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Cuba, futuro segnato?
Da settimane Cuba è sotto il tallone di Trump e il relativo strangolamento messo in atto dall’amministrazione statunitense, che sta comportando condizioni di vita terribili per tutta la popolazione. Sulla situazione in corso nell’isola caraibica abbiamo intervistato Roberto Livi, corrispondente de Il manifesto, profondo conoscitore delle dinamiche sociali e politiche del Paese, dato che vi abita da alcuni decenni. Ci puoi dare un quadro della crisi in corso? La situazione è da tempo drammatica, aggravata dalla mancanza di carburante. Tutti i giorni, per molte ore, ci sono interruzioni per quanto riguarda l’erogazione dell’ elettricità. Alle quali si aggiungono  l’aumento dei prezzi con costi insostenibili per la maggior parte della popolazione, la dollarizzazione dei generi di prima necessità, il collasso dei trasporti, per cui ormai all’Avana ci si muove con tricicli elettrici o in bicicletta.  Questo è il quadro terribile. Molti dei miei vicini di casa cucinano con il carbone o con la legna, parallelamente esiste un malcontento generale non organizzato politicamente, dato che in tutta la fase post rivoluzionaria a Cuba non c’è mai stata una vera società civile, perché quelli così definiti, come l’Unione delle donne, dei giornalisti, sono in realtà cinghie di trasmissione del partito. Così come è evidente una crescente sfiducia nei confronti dello Stato, incapace di risolvere i problemi materiali della gente.  Non c’è una società civile organizzata, però ci sono stati momenti di autorganizzazione nei quartieri popolari o quant’altro? Non si tratta di gruppi di quartiere, bensì di momenti di protesta con alcuni che escono di casa, scendono in strada e cominciano a fare i cacelorazo, altri si uniscono. Nelle zone più periferiche dell’Avana ci sono veri e propri movimenti popolari. Ma non c’è una opposizione in grado di proporre un programma di transizione. Quindi si tratta di focolai spontanei che nel migliore dei casi vengono sedati con l’intervento dei responsabili del partito o dei “comitati di difesa della rivoluzione che cerca di convincere le persone di sperare in un miglioramento, oppure con la repressione poliziesca.  Il contesto è reso ancora più problematico dal fatto che ci sono sostanzialmente due soggetti che si fronteggiano, quello dei “contra” che punta all’abbattimento del governo, e lo Stato che resiste, perché non è vero che sia fallito. Hai fatto riferimento alla questione energetica. La dipendenza dal petrolio è stata una prerogativa del modello economico. In queste settimane più volte si è fatto cenno alle rinnovabili che gradualmente negli ultimi anni sono state scelte come alternativa. Che ci puoi dire a proposito? Sulle rinnovabili Díaz Canel ha informato che oggi – grazie all’aiuto cinese- con il solare – si copre circa il 50% dell’energia richiesta durante il giorno. I problemi sorgono con il calar del sole  perché mancano batterie-  Di accumulazione, manca il carburante per le centrali. Inoltre le micro centrali di quartiere non funzionano a causa della mancanza di diesel.  Per le rinnovabili sono stati già installati circa  500 pannelli in altrettanti policlinici e in qualche ospedale. Stessa cosa nelle zone dove abitano  persone bisognose di cure, o in  luoghi isolati. Quali sono i motivi per cui  si è avviati verso questo finale? Stanno venendo al pettine nodi strutturali? Il dopo Fidel ha accelerato la crisi di un modello che, al di là delle attenuanti dovute allo storico embargo Usa, aveva sin dalle origini dei “difetti” cronici di vario tipo? Sulla crisi del modello è evidente che da tempo la struttura burocratizzata non funziona: il Paese non produce, è in recessione da quattro anni, il Pil pro capite è il più basso dell’America latina. Molto dipende dal blocco, ma vi sono stati tragici errori di programmazione come Tarea ordenamiento, cioè l’unificazione monetaria e l’eccessivo investimento in alberghi a scapito della produzione elettrica, sanità e scuola.  