Silvia Rosa / Con arma d’inchiostroSilvia Rosa continua il proprio orientamento poetico verso i vivi, e soprattutto
le “vive” – sopravvissute – che, mattone dopo mattone, ogni giorno lucidano
l’armatura perché questa serve contro l’orco mondiale, maschile, più della
resistenza che affatica ossa e muscoli, e toglie il fiato cui la poetessa (come
tutte) aspira perché la vita continui inviolata. E sia ancora tonico quel canto
“alla durata” che serve a frequentare stagioni, e futuri in qualche modo
atletici. L’accuratezza visiva che ha sempre incantato critici e lettori in
questo nuovo libro oltrepassa, ancora e di più, la verità umana traducendosi nel
continuo svelare – in ogni poesia – l’oscura opera del drago contaminante col
suo fiato il giusto peso del corpo e delle menti femminili. Il drago, sia
chiaro, è sempre maschile e non tiene conto di legami che dovrebbero essere
fondamenta di vita, e costruiti intorno a spazi certi, inviolabili e inviolati.
Territori corporali che non dovrebbero preludere a fiabe inventate per dar luogo
al “supremo sbaglio” che molti padri, incombenti, operano “lacerando la velina
dell’infanzia”.
Il gioco domestico non è un gioco, sarebbe sufficiente questo a far puntare lo
sguardo nella giusta direzione, prima che serva la storia letteraria di una
poesia a far denuncia, a scoperchiare l’immagine contraffatta della famiglia
offerta da una pubblicistica ipocrita. Ogni poesia di L’ombra dell’infanzia è
una tessera che sceglie da sé il proprio posto in questa narrazione (o meglio,
resoconto) mutata spesso in un memoir del “sottosopra” a cui nessuno vorrebbe
assistere ma che quotidianamente allunga artigli velenosi per ogni dove, città,
villaggi e contrade. In quelle zone dell’altro mondo il racconto utilizza tutti
gli spazi che la poesia si dà per essere presente, inequivocabile, con i toni
suoi propri: carattere, timbro, e misure del pieno e del vuoto.
È un dialogo continuo, inesausto – riferisce Rosa in una nota – con Neige Sinno,
autrice di Triste tigre, libro in cui vincendo l’impossibilità di “non
scrivere”, dopo anni di ricerca pervicace degli strumenti per farlo, testimonia
in modo personale e collettivo di una bambina che è stata violentata per anni da
un adulto. La durezza intorno a cui si gravita è irreparabile, la letteratura
“non salva” ma la scrittura denuncia, mette con le spalle al muro le “tigri”
bipedi, in una dimensione dove è messo a forza anche l’agnello. Il martello
della prosa di Neige è lo stesso della poesia di Rosa.
Rosa impedisce che lo spazio rasenti il limite del documentabile, lo fa con
energiche ventate di realtà stese sulla pagina liberando quel che non si dice,
quel che la schiuma dei tempi attuali confonde sempre più con l’aria inquinata
in essa contenuta. E denuncia, denuncia le parole “inesistenti” messe in campo
da chi sa ma tace. Rosa si chiede dove sono ora le “sopravvissute”, e quale
strada percorrono in solitaria o con sorelle illuminate dalla stessa luna. Non è
questione di lirica, la visione di quei “fuochi fatui”: questi sono vere
presenze sorte dalla perduta memoria, perché averla significa non smarrire mai
il dolore del danno. La dichiarazione di sopravvivenza è un decalogo da sgranare
trasformandolo in una serie di mattoni sovrapposti, gli stessi che compongono il
muro a cui appendere, sfavorendo la retorica delle vittime, il papiro del non
perdono. Perché tutti, dall’ombra dell’omertà, vedano davvero.
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