiega la loro resistenza in questo periodo. Certo sono bambini che hanno vissuto quasi ogni anno delle operazioni militari israeliane, anche prima di questo orrore. Il villaggio dove lavoravamo noi era al nord e sfollavano ogni volta che c’era un attacco. Gli psicologi di Gaza con i quali collaboravamo ci dicevano che le categorie occidentali a Gaza servono poco, come parlare di post-trauma, quando la normalità è un susseguirsi continuo di attacchi. L’essere umano poi tira fuori delle risorse incredibili e lì a Gaza hanno sviluppato una capacità di fronteggiare situazioni per noi inimmaginabili, ma i segni da qualche parte rimangono. Quindi lo stress, il senso di insicurezza, la perdita sono quotidiani nelle famiglie. E adesso? Le persone ci sono tutte e questo è fondamentale. Tutto lo staff ha perso la casa, è sfollato, ma nel tempo le nostre persone si sono ritrovate in piccoli gruppi e si sono “ricomposte” le equipe. Stanno lavorando. È incredibile, ma ce la fanno. Ora sosteniamo sei scuole d’emergenza per la fascia primaria, dai 6 ai 13 anni e tre scuole della fascia prescolare. Sono tende o edifici non completamente demoliti, scuole di emergenza, ma i bimbi sono iscritti regolarmente e vi sono servizi integrativi come attività ricreative e servizio psicologico, di gruppo o individuale. Spazi Temporanei di Apprendimento ad Al-Nuseirat, Gaza City e Khan Younis. Considerate che la scuola per la popolazione palestinese è sempre stata importantissima; si poteva non mangiare, ma la scuola era fondamentale. Quindi sono tanti gli insegnanti, i professionisti che si sono inventati nuove forme di scuola. Non siamo soli, riusciamo ad accogliere ogni giorno 960 bambini e il nostro personale è composto da 45 persone. Un altro problema: come fate con il materiale didattico? Bella domanda. Abbiamo sempre acquistato dentro Gaza, fare entrare del materiale autonomamente è un sistema talmente lento e complesso che non ce l’avremmo fatta. Si sono riaperti alcuni canali commerciali e alcuni importatori che vendevano prima del 7 ottobre ricominciano ad avere dei prodotti. In questo modo possiamo avere una fattura e pagare con un trasferimento bancario. Abbiamo distribuito sia cibo che materiale educativo. I costi però sono inaccessibili per le famiglie.  E la corrente elettrica? Figurati che era un disastro anche prima, prima del 7 ottobre la gente aveva l’elettricità per 4 ore al giorno. Chi era fortunato aveva il generatore o pannelli solari. All’inizio siamo stati a lungo senza notizie, non si potevano ricaricare i telefoni. Adesso la situazione è un po’ migliorata e si usano i pannelli solari. Gli aiuti non entrano. No, è pazzesco, entrano col contagocce. Sono stata a Rafah anche con la delegazione parlamentare. La Croce Rossa egiziana ha riempito magazzini enormi di materiale, anche refrigerato, con medicinali e altro. Ci sono centinaia di camionisti egiziani che aspettano sotto il sole anche da mesi. L’Egitto in tutta questa storia ha avuto un ruolo: esiste al Cairo una sorta di agenzia che facilita gli ingressi in Egitto, lo faceva anche prima del 7 ottobre. In questi ultimi due anni, la gente è uscita da Gaza pagando 5.000 euro. Conosco direttamente chi è uscito in questo modo e ha dovuto pagare in contanti tutti quei soldi. E’ un mercato degli esseri umani, pensate a 5.000 euro moltiplicati per, si stima, 150.000 persone che sono uscite da Gaza. Come avvengono invece i trasferimenti di soldi? È stato complicatissimo, all’inizio c’era bisogno di far arrivare contanti, così c’erano degli strozzini che vendevano il denaro e se tu mandavi sul conto di un abitante di Gaza 100 euro ne otteneva 60. Adesso ci sono dei metodi di pagamento elettronico alternativi, attraverso i telefonini e in questo sono stati bravissimi.  Io sono a dir poco meravigliata, quando parlando con persone del nostro staff sento nelle loro parole dell’entusiasmo. Fanno un lavoro in cui credono, avvertono un grande senso per quello che stanno facendo per i piccoli e per le loro famiglie. Che cosa possiamo fare qua? Mantenere l’attenzione su quello che avviene lì, far capire che nulla è risolto, spiegare e raccontare soprattutto ai giovani, ma anche ai bambini, quello che avviene in quella parte di mondo. Dobbiamo avere presente che l’attuale prospettiva è portare avanti il genocidio, l’annientamento, la cancellazione di un popolo. In Palestina sta crollando l’intero stato di diritto mondiale. Lottare con loro e per loro è farlo per tutto il mondo. La Palestina libera tutti e tutte. Che cosa provi nei confronti del popolo israeliano? Dobbiamo riuscire a capire il dolore che c’è anche in loro. So benissimo che la proporzione tra ciò che subisce una parte e l’altra è imparagonabile, ma non possiamo non riconoscere che anche la popolazione israeliana fatica. Se non vediamo quel pezzo lì, non andiamo da nessuna parte, e penso che da soli non ce la facciano a uscire da questa situazione.  I coloni armati sono dei criminali istituzionalizzati ai quali la società israeliana sempre più razzista sta dando spazio. Ma, ripeto, dobbiamo riuscire a vedere che esiste un’altra parte. Il vero nemico da cui liberarsi è il sionismo. Su questo, gli ebrei nel mondo hanno una visione ben diversa da chi vive in Israele immerso nella paura e nella propaganda.   Andrea De Lotto
