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Il caffè gestito dall’intelligenza artificiale: chi comanda davvero?
Mona ha gestito un caffè a Stoccolma per sei settimane: ma la vera domanda non riguarda la tecnologia, bensì chi decide e chi risponde. A Stoccolma, in un locale qualunque, per sei settimane un agente di intelligenza artificiale chiamato Mona ha gestito un caffè. Ha ordinato forniture, assunto personale, aperto conti commerciali, preso decisioni operative in autonomia. Il budget era di 21.000 dollari. I ricavi prodotti sono stati 5.700. Le spese, 16.000 dollari, di cui una parte consistente in tremila guanti di lattice — acquistati, si presume, con una logica impeccabile dentro un sistema che non aveva mai bevuto un caffè, non aveva mai visto una cassa, non aveva mai capito cosa succede quando un cliente aspetta troppo e se ne va. L’esperimento è stato condotto da un gruppo di ricercatori che volevano testare le capacità operative di un agente basato su Google Gemini in un ambiente reale, con vincoli reali e conseguenze reali. Il risultato è stato raccontato come un fallimento istruttivo. Ma la parola «istruttivo» merita di essere tenuta ferma, perché l’istruzione che ne ricaviamo dipende interamente dalla domanda che decidiamo di fare. La domanda sbagliata La domanda che circola — nelle sintesi tecnologiche, nei commenti degli addetti ai lavori, nelle newsletter che aggregano notizie di settore — è sostanzialmente questa: l’AI era pronta? E la risposta, ovviamente, è no: non era pronta, ha sbagliato, ha sprecato risorse, ha dimostrato limiti evidenti di contestualizzazione. Mona non capiva il contesto operativo. Agiva senza comprendere. Premeva pulsanti, come ha scritto qualcuno con efficace sintesi, senza sapere cosa stava facendo. Ma questa risposta, per quanto corretta, è la risposta alla domanda sbagliata. Perché la domanda giusta non è se Mona fosse pronta. La domanda giusta è: chi ha deciso di metterla lì? Chi ha scelto di affidare a un sistema che «agisce senza comprendere» la gestione di un’attività che coinvolgeva lavoratori in carne e ossa, fornitori reali, denaro vero? E soprattutto: con quale mandato, con quale responsabilità, con quale possibilità di intervento per chi stava dentro quel sistema senza averlo scelto? Il lavoratore che non c’era Nell’intera narrazione dell’esperimento — così come viene raccontato, sintetizzato, commentato — c’è una figura che rimane quasi invisibile: il personale assunto da Mona. Esseri umani che hanno ricevuto un’offerta di lavoro da un agente artificiale, che hanno lavorato in un locale gestito da un algoritmo, che hanno eseguito istruzioni generate da un sistema che non aveva alcuna comprensione del lavoro che stava coordinando. Non sappiamo cosa abbiano vissuto. Non sappiamo se abbiano avuto interlocutori umani a cui rivolgersi quando qualcosa non funzionava. Non sappiamo se abbiano avuto contratti, tutele, qualcuno che rispondesse delle loro condizioni. Questo non è un dettaglio. È il centro della questione. Perché l’intelligenza artificiale applicata al lavoro non è soltanto una questione di efficienza o di competenza tecnica del sistema: è una questione di potere. Chi comanda, chi risponde, chi paga quando qualcosa va storto. Mona ha speso 16.000 dollari e prodotto 5.700 di ricavi: il disavanzo ricade su qualcuno. I tremila guanti inutili esistono fisicamente da qualche parte. Le ore di lavoro del personale sono state consumate. E Mona, nel frattempo, non risponde a nessuno, perché non è nessuno — è un sistema, e dietro il sistema ci sono scelte umane che l’esperimento ha reso convenientemente invisibili. L’autonomia come delega di responsabilità C’è una retorica consolidata intorno agli agenti autonomi che vale la pena smontare. Si dice che questi sistemi «prendono decisioni», che «gestiscono», che «coordinano». Il linguaggio è deliberatamente antropomorfico, e non è neutro: attribuire agentività al sistema significa, anche solo sul piano semantico, sottrarre agentività — e responsabilità — agli esseri umani che lo hanno progettato, addestrato, distribuito e messo in posizione di comando su altri esseri umani. Mona