Il 1° gennaio 2026 in Liguria si celebra il funerale della riforma sanitaria
Sono nato nel primo dopoguerra in una piccola clinica privata, una delle
pochissime a Milano, città dove fino al 1971, quando aprì l’Ospedale San
Raffaele, non c’erano praticamente ospedali privati. La clinica era
convenzionata con la mutua aziendale Pirelli (dove lavorava mio padre), una
delle tantissime casse mutue (i medici della mutua…), unificate nel 1943
nell’INAM, che sono vissute fino al 1978, quando è stato istituito il Servizio
Sanitario Nazionale (SSN) con la Legge 833 del 23 dicembre 1978. Una legge
ispirata all’articolo 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute
come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e
garantisce cure gratuite agli indigenti.”
Dagli anni ’60 era iniziata nel sindacato, nei partiti e nella società, con i
contributi di tante personalità (tra cui mi sembra giusto ricordare Giovanardi,
Macaccaro e Giovanni Berlinguer), un’analisi sulla salute e l’assistenza
sanitaria in Italia, che fino al 1978 era frammentata e gestita da casse mutue
di categoria, con forti disuguaglianze nell’accesso alle cure. Di certo sulla
nascita della Legge 833, concordata da Dc, Psi e Pci nel clima del “compromesso
storico”, hanno assai influito anche le grandi lotte operaie degli anni ’70
contro la nocività in fabbrica, le lotte per l’abolizione dei manicomi (la Legge
Basaglia è del maggio 1978) e le numerose lotte ospedaliere (1975-77).
Mi pare importante ricordare, in questi nostri anni bui, che l’Articolo 1 della
Legge 833 prevedeva che “l’attuazione del SSN compete allo Stato, alle Regioni e
agli Enti Locali territoriali, garantendo la partecipazione dei cittadini.”
Il finanziamento del SSN doveva avvenire tramite l’istituzione di un Fondo
Sanitario Nazionale (FSN), il cui ammontare veniva determinato annualmente dal
governo.
Con la 833 si legiferò la riunificazione di Prevenzione, Sanità e Riabilitazione
nelle Unità Sanitarie Locali (USL), con la stesura di un Piano Sanitario
Nazionale (art. 53), che doveva essere articolato in un Piano Sanitario
Regionale dalle Regioni, a cui spettavano anche funzioni di controllo, ma che
con l’ Art.13 attribuiva ai Comuni tutte le funzioni amministrative in materia
di assistenza sanitaria ed ospedaliera, che non fossero espressamente riservate
allo Stato ed alle Regioni.
Negli anni ’80, con l’attacco allo Stato Sociale della coppia Reagan-Thatcher e
l’esplosione del capitalismo finanziario, iniziò in Italia l’attacco liberista
al SSN, realizzatosi in successive leggi, che alterarono del tutto spirito e
dettato della 833. Il primo attacco fu l’introduzione dei ticket sanitari nel
1982, in contrasto col fatto che il SSN era finanziato con le entrate fiscali,
che dovevano già essere progressive. Ma lo stravolgimento completo fu opera del
governo Amato, che per ridurre i costi in aumento del SSN, deliberò la legge di
Riforma De Lorenzo N. 502/1992, per cui le Regioni esautorarono i Comuni nella
gestione della sanità, con le Usl diventate Asl, cioè Aziende Sanitarie e così
pure i grandi ospedali, introducendo la gestione manageriale della Sanità: la
legge sostituì nella gestione gli organi politici con organi tecnici, in cima un
Direttore Generale nominato dal Presidente della Giunta Regionale.
Ai Sindaci restavano solo le misure di emergenza sanitaria e
igienica-ambientale. Come ciliegina, si introdusse l’attività
libero-professionale all’interno delle strutture pubbliche da parte dei medici
dipendenti, una particolarità del SSN italiano.
Infine la legge n. 229/1999, la riforma Bindi, «per la razionalizzazione del
sistema sanitario», ha consolidato il processo di aziendalizzazione, ridefinendo
i principi della sanità pubblica in termini di sostenibilità, appropriatezza ed
efficienza. Il decreto ha rafforzato il ruolo programmatorio dello Stato
attraverso il Piano Sanitario Nazionale triennale, attribuendo alle Regioni
maggiore responsabilità nella gestione dei servizi sanitari locali e imponendo
vincoli di bilancio alle Aziende Sanitarie.
Questo progressivo accentramento ed esclusione dei Comuni e della partecipazione
dei cittadini ha contribuito alla buffonata dilagante di chiamare i Presidenti
delle Giunte Regionali Governatori ed anche alla richiesta di Autonomia
Differenziata delle Regioni leghiste più ricche del Nord Italia.