March 17, 2026
Pressenza
Una paternità senza possesso
Giovedì 19 marzo all’Istituto di Formazione Politica “Pedro Arrupe” di Palermo  sarà presentato il libro di Nino Sammartano Paternità.  Dai padri biblici Abramo, Zaccaria e Giuseppe un promemoria per i padri di oggi, La Medusa Editrice. Riprendiamo dalla quarta di copertina Nino Sammartano è nato nel 1952 a Marsala, dove vive dopo aver lavorato come docente di materie letterarie al Liceo Classico. Impegnato come Salesiano Cooperatore nella formazione dei giovani e delle famiglie, nonché nel volontariato sociale, ha scritto interessanti saggi pedagogico-spirituali. In quest’ultima opera l’autore prende in considerazione tre figure della paternità, di cui si racconta nelle Sacre Scritture:  Abramo,  Zaccaria e Giuseppe. Tre esperienze affini per diversi aspetti, ma soprattutto per determinazione di uniformarsi al volere di Dio, grazie alla quale essi fanno proprio un modo di essere padri che li preserva dalla tentazione della possessività. Come si legge nell’Introduzione, «attraverso un percorso di crescita interiore, che non ignora dunque momenti anche faticosi, i tre padri biblici maturano un modo casto di amare ciascuno il proprio figlio». È una testimonianza significativa, anche al di fuori di un orizzonte di fede, per i padri di oggi, in un tempo caratterizzato culturalmente dalla “evaporazione”, come ama dire Recalcati, della figura paterna. Così scrive l’Autore nella Premessa > Tante sono le figure di padri che si incontrano nelle pagine della Bibbia, con > vicende segnate ora dalla sofferenza o da lacerazioni relazionali ora da > esperienze positive e gratificanti. A tre figure, in particolare, voglio > dedicare la mia attenzione in questo libro: tre figure che sono accomunate > anzitutto dalla condizione di una paternità inattesa, dall’essere diventate > padri inaspettatamente, fuori da ogni prevedibile prospettiva. Si tratta del > patriarca Abramo, diventato padre di Isacco (il figlio della promessa) in > tarda età, quando la moglie Sara non era più nella condizione biologica di > poter concepire e generare; del sacerdote Zaccaria, marito di Elisabetta, che > con lei concepisce il figlio Giovanni, nonostante la risaputa sterilità della > moglie; di Giuseppe, lo sposo di Maria, chiamato da Dio a diventare padre > putativo di Gesù, di un figlio di cui egli non è il padre biologico. > > Tre paternità distanti nel tempo (la prima risalente agli inizi della storia > della Salvezza, la seconda e la terza, tra loro coeve, risalenti invece agli > inizi della storia e della Redenzione), tre esperienze dell’essere padre > naturalmente diverse l’una dall’altra ma accomunate, oltre che dal carattere > “miracoloso” dei tre concepimenti, anche dal maturare di un amore paterno > conforme al volere di Dio, di un amore paterno sostanzialmente casto, libero > cioè dalla tentazione della possessività nei confronti del figlio. > > Ho detto “maturare” perché Abramo, Zaccaria e Giuseppe, nonostante la loro > fede, nonostante la loro disponibilità a fare la volontà di Dio, hanno dovuto > purificare la loro capacità di amore paterno, non se la sono ritrovata dentro > già pienamente sviluppata, già matura. > E questo non ci può sorprendere, se consideriamo che la Bibbia ci racconta > storie di salvezza, non storie di perfezione: storie in cui la salvezza si fa > strada attraverso le vie tortuose della fallibilità umana, attraverso le > cadute, le fragilità e le imperfezioni degli uomini, disposti però ad aprirsi > all’amore e alla volontà di Dio e ad accogliere la sua Grazia. > > Non possiamo ignorare, infatti, la presenza di «una realtà amara – come > leggiamo in Amoris laetitia n. 19 – che segna tutte le Sacre Scritture. È la > presenza del dolore, del male, della violenza che lacerano la vita della > famiglia e la sua intima comunione di vita e di amore». > Attraverso un percorso di crescita interiore, che non ignora, dunque, momenti > anche faticosi, i tre padri biblici maturano un modo casto di amare ciascuno > il proprio figlio. > > Questa dimensione di castità dell’amore paterno merita di essere