non ha deciso di comprare tremila guanti. Ha eseguito una logica che qualcuno ha costruito, in un contesto che qualcuno ha scelto, con un budget che qualcuno ha autorizzato. L’autonomia operativa del sistema non è autonomia nel senso in cui lo intendiamo per gli esseri umani: è l’esecuzione opaca di istruzioni che nessuno, in quel momento, stava supervisionando. Ed è esattamente questa opacità — non la stupidità del sistema, non il suo «non essere pronto» — il problema politico che l’esperimento ha portato in superficie senza nominarla. Il diritto del lavoro, nella sua lunga storia, ha impiegato decenni a costruire tutele contro il potere arbitrario del datore di lavoro: il diritto a conoscere chi comanda, il diritto a contestare un’istruzione illegittima, il diritto a un interlocutore responsabile. Un sistema autonomo che «assume» e «coordina» dissolve queste tutele non perché le violi esplicitamente, ma perché le rende strutturalmente inapplicabili: non c’è nessuno a cui rivolgersi, nessuno che risponda, nessuno che abbia «deciso» nel senso giuridicamente rilevante del termine. Cosa ci dice davvero lo spreco C’è ancora un aspetto dell’esperimento che merita attenzione, ed è il meno commentato. Mona ha fallito in modo spettacolare sul piano economico. Ma il fallimento economico — lo spreco misurabile, il disavanzo quantificabile — è paradossalmente la parte più rassicurante della storia, perché è visibile, è misurabile, è correggibile. Si tira fuori il sistema, si analizzano gli errori, si migliora il modello per la prossima iterazione. Quello che non si vede, e che nessun indicatore economico cattura, è il costo umano dell’opacità: le ore di lavoro in un contesto privo di supervisione umana reale, le decisioni operative eseguite senza possibilità di contraddittorio, la condizione di dipendenza da un sistema che non comprende né le proprie istruzioni né le loro conseguenze sulle persone. Questo costo non compare nel rendiconto dell’esperimento. Non comparirà nel paper che ne verrà pubblicato. Non comparirà nelle slide con cui il prossimo gruppo di ricercatori presenterà i risultati alla prossima conferenza. E non comparirà perché non è stato misurato. E non è stato misurato perché non era la domanda. E non era la domanda perché la domanda era: l’AI era pronta? Stoccolma non è un caso limite Sarebbe comodo liquidare l’esperimento del caffè di Stoccolma come un caso estremo, un esperimento accademico deliberatamente provocatorio, lontano dalla realtà ordinaria del lavoro. Non è così. In forme meno visibili e meno documentate, agenti autonomi vengono già utilizzati per coordinare turni, valutare performance, filtrare candidature, gestire processi logistici. La differenza rispetto a Mona è soltanto di scala e di trasparenza: là l’esperimento era dichiarato, qui è routine. Là i tremila guanti erano evidenti; qui gli errori si disperdono in flussi di dati che nessuno ha il mandato di esaminare. La domanda che l’esperimento ci lascia non è tecnica. Non riguarda Gemini, non riguarda Google, non riguarda la prossima versione del modello che farà meglio di Mona. Riguarda noi, e le scelte che stiamo facendo mentre il dibattito pubblico è ancora fermo sulla domanda sbagliata. Un sistema che agisce senza comprendere può essere utile, in contesti adeguatamente presidiati, con responsabilità umane chiaramente allocate e meccanismi di controllo effettivi. Ma un sistema che agisce senza comprendere, messo in posizione di comando su esseri umani, senza supervisione reale e senza accountability, non è un esperimento sull’intelligenza artificiale. È un esperimento su di noi. Su quanto siamo disposti a delegare. E a chi. Fonte Google Gemini AI agent «Mona» runs Stockholm café for six weeks, sintesi dell’esperimento pubblicata da <a href=”https://www.emergence.ai/”>Emergence AI</a>, maggio 2026, citata in <a href=”https://www.zerotoai.co/”>ZeroToAI Newsletter</a> del 16 maggio 2026. Francesco Russo
May 18, 2026
Pressenza
Il ricatto come contratto