Nel 2024 in Italia la spesa sanitaria pubblica si attesta al 6,3% del PIL,
minore della media europea (6,9%), indecente rispetto alla Germania (10,6% del
PIL) .
Sempre nel 2024 in Italia la spesa sanitaria pubblica pro-capite si colloca 14°
posto tra i 27 Paesi europei dell’area OCSE e in ultima posizione tra quelli del
G7, con un valore di $ 3.835, nettamente inferiore alla media dei Paesi europei
($ 4.689) e ridicola rispetto alla Germania ($ 8.080).
I dati della Relazione sui servizi pubblici del Cnel (Consiglio Nazionale
dell’Economia e del Lavoro) hanno dimostrato che il ruolo della sanità privata
in Italia, sempre più preponderante e in aumento, ormai sfiora i 48 miliardi,
con un aumento tra il 2023 e il 2024 del 4%, (circa il 25% del totale della
spesa sanitaria nazionale) e ha premiato la sanità privata pura, che dal 2016 al
2023 ha raddoppiato gli incassi (da 3,1 a 7,2 miliardi, +137%).
A fronte di questa decadenza della Sanità Pubblica, la Regione Liguria, con la
popolazione più vecchia d’Europa (età media 49,4 anni), già dal 2018 ha
accentrato a livello regionale, sottraendolo alle sue 5 ASL, il Cup per le
prenotazioni delle prestazioni sanitarie, rendendo certamente più difficoltoso
l’accesso, specie per gli anziani.
Dal 1° gennaio 2026 una riforma porterà la Regione Liguria a un’unica Azienda,
la ATS-Associazione Tutela Salute, con una nuova gestione guidata da un
super-commissario, che centralizza tutti gli aspetti amministrativi e
burocratici e “si articola in 5 aree sociosanitarie liguri, corrispondenti ai
territori delle attuali 5 aziende sociosanitarie.” Ci sarà un’Azienda
Ospedaliera Unica per la città di Genova, a cui risponderanno gli ospedali Villa
Scassi, San Martino, Galliera e il futuro ospedale degli Erzelli. Inoltre
saranno unificate le centrali del 118.
E’ da considerare che la Liguria è una delle regioni più piccole di Italia, con
5,4 mila KM2 di superficie, 350 Km di costa e 1,51 milioni abitanti. E
ricordiamoci la decadenza della città di Genova: aveva 800 mila abitanti nel
1971 ora ne ha 525 mila!
E le Case di Comunità, cioè i presidi nel territorio?
Sono 33 le Case di Comunità previste dal Pnrr in Regione Liguria, da attivare
entro il 2026, ma per ora solo 16 hanno almeno un servizio sanitario attivo,
mentre il 51,5% non è ancora operativo. La cifra si riduce a 6 se si guarda
l’attivazione di tutti i servizi obbligatori (eccetto presenza medica e
infermieristica) e addirittura a 2 con tutti i servizi obbligatori attivi,
inclusa la presenza medica e infermieristica (il 6%). Solo 2 su 11 ospedali di
comunità sono operativi. In compenso aumentano di continuo in Liguria (e
Piemonte) le Case della Salute private della famiglia Pesenti, che ha venduto
Italcementi e dal 2020 investe nella sanità privata.
In Italia hanno una sola ASL solo due Regioni con poca popolazione, Molise e
Valle d’Aosta, ma questa riforma della Liguria sarà di esempio per le 9 Regioni
con meno di 2 milioni di abitanti, soprattutto quelle gestite dal centrodestra?
Penso di sì: la strada verso la ultra-privatizzazione della sanità e alle
assicurazioni private, per chi ha i soldi e può farlo, è sempre più larga!.
A Genova e in Liguria l’opposizione, pur dichiarando che la riforma era un
favore ai privati e uscendo dall’aula al momento della votazione, ha contrastato
debolmente questa decisione della Giunta di centrodestra (da anni assai
influenzata dalla Lombardia, vedi l’ex Presidente Toti, ex berlusconiano di
Mediaset) e l’ANCI non ha difeso l’ulteriore espulsione dei Comuni dalla sanità.
I sindacati hanno manifestato durante la votazione con striscioni e fumogeni
davanti al Consiglio Regionale e hanno parlato di salto nel buio, ma io ritengo
sia ben più di questo: il Direttore Generale diventa il vero padrone e gli
operatori sanitari, già insufficienti, potrebbero venire trasferiti a suo
giudizio nei vari luoghi di lavoro dell’ATS unica.
Antonio Lupo – Referente ISDE -Medici per l’Ambiente Liguria
Redazione Italia