riconsiderata > anche oggi, in un tempo culturalmente caratterizzato peraltro da un certo > smarrimento dell’identità del padre, dalla evanescenza o “evaporazione”, come > ama dire Recalcati, della figura paterna.Merita di essere riconsiderata sia > perché essa è fondamentale per una sana e feconda paternità, sia perché non è > scontata né è agevolata, come si potrebbe forse pensare, dall’alleggerirsi e > dal rarefarsi della presenza paterna nella vita dei figli. > > Ecco, allora, l’articolazione di questa ricerca e di questa riflessione: > ripercorrere, con l’ausilio dei non molti nuclei narrativi pertinenti che > troviamo nelle Scritture, l’esperienza di paternità dei tre personaggi > biblici, con l’attenzione a cogliere il manifestarsi della loro adesione al > volere di Dio e della dimensione di castità del loro amore paterno; quindi > provare a collocare nell’oggi, nella cultura sociale odierna, il valore della > castità dell’amore di padre, prospettando alcune esigenze da non trascurare e > a cui dedicare anzi una attenta considerazione, come chiede anche il recente > magistero ecclesiale. > > Non ne viene fuori un saggio esaustivo sulla paternità (cosa che > richiederebbe, naturalmente, prendere in considerazione tanti altri aspetti), > ma un modesto contributo a ripensarne e a riproporne una componente > sostanziale. > > > >   Redazione Palermo
March 16, 2026
Pressenza
Scuola, pace e conflitti: a Milano la presentazione dell’Osservatorio contro la militarizzazione
Venerdì 13 marzo alle ore 17.00, presso la Biblioteca della Nonviolenza Attiva di via Mazzali 5 a Milano, si è svolta la presentazione dell’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università. All’incontro sono intervenute Roberta Leone, presidente dell’Osservatorio, ed Elena Abate, referente per Milano. L’iniziativa è stata l’occasione per illustrare le attività dell’Osservatorio, nato con l’obiettivo di monitorare e denunciare la crescente presenza di logiche e strutture militari all’interno del sistema educativo, promuovendo allo stesso tempo una cultura della pace e della nonviolenza. In un contesto internazionale segnato da tensioni e conflitti armati, il lavoro dell’Osservatorio mira a difendere il ruolo della scuola e dell’università come luoghi di formazione critica e democratica. Durante l’incontro Roberta Leone ha presentato anche due volumi pubblicati da Aracne Editrice che raccolgono gli atti dei convegni promossi dall’Osservatorio. Il primo è “Scuole e Università di pace: fermiamo la follia della guerra” (2026), che analizza il fenomeno della militarizzazione dell’istruzione e le sue implicazioni culturali e politiche. Nel volume si osserva come negli ultimi anni si sia registrata «una vera e propria escalation del processo di militarizzazione dei luoghi della formazione», accompagnata dal tentativo di legittimare una presunta “cultura della difesa” o “cultura della sicurezza” all’interno della scuola.  Il secondo libro, “Comprendere i conflitti, educare alla pace” (2025), raccoglie invece gli interventi del primo convegno nazionale dell’Osservatorio e propone una riflessione sul ruolo dell’educazione nella comprensione dei conflitti contemporanei. Tra i contributi si sottolinea come la presenza crescente degli apparati militari nei luoghi dell’istruzione rischi di normalizzare la guerra: «la scuola va alla guerra e la guerra ed i suoi apparati di morte entrano sempre di più nelle scuole italiane».  Attraverso saggi di studiosi, docenti e ricercatori, i due volumi affrontano temi che vanno dal rapporto tra industria bellica e università alla diffusione di una cultura militarista nella società. Allo stesso tempo propongono percorsi educativi alternativi fondati sulla pedagogia della pace, sul dialogo e sulla comprensione dei conflitti. La presentazione alla Biblioteca della Nonviolenza Attiva ha offerto quindi l’occasione per conoscere più da vicino il lavoro dell’Osservatorio e per rilanciare il dibattito sul ruolo delle istituzioni educative nella costruzione di una società fondata sulla pace, sulla democrazia e sulla partecipazione critica. Tiziana Volta
March 14, 2026
Pressenza
Insegneremo disobbedienza