Quando minacciare il licenziamento è un reato — e perché ci vuole così tanto a riconoscerlo C’è un tipo di violenza che non lascia lividi. Non compare nelle statistiche della criminalità, non finisce nei notiziari della sera, non mobilita campagne. Eppure è una delle forme di coercizione più diffuse nel mercato del lavoro italiano: la minaccia del licenziamento usata come leva per imporre condizioni che il lavoratore non accetterebbe mai liberamente. Orari non pagati. Rinunce a contributi maturati. Buste paga firmate per cifre mai corrisposte. Il tutto accompagnato da un messaggio implicito, chiaro e brutale: o accetti, o perdi il posto. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 11253 del 2026 della seconda sezione penale, ha detto una cosa che sembra ovvia ma che nel dibattito giuridico e pubblico fatica ancora ad affermarsi: quella condotta è estorsione. Non una violazione lavoristica. Non un abuso contrattuale da rimettere all’ispettorato o al giudice civile. Un reato, punibile con la reclusione fino a dieci anni. La notizia è rilevante. Ma lo è ancora di più il fatto che ci sia bisogno di ribadirlo. Un fenomeno ordinario Parliamo di qualcosa che milioni di lavoratori conoscono direttamente o indirettamente. Il ricatto occupazionale non è un’eccezione nel tessuto produttivo italiano: è una pratica strutturale, che prospera nell’informalità, nella dipendenza economica, nella difficoltà di trovare alternative. Prospera soprattutto là dove il lavoratore non può permettersi di perdere il reddito — e il datore lo sa. Non riguarda solo il lavoro nero, anche se nel lavoro in nero raggiunge la sua forma più spudorata. Riguarda i contratti part-time firmati da chi lavora a tempo pieno, i pagamenti in nero che completano stipendi ufficialmente regolari, le ferie mai godute che spariscono dai cedolini, i premi di risultato promessi a voce e negati per iscritto. Riguarda i lavoratori assunti con contratti a termine rinnovati di trimestre in trimestre, ciascuno dei quali è un’occasione per ricalibrare le condizioni verso il basso. Riguarda, in sostanza, chiunque dipenda da una sola fonte di reddito e non abbia potere contrattuale per difenderla. Il denominatore comune è sempre lo stesso: l’asimmetria. Da un lato c’è chi può decidere se mantenere o revocare un posto di lavoro. Dall’altro c’è chi, se quel posto perde, rischia di non pagare l’affitto il mese successivo. Questa asimmetria non è un accidente del mercato: in molti settori è progettata, alimentata, gestita consapevolmente come strumento di controllo. Cosa è successo nel caso deciso dalla Cassazione Il caso è emblematico proprio per la sua ordinarietà. Una società aveva sistematicamente indotto i propri dipendenti ad accettare condizioni peggiorative, prospettando il licenziamento a chi si fosse opposto. Non si trattava di episodi isolati. Era una pratica organizzata, reiterata, costruita sulla certezza che i lavoratori non avrebbero avuto la forza di resistere. Le corti di merito avevano condannato gli imputati per concorso in estorsione. La difesa aveva tentato di ricondurre tutto alla fattispecie dell’art. 603-bis del codice penale, il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro — norma introdotta nel 2011 per combattere il caporalato, che prevede pene significativamente inferiori. La Cassazione ha respinto questa lettura. Dove ricorrono gli elementi dell’estorsione — la minaccia, la coartazione della volontà, il profitto ingiusto, il danno patrimoniale — l’art. 629 del codice penale si applica. Le due norme non si escludono, e l’una non può diventare un rifugio per chi pratica l’altra. C’è un elemento tecnico che la Corte chiarisce con precisione e che vale la pena capire anche fuori dai circuiti specialistici: la minaccia di licenziamento integra estorsione quando il rapporto di lavoro è già in essere. Se il datore impone condizioni illegittime a chi è già suo dipendente — anche in nero, anche senza contratto scritto — e lo fa prospettando la perdita del posto, sta usando uno strumento contrattuale come mezzo di coercizione. Il lavoratore perde diritti che aveva già acquisito. Quel danno è reale, è quantificabile, e il diritto penale lo riconosce come tale. Perché il diritto del lavoro da solo non basta Chi conosce le vertenze lavorative sa che il sistema degli strumenti