TRUMP A CARACASdi SANDRO MEZZADRA
Per una volta non si può dire che la “strategia di sicurezza nazionale”
statunitense sia soltanto un manifesto retorico. Secondo le linee che avevamo
descritto poche settimane fa, l’“operazione militare straordinaria”
dell’amministrazione Trump in Venezuela ha posto in atto il “corollario” alla
Dottrina Monroe enunciato in quel documento. La rottura rispetto al diritto
internazionale, la liquidazione di ogni sistema “basato sulle regole” è
apertamente rivendicata. E come ha notato Celso Amorim, diplomatico brasiliano
di lungo corso e primo consigliere del Presidente Lula in materia di politica
estera, nelle parole di Trump non c’è alcun tentativo di “dissimulare” le
ragioni dell’intervento. Petrolio, risorse, pieno dominio sull’“emisfero
occidentale” ed esclusione di ingerenze “straniere” (si legga “cinesi”, in primo
luogo): nessuna menzione per i diritti umani e per la democrazia appare più
necessaria.
Il regime di guerra globale inaugurato dall’invasione russa dell’Ucraina conosce
con la seconda amministrazione Trump una torsione ormai apertamente
imperialistica. Frenati dal peso del debito e incapaci di esercitare un’egemonia
globale, gli Stati Uniti puntano a ridefinire gli spazi per la proiezione della
propria potenza politica, militare ed economica – prima di tutto ristabilendo il
loro controllo sull’America latina, che si era in qualche modo allentato dopo la
fine della guerra fredda. Altrove, in Asia occidentale, il compito di
riorganizzare un dominio regionale è affidato a Israele, mentre il genocidio di
Gaza non sembra ostacolare nuove alleanze con le monarchie del Golfo. La Russia
e soprattutto la Cina potrebbero approfittarne, costruendo le proprie geografie
regionali di potenza, mentre Paesi come l’India e la Turchia avrebbero a loro
volta l’opportunità di fare il proprio gioco.
Sono solo pochi cenni al mondo che si intravede seguendo le scie degli
elicotteri, degli aerei e dei droni che hanno attraversato il cielo di Caracas
nella notte tra il 2 e il 3 gennaio. Il multipolarismo centrifugo e conflittuale
che aveva preso forma all’indomani della crisi finanziaria del 2007/8 (e delle
guerre statunitensi in Iraq e in Afghanistan) sembra mutarsi in un mondo
nuovamente diviso in blocchi, l’uno contro l’altro armato. Nulla vi è tuttavia a
ricordare l’età della guerra fredda, quando secondo il celebre detto di Raymond
Aron la pace era impossibile ma la guerra improbabile. Troppo profonda è
l’interdipendenza nel mondo di oggi, in primo luogo sotto il profilo del
funzionamento del modo di produzione capitalistica. E i blocchi sono in
formazione, tutt’altro che delimitati da stabili linee di confine. La guerra è
destinata a segnare la congiuntura, tanto nel processo di formazione dei blocchi
quanto – come possibilità sempre data – tra di essi.
La guerra, del resto, non si limita alle operazioni militari contro altri Stati.
Si diffonde sempre più, secondo una geometria variabile, anche nelle società e
nelle economie: questo intendiamo parlando di regime di guerra. Non può
sfuggire, e Trump lo ha affermato direttamente, il nesso tra un’operazione come
quella condotta a Caracas e l’invio dei militari nelle grandi metropoli
statunitensi, a copertura degli sgherri dell’ICE e delle deportazioni di massa
dei migranti. La violenza è il segno distintivo di un progetto che punta a
determinare un allineamento delle forme di vita, delle modalità di espressione,
delle forme di cooperazione cancellando gli spazi di dissenso, libertà e
uguaglianza. È la logica bellica del blocco, nella forma specifica in cui si
manifesta oggi negli USA: a spingerla sono trasformazioni profonde del
capitalismo, nel segno del monopolio, sia esso quello di Big Tech e delle grandi
piattaforme infrastrutturali o quello delle compagnie petrolifere, “le più
grandi al mondo” come ha ricordato Trump.
I processi che abbiamo sommariamente descritto pongono un’ipoteca pesantissima
sullo sviluppo delle lotte sociali e sulle prospettive di trasformazione
politica in ogni parte del mondo. Lo avvertono con chiarezza, in questo momento,
i movimenti, le forze di sinistra e i governi progressisti in America latina. La
mobilitazione contro l’intervento statunitense in Venezuela non può che
guardare, pur nella consapevolezza della difficoltà, alla ricostruzione di una
prospettiva regionale capace di contrastare la nuova dottrina Monroe
statunitense. Ma la questione è più generale: nel momento in cui si ridisegnano
con violenza gli spazi globali, di fronte al regime globale di guerra quella che
siamo abituati a chiamare politica internazionale diventa una dimensione
essenziale della politica interna. È all’altezza di questa sfida che dobbiamo
ridefinire il modo in cui pensiamo e pratichiamo la politica, su qualsiasi
scala.
Abbiamo parlato spesso in questi ultimi anni della necessità di un nuovo
internazionalismo. Lo straordinario movimento contro il genocidio a Gaza, tra
settembre e ottobre, ne ha dato in Italia una prima esemplificazione.
L’intervento statunitense in Venezuela ci spinge a proseguire su quel terreno e
contemporaneamente ad approfondire la ricerca e la sperimentazione. Reti e
mobilitazioni internazionali, rapporti tra forze politiche, pratiche di
solidarietà, attenzione a quel che si muove sullo stesso piano istituzionale:
tutto questo è necessario. Ma per spezzare il regime di guerra globale, il nuovo
internazionalismo deve vivere nella quotidianità, deve farsi interno alle lotte
e ai comportamenti sociali, deve orientare la costruzione di rapporti e modi di
cooperazione che esprimano un radicale rifiuto della guerra, una diserzione
capace di tradursi efficacemente in sabotaggio.
Liberare le nostre vite dall’ipoteca della guerra indica oggi il terreno
generale su cui dobbiamo disporre la nostra azione. Non è qualcosa che possa
essere separato (magari per affermarne la “priorità”) dall’insieme delle lotte
sociali, sul tema dell’abitare, della difesa degli spazi, del salario, del
rifiuto del patriarcato e del razzismo, della giustizia climatica. Non può che
attraversare tutte queste lotte, mentre soltanto da esse deriva la propria forza
affermativa. Nuovo internazionalismo significa anche far vivere il rifiuto della
guerra in una mobilitazione di quartiere o contrastare l’autoritarismo di un
governo nazionale. Significa poi inventare nuovi spazi di azione politica, che
per noi sono anche gli spazi europei nella crisi e nel disfacimento degli
assetti istituzionali dell’Unione. È su questa molteplicità di livelli che
dobbiamo imparare ad agire e pensare per fermare la guerra e aprire nuovi spazi
per la trasformazione sociale.
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