Fiumicino, “Legalmente Marciando”: oggi non si vola, si marcia…ma c’è l’Aeronautica Militare! “Legalmente Marciando”, a dispetto del nome, non è una gara podistica o una parata militare, ma una manifestazione simbolica che coinvolge le scuole del circondario del Comune di Fiumicino che la organizza in collaborazione con l’Aeronautica Militare. Fiumicino, vuoi per la contiguità con lo scalo aereo più importante d’Italia vuoi per la vicinanza di presenze militari di rilievo, (dalle varie postazioni radar, all’aeroporto di Furbara sede del 17° stormo specializzato in operazioni CSAR, ad alto rischio) non è nuovo ad attività che fanno della retorica panpenalista (la ben nota “educazione alla legalità”) uno dei propri cavalli di battaglia. Il problema, dal nostro punto di vista di insegnanti della scuola pubblica, tutte in teoria “scuole di pace”, è che il patriottismo/militarismo associato ad una legalità fine a sé stessa, che si traduce in semplice obbedienza a prescindere dalla giustezza delle leggi, normalizza non solo il valore intrinseco dell’obbedienza ma appunto la presenza e il connubio con la divisa militare, in questo caso quella blu scuro dell’Aeronautica. […] Stefano Bertoldi Salerno, presentazione Calendario Esercito 2026 con le scolaresche al grido “Lo giuro!” A Salerno il 18 febbraio 2.26 presso la Caserma dei Carabinieri “Gianalfonso D’Avossa” è stato presentato il CalendEsercito 2026. Come altre volte, coloro che inviano all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università l’informazione, la raccolgono da emittenti e stampa locali. Si tratta di servizi sempre molto compiaciuti, senza alcun accenno critico, come questo di “Telecolore”. La presentazione di “Lo giuro” avviene alla presenza delle autorità militari, religiose, del rettore dell’università cittadina. Come di consueto, sono invitate le scolaresche di alcuni istituti superiori. Giurare è un verbo performativo, la pronuncia coincide con il comportamento espresso. Si giura per dimostrare sincero impegno al rispetto di un obbligo. Un tempo giuravano – in quanto impiegati civili dello Stato, all’insegna della bona fides verso il Governo in carica, il Ministero e la sua amministrazione – anche le/ gli insegnanti, pratica fascista abolita solo nel 1981. […] Cultura infausta quella fondata su Patria e Nazione, che continua produrre guasti, basta leggere le Nuove Indicazioni Nazionali per il primo ciclo dell’istruzione (DM 19 dicembre 2025 n. 211; https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2026/01/27/26G00021/SG), dove il suprematismo italiano è continuamente richiamato. Nella premessa e nel quadro delle competenze per i tre ordini di scuola, è presente in altre formule, più ambigue e più pervasive: il richiamo alla lingua nazionale, alla sua cultura di impianto latino-romano come cornice per l’integrazione e per l’inclusione dei non nativi (e dei nativi privi di accesso al diritto di cittadinanza!). Le virtù del buon soldato sono seduttive, la lealtà appare nella sua prima accezione di rispetto degli obblighi verso il proprio paese, rimanda a sentimenti che potrebbero costituire anche l’impianto etico di un buon cittadino che rispetta le regole, la legalità, nell’obbligazione che sanziona la disobbedienza. […] [Ma] la guerra in corso, la collaborazione dei colossi dell’industria degli armamenti alla pubblicazione, il ritorno della leva obbligatoria in Europa (da noi, forse) fanno purtroppo pensare alle possibili vite distrutte, oggi: nuovi orfani vittime di un giuramento. Renata Puleo Cagliari, liceo artistico “Foiso Fois” e nautico “Buccari” all’orientamento per le carriere militari Anche quest’anno scolastico le scuole superiori in Sardegna avranno il loro punto di riferimento nel Comando militare dell’Esercito – Sardegna per «informazione e orientamento sulle opportunità di arruolamento e prospettive di carriera» nell’arma dell’Esercito. Così dice la circolare pubblicata nel sito dell’URS Sardegna e diramata ai vari Istituti scolastici, comunicando altresì che il «Comando promuove le visite da parte delle studentesse e degli studenti presso gli Enti/Reparti dell’Esercito stanziati nell’Isola». Quindi si prevedono non solo incontri nell’ambiente scolastico, ma anche visite a siti militari. Il liceo artistico di Cagliari “Foiso Fois” è una delle scuole che da ottobre hanno diramato l’avviso a studenti studentesse, famiglie, docenti, aggiungendo tra i siti visitabili anche i musei militari e dando così quel tocco di cultura che può servire a rendere l’incontro con gli ambienti militari più proponibile, anche se non esattamente giustificabile. L’istituto tecnico nautico “Buccari” di Cagliari (ora denominato “trasporti e logistica” e da vari anni accorpato al tecnico Marconi) ha già svolto a novembre 2025 un incontro in sala conferenze con la Marina militare, dedicato alle classi quinte, e presenzierà il 13 aprile, con le classi quarte, alla “Giornata del mare 2026”, presso la sede operativa della Guardia di Finanza al porto canale di Cagliari. Le iniziative hanno la finalità di “orientamento”. Anche in questo caso l’iniziativa della scuola sta sulle orme della circolare indirizzata dal MIM all’Ufficio scolastico regionale nel mese di ottobre e avente come