Da anni molti economisti amici ripetono che il problema non è la proprietà statale, ma l’efficienza. Sarebbe necessario decentrare e dare autonomia, nonché favorire una maggiore partecipazione dal basso. Recentemente è stata approvata la legge che permette l’associazione tra privato e statale.  Il partito e il governo come stanno reagendo? Cosa potrebbe accadere? E’ possibile uno scenario venezuelano? E’ difficile da dire, perché non essendoci trasparenza ed informazione da parte dei mass media, non si conoscono gli equilibri del potere. Si sa che ci sono delle divergenze, la situazione di crisi è evidenziata dall’ammissione da parte di Diaz Canel di trattative in corso con gli Usa, scenario che cambia il panorama politico. Inoltre i negoziati in corso sembrano  sotto il controllo dell’entourage di Raùl, dunque dei militari. Questo fa pensare che l’attuale leadership abbia le settimane, se non giorni, contati. Si prevede anche che prossimamente inizieranno le prime aperture verso la diaspora cubano- americana. Insomma è possibile un periodo di transizione con aperture economiche e magari una nuova dirigenza legata a Raùl e i militari.  Comunque è difficile pensare a qualcosa che vada al di là di una fase d’urgenza: Cuba ha bisogno di petrolio per sopravvivere, gli Usa possono darglielo per un periodo intermedio, ma avendo ben chiaro che strategicamente vi dovrà essere un cambio di governo. Gli uomini di Raùl possono guadagnare tempo.  Non penso vi sarà una resa alla venezuelana, i due paesi hanno storie diverse, ma data la difficile situazione, a meno di sorprese in Iran e nelle elezioni di medio termine negli Usa, sarà difficile un negoziato a schiena dritta e difendendo la sovranità come è nella storia delle rivoluzione.  Sergio Sinigaglia
March 17, 2026
Pressenza
“Ilustrísimo Donald”: la cosa che non piace a noi cubani
di Ricardo Ronquillo Bello Se si analizza la nostra turbolenta storia, non si troverà tra i veri patrioti la volontà di arrendersi o di negoziare la libertà e l’indipendenza sotto la forza esterna o di fronte a calamità interne. Quando Fidel Castro Ruz afferma che c’è una cosa che ai cubani non piace, nel tono e nei modi di un leader come lui, non si sta vantando personalmente di quella che in questa terra viene chiamata “spavalderia di quartiere”. Quando conclude che la “cosa” che non ci piace è “essere minacciati”, non lo fa come il classico duro all’angolo, a volte senza grandi conseguenze, ma piuttosto come una figura centrale nella nostra storia che proclama, con la sua statura e per i nemici che a volte si rifiutano di ascoltarlo, il mandato incrollabile delle lotte del suo popolo. Pertanto, non sorprende affatto che dopo una specie di ultimatum di questa domenica, in cui, oltre a ordinare che non venga inviata una sola goccia di petrolio a Cuba, dobbiamo “negoziare”, o affrontare le conseguenze, con il nuovo imperatore della galassia, non pochi tra i nostri compatrioti abbiano esposto sui social network – per chi ha occhi per vedere – su quali basi abbia preso forma, anche istituzionalmente e costituzionalmente, questo rifiuto congenito dei cubani e del resto dei nostri connazionali, che hanno finito per definire, o formare, cosa significhi essere cubani, per lasciarsi sminuire sotto ricatto o in circostanze eccezionali, nonostante la preziosa nobiltà che ci riconosce e di cui il mondo è testimone. Il rifiuto di sottomettersi alle pressioni è così significativo che ha trovato forma giuridica negli articoli 12 e 17 della Costituzione della Repubblica, approvati a stragrande maggioranza nel 2019. L’articolo 12 stabilisce, come principio, che la Repubblica di Cuba ripudia e considera illegali e nulli tutti i trattati, le concessioni o gli accordi stipulati in condizioni di disuguaglianza o che