La trasformazione della solidarietà in terrorismoLa repressione del movimento pro Palestina e contro il genocidio a
Gaza cresce in tutta Europa. Nel Regno Unito, nel giugno scorso,
l’associazione Palestine Action è stata definita terroristica e messa al bando
e, nei mesi successivi, gli arrestati per solidarietà nei confronti dei suoi
attivisti sono arrivati quasi a 2000. Non diversa è la situazione negli Stati
Uniti e negli altri Paesi dell’Unione Europea, a cominciare dalla Germania e
dall’Olanda.
È in questo contesto che si collocano, in Italia, diverse iniziative di segno
analogo, che si affiancano a pesanti interventi nel corso di manifestazioni e
cortei. Tra quelle di carattere legislativo spiccano i progetti di legge di
diversa provenienza che prevedono l’adozione, a tutti gli effetti, della
controversa definizione operativa di antisemitismo approvata dall’Alleanza
internazionale per la memoria dell’Olocausto (è il caso del progetto di legge n.
1722/Senato, d’iniziativa del sen. Delrio e altri) o addirittura criminalizzano
le “manifestazioni di antisionismo” e la “negazione del diritto all’esistenza
dello Stato di Israele” (è il caso del progetto di legge n. 1627/S d’iniziativa
del senatore Gasparri). Sul piano amministrativo c’è, tra le manifestazioni più
recenti, il decreto di espulsione dell’imam di San Salvario di Torino Mohamed
Shahin a seguito di una controversa dichiarazione sulla natura terroristica o
“di resistenza” dell’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre, e, dunque, di un
supposto reato di opinione, peraltro ritenuto penalmente irrilevante dalla
Procura torinese.
Mancava, a parte alcune vicende minori, un’iniziativa di carattere giudiziario
che, puntualmente, è intervenuta nei giorni scorsi, con l’ordinanza del 26
dicembre del giudice per le indagini preliminari di Genova, che ha applicato la
misura cautelare della custodia in carcere a Hannoun Mohammad Mahmoud Ahmad,
responsabile dell’Associazione benefica di Solidarietà col Popolo Palestinese, e
ad altri otto attivisti, a cui è stato contestato il reato di cui all’articolo
270 bis codice penale “per avere finanziato l’associazione terroristica
Hamas […] consapevolmente contribuendo all’attività dell’organizzazione
terroristica, sia nella componente civile che in quella militare, anche
provvedendo al sostentamento dei famigliari di persone coinvolte in attentati
terroristici o di detenuti per reati terroristici, così rafforzando l’intento di
un numero indeterminato di componenti di Hamas di aderire alla strategia
terroristica e al programma criminoso del gruppo”. Il finanziamento sarebbe
avvenuto – secondo il capo di imputazione – attraverso una rete di
organizzazioni aventi sede in Italia e in Turchia e avendo come
beneficiarie “associazioni con sede in Gaza, nei Territori Palestinesi o in
Israele, dichiarate illegali dallo Stato di Israele, perché appartenenti,
controllate o comunque collegate ad Hamas”, per un importo complessivo, dal 18
ottobre 2001 ad oggi, di poco più di 7 milioni di euro (per una media di 300mila
euro all’anno). Questa la struttura dell’imputazione che desta gravi perplessità
e lascia intravedere nel sottostante procedimento – al di là di eventuali (e
tutte da dimostrare) responsabilità individuali per fatti specifici – una
ulteriore iniziativa diretta, nei fatti, a contrastare la mobilitazione in
favore della Palestina in quanto tale. Diversi sono gli elementi che depongono
in questo senso.
Il primo dato sconcertante è l’iter del procedimento. I fatti presi in esame si
collocano nel periodo compreso tra il 2001 e oggi ma le indagini nei confronti
di Hannoun Mohammad Mahmoud Ahmad risalgono addirittura, al 1991 quando la Digos
di Genova inoltrò alla Procura della Repubblica una informativa sui suoi
contatti con Hamas (che muoveva allora i primi passi). Orbene in tutti questi 35
anni l’attività di Hannoun e dei suoi collaboratori è rimasta sostanzialmente
inalterata ed è consistita nella raccolta di denaro a beneficio della resistenza
del popolo palestinese, come scritto nella denominazione della società che la
coordinava e come pubblicamente dichiarato in ogni occasione. Tale attività, da
sempre sotto i riflettori e scandagliata in tutti i suoi aspetti, è stata
ripetutamente valutata dall’autorità giudiziaria che per ben due volte (nel 2006
e nel 2010) l’ha ritenuta priva di rilievo penale sottolineando, tra l’altro,
l’assoluta ovvietà della frequentazione, “da parte di militanti della causa
palestinese”, di “esponenti di quello che è il più importante gruppo
palestinese”.