oggetto “Marina Militare italiana – Attività d’informazione e orientamento sulle opportunità di arruolamento e prospettive di carriera”. Sempre in quest’ottica il 7 gennaio c’è stato per le classi quarte e quinte, nella sala conferenze della scuola, l’incontro con un ex studente diplomato al Buccari, che adesso è allievo della Scuola Sottoufficiali della Marina Militare di Taranto. La circolare prevede che l’allievo parli del proprio percorso postdiploma evidenziando “gli strumenti” che permettono ai ragazzi di “definire il proprio ruolo nella società, sulla base delle proprie aspirazioni e competenze”, evidentemente all’interno di contesti militari, infatti il giovane “illustrerà le carriere che è possibile intraprendere frequentando la Scuola Sottoufficiali”.  Anche questa iniziativa è collocata nei moduli di “orientamento”, che al Buccari hanno una particolare insistenza con la Marina militare. In questo insieme di incontri con figure della Marina militare e della vita marittima decisamente orientate ad arruolare “militarmente” lo studente o studentessa del Buccari, si nota un altro incontro, svolto per le classi quinte il 9 dic. presso il teatro Massimo, con un diverso genere di figura, cioè Giuliana Sgrena, la giornalista del Manifesto che ha presentato il suo libro intitolato “Me la sono andata a cercare – diari di una reporter di guerra”. Qui lo sguardo dei/delle discenti potrà leggere la realtà da un punto di vista differente, non solo quello della bella carriera prospettata dalle attività di “orientamento” con i militari, ma quella della guerra vera e propria col suo orrore e distruttività. Da iniziative come queste si desume che la sensibilità su queste tematiche tra chi ha il ruolo di docente non si sia fatta cancellare. Gli studenti e le studentesse che svolgono l’orientamento dovrebbero aver presente che la vita militare può comportare un coinvolgimento diretto nelle operazioni di guerra, e, come vediamo dall’attualità dei nostri giorni, le guerre dilagano, con i lutti e le tremende ingiustizie che si trascinano dietro. Non a caso i corpi d’arma militare del nostro Stato (e dei vari Stati europei) sono alla ricerca di nuove e giovani reclute, e incombe la forte possibilità che sia reintrodotta la leva obbligatoria. Che ruolo vorrebbe avere lo studente, la studentessa, nei terribili contesti della guerra? Quello del soldato che deve obbedire agli ordini? Quello di un/una civile che vorrebbe evitare le guerre e il riarmo accelerato? La seconda opzione si può praticare già da subito, cerchiamo di capire come. Circolare Liceo artistico Cagliari sull’orientamento con l’Esercito Italiano Intervento dell’Osservatorio all’assemblea promossa dalla Cgil a Pisa Vale la pena ricordare che la leva non è abrogata, ma solo sospesa; la presenza di militari nelle scuole presenta obiettivi ben chiari: guadagnare il consenso delle giovani generazioni al riarmo, alla cultura di guerra e al militarismo, favorire atteggiamenti accondiscendenti verso la sostanziale riscrittura della storia novecentesca, abbattere ogni critica e obiezione etica e morale alle tecnologie duali, all’utilizzo della scienza a fini bellici. Nell’università proprio i ristretti fondi per la ricerca rappresentano l’occasione per privati e multinazionali di guadagnare spazi e consensi presentandosi come finanziatori e mecenati della libera ricerca che poi libera non è. Le giovani generazioni vanno lusingate, conquistate e indirizzate ad atteggiamenti acritici e passivi, lo strumento migliore è iniziare fin dalla tenera età a far passare l’idea che la guerra sia normale, anzi indispensabile a salvaguardare il nostro stile di vita, gli interessi del Paese, ad accaparrarsi, ovunque siano, le materie critiche. Per raggiungere questi scopi hanno dovuto attaccare fin dalle fondamenta il mondo della scuola, promuovere non conoscenze ma competenze, favorire la cultura del merito e della performance per giustificare le disuguaglianze crescenti acuite nel tempo dall’arrestarsi del classico motore sociale.[ …] La guerra acuisce le disuguaglianze economiche e sociali, alimenta ingiustizie e disparità, la guerra non porta benefici se non a chi produce armi e speculazione. Meglio fermarla e con essa la devastante cultura militarista.     Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
March 14, 2026
Pressenza
Sicilia, esercito nelle scuole per parlare del concorso per volontari e carriere militari