ignorino o diminuiscano la sua sovranità e integrità territoriale, il che implica che qualsiasi accordo che si consideri imposto con coercizione o che ne comprometta la sovranità è dichiarato invalido. L’articolo 16, che può essere considerato un sostegno e persino un’enfasi sul primo, ribadisce che le relazioni economiche, diplomatiche e politiche con qualsiasi altro Stato non possono mai essere negoziate sotto aggressione, minaccia o coercizione. Non è difficile comprendere, quindi, che in questo Paese i negoziati condotti sotto costrizione siano assolutamente vietati nelle relazioni internazionali. Questo appare abbastanza chiaro a molti ammiratori del popolo cubano in tutto il mondo, alcuni dei quali, come l’ex presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, hanno persino dichiarato che merita un premio mondiale per la dignità. Meno comprensibile è il caso dei rappresentanti di una destra fascista rinvigorita, ancora senza freni costanti alle loro rinnovate elucubrazioni fasciste e alle avventure della teoria dello spazio vitale, che, dopo aver invaso il Venezuela, rapito il suo presidente costituzionale, Nicolás Maduro Moros, e sua moglie e vice Cilia Flores, e averli tenuti prigionieri di guerra a New York, credono di poter continuare le loro avventure senza grandi conseguenze. Non è che la Costituzione lo sancisca, è che stiamo mettendo in luce la storia di lotta dei rivoluzionari cubani che, con le loro azioni e il loro onore pagato con il sangue, hanno preparato questo popolo alla resistenza, mai alla resa. Se si esamina la nostra turbolenta storia, non si troverà tra i veri patrioti la disponibilità ad arrendersi o a negoziare libertà e indipendenza sotto la forza esterna o sotto calamità interne. Ecco perché la Costituzione stessa stabilisce la difesa e la resistenza armata come un diritto e un dovere, e quindi dà fondamentalmente priorità alla difesa della sovranità rispetto a qualsiasi negoziazione. Il Patto di Zanjón rimase una traccia vergognosa nella nostra storia, cancellato dal suo sublime e onorevole antipodo: la Protesta di Baraguá, guidata dal Titano che non aveva, e non è cosa da poco, altrettanta forza nella mente quanto nel braccio per brandire il machete dignitoso. Non sorprende quindi che sui complessi social network circoli attualmente una circolare firmata da José Martí e Máximo Gómez del Quartier Generale delle forze patriottiche, in cui si afferma che la guerra per l’indipendenza di un popolo utile e per la dignità degli uomini oppressi è una guerra sacra e che la creazione di un popolo libero che si ottiene con essa è un servizio universale; pertanto, chiunque tenti di fermare la guerra d’indipendenza con l’inganno commette un crimine. A questo proposito, precisa, la Rivoluzione, attraverso i suoi rappresentanti eletti, in vigore finché non si attribuirà nuovi poteri, nell’adempimento del suo dovere, vi sollecita che, nel caso in cui in qualsiasi forma e da qualsiasi persona le vengano presentate proposte di resa, cessazione delle ostilità o soluzione diverse dal riconoscimento dell’indipendenza assoluta di Cuba, le cui proposte offensive e nulle non possano essere altro che uno stratagemma bellico per isolare o turbare la Rivoluzione, puniate sommariamente questo crimine, con la pena assegnata ai traditori della Patria. Molto prima che circolasse quella circolare sui Mambí, le catene genetiche biologiche patriottiche incompatibili con la resa erano già state forgiate. Tra i primi eventi significativi, la morte dignitosa del capo Hatuey, che rifiutò la ricompensa dell’ascesa al cielo promessagli dai conquistatori giunti a Cuba con spada e croce, e il gesto di Casiguaya, moglie del capo, che ebbe un ruolo di primo piano nella prima lotta per l’indipendenza di Cuba degli ultimi dieci anni. Catturata dopo la morte del ribelle, la moglie, condannata all’impiccagione, preferì impiccare la propria figlia