civili e amministrativi è spesso inadeguato rispetto alla realtà che deve fronteggiare. I tempi della giustizia del lavoro sono lunghi, i costi legali sono proibitivi per chi guadagna poco, l’onere della prova ricade quasi sempre su chi ha meno risorse per raccoglierla. L’ispettorato del lavoro è cronicamente sottorganico. Le sanzioni amministrative, quando arrivano, sono spesso inferiori al vantaggio economico ottenuto dalla violazione. Ma il problema più profondo è un altro: il lavoratore che subisce il ricatto difficilmente denuncia mentre il rapporto è in corso. Lo farà forse dopo, quando ha già perso il posto o si è già dimesso. E in quel momento dovrà ricostruire prove di pratiche che si sono svolte in modo informale, orale, intenzionalmente non tracciabile. La difficoltà non è solo giuridica. È psicologica, economica, pratica. L’estorsione cambia questa geometria in modo significativo. La procedibilità d’ufficio significa che non è necessaria una querela della vittima: può essere il pubblico ministero ad agire, ad esempio su segnalazione dell’ispettorato o a seguito di un’indagine più ampia. La pena fino a dieci anni di reclusione ha una capacità dissuasiva reale, quella che le sanzioni amministrative da sole non riescono a produrre. E l’applicazione della norma penale manda un messaggio che il solo diritto del lavoro non riesce a inviare con altrettanta chiarezza: certe condotte non sono irregolarità da sanare, sono crimini. La normalizzazione dello sfruttamento C’è una narrazione diffusa che tende a trattare il ricatto occupazionale come una zona grigia, un’area di confine in cui la colpa è distribuita, in cui il lavoratore ha sempre qualche alternativa che non vuole esercitare, in cui “si sa come funziona”. È una narrazione funzionale a chi pratica lo sfruttamento, e va contrastata. Il lavoratore che firma una busta paga per un importo che non ha ricevuto non ha una scelta libera. Il lavoratore che rinuncia a ferie o permessi per non “creare problemi” non sta negoziando: sta cedendo sotto pressione. Il lavoratore che accetta un peggioramento delle proprie condizioni per non perdere l’unica fonte di reddito che ha non è complice: è vittima. Chiamare queste situazioni con il loro nome è il primo passo per trattarle seriamente. La sentenza della Cassazione va letta anche in questa chiave. Non è un pronunciamento tecnico su un oscuro punto di diritto penale. È una risposta dell’ordinamento a una pratica che l’ordinamento stesso ha tollerato troppo a lungo attraverso la via della qualificazione attenuata. Dire che quella condotta è estorsione significa dire che chi la pratica è un estorsore. Non un datore di lavoro creativo. Non un imprenditore che fa quel che può in un mercato difficile. Un estorsore. Una sentenza che dovrebbe circolare Le sentenze della Cassazione non cambiano da sole la realtà. Lo sa chiunque lavori nel diritto e abbia visto pronunce importanti restare lettera morta perché nessuno le ha rese operative sul territorio. Ma questa sentenza ha le caratteristiche per diventare un punto di riferimento pratico, se entra nel patrimonio di conoscenza di chi lavora sul campo: gli ispettori del lavoro, i sindacalisti, gli avvocati dei lavoratori, i patronati, le associazioni che offrono supporto a chi si trova in condizioni di vulnerabilità lavorativa. Sapere che la minaccia di licenziamento usata per imporre condizioni illegittime può configurare estorsione cambia la geometria delle consulenze, delle segnalazioni, delle strategie difensive. Cambia anche la prospettiva di chi subisce: sapere che quello che gli è stato fatto non è solo una violazione contrattuale ma un reato può essere la differenza tra rassegnarsi e agire. Non si tratta di invocare la repressione penale come soluzione a tutti i problemi del mercato del lavoro. Si tratta di usare gli strumenti che l’ordinamento già offre, dove i presupposti ci sono, senza lasciare che la via della qualificazione attenuata continui a fare da schermo a condotte che, nella loro essenza, sono ricatto. La Cassazione lo ha detto. Il compito ora è farlo sapere. Redazione Napoli
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