Il 27 febbraio scorso è scaduto il termine del secondo blocco (Home Page Concorso) del concorso per 3000 volontari in ferma iniziale (VFI) e nelle settimane precedenti c’erano infopoint dell’esercito in molte città italiane. Allestiti nei centri commerciali, nelle piazze del centro cittadino o direttamente nelle scuole. L’obiettivo degli infopoint dell’esercito è avvicinare quanta più gente è possibile, soprattutto giovani tra i 18 e i 24 anni e invogliarli ad arruolarsi. Nella regione Sicilia l’esercito è entrato nelle scuole per descrivere agli studenti e alle studentesse prossimi al diploma le modalità di partecipazione al concorso (Opportunità in uniforme, l’Esercito incontra i giovani siciliani per orientare al futuro). Riguardo al reclutamento nelle carriere iniziali delle FFAA abbiamo trovato dei dati interessanti nel dattiloscritto di un’audizione tenuta in IV Commissione (Difesa) dal direttore generale del personale militare (PERSOMIL) ammiraglio Luciano Ricca, il 16 gennaio 2019. Leggiamo che circa il 70 per cento dei giovani che partecipano ai concorsi, proviene dal Mezzogiorno. Tale polarizzazione ha come fisiologica conseguenza che la maggior parte dei vincitori sarà chiamata a svolgere il servizio in una regione diversa da quella di provenienza. Inoltre nel reclutamento dei VFP1 (oggi VFI), dal 2013 si registra un consistente calo degli aspiranti: nel 2017 alla seconda fase della selezione non si è presentato il 59% dei convocati. Nel 2016 a fronte di circa 10.000 posti a concorso, sono risultati idonei al termine delle attività selettive 8.184 concorrenti, dei quali solo 7.390 sono stati incorporati, ovvero meno 2.609 unità rispetto alle esigenze. Tale tendenza è sostanzialmente confermata nel 2017 e nel 2018 (XVIII Legislatura – Commissioni permanenti – Indagini conoscitive). Le professioni nelle FFAA e di polizia sono quindi meno attraenti e popolari di quanto si dica, e ciò è dimostrato dalla crisi di organico che stanno attraversando. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia come intollerabile il favore delle istituzioni scolastiche verso le attività di propaganda militare e continuerà a lavorare per una informazione critica, per ostacolare la deriva militarista del nostro Paese in tutti i modi leciti e possibili. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
March 14, 2026
Pressenza
Protesta degli studenti e dei docenti napoletani al convegno per il Referendum Costituzionale
Alcuni Istituti scolastici superiori di Napoli hanno deciso di far partecipare numerose classi quinte al convegno “Referendum costituzionale (22-23 marzo 2026) – Posizioni giuridiche” presso la biblioteca di Castel Capuano. Dalla circolare interna del 5 marzo 2026 ho appreso che tra le varie scuole anche l’Istituto Polo delle Arti Caselli-Palizzi, con quattro classi quinte accompagnate da cinque docenti, è stato coinvolto nell’iniziativa descritta come “di elevato valore formativo e coerente con quanto previsto nelle programmazioni di Educazione civica” che “offre agli studenti un’importante occasione di approfondimento e riflessione sulle diverse posizioni relative al referendum confermativo, promuovendo consapevolezza civica e partecipazione attiva alla vita democratica”. La circolare in questione ha informato i lavoratori a cose fatte senza rendere nota anche la locandina ufficiale dell’evento la quale invece avrebbe suscitato qualche perplessità in merito. Tra i relatori infatti figuravano esponenti della maggioranza di governo, come il sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia Andrea Ostellari e il senatore della Lega Gianluca Cantalamessa che discutevano con altri convinti sostenitori o attivisti del Sì quali il componente della presidenza del Consiglio di Stato ed ex parlamentare leghista Francesco Urraro e il magistrato ed ex parlamentare di An Luigi Bobbio. Ebbene tale convegno è apparso al pubblico scolastico presente un’adunata di propaganda in sostegno del voto Sì alla prossima scadenza elettorale referendaria. Di conseguenza un gruppo di docenti e studenti sono intervenuti per protestare contro una simile manifestazione che è stata interrotta a causa della fragorosa indignazione dei presenti i quali poi hanno lasciato l’aula. Tra di essi una studentessa dell’Istituto Caselli-Palizzi si è recata presso il microfono della sala per denunciare la propria contrarietà nei confronti di un’iniziativa di propaganda per il Sì fatta passare per un’iniziativa di formazione-informazione e ha chiesto agli astanti di abbandonare il convegno in segno di protesta. Esprimo dunque una dichiarazione di solidarietà nei confronti dei contestatori i quali hanno giustamente reagito ad un evento elettorale in sostegno delle posizioni politiche di un governo che in questi anni sta agendo tramite la repressione e il divieto del dissenso: lo abbiamo visto anche in occasione dell’invio di ispettori nei licei che hanno ospitato la rappresentante speciale dell’ONU, Francesca Albanese, per