piuttosto che lasciarla nelle mani dei crudeli colonizzatori. L’indiano Naborí avrebbe immortalato il suo grave gesto in versi memorabili: Prima dell’atroce crimine, gli permisero di abbracciare la sua bambina, il cui volto mostrava un Guama che combatteva. La madre la strinse fino a farla morire d’amore, e gridò, bellissima d’orrore: “Né Guama, né sua moglie, né la sua bambina… possono essere schiavi dell’invasore”. Donald, l’aspirante nuovo imperatore della galassia, ha perfettamente ragione a pensarci due volte mentre ci valuta – e non per i vestiti, in mezzo a tutta la sua spavalderia – perché dovrà affrontare un popolo coraggioso, davvero coraggioso. Forse lo ha scoperto meglio quella notte, mentre Maduro e Cilia erano tenuti prigionieri a Fort Tiuna, e se l’è goduta vilmente, come uno dei suoi spettacoli. Quella notte non è stata così facile come la propaganda la dipinge, e questo è qualcosa che traspare dal suo atteggiamento da conquistatore. Questo illustre imperatore potrebbe essere un altro corojo (codardo). Fonte: https://www.juventudrebelde.cu/cuba/2026-01-11/ ilustrisimo-donald-la-cosa-que-no-nos-gusta-a-los-cubanos Traduzione: italiacuba.it Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
January 14, 2026
Pressenza
22 dicembre 1961, Cuba dichiarata territorio libero dall’analfabetismo
Il 22 dicembre del 1961 Cuba viene dichiarata territorio libero dall’analfabetismo: la “Giornata dei lavoratori dell’istruzione”. In questo giorno del 1961, Cuba si dichiarò libera dall’analfabetismo, in seguito all’Anno dell’Istruzione, durante il quale oltre 200.000 cubani si offrirono volontari nelle brigate di alfabetizzazione. Oltre 700.000 cubani impararono a leggere e scrivere e il tasso di alfabetizzazione cubano salì al 96%, uno dei più alti al mondo. Durante la Rivoluzione Sandinista in Nicargaua molti cubani che erano presenti solo ed esclusivamente per l’alfabetizzazione con ottimi risultati raggiunti. Fu una Vittoria della Rivoluzione per l’innalzamento del livello culturale ed educativo del popolo. La Campagna Nazionale di Alfabetizzazione a Cuba fu una campagna nazionale lanciata nel 1961 dal governo cubano su iniziativa di Che Guevara per ridurre l’analfabetismo e aumentare la percentuale della popolazione iscritta a scuola. I preparativi per la campagna iniziarono nel 1960 e si conclusero ufficialmente il 22 dicembre 1961, quando il governo dichiarò Cuba, in Plaza de la Revolución José Martí, Territorio Libero dall’Analfabetismo. Nel 1958, il tasso di analfabetismo tra gli abitanti delle città era dell’11%, rispetto al 41,7% nelle aree rurali. La campagna ridusse l’analfabetismo al 3,9% entro il 1961. Quell’anno, il 1961, fu proclamato “Anno dell’Istruzione” a Cuba. Dopo il trionfo della Rivoluzione cubana il 1° gennaio 1959, uno dei principali problemi che il governo rivoluzionario dovette affrontare fu l’analfabetismo. Il 26 settembre 1960, il Comandante in Capo Fidel Castro dichiarò all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che Cuba sarebbe stato il primo Paese delle Americhe a non avere un solo analfabeta. La Campagna Nazionale di Alfabetizzazione fu coordinata e controllata da un’unica struttura organizzativa, la Commissione Nazionale per l’Alfabetizzazione e l’Educazione Fondamentale, creata nel marzo 1959 e composta da organizzazioni governative e non governative , attraverso le quali la società partecipò al processo. La Commissione comprendeva una Sezione Tecnica, la cui funzione era quella di organizzare il lavoro pedagogico e formare gli insegnanti di alfabetizzazione, nonché di svolgere lavori statistici . Il censimento condotto tra novembre 1960 e agosto 1961 contò 985.000 analfabeti a Cuba. I compiti specifici dell’alfabetizzazione furono infine decentrati a livello provinciale e municipale , in quanto questi enti avevano responsabilità diretta nell’ambito delle loro giurisdizioni. Durante l’attuazione