I comportamenti degli attuali imputati – a quanto emerge dalla stessa ordinanza
cautelare – sono rimasti immutati negli anni successivi e la destinazione del
denaro raccolto all’aiuto alla popolazione palestinese ha trovato ulteriori
conferme: nonostante anni di intercettazioni e ingenti acquisizioni documentali,
non sono emerse prove di finalizzazione dei fondi al finanziamento di specifici
atti terroristici, mentre la modesta entità delle somme raccolte e inviate a
Gaza e nei Territori occupati (300mila euro ogni anno, come si è detto) nonché
la mancanza di coperture per occultarle sembra escludere in positivo un
finanziamento del terrorismo (che, come l’esperienza, anche giudiziaria,
insegna, si avvale di ben altre risorse e di metodi sofisticati e criptati). Né
il quadro è modificato da alcune delle circostanze riferite nell’ordinanza:
-i rapporti con Hamas di alcune realtà beneficiarie degli aiuti, come rilevato
in passato dai giudici genovesi, sono – qualunque sia il giudizio politico ed
etico su Hamas (che, almeno per me, è ampiamente negativo) – un fatto
inevitabile, ieri come oggi, dato il controllo esercitato dal movimento
sull’intera striscia di Gaza (addirittura in forma di governo, dopo le elezioni
del 2006);
-una connotazione terroristica di tali realtà è priva di riscontri all’infuori
delle attestazioni delle autorità israeliane, a cui non può certo essere
riservato un particolare credito, se è vero che tale qualificazione è da esse
attribuita anche alle agenzie dell’Onu e alle Ong operanti sul territorio, a
cominciare da Medici Senza Frontiere;
-il rinvenimento di rilevanti somme in contanti nelle sedi delle associazioni
facenti capo a Hannoun non è una scelta ma una necessità, avendo gli istituti
bancari di riferimento, dalla fine 2023, disposto la chiusura dei relativi conti
correnti a seguito delle pressioni di Israele e degli Stati Uniti (secondo una
pratica diffusa che ha toccato persino la Relatrice speciale delle Nazioni Unite
sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese);
-le modalità di introduzione del denaro nella Striscia di Gaza (occultato tra
altre merci) non sono particolarmente significative essendo ampiamente
giustificate dalla finalità di impedirne il blocco o il sequestro da parte
dell’esercito israeliano;
-l’aiuto a famiglie di attivisti (e magari anche di terroristi) deceduti o
detenuti, lungi dall’essere di per sé un favoreggiamento del terrorismo, è una
delle attività più tipiche, ove quelle famiglie versino in stato di bisogno,
dell’assistenza e della solidarietà internazionale.
Tutto questo dimostra un dato fondamentale: ciò che oggi è cambiato non è
l’attività delle associazioni coordinate da Hannoun ma la valutazione dei
giudici. E tale ribaltamento di valutazioni dipende dal clima politico-culturale
che si è determinato a seguito delle posizioni assunte dagli Stati Uniti e
dall’Unione Europea, dall’affermarsi della forza sul diritto e dai venti di
guerra che soffiano sempre più forti.
L’esistenza di questo clima e l’adesione acritica al pensiero unico dominante
sono, del resto esplicite nell’ordinanza cautelare fin dal capo di imputazione,
dove le organizzazioni beneficiarie degli aiuti sono ritenute terroristiche non
già sulla base di specifici accertamenti ma in quanto – come già si è detto –
“dichiarate illegali dallo Stato di Israele, perché appartenenti, controllate o
comunque collegate ad Hamas”. Questa subalternità all’impostazione israeliana
percorre, poi, l’intera ordinanza: la ricostruzione della storia, del ruolo e
della struttura di Hamas, effettuata nella sua parte iniziale, è condotta senza
alcun rigore storico e in modo asettico, quasi in vitro, come se non si
collocasse all’interno di un conflitto nel quale il popolo palestinese è vittima
di un genocidio e gli atti di terrorismo intervenuti (ripetuti e gravi) sono
ascrivibili, oltre che ad Hamas, ai responsabili dello Stato di Israele (come
risulta non da opinabili valutazioni politiche ma dalle decisioni delle più
elevate autorità giudiziarie internazionali, come la Corte penale
Internazionale, la Corte Internazionale di Giustizia e la Commissione
Internazionale Indipendente d’inchiesta sui territori palestinesi occupati. Ma,
soprattutto, gli indizi di colpevolezza a carico di Hannoun e dei suoi
coimputati sono in larga misura tratti dalla documentazione trasmessa da
autorità amministrative e dall’esercito israeliano, documentazione rispetto alla
quale il problema non è la possibilità tecnica di acquisizione (su cui
inutilmente si sofferma l’ordinanza) ma la credibilità, siccome provenienti da
autorità che si sono spinte sino negare i bombardamenti su scuole e ospedali e
l’emergenza alimentare e sanitaria in atto a Gaza e a vietare l’accesso nei
territori della stampa e degli osservatori dell’Onu. Una documentazione – merita
aggiungere – di cui la stessa Procura di Genova, nel 2010, aveva sottolineato
«la difficoltà, in alcuni casi impossibilità, di utilizzazione […] in quanto
spesso raccolta nel corso di vere e proprie operazioni militari, peraltro senza
l’osservanza dei principi fondamentali che regolano l’acquisizione delle prove
nel nostro ordinamento».
Evidente, alla luce di quanto precede, che il procedimento genovese e le sue
modalità, a prescindere – lo si ripete – da eventuali responsabilità soggettive
per fatti specifici, rappresentano un’ulteriore escalation nella strategia in
atto, nel nostro Paese e in tutto l’Occidente, di creazione del nemico islamico,
di criminalizzazione del dissenso e di abbattimento del sistema delle garanzie
dello Stato di diritto. C’è di che essere preoccupati e di che riflettere
aumentando la vigilanza democratica.
*LIVIO PEPINO, GIÀ MAGISTRATO E PRESIDENTE DI MAGISTRATURA DEMOCRATICA, È
ATTUALMENTE PRESIDENTE DI VOLERE LA LUNA E DEL CONTROSSERVATORIO VALSUSA
Redazione Italia