raccontare del genocidio in Palestina. Va pure ricordato però che a proposito di guerra, Gaza, Palestina e genocidio la protesta del corpo docente, degli ATA e degli studenti si è espressa di recente in maniera forte e chiara attraverso scioperi, occupazioni e cortei che hanno visto una partecipazione straordinaria da parte delle scuole napoletane e non solo: lo scorso mese di ottobre il plesso Palizzi ad esempio è stato occupato dagli studenti per dieci giorni al fine di condannare lo stato di apartheid in cui sono costretti a vivere i palestinesi; e nel successivo mese di dicembre il Collegio Docenti del “Caselli-Palizzi” ha finalmente approvato un documento ufficiale di solidarietà con il popolo palestinese, di “ferma condanna verso ogni forma di guerra, violenza indiscriminata contro i civili e violazione dei diritti fondamentali, con particolare riferimento ai massacri in atto nella striscia di Gaza ad opera dell’esercito israeliano” e si è impegnato “a promuovere, nell’ambito delle attività scolastiche ed educative, iniziative, percorsi didattici, momenti di riflessione, manifestazioni o eventi che contribuiscano a formare una coscienza civica, critica e solidale, nel pieno rispetto della missione educativa della scuola”. Nel cogliere perciò l’occasione per rinnovare al Dirigente e ai suoi collaboratori la richiesta di pubblicazione sul sito istituzionale e diffusione del documento approvato all’unanimità dal Collegio, invito i Dirigenti e, in particolare, il Dirigente dell’IS Caselli-Palizzi e i suoi collaboratori, a non aderire alle iniziative di propaganda referendaria per il Sì, a non farsi strumento di propaganda governativa e di promuovere invece la formazione del pensiero critico tra discenti e docenti. Ai Consigli di Classe degli alunni che si sono resi protagonisti della contestazione durante il convegno di stamattina propongo poi di assegnare un bel 10 in educazione civica, voto conquistato sul campo, a testimonianza della maturità e della consapevolezza democratiche raggiunte. Ai docenti va l’encomio per non essersi passivamente asserviti alle autorità del potere politico ed economico che si impongono nella società e nei luoghi di lavoro. La dignità della scuola si costruisce dalla base. 11 marzo 2026 Prof. Paolo Esposito Mocerino – RSU Cobas Scuola, Istituto Superiore Polo delle Arti “Caselli-Palizzi” di Napoli Redazione Italia
March 13, 2026
Pressenza
A Firenze la scuola si conferma laboratorio di pace, relazione e trasformazione dei conflitti
All’incontro “Generare habitat di pace. Abitare il conflitto con le relazioni”, promosso da Rondine Cittadella della Pace con la Regione Toscana nell’ambito di Didacta Italia, risultati, metodi e prospettive di un’educazione capace di trasformare il conflitto in occasione di crescita. Dalle istituzioni al mondo della scuola, fino alle testimonianze dei giovani, un messaggio condiviso: la pace non è un’astrazione, ma una competenza educativa concreta   (Firenze 12 marzo 2026).  Si è svolto questa mattina, alla Fortezza da Basso di Firenze, nell’ambito di Didacta Italia 2026, l’incontro “Generare habitat di pace. Abitare il conflitto con le relazioni”, promosso da Rondine Cittadella della Pace con il sostegno della Regione Toscana, per approfondire il valore educativo della trasformazione dei conflitti dentro e fuori la scuola.   «Un luogo che rischiava lo spopolamento – spiega la vicepresidente della Regione Toscana Mia Diop – è diventato negli anni una vera cittadella dedicata alla pace. Un progetto che la Regione Toscana sostiene anche attraverso le risorse del Fondo Sociale Europeo + 2021–2027 e che dimostra concretamente come giovani provenienti da Paesi segnati dai conflitti possano incontrarsi, studiare e vivere insieme, trasformando la distanza e la diffidenza in dialogo e responsabilità. In un momento storico in cui la guerra torna a colpire intere generazioni, esperienze come questa ci ricordano che un’altra strada è possibile».   «Nei prossimi mesi – continua Diop – avvieremo anche il percorso degli Stati Generali della Pace, che abbiamo scelto di costruire come uno spazio aperto e partecipato. Crediamo che la pace debba nascere dal confronto, dalle relazioni, dalla cultura e dall’impegno delle comunità. Sarà un lavoro diffuso su tutto il territorio toscano, insieme alle istituzioni, alle associazioni, alle scuole, alle università e soprattutto alle giovani e ai giovani».   