del piano, si svolsero anche il Congresso Nazionale sull’Alfabetizzazione (2-5 novembre 1961) e il Seminario Internazionale Studentesco sull’Analfabetismo, che analizzarono le attività svolte e gli obiettivi raggiunti. Nella fase finale, gli sforzi furono intensificati sulla base delle misure adottate al Congresso. Brigate per l’alfabetizzazione Il nucleo della campagna è stato portato avanti principalmente attraverso brigate di volontari che hanno viaggiato in tutto il paese per svolgere attività di alfabetizzazione. Queste brigate hanno utilizzato il manuale “Insegniamo ad alfabetizzare” e l’ opuscolo “Supereremo” come materiali didattici . Il manuale era destinato a guidare l’insegnante di alfabetizzazione; l’opuscolo era un quaderno di esercizi con esercizi per gli studenti e materiale fotografico a supporto della lezione. Consisteva in quindici lezioni su temi sociopolitici, permeate dal contenuto ideologico della Rivoluzione cubana , con titoli come ” OEA “, ” INRA “, “La Rivoluzione”, “Fidel è il nostro leader” e “La terra è nostra”, tra gli altri. All’inizio del 1960 fu formato il Contingente Insegnanti Volontari, composto da tremila insegnanti e giovani che svolgevano attività di alfabetizzazione nelle regioni montuose. Successivamente, questi volontari formarono la Brigata Frank País, che svolse il suo lavoro nelle montagne delle province di Oriente e Las Villas e nella Sierra de los Órganos a Pinar del Río. Sempre nel 1961 furono create le Brigate Conrado Benítez , dal nome di un volontario diciottenne ucciso dai guerriglieri di Escambray guidati da Osvaldo Ramírez García .  Queste brigate erano composte da studenti , in totale 105.664, di età compresa tra i sette e i diciannove anni. Per unirsi era necessaria l’autorizzazione dei genitori. Gli studenti venivano addestrati per diverse settimane nell’accampamento di Varadero e venivano dotati di un’uniforme speciale, vestiti, una coperta e una lampada a olio con cui potevano attraversare l’accampamento di notte:  queste lampade divennero il simbolo delle Brigate. L’esperienza non fu priva di rischi: i giovani furono presi di mira dai controrivoluzionari e 10 di loro furono uccisi, tra cui l’insegnante Manuel Ascunce Domenech e l’uomo nella cui casa alloggiava, Pedro Lantigua , assassinati dal gruppo di Julio Emilio Carretero. Furono create anche altre brigate, come le “Brigate Patria o Morte”, composte da lavoratori che ricevevano il loro salario regolare mentre svolgevano questo lavoro di alfabetizzazione. Alla fine dell’estate del 1961, le brigate erano pienamente operative e contavano circa 178.000 insegnanti di alfabetizzazione popolare, 30.000 brigadisti operai e 100.000 brigadisti Conrado Benítez. Risultati Il 22 dicembre 1961, il governo dichiarò la Campagna Nazionale di Alfabetizzazione un successo e, in Piazza della Rivoluzione José Martí, dichiarò Cuba Territorio Libero dall’Analfabetismo. Questa dichiarazione fu fatta in un discorso pronunciato da Fidel Castro in quell’occasione. Da allora, quel giorno è stato celebrato nel Paese come Giornata Nazionale dell’Educatore. Nel corso dell’anno, 707.212 persone impararono a leggere e scrivere. Il tasso di analfabetismo di Cuba scese da oltre il 20% (nel 1958) al 3,9% (dopo la campagna del 1961), un tasso molto più basso di quello di qualsiasi altro paese latinoamericano in quel momento. Prima del 1959, circa il 40% dei bambini cubani non andava a scuola, una percentuale che scese al 20% nel 1961, resa possibile dall’aumento del numero di insegnanti nelle aree rurali. La campagna ebbe anche la capacità di mobilitare massicciamente la popolazione cubana. Bhola, in uno studio dell’UNESCO del 1984 su otto campagne di alfabetizzazione in diversi paesi del mondo, afferma che la campagna cubana del 1961 si distingue per la sua velocità e intensità. Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
December 28, 2025
Pressenza