L’appuntamento ha riunito rappresentanti istituzionali, mondo educativo, studenti e studentesse, offrendo una riflessione condivisa su un tema sempre più centrale nel presente: costruire comunità scolastiche capaci non di rimuovere il conflitto, ma di attraversarlo senza distruggere la relazione. «L’esperienza di Rondine rappresenta oggi uno dei modelli più autorevoli e concreti di educazione alla pace. Il suo insegnamento è profondo: il conflitto, se attraversato con strumenti adeguati, può trasformarsi da frattura in occasione di crescita, riconoscimento e bene comune. È un metodo che parla ai contesti internazionali come alle scuole, alle comunità e alle relazioni quotidiane, offrendo una prospettiva educativa capace di incidere davvero nel presente», ha ribadito Paola Butali, vicepresidente di Rondine Cittadella della Pace, ricordando la centralità del Metodo Rondine.   Al centro dell’incontro, coordinato da Elena Calistri, Autorità di gestione FSE Regione Toscana, i primi risultati del progetto “Educazione alla Pace e alla Trasformazione dei Conflitti”, sostenuto dal PR FSE+ 2021-2027 della Regione Toscana, avviato nelle scuole toscane per promuovere cittadinanza globale, partecipazione attiva e strumenti concreti per la gestione delle tensioni nei contesti educativi. Un percorso che ha mostrato come la pace, per essere credibile, debba uscire dal linguaggio delle dichiarazioni di principio e diventare pratica quotidiana, esercizio di ascolto, responsabilità e riconoscimento dell’altro.   «Nel quadro delle politiche regionali per la promozione della cultura di pace, Rondine rappresenta un interlocutore di particolare rilievo, riconosciuto per la qualità della propria esperienza e per l’impatto dei progetti sviluppati in ambito educativo e sociale. La collaborazione con Rondine rafforza la capacità della Regione Toscana di portare nelle scuole e nei territori percorsi strutturati di cittadinanza globale, dialogo e trasformazione dei conflitti, con un investimento concreto rivolto a migliaia di studenti e studentesse», ha affermato Paolo Caldesi, FSE Regione Toscana.   Un ulteriore contributo è arrivato da Alessandro Zecchin, presidente di Assodidattica, che ha posto l’accento sul rapporto tra ambienti di apprendimento e qualità della relazione educativa: «Le imprese possono e devono stare accanto a esperienze come Rondine, perché educare alla pace significa anche costruire spazi e relazioni che rendano possibile la trasformazione dei conflitti. Il contributo delle aziende può essere concreto: sostenere ambienti, tecnologie, reti e opportunità che aiutino questa metodologia a diffondersi sempre di più».   L’incontro ha guardato anche al futuro con il focus su YouTopic Fest 2026, che si svolgerà dal 4 al 7 giugno, il Festival internazionale sul conflitto promosso da Rondine, e sulla prossima Marcia per la Pace che apre il Festival, momenti che intrecciano educazione, cittadinanza e protagonismo giovanile. In questo quadro si è inserito l’intervento di Spinella dell’Avanzato, ufficio Scuola Rondine, che ha richiamato il ruolo della scuola come luogo vivo, attraversato da domande generative: «Con YouTopic 2026 Rondine propone una riflessione profonda sul tema dell’inquietudine, intesa non come elemento di fragilità da neutralizzare, ma come dimensione generativa dell’esperienza educativa e umana. Il festival intende offrire a studenti, studentesse e docenti uno spazio di confronto in cui le domande aperte, i conflitti e le fragilità possano essere riconosciuti e trasformati in risorsa per la crescita, la responsabilità e la costruzione di relazioni più consapevoli».   Particolarmente significative le testimonianze delle Rondinelle d’Oro, Anna Iacci, Giacomo Parini e Francesca Gerardo, ex studenti e studentesse del Quarto Anno Rondine, insieme alla proiezione dei video del meglio di YouTopic 2025 e delle voci di pace della World House, che hanno dato corpo e voce a un’esperienza in cui la pace non viene raccontata in astratto, ma vissuta nelle relazioni e nelle differenze.   Uno spazio specifico è stato inoltre dedicato ai lavori con gli studenti e le studentesse delle classi 4HENO, 4NSAL e 4RSAL dell’IPSSEOA “Bernardo Buontalenti”, coinvolti in un’attività sul tema di YouTopic Fest 26 a cura dell’ufficio Scuola Rondine e del team del festival, coordinato dalle Rondinelle d’Oro Anna Iacci e Giacomo Parini: un passaggio concreto che ha mostrato come i contenuti dell’incontro possano tradursi immediatamente in pratica educativa.   L’incontro di Didacta ha così restituito un’immagine netta: la pace, nella scuola, non è un tema ornamentale né una parentesi celebrativa. È un metodo, una postura educativa, una competenza da allenare con continuità. In un presente che sembra spesso organizzato attorno alla semplificazione dello scontro, la proposta emersa da Firenze indica una direzione diversa: fare della relazione il primo spazio di costruzione del futuro. Fonte: CS Rondine Redazione Toscana
March 13, 2026
Pressenza